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venerdì, 09 maggio 2008

ADDIO GRANDE VECCHIO

postato da mauroloss alle 12:30 in alpinismo, storia dell alpinismo
Bruno Detassis, il Re del Brenta, il patriarca degli alpinisti trentini si è spento, ieri sera nella sua casa di Madonna di Campiglio.
Bruno nasce a Trento nel 1910 da una famiglia operaia. Inizia a lavorare come fabbro ancora giovanissimo e al contempo frequenta le scuole serali, poi lavora in fonderia e impara il mestiere di idraulico. Sempre giovanissimo, aveva 16 anni, sale da capo cordata la Normale alla cima Paganella e capisce che la sua vita sarà dedicata alla montagna.
Il Gruppo del Brenta diventerà la sua seconda casa prima gestendo il Rifugio 12 Apostoli e poi dal 1949, il Rifugio Brentei. Il Brenta sarà anche il palcoscenico sui cui Bruno disegnerà i suo capolavori e le sue linee logiche e ardite (la via Trento alla parete nord est della Brenta Alta e la via delle Guide alla parete est del Crozzon di Brenta solo per citarne alcune) su cui l'imperativo sarà sempre il cercare "il facile nel difficile" .
Teatro delle sue realizzazioni non sarà solamente il Gruppo del Brenta con Ettore Castiglioni forma un sodalizio che realizzerà numerose nuove aperture sulle parti delle Pale di San Martino e in Marmolada. Nel 1957 partecipa, assieme ad alpinisti del calibro di Marino Stenico e Luciano Eccher alla prima spedizione trentina in Patagonia.
Sarà, nel 1941, il primo direttore del primo corso roccia della neo costituita Scuola di Alpinismo e Scialpinismo Giorgio Graffer e di cui, negli anni successivi, sarà parte attiva dell'organico.
Oggi il mondo della montagna ha perso non solamente un personaggio carismatico ma una persona che amava profondamente la montagna e soprattutto la rispettava.
 
Ciao vecchio Saggio, Ciao Re del Brenta, Ciao Bruno.
sabato, 29 marzo 2008

ALPINISMO MITOLOGICO

postato da gabrielevilla alle 00:42 in storia dell alpinismo

Ci sono vecchi libri di alpinismo che uno non si stancherebbe mai di rileggere, alcuni capitoli di questi anche più volte, soprattutto le biografie degli alpinisti che in seguito sono diventati dei “grandi” e che in quei libri hanno descritto ascensioni ed avventure che sono diventate pagine di storia. Una storia che non è solo fatta dalla difficoltà della scalata o dai dettagli tecnici dell’impresa ma anche dal racconto del prima e del dopo, quando avvicinamenti alla montagna e rientri a casa erano da fare in bicicletta e costituivano parte integrante dell’avventura con il loro supplemento di fatiche.
Alcune di queste pagine sono e rimangono mitiche. 

 

Mi attende una vera e propria tortura: 1100 metri di dislivello su una distanza di 20 chilometri, fino al Passo del Maloja. In capo a due ore ce l’ho fatta: alle 8 di sera mi trovo sul colle. Ora ho dinanzi a me 140 chilometri di stradone. Speriamo che non succeda qualche guaio alla bicicletta, altrimenti dovrei proseguire a piedi…

…La notte stende le sue nere ali sui monti e sulle valli. Seguo la chiara striscia della strada, che si perde nel buio notturno, e accumulo chilometri su chilometri. Così per ore interminabili discendo la valle al ritmo costante del mio motore muscolare. Alle 2 passo la frontiera svizzero-austriaca a Martinsbruck. Continuo a pedalare meccanicamente, come in sogno. Sempre più spesso mi sento vincere dalla stanchezza e solo chiamando a raccolta tutte le energie riesco a tenermi sveglio. A oriente, l’orizzonte si rischiara a poco a poco: sorge un limpido, fresco mattino. Ancora 15 chilometri fino a Landeck! Diritta, in leggera discesa, la strada segue il corso dell’Inn fino al ponte di Pontlatz. Leggere e silenziose le ruote volano sull’asfalto. Ma ecco… uno schianto improvviso, e mi arresto di botto, violentemente. In un batter d’occhio descrivo nell’aria un vasto cerchio, come un luccio preso all’amo, picchio la testa contro un qualcosa di duro, faccio una capriola e mi sento immerso in un elemento umido e freddo. Ancora ubriaco di sonno, spalanco gli occhi. Un’ampia superficie d’acque si stende dinanzi…

…Ora capisco dove sono andato a finire: nell’Inn! L’acqua mi arriva al collo, ed è l’acqua delle grandi piene! Il fresco sgradevole di questo insolito soggiorno mi sveglia in un baleno. Ecco là la mia fedele bicicletta e il sacco. Stanno appunto per svignarsela all’inglese, quando riesco ad afferrarli in extremis…

…Le 4,30 del mattino: un’ora niente affatto propizia per un bagno in un gelido e impetuoso torrente!...

…Ora, bicicletta in spalle m’incammino a piedi. Debbo digerirmi alcuni chilometri per raggiungere la prima casa, l’<Albergo della vecchia Dogana>. Dopo lunghe ore di attesa, durante le quali i miei abiti incominciano pian piano ad asciugarsi, una corriera mi porta a Landeck. La civiltà, il mondo della pianura mi hanno ripreso nel loro grembo. Ma che importanza possono mai avere fatiche e privazioni, un bagno involontario, una bicicletta ammaccata e il raffreddore che ne seguì? Tutte piccolezze in confronto alla indimenticabile esperienza donatami da simile grande impresa. Le sofferenze fisiche, i disagi svaniscono presto; la bellezza invece perdura incancellabile nel ricordo.

 

Era il grande Hermann Buhl a raccontare il rientro dalla “indimenticabile esperienza donatami da simile grande impresa”, conclusasi con quel bagno imprevisto nelle acque del fiume Inn. Aveva allora 28 anni, essendo nato ad Innsbruck il 21 settembre 1924, e l’impresa era stata la prima salita solitaria (e decima assoluta a 15 anni dall’apertura nel 1937) della via Cassin alla parete nord-est del Pizzo Badile, compiuta domenica 6 luglio 1952, dopo essere arrivato in Val Bondasca con la fida bicicletta. Una salita “lampo” che Buhl racconta senza alcuna enfasi ed i cui tempi emergono dal racconto con semplicità.

