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lunedì, 28 aprile 2008

DOLOMIA IN POLVERE 3/X

postato da gpcastellano alle 08:08 in volti al volo

IL SACCO DI S.

Dolomiti di Brenta, anni fa.

Stiamo risalendo le scalette infinite del sentiero attrezzato che dal Tuckett porta all’Alimonta. Non è un percorso difficile, pertanto abbiamo lasciato negli zaini imbraghi e moschettoni. Chi di noi, d’altronde, non ha mai salito una scala a pioli per montare in soffitta, o sul ciliegio dei nonni?

Ad un tratto intravedo un’ombra che dall’alto scivola giù e mi accarezza lo zaino. Sento un tonfo sordo, un altro e ancora un altro. E silenzio, dopo.

Tutto attorno il Brenta scintilla nella mattina fresca.

Chi è caduto? Chi c’era sopra di me?

Si sa che le comitive numerose si allungano ed accorciano, per sentieri facili. Acceleri, rallenti, stai al passo per finire un discorso, oppure allunghi per distendere le gambe. Tanto, ci si ritroverà al bivio, o al collo di bottiglia.

Chi c’era sopra di me? S.? Possibile? Proprio lei?

In una parola è impossibile definirla. Con una metafora, forse sì. “Una mezza damigiana di vino aspro”. Così l’aveva classificata un amico, il più faceto della compagnia. Ma c’era invidia nella definizione. Derivante dall’essere stati superati in produzione di arguzie e corrosività di pensiero.

Tenere dietro alla chiacchiera di S. è impossibile. Non c’è competizione. E’ come affrontare il mitologico pernacchiometro a 36 canne con una misera trombetta da Capodanno.

Eppure… come si fa a rinunciare ad una compagna di gita così?

Sono misteriose le interazioni tra le persone. La prima volta con lei ci siamo augurati che la gita finisse presto, senza spargimento di sangue.

Poi ti accorgi che le impressioni ed i ricordi più vivi sono legati alle battute sdrammatizzanti, alle osservazioni infondate che ti fanno scendere dal trono di paladino duro, puro e retorico della Lotta con l’Alpe.

Ed un po’ alla volta ti rendi conto che S. è utile, dilettevole e quasi indispensabile. Perché un mazzo di carte taroccato rende le partite più imprevedibili ed interessanti. Più pragmaticamente, ci vuole qualcuno che al rifugio dica ad alta voce che le razioni sono miserrime, o i cesso laidi da far schifo.

In breve, è necessaria S. come testa d’ariete per scompaginare i luoghi comuni per cui in silenzio si sopportano disagi, fatica e tempo brutto “pour le plaisir”.

Ed ora S. è passata volando dietro la mia schiena, e si è schiantata sotto, al fondo della scaletta.

“Chi è caduto?”

Io no” “Io no” “Io no”…

Ovvio. All’appello gli assenti non rispondono.

“Io no, perché?”

Ma questa è lei! Ed allora, se siamo tutti qui, sani e salvi, che è successo?

“Il mio sacco a pelo! IL MIO SACCO A PELO! IL MIO PREZIOSISSIMO SACCO A PELO!”

Il mistero è chiarito, possiamo tirare un (breve) sospiro di sollievo. Il sacco di S., male assicurato allo zaino, si è sfilato ed è volato giù per tutta la scaletta. Seguono chiacchiere, brontolamenti, teorie sulla corretta composizione e chiusura di sacchi, bagagli e valigie. Lo strepito sale, possibile che tra tutti i valenti ed eroici alpinisti presenti nessuno sia in grado di recuperare un sacco a pelo di dubbia provenienza e frequentazione? K. si offre di scendere a prenderlo, calandosi alla corda fino alla cengia poco sotto. Ritorna con il sacco ed uno splendido geode di cristalli di calcite.

Ecco, se non fosse stato per quel sacco, non avreste mai e poi mai trovato i cristalli!”

E’ l’immancabile e imprevedibile chiosa alla rievocazione dell’evento, la sera stessa, seduti alla tavola del Pedrotti. Di chi le parole? Occorre dirlo?

24 aprile 2008, Bolzano. Tra squarci di azzurro la neve si scioglie al favonio.

Disclaimer: come per gli altri racconti della serie “Dolomia in polvere”, tutto ciò che leggete è veramente accaduto. Alcuni nomi di persona sono riportati per intero, altri solo puntati. Non c’è logica o studio in questo, solo differenti rapporti con le persone stesse. Mi auguro che nessuno si senta urtato, sminuito o messo in cattiva luce nel leggere di sé. Il mio intento non è quello.

Honi soit qui mal y pense”

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venerdì, 28 marzo 2008

DOLOMIA IN POLVERE 2/X

postato da gpcastellano alle 13:59 in storie, volti al volo

La compagnia C

Lo sono stato anch'io, uno di loro. Senza particolare merito, devo dire. Perché erano più bravi di me. I migliori.

