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venerdì, 20 giugno 2008

L’INVENTORE DELL’ALPINISMO MODERNO (2 di 2)

postato da gabrielevilla alle 17:14 in storia dell alpinismo

Un libretto con copertina in cartoncino di un colore che sembra di carta ingiallita, 142 pagine edite da Savelli Editori in Milano nel settembre del 1981, un titolo “Le prime ascensioni al Monte Bianco” e un sottotitolo in corsivo minuscolo “le avventurose scalate di un naturalista del ‘700 al gigante delle alpi”. E’ la storia di “Horace Benedict De Saussure (1740–1799), naturalista, professore di Filosofia naturale, ginevrino, che dà avvio alla gara per la conquista del Monte Bianco, ma è anche l’inventore dell’alpinismo moderno, il fine osservatore di usi e costumi e geografia umana, lo scienziato e il romantico, lo scrittore infine che ci ha regalato un’autentica gemma che sono i suoi “Voyages dans les Alpes”.

Quello stimolo “economico” era di certo servito a dare incentivo ai tentativi di salita per trovare infine la strada di accesso alla vetta del Monte Bianco, quella stessa che Horace Benedict De Saussure avrebbe avuto in animo di seguire a sua volta non appena ne avesse avuto certezza.
Dovette attendere non poco De Saussure perché ciò potesse avvenire: qualcosa come 26 anni!

E dopo 26 anni di attesa (ed a 46 anni di età) aveva ancora la stessa voglia di quando ne aveva 20 di anni? Voleva ancora raggiungere quella cima così inaccessibile e lontana? E’ lui stesso a fornire la risposta attraverso le parole del suo diario:

“Varie opere periodiche hanno fatto sapere al pubblico che nel mese di agosto del 1786 due abitanti di Chamouni, il Signor Paccard, dottore in medicina, e la guida Jaques Balmat, avevano raggiunto la cima del Monte Bianco, che fino ad allora era stata considerata inaccessibile. Lo venni a sapere il giorno dopo e partii immediatamente per tentare di seguire le loro tracce. Ma sopraggiunsero delle piogge e delle nevi che mi costrinsero a rinunciare per quella stagione. Lasciai a Jaques Balmat l’incarico di visitare la montagna fin dall’inizio di giugno e di avvertirmi appena il cedimento delle nevi l’avrebbe resa accessibile. Nel frattempo me ne andai in Provenza a fare, sulla riva del mare, degli esperimenti che dovevano servire da termine di paragone con quelli che mi ripromettevo di tentare sul Monte Bianco”.

Questo conferma che lo scopo scientifico stava alla base dell’interesse di De Saussure per la vetta del Monte Bianco, ma tanta determinazione rivela certamente anche un interesse più propriamente “alpinistico”, anche se l’alpinismo, come noi lo intendiamo oggi, allora ancora non esisteva e fu proprio lui ad “inventarlo” e nel 1787 lo concretizzò:

“Nel mese di giugno Jaques Balmat fece due tentativi inutili; comunque mi scrisse per dirmi che era certo che ci si potesse arrivare nei primi giorni di luglio. Partii allora per Chamouni. A Sallenche incontrai il coraggioso Balmat, che veniva a Ginevra ad annunciarmi i suoi nuovi successi; il 5 luglio era salito sulla vetta della montagna con altre due guide. Pioveva quando arrivai a Chamouni e il cattivo tempo durò circa quattro settimane. Ma ero deciso ad aspettare fino al termine della stagione, piuttosto che mancare il momento favorevole. Questo momento desiderato arrivò infine ed io mi misi in cammino il 1° agosto, accompagnato da un domestico e da diciotto guide, che portavano i miei strumenti di fisica e tutta l’attrezzatura di cui avevo bisogno. … Benché in linea retta ci siano soltanto due leghe e un quarto da Prieuré di Chamouni alla vetta del Monte Bianco, quella scalata ha preteso sempre almeno diciotto ore di cammino, perché ci sono dei brutti passaggi, delle deviazioni e all’incirca mille e novecentoventi tese da salire”.