 

“Avevo caricato la sveglia alle 2, ma destandomi m’accorgo con spavento che è già chiaro. Consulto l’orologio: le 4! Non ho udito la sveglia. Mi preparo in fretta e furia, faccio colazione camminando…
…Alle 6 in punto, abbandonando agevolmente la neve, attacco la roccia…

…Viene poi una serie di magnifici passaggi, finchè alle 8 abbordo il nevaio nel mezzo della parete. Mi installo su un masso caldo, vi indugio un poco a riprendere fiato, raccogliendo fresche energie in vista delle prossime difficoltà…
…La vetta è raggiunta! Con un heil! Saluto la schiera di giovani italiani, i quali mi rispondono esclamando <Saluti!> e <Bravo!>. Sono appena le 10,30: ho tutto il giorno davanti a me. Sui volti degli italiani leggo entusiasmo e stupore. Si accostano e si presentano, uno dopo l’altro: Mauri, Ratti… A questo punto, tendo l’orecchio. Questi nomi suonano familiari, appartengono all’èlite dell’alpinismo italiano…
…Un’ora dura il colloquio in sì piacevole compagnia, mentre ho a malapena il tempo di godermi lo stupendo panorama…
…I miei nuovi amici vogliono assolutamente condurmi con loro fino a Lecco, ma debbo spiegare che in ogni caso sono costretto a ridiscendere a Pramontogno, ove ho lasciato la bicicletta. Inoltre domattina ho da essere senza fallo di ritorno ad Innsbruck. Il commiato è affettuoso. Gli amici di Lecco scendono verso sud, mentre il mio cammino porta a nord, lungo lo spigolo del Badile…
…Non conoscendo la via, seguo abbastanza da vicino il filo di cresta. La discesa senza impiego della corda è meravigliosamente bella ed esposta. Proseguo la mia discesa per gli 800 metri di dislivello…
…Traversato un ultimo piccolo nevaio, mi ritrovo allo sperone roccioso d’attacco, vicino alla mia roba, sono appena le 3 del pomeriggio”.

 

Di lì a poco inizierà il viaggio di ritorno in bicicletta che concluderà quel fine settimana alpinistico del grande Hermann Buhl, iniziato il venerdì sera e terminato il lunedì mattina: più di 300 chilometri percorsi in bicicletta con il materiale da scalata al seguito, oltre 2000 metri di dislivello, la ripetizione solitaria della Cassin al Badile a tempo di record, la discesa dallo spigolo nord senza la corda e …il bagno nel fiume Inn dopo essersi addormentato in bicicletta alle 4,30 del lunedì mattina. Credo che questa non sia solamente una pagina di storia dell’alpinismo, ma ne travalichi i confini per sconfinare nella leggenda, vorrei dire nella mitologia. Questo secondo me è alpinismo mitologico.

 

NOTA: Il libro “E’ buio sul ghiacciaio” è stato ristampato nel 2007 dall’editore Corbaccio con l’aggiunta dei diari di Hermann Buhl delle spedizioni al Nanga Parbat, al Broad Peak e al Chogolisa. Curatore dell’edizione è stato Kurt Diemberger che di Buhl fu compagno nella salita al Broad Peak e lo vide cadere e scomparire in seguito alla rottura di una cornice di neve in discesa dal Chogolisa.

link al post | commenti | categoria storia dell alpinismo
venerdì, 21 marzo 2008

LA TENEREZZA DI ANGELO URSELLA

postato da gabrielevilla alle 23:08 in storia dell alpinismo

Una delle pagine più intense che mi ricordi di avere letto su di un libro di alpinismo si trova in “Montagne … e volontà” (Diario alpinistico di Angelo Ursella) edito a cura di Beppe ed Italo Zandonella che possiedo nella sua terza edizione del maggio 1977.
Si tratta di un breve capitolo, il numero XXVII e si chiama “Tenerezza”.

 

Fra le varie lettere che mi giungono, trovo anche quella di una ragazza di Cavedine, un paese nei pressi di Trento. Trovo tanta gentilezza nelle sue parole e l’invito a trascorrere una domenica assieme. Il suo nome è Graziella.
Un giorno trovo in una lettera la sua foto: è veramente molto carina!

Domenica 9 novembre 1969. Alle cinque del mattino lascio Buia alle mie spalle con l’intenzione di portarmi a Cavedine.
Alcune ore di viaggio e raggiungo il paese.

Un giovane mi accompagna all’abitazione di Graziella.

Mi batte il cuore.

Ecco, vedo una ragazza, è molto bella, è Graziella.

Mi fa entrare in casa, vuole che mi fermi per il pranzo.

Mi sento un pò imbarazzato. Per fortuna Giovanni, il fratello, alpinista come me, avvia la conversazione parlando di montagna.
Graziella parla poco, forse è timida, come lo sono io.

Nel pomeriggio mi porta a scoprire le tiepide rive del lago di Toblino che si apre all’ombra della vertiginosa parete del Piccolo Dain. Rimango impressionato alla vista di tale poderosa lavagna. Il viaggio prosegue poi verso Riva del Garda.
Di qui raggiungiamo un paesino dove c'è in programma una piccola festa.

Un buon profumo di castagne riscalda l’atmosfera. Mostro a Graziella alcune foto delle mie scalate. Lei guarda a lungo. E tace.

La osservo mentre cambia i dischi; è sempre silenziosa. Lo è da sempre?

Mi sento impacciato, vorrei ballare con lei, ma è impossibile.

Non so ballare!

E penso alle mie montagne. Lassù posso essere ben grande, grandissimo, ma qui, in questo momento, mi sento tanto piccolo, incapace di reagire alla mia timidezza.
Devo andare via è troppo umiliante.

Credo che lei abbia capito.

“Quando ci rivediamo?”

“Forse ai campionati mondiali in Val Gardena”.

“Allora aspetto la tua lettera”.

”Si, va bene”.

“Mi dispiace, Graziella, sai non sono il tipo, devi scusarmi”.

“Neppure io ho la parola facile”.

E’ tutto. Salgo in macchina.

Ed ecco l’imprevedibile… il suo viso vicinissimo, il bacio.

Rimango attonito. Dopo tanto silenzio, il suo gesto ha voluto dire tutto?

Oppure che si tratti di commiserazione?

Sono sconvolto.

Faccio il viaggio di ritorno come in un sogno, pensando solo a quell’attimo.
Dovrei incontrarmi a Trento con Sam e Tarcisio Pedrotti, ma sono troppo sconvolto per farlo.

Era “troppo sconvolto” il tenerissimo Angelo Ursella che si sentiva “grandissimo lassù sulle montagne ma piccolo e incapace di reagire alla mia timidezza” di fronte ad una ragazza, al punto da temere di essere commiserato piuttosto che riconoscere in un bacio la timida promessa di un possibile amore. Alla fine però aveva trovato la forza di scriverle “per dirle tutto ciò che in quella sera il nostro silenzio aveva nascosto”.

E l’aveva rivista e frequentata, pur se tra un’arrampicata e l’altra.

Di una breve vacanza di fine aprile 1970 scrive: “A casa ci troviamo tutti e quattro per le foto di rito. Poi mi congedo dagli amici e trascorro un magnifico pomeriggio con Graziella. Ho passato come in un sogno questi quattro giorni. Vorrei che questa felicità durasse mille anni!