A tirare tardi nelle partenze, a mettere il caffé sul fuoco quando gli altri si caricavano lo zaino in spalla ed il direttore di gita li guardava furibondo.

Sempre pronti allo scarto verso il rifugio. Alla deviazione sulla punta prestigiosa. Alla battuta pronta, od allo sguardo trasognato davanti al Dom che incitava a sbrigarsi.

Il trekking del CAI di Rivarolo Canavese in Dolomiti, nell'anno di grazia 1991, si proponeva di intrecciare le Alte Vie 1 e 2, da San Candido a Listolade. O, se i paesi vi dicono nulla, ed i monti tutto, dalle Lavaredo alla Tofana, Pelmo e Civetta. Dato l'alto numero di iscritti, ci si sarebbe mossi in totale autonomia. Tende e batterie da cucina in spalla, pernottamenti lontani da rifugi e centri abitati.

Zaini immensi e differenti forme fisiche? Il risultato fu una comitiva lunghissima, con molti spazi vuoti. Frammentazione e dispersione tra gruppo di testa, velocissimo e da serie A, un centro abbastanza variegato, nella anonima serie B, e la coda lenta, tranquilla, paciosa, da serie C, appunto. Da qui il nome, e lo stile.

Kiki, Mario, Stefano, Davide, Luca, il Conte, l'altro Mario, Paola, Gian, Elena. Ed altri ancora, con maggiore o minor dedizione alla causa. Ma, sempre, con l'intima certezza di assaporare di più e meglio rispetto a chi stava davanti e correva, correva, correva.

Io ero un ibrido, lo confesso. Mi era piaciuto spingere sulle gambe e guadagnare la testa della comitiva A, all'inizio, ma dopo aver perduto per il troppo correre la deviazione alle gallerie del Paterno, avevo scoperto la piacevolezza di farmi assorbire dalle chiacchiere e dalla lentezza della comitiva C.

Non mi sono mai pentito, di quella decisione. Anche se ancora adesso mi piace correre avanti.

Questione di compagni di gita, direte. E di finalità, insisterete.

Momenti intensi. Come quando sfidammo la canicola infernale della Val Travenanzes trasportando per chilometri un assurdo palo da vigna, che rimase a galleggiare nel torrente in cui ci bagnammo. Ancora, in quella valle dimenticata, ripulimmo il sottotetto della malga da tonnellate di guano di pipistrello, pur di saltare per una volta il montaggio serale delle tende ed il piegarle alla mattina fradice di rugiada.

Sotto le Cinque Torri assalimmo il rifugio in cerca di cibo e bevande, e ne ritornammo a notte fonda ciarlando come merli ed incespicando nei baranci. Urlammo come dei pazzi nelle gallerie del Lagazuoi, cercando di restituire la vista al Kiki, che era entrato senza togliere gli occhiali da ghiacciaio e non capiva, proprio non capiva, cosa gli fosse successo, ma intanto mulinava la torcia come un saracino.

E, l'ultima sera, ci infilammo al Vazzoler a riempirci di polenta e spezzatino, per tenere compagnia alla nostra protetta Elena (ma questa è un'altra storia, la numero 1 di tutte le storie).

Sì, la compagnia C di quel trekking rimase un mito. Anzi, un fulgido esempio di come fosse possibile accordare la prestazione atletica con la curiosità della deviazione ed il piacere dell'ennesimo boccale di birra.

Certo, in qualche momento si esagerò con la mollezza, ma era il naturale complemento alla rigidità di chi dirigeva con un occhio al cronometro ed un altro alla carta topo.

Ecco, questo è stato per me l'insegnamento più importante di quei momenti: il chiedersi dove porta quel sentiero, cosa si vede da quel colle, quali incontri si possono fare in quel rifugio. Guardare, domandare, sentire e capire. In due parole, gustare la libertà di potersi fermare. Ed emozionare.

Caselle Torinese, marzo 2008. Assaggi di primavera, voli di pettirossi, ed un fiocco di neve.

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martedì, 04 marzo 2008

DOLOMIA IN POLVERE 1/X

postato da gpcastellano alle 18:10 in storie, volti al volo

Elena di Chivasso

Scendo dall’auto e mi guardo attorno. Allora era estate, adesso è inverno, siamo d’accordo. Ma non lo ricordavo così, il Passo Falzarego.

Quel giorno ci eravamo arrivati a piedi, lungo la valle Travenanzes. Eravamo sbucati al Lagazuoi ed avevamo disceso con zaini pesantissimi la grande galleria di guerra. Dal Falzarego dovevamo ancora risalire a Colle Gallina e accamparci sotto le Torri di Averau.