Non credo che il termine “scalata” potesse essere parte del vocabolario di fine settecento, più probabilmente lo si deve al traduttore degli scritti, tuttavia la frase nel suo insieme non sembra tanto appartenere ad uno scienziato soddisfatto dei suoi esperimenti, quanto ad un alpinista orgoglioso della sua impresa e lo si percepisce anche nella descrizione delle fasi della salita che De Saussure offre con dovizia di particolari, anche di contenuto “tecnico”, sensazione che viene infine confermata da quanto lo stesso de Saussure scrive durante il ritorno dalla cima.

“Più tardi cenammo allegramente e di ottimo appetito; dopodiché trascorsi sul mio piccolo materasso una notte eccellente. Soltanto allora mi rallegrai per aver portato a termine quel progetto che aveva preso forma ventisett’anni prima; progetto che avevo così spesso abbandonato e poi ripreso e che era per la mia famiglia una continua fonte di apprensioni e di ansie. Ne avevo fatto quasi una malattia: i miei occhi non potevano cadere sul Monte Bianco senza che fossi preso da una sorta di doloroso trasporto”.

E ancora, una volta rientrato nella sua casa di Ginevra, “… da dove rividi il Monte Bianco con un vero piacere e senza provare quel sentimento di turbamento e di dolore che mi procurava prima”. E queste non sono le parole di uno scienziato, ma (mi piace ripeterlo) proprio quelle di un alpinista, anzi di più: dell’inventore dell’alpinismo moderno, Horace Benedict De Saussure.    
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sabato, 07 giugno 2008

L’INVENTORE DELL’ALPINISMO MODERNO (1 di 2)

postato da gabrielevilla alle 00:03 in storia dell alpinismo

Un libretto con copertina in cartoncino di un colore che sembra di carta ingiallita, 142 pagine edite da Savelli Editori in Milano nel settembre del 1981, un titolo “Le prime ascensioni al Monte Bianco” e un sottotitolo in corsivo minuscolo “le avventurose scalate di un naturalista del ‘700 al gigante delle alpi”. E’ la storia di “Horace Benedict De Saussure (1740–1799), naturalista, professore di Filosofia naturale, ginevrino, che dà avvio alla gara per la conquista del Monte Bianco, ma è anche l’inventore dell’alpinismo moderno, il fine osservatore di usi e costumi e geografia umana, lo scienziato e il romantico, lo scrittore infine che ci ha regalato un’autentica gemma che sono i suoi “Voyages dans les Alpes” da cui è tratto questo libro pubblicato ora per la prima volta in italiano”. Così sta scritto nella presentazione.

Lo comprai su consiglio di Gino, un amico socio del CAI che lavorava in una libreria, ma quando cominciai a leggerlo lo trovai noioso, assai “lento”, con quei meticolosi racconti di viaggio e quelle descrizioni dettagliate dei luoghi e delle genti che vivevano ai piedi del Monte Bianco. Ebbi però la pazienza di continuare la lettura, vincendo quella iniziale sensazione e, pian piano riuscii a calarmi nello spirito di quel grande ed appassionato viaggiatore che era De Saussure. Entrai gradatamente nella “lentezza” del fine ‘700, riuscii ad immedesimarmi nello scorrere del tempo e nei mezzi di trasporto di due secoli prima, passando dagli aerei e dalle automobili dei nostri tempi alle carrozze trainate da cavalli, dai rifugi alpini e dai comodi alberghi di fondo valle a situazioni logistiche oggi assolutamente inimmaginabili.

Un esempio? Da <Viaggio intorno al Monte Bianco (1774-1778)>

“Chamouni, i suoi abitanti, il suo clima, ecc. – I primi stranieri di cui si abbia notizia, che la curiosità di vedere i ghiacciai attirò a Chamouni, guardavano indubbiamente a questa valle come ad un riparo di briganti visto che ci andarono armati fino ai denti, accompagnati da un gran numero di domestici anch’essi armati; non osarono entrare in nessuna casa; si accamparono con le tende che si erano portati dietro e tennero i fuochi accesi e le sentinelle di guardia durante tutta la notte. La gente della nostra città e dei dintorni dà al Monte Bianco e alle montagne coperte di neve che lo circondano il nome di Montagne maledette; ed io stesso durante la mia infanzia ho sentito dire da alcuni contadini che quelle nevi eterne erano l’effetto di una maledizione che gli abitanti di quelle montagne si erano attirati con i loro crimini. Fino a quando questa brava gente non è stata conosciuta come lo è oggi, questa opinione superstiziosa, per quanto assurda sia, ha potuto alimentare un’idea sfavorevole che si era estesa anche a persone superiori a simili pregiudizi”.