Ma il destino aveva ben altri progetti per “il ragazzo di Buia” e lo attendeva di lì a pochi mesi sulla parete nord dell’Eiger, lungo la via aperta nel 1938 da Anderl Heckmair, Ludwig Vorg, Heinrich Harrer, Fritz Kasparek.
Scrive con profonda tristezza Beppe Zandonella:

“Angelo è caduto a 30 metri dal nevaio sommitale mentre era fermo in sosta pronto per assicurare il compagno. Niente volo, niente appiglio che resta in mano: solamente un terrazzino che crolla improvvisamente sotto i piedi oppure i chiodi di auto-assicurazione i quali, sollecitati verso l’esterno, fuoriescono. A quale capocordata non è capitato di affidarsi a dei chiodi per poter sporgersi a controllare la partenza o la progressione del compagno?”


Così finì la vita del “puro, semplice, generoso” Angelo Ursella, il pomeriggio del 16 luglio 1970: aveva appena 23 anni ed avrebbe meritato molto di più dalla vita.

venerdì, 29 febbraio 2008

ARMANDO ASTE, UN DISTINTO SIGNORE ALPINISTA

postato da gabrielevilla alle 22:56 in storie, storia dell alpinismo

Ricordo ancora con nitidezza l’emozione che serpeggiò a Pecol quando si seppe che “… via dal Bruno l’è arivà l’Armando Aste”. Mi è difficile dire quale fosse l’anno esatto, ma doveva essere attorno alla metà degli anni ’70 e, proprio perché ero là anch’io, doveva essere estate. Fingendo una certa noncuranza ero andato a casa da Bruno e così avevo potuto conoscere personalmente il forte alpinista roveretano, intento a chiacchierare tranquillamente con l’Elvira, la mamma di Bruno. Aste allora aveva una cinquantina d’anni e mi era apparso come un distinto signore (nonostante l’immancabile camicia a scacchi), molto posato, educato e gentile, oltre che (ma questo lo sapevo dai libri e dalle riviste di montagna) un grande alpinista. Probabilmente aveva ancora qualche sogno alpinistico da realizzare ed era venuto a Pecol per conoscere quel giovane “emergente” che senza tanto sbandierare la sua attività in giro era riuscito a far parlare di sé con le sue realizzazioni in roccia, per capire se ne poteva nascere un’intesa di cordata. Di recente ho avuto occasione di parlare con Bruno e gli ho chiesto di raccontarmi qualcosa di quel periodo in cui ha fatto cordata con Armando Aste ma mi ha risposto laconicamente “…eh, mi no me regòrde. Non ho mai scritto niente io, era mio fratello Giorgio che scriveva. Devi chiedere a lui…”. Conoscendolo da una vita non mi sono meravigliato più di tanto della sua risposta, mi sono solo rammaricato di non avere scritto in quegli anni tutte le avventure che mi ha raccontato delle sue scalate; mi accontentavo semplicemente di divertirmi ad ascoltarle ed a fantasticare attraverso di lui. Una volta però entrai, anche se in forma molto marginale, in una di quelle scalate il cui obbiettivo era nientemeno che la parete nord ovest della Civetta. Era forse quello uno degli “ultimi problemi” della parete, come si usava dire enfaticamente in quegli anni? Io non lo potevo sapere allora, avevo semplicemente accettato più che volentieri di fare il “portatore” alla cordata Armando Aste - Bruno De Donà - Guido Pagani, assieme ai miei cugini ed a Gianna la sorella di Bruno. Per quanta buona memoria si possa avere non è possibile tenere memorizzate tutte le giornate di una vita per riprenderle a distanza di anni, come in un file archiviato in computer, perlomeno non nelle azioni più consuete e abituali, per cui rimangono impressi piuttosto certi particolari e attraverso quelli, ed altri che si possono dedurre, si arriva a ricomporre il ricordo in maniera organica. Ricordo che andammo a Malga Pioda in auto ed io di certo con la mia “cinquecento” (allora gli impianti di risalita a fune di Pian di Pezzè non erano ancora stati realizzati) e rivedo il gruppo che riposa al sole sulla terrazza del rifugio Sonino al Coldai prima di prendere il sentiero per la Val Civetta. Doveva essere la tarda primavera e non ricordo la fatica di quell’avvicinamento, nemmeno come ci fossimo ripartiti i carichi, ricordo piuttosto un saccone da recupero dei materiali, di quelli che avevo visto in certe foto di libri o riviste di alpinismo. Ricordo anche l’emozione che provai quando ci fermammo sotto l’imponente parete nord ovest e mi sembrava impossibile che qualcuno pensasse di poter andare su di lì, ma quello era “l’alpinismo” che tanto mi affascinava e che ancora non praticavo. Ancora nitidamente vedo Armando Aste che apre il saccone dicendo di voler fare “un ultimo controllo” all’interno e poco dopo dicendo, più o meno, “cos’è ‘sta roba?” lanciare nella neve un pacchetto lungo e lucido. Bruno e Guido guardarono quella “cosa” lucida scivolare sulla neve e ancora ne ricordo l’espressione “sofferta” perché si trattava di un’intera stecca di pacchetti di sigarette che loro due, fumatori incalliti, avevano inserito all’ultimo nel saccone, io credo all’insaputa di Armando Aste. Non dissero nulla e si apprestarono a salire mentre noi “portatori” rimanemmo a faccia in su a guardare l’inizio della loro scalata. Aste ci diceva di andarcene con una certa insistenza, sembrava che avesse fretta di staccarsi da noi per rimanere in solitudine al cospetto del “problema” che tentavano di risolvere. Non gli demmo retta e rimanemmo fino a che non lo vedemmo salire recuperato da Bruno e Guido che erano già sopra un tiro di corda. Un’altra cosa che ricordo con precisione è che ad un certo punto lo vidi appoggiare un ginocchio alla roccia e siccome rimasi sorpreso di questo credo fosse il 1976 perché quella sorpresa era di certo frutto dei primi insegnamenti che avevo ricevuto nelle uscite con il Cai nell’autunno dell’anno precedente. Col tempo imparai che, a volte quando si ha fretta di salire, succede anche di appoggiare un ginocchio se si è assicurati dall’alto e non ci si dà il tempo di ragionare sul passaggio da superare e quel gesto che mi aveva quasi “scandalizzato” allora rientrò nella sua veste di umana normalità. Dopo ulteriori inviti che giunsero dall’alto a gran voce ci decidemmo a rientrare verso il Coldai e lasciammo i tre nella solitudine della loro avventura. Non ricordo altro di quella giornata e della scalata so solo che non fu portata a compimento. Rientrarono, credo dopo un paio di bivacchi, e non so se per problemi tecnici o per il sopraggiungere del cattivo tempo. Però, ricordando l’espressione delusa di Bruno e Guido nel veder volare nella neve la stecca di sigarette lanciata da Armando, mi sono sempre chiesto se quella stecca per loro non fosse stata più importante e utile di una mazzetta di chiodi da roccia e se in qualche modo non fosse stato uno dei motivi ad avere influito sulla decisione della rinuncia e del ritorno da quella scalata.