Oggi sono in auto, in transito tra Bolzano e Udine per passi alpini. Tra le nuvole basse si intravedono i bastioni delle Tofane. Più in là occhieggiano le Cinque Torri.

In giro, nessuno.

Dal rifugio vicino all’improvviso si apre una porta e arriva la risata di una donna.

Ed alla memoria si affaccia un nome. Elena. Anzi, ad essere precisi, Elena di Chivasso. Ancora più precisi: Elenadichivasso, così, tutto attaccato.

Come avevamo fatto a trovarcela appresso, in quel trekking del 1991?

Era venuta come amica di amici, che subito l’avevano ripudiata. Forse ne conoscevano già la furbizia? Via, siamo generosi, chiamiamola dolce malia.

Fatto sta che l’adottammo nella compagnia C. Il gruppetto di quelli sempre in fondo alla fila, pronti a scartare verso le birre, lo speck e lo strudel dei rifugi dolomitici.

Adottata, ebbene sì. Nonostante avesse definito il vino come “orribile bevanda”, la sera del primo bivacco. E si fosse proclamata buddista fervente e praticante.

Avevamo deciso che era un po’ strampalata. Come le sue velleità vegetariane, lo sguardo stralunato sotto il sole, trasognato sotto la luna. Le chiacchiere infinite.

Ma si perdonano due occhi verdi sotto un ciuffo di capelli neri?

Passammo sotto le Lavaredo, risalimmo la Val Travenanzes, costeggiammo Tofane, Pelmo e Civetta. Accompagnati dalla magia dei luoghi e dalla sua inesauribile chiacchiera. Ci caricammo dei suoi pesi, sorridemmo alle sue battute. Sognammo, forse.

Nello spirito anarchico degli ultimi della fila. Il penultimo giorno in sei ribelli ci smarcammo dal controllo del direttore di gita e dirigemmo al rifugio Vazzoler, per concedere alla nostra protetta un posto in branda. E sperare di potersi sdraiare al suo fianco, e poi…

Speranza tradite, tutte. Dopo approcci variegati, scoordinati ed umoristici.

Poi ritornammo a casa, noi in Canavese, lei a Chivasso. Lontanissima, oltre Caluso, già quasi nell’astigiano. Il Sud del mondo.

Ci rivedemmo ancora una volta, mesi dopo, a cena dal Conte. Ed Elena compì l’ultima prodezza, lasciando all’illustre ospite un conto da saldare che ancora reclama vendetta.

E questa fu la traiettoria di Elena di Chivasso, nelle nostre vite.

E, infine, ci lasciammo dimenticare. Giunsero voci, anni dopo, di una confidente del Dalai Lama originaria del Chivassese. Poteva essere lei, incappata in incontri ed esperienze diversi dai trekker canavesani? Nessuno pose le giuste domande. Neppure interrogò i corretti oracoli. E non se ne seppe più nulla. 

Oggi, sfilando sotto le Cinque Torri, mi sembra di intravedere una fila di zaini colorati. Ed una testa di capelli neri, due occhi verde mare.

Sempre, nei luoghi, si lascia traccia di sé. Le pietre, l’acqua e l’aria ricordano, e raccontano, a chi ha buona memoria e cuore agile.

Torino, 21 febbraio 2008, ad un mese dalla primavera l’aria inizia a scaldarsi

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domenica, 27 gennaio 2008

UNA, DUE, TRE GITE IN VALLE

postato da gpcastellano alle 18:13 in storie, volti al volo

20 gennaio 2008

Incredibile, è la terza volta in un mese che mi capita di salire in Val Sangone. Oggi all’Aquila, qualche giorno fa mi aggiravo sulla Pietraborga e 20 giorni ad oggi sono stato alla Bocciarda.

Val Sangone? Ah, sì, mi ritorna in mente Massimo Mila, nel suo “Capitolo primo ed ultimo di una autobiografia alpina”.

"A meno di 50 chilometri da Torino, incuneata tra la bassa Val di Susa e la Bassa Val Chisone, la Val Sangone è un singolare microcosmo alpino. Salvo i ghiacci, ha tutto quello che ci vuole per costituire un ambiente di montagna autonomo e completo..."

E da qui prende le mosse per raccontarci delle sue prime avventure alpine.

Ma non è questo  il nocciolo della questione.

 

Sempre in quel racconto (esagero a giudicarlo il più felice della sua cospicua produzione?), il nostro delinea le due possibilità esplorative dell’alpinismo: l’estensione e la profondità. Alpinismo” esteso”, come scoperta continua di nuovi gruppi montuosi. Alpinismo “profondo”, ovvero conoscenza dettagliata di una specifica valle. Ed ammette la preferenza per il primo dei due.