Per me quella lettura costituì un’esperienza interessante, l’occasione di comprendere a pieno la passione e l’interesse scientifico che aveva mosso le azioni di uno dei padri riconosciuti dell’alpinismo di “scoperta”, il suo autentico spessore e valore storico così mirabilmente descritto nella prefazione dello stesso libro:

“Questa è la storia di una “malattia” di quelle dal lungo decorso che abbracciano tutta una vita. Oppure è il resoconto di come nacque e si affermò quell’attività ludica ed apparentemente del tutto gratuita ed insensata che avrebbe preso il nome di alpinismo. Oppure è la vicenda di un uomo solitario dotato di una salute mediocre e di un fisico poco adatto alle grandi imprese, un professore, un naturalista, che si è assunto l’onere di uscire dal seminato e di far molto rumore, spazzando via un bel numero di idee preconcette e di comode rinunce assai borghesi: un precursore, un distruttore di abitudini, il piccolo uomo che sale sulla montagna incantata per contemplarvi il cielo e dare uno sguardo a quei puntini neri che il cannocchiale rivela per i suoi consimili rimasti pedestremente giù nelle valli. Da questo punto di vista, lo scopritore è anche un cittadino che si aggira per miti e leggende, con il suo bagaglio di spirito scientifico, il suo laicismo radicato, un sano ecologismo ante litteram e soprattutto un’ottima dose di formidabile follia”.

Una descrizione che ce lo rende pure simpatico anche per la carica “rivoluzionaria” che assume in rapporto ai tempi in cui viveva, per quel grande spirito di scoperta e sperimentazione che lo pervadeva, quella cocciuta passione che lo animava e non ultima quella “formidabile follia” che lo spingeva a portare avanti azioni fuori da ogni regola borghese, come quella per cui è da tutti  conosciuto, e citato, nella storia della conquista del Monte Bianco e che così lui stesso aveva descritto nei suoi diari di viaggio:

“Nelle mie escursioni a Chamouni, nel 1760 e 1761, avevo fatto affiggere in tutte le parrocchie un avviso che avrei dato una ricompensa consistente a coloro che avessero trovato una via praticabile per arrivare alla cima del Monte Bianco. Avevo anche promesso di pagare la giornata a coloro che avessero fatto dei tentativi infruttuosi. Queste promesse non portarono a nulla. Pierre Simon tentò una volta dalla parte del Tacul, un’altra dalla parte del Glacier des Bossons e se ne tornò indietro senza alcuna speranza di successo. Tuttavia, quindici anni dopo, cioè nel 1775, quattro guide di Chamouni tentarono di arrivarci attraverso la Montagne de la Cote… ci sono alcune difficoltà da superare per entrare su quei ghiacci e per attraversare i primi crepacci, ma una volta superati questi primi ostacoli sembra che rimanga solo la lunghezza del percorso e la difficoltà di fare in un sol giorno l’ascesa e il ritorno. Dico in un giorno perché la gente del posto non crede che ci si possa azzardare a passare la notte su quelle nevi”.
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venerdì, 09 maggio 2008