 

Oggi, sfogliando la guida alpinistica “CIVETTA” di Oscar Kelemina, credo di non sbagliare a ritenere che quel tentativo sia stato ripreso e portato a compimento da un‘altra cordata molto forte e nota in ambito alpinistico.

Punta TISSI – Quota I.G.M. 2992 – Parete nord ovest – Via del pilastro.

Sergio Martini – Paolo Leoni – Mario Tranquillini dal 17 al 24 luglio 1976

Sviluppo 1346 metri. Difficoltà 6°, A2 e A3. 

sabato, 16 febbraio 2008

CHI È L’ALPINISTA PIÙ FORTE?

postato da gabrielevilla alle 00:27 in storie, storia dell alpinismo

… “ 3. La parete strapiombava per diverse migliaia di metri e volendo salirla rigorosamente dal basso, a costo d'impiegarci anche dieci anni compresa la discesa rigorosamente dall'alto, domandai a Linda se mi avrebbe aspettato...”

Era questo il terzo dei dieci ATTACCHI messi in votazione da lucavisentini blogger d’intraisass nel post del 3 giugno 2007 ed io sperai che non fosse solo una boutade ma che li avrebbe prima o poi sviluppati tutti e dieci e non solo, come da lui dichiarato, il più votato dai lettori del blog. Comunque avrei personalmente votato per questo numero 3, perché, pur nel paradosso, il quesito posto sottintendeva, evidenziandolo mirabilmente, un problema esistenziale proprio dell’alpinista e mi sarebbe piaciuto vederlo sviluppato pur se nello stile ironico di Luca. Dunque, la domanda topica: la lotta con l’alpe, impegnativa e prolungata, che sottrae tempo, forze ed energie nervose, contrasta con i rapporti affettivi e le relazioni amorose?

 

Un problema che già era stato preso in considerazione da un giovane Hermann Buhl ancora ad inizi carriera, il quale in proposito sembrava avere le idee molto chiare quando scriveva nel suo libro “E’ buio sul ghiacciaio”:

<Sovente sono stato visto in compagnia di ragazze, in gita o a valle. Ma non facevo che ridere quando si diceva: “Sì, anche per Hermann sarà presto finita! Se si mette a correr dietro alle ragazze!” Certo, quelle piacenti creature costituiscono un pericolo per più di un alpinista, fuorviandolo dai suoi ideali. Io però mi conosco troppo bene per non sapere fino a qual punto l’elemento femminile può esercitare influenza su di me. Soprattutto in questo periodo, in cui sono invalido, non posso immaginarmi un passatempo più gradito che un’amichevole relazione con un’attraente fanciulla. Ma le montagne sono sempre la legge che domina la mia vita.> 

 

Ma anche del pensiero di Reinhold Messner sulla questione “donne e alpinismo” troviamo traccia nel suo “Due e un ottomila” nel quale racconta un episodio di vita al campo base del Lhotse, datato quindi 1975:

<Finalmente erano arrivate le tanto attese ragazze. Tutti conoscevano già Uschi che era stata presente agli ultimi preparativi, e alla partenza da Milano. Le altre due, Heidi e Ilse, erano conosciute solo per sentito dire. Tutti quanti si accalcavano attorno a loro, non escluso Cassin; bastarono poche ore perché le ragazze entrassero a far parte della comunità. Nelle lunghe serate sedevano anch’esse con noi chiacchierando ed ascoltando le solite canzonacce. Non riuscivano a capire tutto, le espressioni usate si facevano di giorno in giorno più cariche di oscenità, contemporaneamente alla progressiva coscienza dell’esito negativo dell’impresa. Sembrava quasi che ora si dovesse dimostrare a sé e agli altri di essere veri uomini, che la sconfitta non riusciva a menomare. …

… L’arrivo di mia moglie aveva sollevato tanti allegri commenti, ma ora intuivo negli occhi degli altri una diffusa e latente punta d’invidia. …

… Alla sera eravamo sereni più di ogni altro e non poteva essere diversamente. Scherzavamo sui propositi manifestati dagli altri, soprattutto sul fatto di volere partecipare a spedizioni miste. In realtà rimaneva il limite che le donne italiane sono identificate con casa e focolare. Le spedizioni erano cose da uomini e l’alpinismo in particolare era, secondo quasi tutti i miei compagni, una cosa per uomini duri. Chi resiste, naturalmente senza donne, è il più forte.>

 

In quella stessa spedizione al Lhotse c’era però chi la pensava assai diversamente. Era Aldo Anghileri compagno di tenda di Reinhold Messner che, nello stesso libro “Due e un ottomila”, ne riporta alcuni tormentati brani del diario personale:

<Sento un profondo dissidio e non riesco tuttavia a dominarlo. Da una parte vorrei essere l’alpinista Anghileri e come tale realizzarmi scalando questa montagna, dall’altra capisco che ciò non è più importante e che trascorrendo altre settimane sulle pendici di questa gigantesca, pericolosa parete, ruberei tempo a chi mi attende a casa. Questi pensieri affettuosi affliggono me e non giovano a loro. Non riesco più a sopportare il rischio che corro e la lontananza che mi separa da mia moglie e dai bambini. Il prezzo è troppo alto, sia che si tratti di un’esperienza romantica, di un gioco o di una competizione sportiva>.

E siccome il prezzo per lui era troppo alto, abbandonò la spedizione e ritornò ai suoi affetti.

 

Dunque chi è l’alpinista più forte? Quello che sa resistere senza donne? O forse quello che non ha affetti che lo condizionino, a “fuorviarlo dai suoi ideali”, come scriveva Hermann Buhl? Ci sono tanti esempi di forti alpinisti che hanno compiuto grandi imprese da giovanissimi, quando forse l’azione serviva anche a sublimare la mancanza di affetti: mi viene alla mente il “primo” Walter Bonatti, e Andrea Oggioni ed ancora Angelo Ursella (che qualcosa ha lasciato scritto al proposito). Ma se un alpinista ha affetti che lo vincolano, che danno significato alla sua vita, allora deve porsi il problema del protagonista dell’attacco di lucavisentini e chiedere alla sua personale Linda se è disposta ad aspettarlo perché non si tratta solo di sapere chi è il più forte, ma anche chi è onesto e corretto nel rapporto affettivo perché certe scelte di vita (come quelle che fa l’alpinista di spedizione) vanno effettivamente concordate e condivise.