Anch’io ho sempre pensato di collocarmi nella prima ipotesi. Esuberanza e curiosità di gioventù, voglia di viaggiare, desiderio di confrontarsi con altri luoghi. Adesso, all’incirca nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovo ad approfondire valli, aspetti e luoghi che avevo sempre solo sfiorato.

Stanchezza e pigrizia nel mettersi in moto per centinaia di chilometri, preferendo le gite sull’uscio di casa?

Non penso, perché il desiderio del viaggio lontano e della scoperta permangono vivi ed intensi.

Forse, emerge la consapevolezza che il tempo è poco, ed allora diventa stringente fermarsi sul particolare, sul luogo vicino al quale rivolgevamo uno sguardo frettoloso, perché “tanto era lì”, pertanto potevamo andare oltre. Urge fermarsi adesso, a guardare, cercare e capire, perché poi il dettaglio  sfugge, e rimane il rammarico di non avergli dedicato la giusta attenzione.

Pertanto, ben vengano i viaggi lontani, le nuove montagne da scoprire e salire. E sia benvenuta anche la  vicinissima Val Sangone, con le sue vette modeste e confortanti, nella luce del sole che tramonta. Mi auguro che siano sempre loro, nel  tempo, a tenermi compagnia.

 

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venerdì, 04 gennaio 2008

MY FRIEND PAOLO

postato da gpcastellano alle 20:49 in storie, volti al volo

La prima volta che sono stato in montagna sul serio, ci sono andato con lui. A maggio su per il vallone della Noaschetta. A vedere gli stambecchi, parlare con la gente delle frazioni dimenticate della Valle Orco. Aiutare una vecchia a portare un fascio di perline per restaurare la casa.

Sul banco di scuola  era balenata l’idea di passare una settimana a casa sua, in Nasca, case Verdetta, all’inizio dell’estate. Per leggere, mangiare ed andare in montagna. E correre dietro alle corriere della SATTI, noi sempre in ritardo e gli autisti (quasi) sempre ad aspettarci. “Voi della Verdetta, ore 16.30 a Ceresole, ricordatevi!!”

E dormire al bivacco, con sua cugina e l’amica di Milano. Sole, pioggia  e le vesciche  sbocciate negli scarponi che i padri premurosi ci avevano tramandato.

Provare a pescare le trote nelle pozze sotto casa.

E mangiare chili di cioccolato mentre l’Italia Mundial di Bearzot pareggiava con il Perù.

Affinare le intelligenze negli scacchi, chiacchierare nelle notti sotto le stelle, in quota ed a valle. Annaffiare nella notte il cespuglio di dubbi che cresceva dopo tanto parlare e discutere.

E perderci nella galleria, l’ultima sera, perché eravamo storditi dalle chiacchiere e dalle bevute. E capire la taumaturgia liberatoria del caffè al limone.

A me bastavano i sentieri, le piante e gli animali, mentre lui già osservava assorto le pareti e le fessure del Monte Castello, e ripassava le fotocopie delle guide di GP Motti.

 

Poi il mio amico Paolo iniziò a fare tante cose. Non più solo ascoltare musica, ma andare ai concerti veri. E suonare nei locali, quelli in cui ci voleva la tessera per entrare, e non bastava più la faccia da ragazzini beneducati. Iniziò ad arrampicare sul mito, tra Caporal e Sergent, con i nut ed i friend. Viaggiare con l’Interrail.

Ai primi di settembre non ritornò più nelle classi coperte ed allineate dello Scientifico. Gli crebbero i capelli, e la barba.

Veniva a scuola quando gli pareva, senza calendario. Fuori lo aspettava una bionda, olandese o belga. Ed in montagna non ci andammo più, assieme. E neppure ci fermammo a parlare, o giocare a scacchi.

L’antica invidia dei tanti per la sua intelligenza caustica diventò un sorriso di scherno e rivincita, a sentire delle sue faccende sempre più intricate.

Ci dissero di commerci strani, e di problemi con la polizia ed il servizio militare. Ancora comparve all’esame di maturità. Ma troppe lettere ci separavano, e non lo vidi, quel giorno.

Anni dopo, una fugace apparizione, in un locale fumoso. Due occhi lontani, una voce anonima.

E poi l’oblio.

Sono passati cinque lustri da quelle vacanze in Verdetta. A volte penso che mi piacerebbe incrociare il mio amico Paolo. Per ringraziarlo dei giorni selvaggi tra i monti. Che per me sono stati preludio e premessa a tanti momenti grandi,  tra gioie, delusioni e dolori.  A volte, invece, penso che potrebbe ridere di tutto ciò che eravamo e facevamo. Se così fosse, ci resterei male. Ed allora, tutto sommato, penso che sia meglio perdurare nel distacco e nella lontananza. Ma un po’ me ne dispiace.

 

Caselle Torinese, 31 dicembre 2007

Sui monti dell’Orsiera nuvole rosse promettono altra neve.

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