ADDIO GRANDE VECCHIO

postato da mauroloss alle 12:30 in alpinismo, storia dell alpinismo
Bruno Detassis, il Re del Brenta, il patriarca degli alpinisti trentini si è spento, ieri sera nella sua casa di Madonna di Campiglio.
Bruno nasce a Trento nel 1910 da una famiglia operaia. Inizia a lavorare come fabbro ancora giovanissimo e al contempo frequenta le scuole serali, poi lavora in fonderia e impara il mestiere di idraulico. Sempre giovanissimo, aveva 16 anni, sale da capo cordata la Normale alla cima Paganella e capisce che la sua vita sarà dedicata alla montagna.
Il Gruppo del Brenta diventerà la sua seconda casa prima gestendo il Rifugio 12 Apostoli e poi dal 1949, il Rifugio Brentei. Il Brenta sarà anche il palcoscenico sui cui Bruno disegnerà i suo capolavori e le sue linee logiche e ardite (la via Trento alla parete nord est della Brenta Alta e la via delle Guide alla parete est del Crozzon di Brenta solo per citarne alcune) su cui l'imperativo sarà sempre il cercare "il facile nel difficile" .
Teatro delle sue realizzazioni non sarà solamente il Gruppo del Brenta con Ettore Castiglioni forma un sodalizio che realizzerà numerose nuove aperture sulle parti delle Pale di San Martino e in Marmolada. Nel 1957 partecipa, assieme ad alpinisti del calibro di Marino Stenico e Luciano Eccher alla prima spedizione trentina in Patagonia.
Sarà, nel 1941, il primo direttore del primo corso roccia della neo costituita Scuola di Alpinismo e Scialpinismo Giorgio Graffer e di cui, negli anni successivi, sarà parte attiva dell'organico.
Oggi il mondo della montagna ha perso non solamente un personaggio carismatico ma una persona che amava profondamente la montagna e soprattutto la rispettava.
 
Ciao vecchio Saggio, Ciao Re del Brenta, Ciao Bruno.
sabato, 29 marzo 2008

ALPINISMO MITOLOGICO

postato da gabrielevilla alle 00:42 in storia dell alpinismo

Ci sono vecchi libri di alpinismo che uno non si stancherebbe mai di rileggere, alcuni capitoli di questi anche più volte, soprattutto le biografie degli alpinisti che in seguito sono diventati dei “grandi” e che in quei libri hanno descritto ascensioni ed avventure che sono diventate pagine di storia. Una storia che non è solo fatta dalla difficoltà della scalata o dai dettagli tecnici dell’impresa ma anche dal racconto del prima e del dopo, quando avvicinamenti alla montagna e rientri a casa erano da fare in bicicletta e costituivano parte integrante dell’avventura con il loro supplemento di fatiche.
Alcune di queste pagine sono e rimangono mitiche. 

 

Mi attende una vera e propria tortura: 1100 metri di dislivello su una distanza di 20 chilometri, fino al Passo del Maloja. In capo a due ore ce l’ho fatta: alle 8 di sera mi trovo sul colle. Ora ho dinanzi a me 140 chilometri di stradone. Speriamo che non succeda qualche guaio alla bicicletta, altrimenti dovrei proseguire a piedi…

…La notte stende le sue nere ali sui monti e sulle valli. Seguo la chiara striscia della strada, che si perde nel buio notturno, e accumulo chilometri su chilometri. Così per ore interminabili discendo la valle al ritmo costante del mio motore muscolare. Alle 2 passo la frontiera svizzero-austriaca a Martinsbruck. Continuo a pedalare meccanicamente, come in sogno. Sempre più spesso mi sento vincere dalla stanchezza e solo chiamando a raccolta tutte le energie riesco a tenermi sveglio. A oriente, l’orizzonte si rischiara a poco a poco: sorge un limpido, fresco mattino. Ancora 15 chilometri fino a Landeck! Diritta, in leggera discesa, la strada segue il corso dell’Inn fino al ponte di Pontlatz. Leggere e silenziose le ruote volano sull’asfalto. Ma ecco… uno schianto improvviso, e mi arresto di botto, violentemente. In un batter d’occhio descrivo nell’aria un vasto cerchio, come un luccio preso all’amo, picchio la testa contro un qualcosa di duro, faccio una capriola e mi sento immerso in un elemento umido e freddo. Ancora ubriaco di sonno, spalanco gli occhi. Un’ampia superficie d’acque si stende dinanzi…

…Ora capisco dove sono andato a finire: nell’Inn! L’acqua mi arriva al collo, ed è l’acqua delle grandi piene! Il fresco sgradevole di questo insolito soggiorno mi sveglia in un baleno. Ecco là la mia fedele bicicletta e il sacco. Stanno appunto per svignarsela all’inglese, quando riesco ad afferrarli in extremis…

…Le 4,30 del mattino: un’ora niente affatto propizia per un bagno in un gelido e impetuoso torrente!...