sabato, 19 gennaio 2008

ALPINISTI E BICICLETTE

postato da gabrielevilla alle 00:11 in storie, storia dell alpinismo

Me lo ricordo bene Kurt Diemberger nel 1997 quando venne a Ferrara all’Assemblea Nazionale dei Delegati per ritirare l’attestato di Socio Onorario del Club Alpino Italiano. Allora ero Vicepresidente della sezione CAI di Ferrara che organizzava ed ospitava quell’assemblea, per questo mi avevano affidato il compito di “addetto di sala”, cioè davo informazioni ai Delegati e accompagnavo autorità e ospiti ai posti loro riservati. Lo facevo più che volentieri perché così potevo seguire nel contempo lo svolgersi dell’assemblea ed ascoltare gli interventi che si susseguivano; in particolare ricordo quello di Kurt che mi aveva piacevolmente colpito. Ricordo il suo volto soddisfatto mentre raccontava concisamente i suoi inizi alpinistici ed in particolare il suo primo peregrinare fra Alpi e Dolomiti con la bicicletta del nonno inizialmente per andare a cercare cristalli ed in seguito per raggiungere le montagne da scalare. Nel mio immaginario il massimo dell’avventura alpinistica era rappresentato proprio da quegli alpinisti che avevano vissuto i tempi in cui la bicicletta era un mezzo di locomozione, faticoso fin che si vuole, indispensabile per raggiungere le montagne da scalare e credo che nessuno mai l’abbia saputo raccontare magistralmente come Kurt Diemberger. Il capitolo “La bicicletta del nonno”, nel libro “Tra zero e ottomila” credo sia uno dei più godibili che siano mai stati scritti ed uno di quelli che non ti stancheresti mai di rileggere. Ci sono brani da cui senti trasudare pura passione e le emozioni descritte sembrano “entrare in te”.      

 

Mio nonno m’ha regalato una bicicletta. Un pezzo da museo, anno di costruzione 1909. E’ un fatto che quella bicicletta mi aprì nuovi orizzonti ed insperate possibilità. Cosa importava se questo esemplare era uno dei primi fabbricati dopo gli antidiluviani modelli con la ruota anteriore altissima? E che fosse ancora un po’ più alta delle biciclette normali e che il suo uso richiedesse una tecnica particolare? Tutto questo, anzi, contribuiva a conferirle una ben spiccata personalità. …

 

Paracarri, paracarri, paracarri, e pioggia, pioggia, pioggia… Strade bagnate… pioggia… basse nuvole grigie in cui s’immergono oscuri colossi calcarei… Sono bagnato fino al midollo… Solo… le Dolomiti… grondanti come le mie pedule… di nuovo scendere e spingere la bici… chissà se arriverò oggi a Cortina? …   … Due giorni dopo lascio Cortina. Ho ancora 3000 lire in tasca. Spingo in su verso il Falzarego. Pioviggina. Colossi scuri di calcare che svaniscono nel grigiore delle nubi. Tutto è bagnato, io pure. Le Dolomiti. Finalmente ecco apparire qualcosa. Le Cinque Torri. Le riconosco dalle cartoline illustrate. Sono riuscito finalmente a vedere una cima. Qualche ora dopo le nuvole si rompono e vedo crescere l’enorme Tofana. Che parete, che montagna! E lì, quella candida cupola che emerge dalle nebbie ad occidente! La Marmolada, dev’essere certamente la Marmolada! Il solo monte di ghiaccio, nel regno dei castelli di roccia. Inforco la bici e scendo dal Passo. Una discesa veloce, entusiasmante. Larghe curve a serpentina… Una splendida strada. Pian piano mi asciugo. Sprofondo sempre di più. Il sole è basso all’orizzonte. Gli corro dritto incontro. Ora la pendenza è diminuita. Altri banchi di nubi oscurano il cielo. Qualche persona sulla strada. Davanti a me un paio di case. Alla mia sinistra una profonda vallata. Ecco… un’immensa montagna emerge, stagliandosi contro il cielo scuro, rossa, nella luce della sera. Un’immane schiena di drago con scaglie, pinnacoli… la distinguo sempre più chiaramente. Che grandiosa parete color fuoco… mi manca il respiro, freno, butto la bicicletta al margine della strada! Sono tutto stordito. La montagna sorge a sud, come una visione fantastica. Un organo rovente che sbarra tutta la valle. Un vecchio contadino avanza con passo lento. “Cos’è?” gli chiedo. “E’ la Civetta” risponde con tono indifferente e prosegue la sua strada. La Civetta, non la dimenticherò mai. Anni dopo sarei ritornato per salire la sua grande parete. Ma non la rivedrò mai più così come in quell’istante. …

 

… E dovunque andassi, dovunque giungessi, la gente dimostrava un vivo interesse, a me nuovo, per il ciclismo. Erano davvero tutti molto gentili. Evidentemente nelle Dolomiti, un ciclista era considerato una personalità. Anche se andava in giro con la bicicletta del nonno.

Marmolada, Pale, Civetta mi passarono accanto, ed anche la fortezza del Pelmo, che si erge sopra il piccolo borgo di Santa Lucia… Ed a me l’immagine di quel giardino fatato diventò sempre più nitida, con le sue grandi pietre colorate, le sue formazioni fantastiche, le sue bizzarrie senza limiti. Le Dolomiti, scoperte e conquistate in bicicletta. E l’avventura sempre nuova dello sguardo che si spinge oltre il passo, sull’altro versante. L’avventura di quell’attimo, conseguito dopo ore di sforzi faticosi. Ma chi ama l’avventura, non indietreggia davanti alla fatica, perché evitando l’una, perderebbe l’altra. Che sensazione meravigliosa, quella di scendere poi sull’altro versante, liberi come gli uccelli, senza nessun motore, gustando il vento inebriante della discesa, curva dopo curva! Una gioia tanto maggiore, quanto più grande era stata la fatica per salire dall’altra parte. Anche il ciclista ha un suo perché, come l’alpinista. E nessuno dei due sa spiegarlo.

 

Io posseggo una bici da corsa e sono un modestissimo ciclista, saltuario e scostante, cui piace pedalare soprattutto in salita. Sono pure alpinista, altrettanto modesto, ma accanito quanto basta per riconoscermi nelle sensazioni descritte da Diemberger. E una risposta al perché posto dal grande Kurt io personalmente l’azzardo: ciò che muove il ciclista e l’alpinista, accomunati dalla fatica legata alle due attività, è la passione. Quello che non si riesce a capire è il perché hai dentro di te quella passione, ma la risposta è insignificante perché ciò che conta è averla, la passione, mica capirne il perché.

sabato, 29 dicembre 2007

PRANZI DI NATALE

postato da gabrielevilla alle 00:18 in storie, storia dell alpinismo

Se mi chiedono qual è il giorno in assoluto che ho vissuto e che sento più lontano dalla montagna non devo stare a pensare molto per rispondere: è il giorno di Natale. L’unico ricordo che mi sovviene di un Natale passato in montagna risale all’infanzia ed è legato all’anno in cui frequentai la seconda elementare nel paese agordino di Piaia, dunque avevo sette anni ed il ricordo vivo che mi è rimasto è legato al presepe che preparammo assieme alla zia Marcella e che aveva una caratteristica straordinaria, profumava di muschio vero, perché eravamo andati nel bosco a raccoglierlo ed a me era sembrata una cosa a dir poco eccezionale. Devo aggiungere che, come tutte le persone “normali”, ho sempre rispettato il detto “Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi”, ma come alpinista ho sempre segretamente desiderato passare un Natale in una baita, o in un bivacco fisso o da qualche parte su di una qualsiasi montagna, adattandomi però sempre al rito del pranzo in ambito familiare. Anche quest’anno non è sfuggito alla consuetudine ed anche quest’anno, così come tante altre volte, tra una portata di pesce e l’altra, la mente è corsa a quel nascosto e mai realizzato desiderio, sicché arrivato a casa dopo avere saziato lo stomaco ho preso un libro dalla biblioteca con l’intento di saziare la fantasia.

 

Al mattino del 25 dicembre, un martedì, la sveglia al campo III è alle cinque. La giornata è bella e sento che i miei compagni si preparano con entusiasmo. Decidiamo di suddividerci in due gruppi: inutile partire tutti insieme perché, prima di arrivare dove avevo deciso di installare il quarto campo, si dovevano attrezzare altri duecento metri di un canale di ghiaccio con una pendenza di circa settanta gradi…
…Qui inizia la salita vera e propria. Ci si arrampica nel diedro per tutta la sua lunghezza (lasciamo due staffe, una di dieci metri metallica e una da due metri di legno) e, raggiunto il nevaio, lo si risale in verticale per due lunghezze di corda, fino ad arrivare sotto a una paretina liscia, che non offre appigli. Si obliqua allora verso destra, su una cengia nevosa, per tre lunghezze di corda scarse e si arriva sotto un tratto verticale di rocce rotte. Si risale per circa venti metri questa paretina di roccia mista a ghiaccio, nella quale lasciamo una staffa metallica da dieci metri…
…le tre cordate che ci hanno preceduto sono impegnate un centinaio di metri sopra di noi, ma siamo oramai al primo pomeriggio, fa caldo e la parete inizia a scaricare: proseguire sarebbe pericoloso, per cui ridiscendono alla tendina che frattanto abbiamo piazzato.
“Ora che siamo tutti insieme – dice Sandro Liati – possiamo finalmente mangiare qualcosa”, ma ci accorgiamo che avevamo portato con noi soltanto materiale alpinistico e tende: solo io avevo nel sacco un po’ di viveri , perché avevo programmato di fermarmi in quel punto con Mariolino. Sandro ha in mano un sacchetto di frutta secca e dice: “Beh, mangiamoci questa, vorrà dire che il Natale lo faremo a casa”. Scoppiamo in una grande risata. Mentre penso che, anche rimanendo solo in due al campo IV, i viveri che avevo portato erano scarsi, vedo Corti girato di spalle che sta succhiando qualcosa. Sospettoso gli chiedo: “Cosa stai mangiando di buono?” Claudio si gira e mi dice: “La dentiera. Posso offrire?”. Altre risate contribuiscono a tenere alto il morale.
Mentre i compagni iniziano allegramente la discesa verso il campo III, io e Mariolino ci attrezziamo per la notte, fissando la tenda il più saldamente possibile. E’ ormai sera e, dopo avere mangiato una minestrina e del gorgonzola, mi metto in contatto radio con i compagni al campo III. Mimmo mi dice di aver preparato dolci per tutti per festeggiare il Natale. Incuriosito gli chiedo come fosse riuscito a farli e mi risponde: “Con il pane ammuffito che c’era; per togliergli l’odore gli ho messo delle acciughe!”. “Chissà che porcheria!” gli dico ridendo. Ci scambiamo ancora una volta gli auguri e ci infiliamo nei sacchi a pelo: fuori c’è nebbia e pioviggina. Speriamo che domani migliori.

 

Quello fu il Natale del 1973 nel racconto di Casimiro Ferrari su “Cerro Torre. Parete Ovest” (Collana “Exploits” della Dall’Oglio editore – 1975). Il 13 gennaio del 1974 Casimiro Ferrari, Mario Conti, Pino Negri e Daniele Chiappa, del Gruppo dei Ragni di Lecco, arrivarono a mettere piede sulla vetta del Cerro Torre in uno dei giorni più memorabili dell’alpinismo patagonico. 

sabato, 22 dicembre 2007

1924: I PRIMI CHIODI DA GHIACCIO

postato da gabrielevilla alle 00:07 in storia dell alpinismo

Di certo ad inizio del secolo scorso le notizie giravano meno veloci rispetto ad oggi, ma nemmeno correvano il rischio di confondersi in un grande calderone onnicomprensivo, come succede in questo nostro secolo ventunesimo dominato dalle tecnologie e da internet, nel quale sembra sempre dover prevalere la velocità (se non la fretta) anche a scapito della precisione e della qualità dell’informazione. Sarà probabilmente proprio per questo che certi “passaggi” evolutivi della storia dell’alpinismo sono rimasti così perfettamente tramandati nelle precise descrizioni fatte su diari scritti di pugno, relazioni tecniche e su carta stampata? E’ interessante notare come certe fasi evolutive dell’alpinismo siano dovute a uomini di indubbio talento e capacità nelle cui azioni prevale la passione piuttosto che la pur comprensibile ambizione, si riconosce l’intuizione creativa piuttosto che l’ambizione personale, si vede la spontaneità delle azioni piuttosto che il calcolo e magari s’intuisce come la fortuna di un incontro casuale fra due uomini di questo tipo favorisca il maturarsi delle condizioni perché si realizzi l’evento storico. Allora la cronaca di quell’evento non è più solo storia, ma diventa “avventura umana”, patrimonio di tutta una comunità. Bella da leggere e da rivivere, stimolante da (ri)raccontare, con le parole di Eric Roberts tratte dal libro Willo Welzembach – La vita, gli scritti, le imprese – Collana “I licheni” della Vivalda Editori - 1994.