…Ora, bicicletta in spalle m’incammino a piedi. Debbo digerirmi alcuni chilometri per raggiungere la prima casa, l’<Albergo della vecchia Dogana>. Dopo lunghe ore di attesa, durante le quali i miei abiti incominciano pian piano ad asciugarsi, una corriera mi porta a Landeck. La civiltà, il mondo della pianura mi hanno ripreso nel loro grembo. Ma che importanza possono mai avere fatiche e privazioni, un bagno involontario, una bicicletta ammaccata e il raffreddore che ne seguì? Tutte piccolezze in confronto alla indimenticabile esperienza donatami da simile grande impresa. Le sofferenze fisiche, i disagi svaniscono presto; la bellezza invece perdura incancellabile nel ricordo.

 

Era il grande Hermann Buhl a raccontare il rientro dalla “indimenticabile esperienza donatami da simile grande impresa”, conclusasi con quel bagno imprevisto nelle acque del fiume Inn. Aveva allora 28 anni, essendo nato ad Innsbruck il 21 settembre 1924, e l’impresa era stata la prima salita solitaria (e decima assoluta a 15 anni dall’apertura nel 1937) della via Cassin alla parete nord-est del Pizzo Badile, compiuta domenica 6 luglio 1952, dopo essere arrivato in Val Bondasca con la fida bicicletta. Una salita “lampo” che Buhl racconta senza alcuna enfasi ed i cui tempi emergono dal racconto con semplicità.

 

“Avevo caricato la sveglia alle 2, ma destandomi m’accorgo con spavento che è già chiaro. Consulto l’orologio: le 4! Non ho udito la sveglia. Mi preparo in fretta e furia, faccio colazione camminando…
…Alle 6 in punto, abbandonando agevolmente la neve, attacco la roccia…

…Viene poi una serie di magnifici passaggi, finchè alle 8 abbordo il nevaio nel mezzo della parete. Mi installo su un masso caldo, vi indugio un poco a riprendere fiato, raccogliendo fresche energie in vista delle prossime difficoltà…
…La vetta è raggiunta! Con un heil! Saluto la schiera di giovani italiani, i quali mi rispondono esclamando <Saluti!> e <Bravo!>. Sono appena le 10,30: ho tutto il giorno davanti a me. Sui volti degli italiani leggo entusiasmo e stupore. Si accostano e si presentano, uno dopo l’altro: Mauri, Ratti… A questo punto, tendo l’orecchio. Questi nomi suonano familiari, appartengono all’èlite dell’alpinismo italiano…
…Un’ora dura il colloquio in sì piacevole compagnia, mentre ho a malapena il tempo di godermi lo stupendo panorama…
…I miei nuovi amici vogliono assolutamente condurmi con loro fino a Lecco, ma debbo spiegare che in ogni caso sono costretto a ridiscendere a Pramontogno, ove ho lasciato la bicicletta. Inoltre domattina ho da essere senza fallo di ritorno ad Innsbruck. Il commiato è affettuoso. Gli amici di Lecco scendono verso sud, mentre il mio cammino porta a nord, lungo lo spigolo del Badile…
…Non conoscendo la via, seguo abbastanza da vicino il filo di cresta. La discesa senza impiego della corda è meravigliosamente bella ed esposta. Proseguo la mia discesa per gli 800 metri di dislivello…
…Traversato un ultimo piccolo nevaio, mi ritrovo allo sperone roccioso d’attacco, vicino alla mia roba, sono appena le 3 del pomeriggio”.