 

Un fortunato casuale incontro. Era l’agosto del 1923 quando all’hotel Monte Cervino di Zermatt, di ritorno dalla traversata Cervino-Dent d’Herens, Willo Welzembach fu presentato da Hans Pfann a Fritz Rigele. Un incontro casuale dal quale doveva nascere una fruttuosissima collaborazione. Rigele, rappresentante della vecchia scuola particolarmente avventuroso nonostante la cecità da un occhio e Welzembach, emblematico uomo di spicco nella schiera dei giovani e ambiziosi rappresentanti della cosiddetta scuola di Monaco, erano uniti dal medesimo interesse per lo sviluppo della tecnica di ghiaccio. Così ne scrive Welzembach nel suo diario: “La prima volta incontrai Fritz Rigele a Zermatt e sebbene avesse quasi il doppio dei miei anni (*) riconobbi subito in lui una di quelle persone eternamente giovani, rappresentante della vecchia scuola sì ma interessato ai giovani scalatori e alle loro innovazioni ed entusiasta di affrontare le vie più dure. Interessi e opinioni comuni saldarono ben presto il nostro legame e Rigele suggerì una scalata assieme. …mi parlò di una parete ancora vergine a causa della tremenda ripidezza e dei suoi strapiombi di ghiaccio, una muraglia inviolata che aveva fino ad allora respinto ogni tentativo.” Quella parete era la nord ovest del Grosses Wiesbachhorn nella regione del Glockner ed entrò nei loro piani per l’estate del 1924.

(*) Nell’agosto del 1923 Fritz Rigele aveva 45 anni, Willo Welzembach appena 23.

 

Il contesto “storico” di quell’incontro. Negli anni fra il 1860 e il 1870 erano state effettuate con sorprendente audacia alcune notevoli vie di neve e ghiaccio come il Couloir Pallavicini sul Grossglockner e la est del Rosa. In un periodo che vedeva respinti molti dei tentativi su difficili pareti rocciose la tecnica del gradinamento unita a eccezionali prestazioni psicofisiche rendeva così possibili queste belle imprese su ghiaccio. Negli anni seguenti però dovevano avvenire giganteschi progressi nella tecnica di roccia. L’introduzione del chiodo da roccia e la rapida diffusione di questo e del moschettone a cavallo del secolo e prima della Grande Guerra avrebbero radicalmente rivoluzionato le vecchie concezioni. Il chiodo usato anche per la progressione rese possibili passaggi prima impensabili senza contare la sicurezza ottenuta nelle soste e per il primo di cordata. Per contro la tecnica di ghiaccio ristagnava. Eckenstein aveva prodotto ramponi più leggeri e un tipo di piccozza più corta ma, come osservava Rigele <anche con questa attrezzatura i tratti verticali o comunque di pendenza superiore a 75° non possono essere superati>. La tecnica di ghiaccio andava reinventata. Già molti anni prima Rigele aveva avuto l’idea di piantare direttamente nel ghiaccio – per assicurazione e progressione - i chiodi come si faceva sulla roccia. Questo pensiero determinò la nascita del chiodo da ghiaccio che Rigele iniziò a costruire dopo una fraintesa conversazione con Hermann Angerer nel 1922. Sorpreso dalla notte sulla parete nord ovest del Schrammacher nelle Alpi di Zillertal, Angerer aveva piantato un chiodo in una roccia emergente dal pendio per appendervi la lanterna e poter così intagliare ancora gradini. Rigele capì invece che il chiodo era stato piantato nel ghiaccio e fu stimolato da questo episodio a mettere in atto la sua vecchia idea. Col colonnello Georg Bilgeri provò dei prototipi su un muro di ghiaccio sul ghiacciaio Krimmler nella regione del Venediger, e con piacevole sorpresa si accorse che un chiodo di acciaio piantato nel ghiaccio si salda immediatamente. Per il Wiesbachhorn Rigele aveva tre chiodi (forgiati su sua indicazione dal fabbro locale Hilzensauer nella cittadina natale di Saalfelden) lunghi circa venti centimetri a sezione rettangolare cava con testa svasata e di acciaio più duro di quello usato per i chiodi da roccia; disponeva inoltre di un certo numero di chiodi convenzionali. Così equipaggiati Rigele e Welzembach potevano applicare al ghiaccio la tecnica di roccia.

La nascita di una tecnica. Così descrive Welzembach nel suo diario le fasi cruciali della scalata: “…Un muro si ergeva quasi verticale per una decina di metri per poi adagiarsi ma molto gradualmente. Alla sosta sotto il tratto verticale dovevamo aderire alla parete per non perdere l’equilibrio (*). Il primo di diversi chiodi entrò nel ghiaccio e gradino dopo gradino e tacca dopo tacca ci innalzammo sul muro; le dita intirizzite afferravano quegli appigli minimi sollevando lentamente il corpo. Forzavamo la via metro dopo metro e ho ancora vividi in mente i particolari: sopra di me Rigele sostava aderendo alla parete; con cautela per non farsi sbilanciare dal movimento della piccozza, intagliava un gradino dopo l’altro aprendosi la via da vero maestro. Con attenzione totale osservavo i suoi movimenti senza perdere di vista lo scorrere della corda che guardavo ansioso sperando ardentemente che riuscisse ad arrivare alla sosta seguente. La corda non bastava cosicché Rigele mi ordinò di seguirlo. A passi felpati mi innalzai saggiando guardingo ogni gradino, conscio che la posizione di Rigele richiedeva un grandissimo sforzo. Urlò concitato <presto non posso rimanere così a lungo!>. Un pensiero mi attraversò come un lampo la mente <se adesso cade che Dio ci aiuti>. Raggiunto il chiodo seguente e assicuratomi vidi più chiaro e urlai <vai avanti>. Rigele riprese immediatamente ad avanzare e sparì subito dopo alla mia vista causa una cornice che chiudeva il campo visivo sulla destra. Ancora pochi metri e il passaggio chiave era superato. Mi urlò entusiasta <Sali quando sei pronto>. Il compito che mi aspettava non era semplice, dovevo estrarre i chiodi saldamente piantati e il braccio destro soffriva di violenti crampi nel brandire la piccozza con una sola mano, mentre le dita della sinistra intirizzivano e divenivano insensibili al contatto col ghiaccio gelido. Alfine riuscii, il peggio era passato anche se ci aspettavano ancora diverse lunghezze”.

(*) La pendenza di questo rigonfiamento cui la parete deve molta della sua fama fu stimato da Welzembach di 75/80 gradi, come si rileva dalla sua relazione per il Club Alpino Accademico di Monaco nell’annuario 1923/24. La fascia è al giorno d’oggi molto ridotta e misura circa 50/60 gradi.

Il piacere e la consapevolezza dell’impresa. Così conclude Willo Welzembach nel suo diario il racconto di quella scalata divenuta storica: “Poco dopo i due avventurosi sedevano felici sulla sommità del Wiesbachhorn. Costantemente ai limiti della resistenza per tutta la salita potemmo alfine rilassarci godendo con comodo del panorama. Le ore sulla cima appena raggiunta come questa sono momenti di perfetta gioia nella vita di un alpinista. La felicità dell’altezza combinata con il piacere di una battaglia vittoriosa determinano un senso di armonia nei nostri cuori. Sono soddisfazioni inscindibili dalla pratica dell’alpinismo estremo e ne costituiscono la mira e il fine. A malincuore iniziammo la discesa”.

 

Considerazione finale: “… a malincuore iniziammo la discesa…”. Io credo che una conclusione più bella non potesse esserci per questa avvincente pagina della storia dell’alpinismo.

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sabato, 10 novembre 2007

UN PRIMATO CHE NON HA CLASSIFICA

postato da gabrielevilla alle 00:29 in storia dell alpinismo

Ci sono primati che non hanno classifica, nemmeno sono misurabili con numeri o con tempi, eppure possono avere un grande significato per chi ne voglia cogliere i valori morali. Fra quelli che io considero “primati”,  uno in particolare attribuisce grande valore all’uomo che lo detiene, ne dà misura dell’alto profilo morale, della forza fisica e caratteriale. Leggetene il racconto fatto dal protagonista in un suo libro e, se conoscete un po’ la storia dell’alpinismo, non faticherete a riconoscere chi è, né quando e dove ciò che racconta è avvenuto.

 

Ci fermiamo su un piccolo spallone di neve: sono le 16,45. Tra due ore il sole tramonterà. La cima è ancora lontana. Il breve tratto, oltre la forcella, ci è costato due ore di fatiche e di sforzi. Con ogni probabilità, potremo raggiungere la vetta soltanto a notte fonda. Se la raggiungeremo. E dopo? Dobbiamo constatare tristemente che è troppo tardi. Il pensiero della rinuncia è amaro… Ma a questo ritmo sarebbe pazzesco proseguire oltre. E se ce la facessi da solo? Prego Hermann di lasciarmi tentare. Lui acconsente, sa quanto desideri raggiungere la cima. Gli sono grato, non avrà molto da spettarmi, voglio essere di ritorno il più presto possibile. E poi discenderemo insieme. Vorrei dire ancora una buona parola al mio amico. Ma so che non riuscirei a consolarlo. Sta seduto sulla neve e guarda lontano… Parto. Devo salire alla svelta. Forse avrò ancora il tempo sufficiente ed oggi mi sento proprio in forma! Il pendio che porta all’anticima è erto. Ansimo. Ora la cima di mezzo è sotto di me. Stringo i denti, il mio ritmo è troppo veloce! Però sono deciso a non rallentare il passo. Mi appoggio sui bastoncini da sci e prendo fiato. Ho come un capogiro. Però ho fatto molto presto. Vedo laggiù Hermann seduto: sta sempre guardando da quella parte. Tra breve sarò di ritorno. Avanti, lì è la vetta! Molto lontana ancora? Diciamo un’ora. Dove sono ora Fritz e Markus? Certamente stanno già scendendo. Chissà se li incontrerò presto? Ecco due puntini sul pendio della cima! Sono loro! Procedono verso l’alto! Adesso sono quasi arrivati in vetta! Che cosa sto a guardare? Non ho un attimo da perdere! Vado all’assalto delle grandi gobbe con una feroce decisione. Ora il terreno è orizzontale, la roccia cede alla neve. Procedo il più velocemente possibile, aiutandomi coi bastoncini. Non guardo quasi né a sinistra né a destra, tutta la mia attenzione è rivolta all’itinerario che devo percorrere, gli occhi fissi pochi metri davanti ai miei piedi. La cima si avvicina sensibilmente. Respiro a scatti, sbuffo come una locomotiva. Ma non devo fermarmi ora, altrimenti mi sentirei in preda al capogiro, come prima. Eccomi giunto all’ultimo pendio che porta in vetta. Sento le ginocchia molli. Avanti! Ancora un breve tratto! L’inclinazione aumenta. Il mio cuore batte come impazzito. Ma ecco le ultime rocce, ecco lì il nevaio sommitale, lì stanno Markus e Fritz… Hanno giusto finito di scattare le foto della cima e stanno per ridiscendere. E così, poco dopo, mi ritrovo solo. Guardo indietro, esausto, verso l’anticima: ho impiegato solo mezzora per giungere fin qui, posso ben permettermi una piccola sosta. Salgo ancora un paio di metri, fino alle orme più alte: lì comincia la grande cornice sommitale. Butto lo zaino sulla neve. Ben presto il ritmo del respiro ritorna regolare, e poco dopo non ho nemmeno più la sensazione che l’aria sia tanto rarefatta. Tutt’intorno a me, ovunque guardo, un mare di cime… Una solitudine immensa. Vi è qualcosa di incomprensibile in questo paesaggio. Non saprei definirlo. Poi il mio sguardo si abbassa, ritorna alla linea di neve, davanti ai miei occhi. Qui ha termine il Broad Peack. Accarezzo l’arco bianco con il bastoncino. Non vi salgo sopra. E’ ora di ritornare, Hermann sta aspettando. Ed eccomi di nuovo sul nevaio sommitale. Sto per scendere. Ma improvvisamente mi fermo. Mi guardo intorno. Che vuoi ancora? Hai visto tutto. Sei stato su. Cosa aspetti? Non lo so… Sono davvero felice? Era questo il momento che avevo sognato sin da quando avevo incominciato a salire sulle montagne? Giù, sulla cresta c’è Hermann col quale avevo pensato e desiderato di raggiungere la cima. E la vetta? Sì, ha suscitato in me grandi impressioni, il panorama è stato indimenticabile: ma quanto più luminosa era l’immagine della mia fantasia! Mi fermo. Guardo indietro la cima. Vedo distintamente le orme nella neve. Sì, è finito. Stavo su. E’ stato il momento culminante della mia vita d’alpinista, è stata la realtà. Quanto diversa! Peccato! L’immagine di sogno sbiadisce. Tutto è così silenzioso, qui; ed io sono stanco, solo…   

 

Così scriveva il venticinquenne Kurt Diemberger dopo avere raggiunto la vetta del Broad Peack il 9 giugno 1957, con quel senso di insoddisfazione che l’avere lasciato l’amico Hermann solo ed esausto gli aveva procurato. Ma Hermann Buhl, dopo essere rimasto per un po’ seduto sullo spallone di neve, si era sentito meglio ed aveva deciso di salire con quell’incredibile tenacia che era nel suo carattere, fino ad incontrare i due compagni che stavano scendendo. Da loro aveva saputo che poco più di un’ora lo separava dalla cima e lui decise che l’avrebbe raggiunta, a costo di arrivare su a notte, come già aveva fatto al Nanga Parbat e pure quella volta da solo. Chissà se aveva pensato all’amico Kurt che era andato avanti da solo e che di certo in vetta ci era già arrivato... Lui lo avrebbe atteso rischiando un bivacco nella notte che oramai stava per arrivare incipiente? Ma forse non pensò a nulla Hermann, come nemmeno Kurt, oramai in discesa, s’immaginava di incontrare il suo amico Hermann deciso ad andare in vetta …