 

Di lì a poco inizierà il viaggio di ritorno in bicicletta che concluderà quel fine settimana alpinistico del grande Hermann Buhl, iniziato il venerdì sera e terminato il lunedì mattina: più di 300 chilometri percorsi in bicicletta con il materiale da scalata al seguito, oltre 2000 metri di dislivello, la ripetizione solitaria della Cassin al Badile a tempo di record, la discesa dallo spigolo nord senza la corda e …il bagno nel fiume Inn dopo essersi addormentato in bicicletta alle 4,30 del lunedì mattina. Credo che questa non sia solamente una pagina di storia dell’alpinismo, ma ne travalichi i confini per sconfinare nella leggenda, vorrei dire nella mitologia. Questo secondo me è alpinismo mitologico.

 

NOTA: Il libro “E’ buio sul ghiacciaio” è stato ristampato nel 2007 dall’editore Corbaccio con l’aggiunta dei diari di Hermann Buhl delle spedizioni al Nanga Parbat, al Broad Peak e al Chogolisa. Curatore dell’edizione è stato Kurt Diemberger che di Buhl fu compagno nella salita al Broad Peak e lo vide cadere e scomparire in seguito alla rottura di una cornice di neve in discesa dal Chogolisa.

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venerdì, 21 marzo 2008

LA TENEREZZA DI ANGELO URSELLA

postato da gabrielevilla alle 23:08 in storia dell alpinismo

Una delle pagine più intense che mi ricordi di avere letto su di un libro di alpinismo si trova in “Montagne … e volontà” (Diario alpinistico di Angelo Ursella) edito a cura di Beppe ed Italo Zandonella che possiedo nella sua terza edizione del maggio 1977.
Si tratta di un breve capitolo, il numero XXVII e si chiama “Tenerezza”.

 

Fra le varie lettere che mi giungono, trovo anche quella di una ragazza di Cavedine, un paese nei pressi di Trento. Trovo tanta gentilezza nelle sue parole e l’invito a trascorrere una domenica assieme. Il suo nome è Graziella.
Un giorno trovo in una lettera la sua foto: è veramente molto carina!

Domenica 9 novembre 1969. Alle cinque del mattino lascio Buia alle mie spalle con l’intenzione di portarmi a Cavedine.
Alcune ore di viaggio e raggiungo il paese.

Un giovane mi accompagna all’abitazione di Graziella.

Mi batte il cuore.

Ecco, vedo una ragazza, è molto bella, è Graziella.

Mi fa entrare in casa, vuole che mi fermi per il pranzo.

Mi sento un pò imbarazzato. Per fortuna Giovanni, il fratello, alpinista come me, avvia la conversazione parlando di montagna.
Graziella parla poco, forse è timida, come lo sono io.

Nel pomeriggio mi porta a scoprire le tiepide rive del lago di Toblino che si apre all’ombra della vertiginosa parete del Piccolo Dain. Rimango impressionato alla vista di tale poderosa lavagna. Il viaggio prosegue poi verso Riva del Garda.
Di qui raggiungiamo un paesino dove c'è in programma una piccola festa.

Un buon profumo di castagne riscalda l’atmosfera. Mostro a Graziella alcune foto delle mie scalate. Lei guarda a lungo. E tace.

La osservo mentre cambia i dischi; è sempre silenziosa. Lo è da sempre?

Mi sento impacciato, vorrei ballare con lei, ma è impossibile.

Non so ballare!

E penso alle mie montagne. Lassù posso essere ben grande, grandissimo, ma qui, in questo momento, mi sento tanto piccolo, incapace di reagire alla mia timidezza.
Devo andare via è troppo umiliante.

Credo che lei abbia capito.

“Quando ci rivediamo?”

“Forse ai campionati mondiali in Val Gardena”.

“Allora aspetto la tua lettera”.

”Si, va bene”.

“Mi dispiace, Graziella, sai non sono il tipo, devi scusarmi”.

“Neppure io ho la parola facile”.

E’ tutto. Salgo in macchina.

Ed ecco l’imprevedibile… il suo viso vicinissimo, il bacio.

Rimango attonito. Dopo tanto silenzio, il suo gesto ha voluto dire tutto?

Oppure che si tratti di commiserazione?

Sono sconvolto.

Faccio il viaggio di ritorno come in un sogno, pensando solo a quell’attimo.
Dovrei incontrarmi a Trento con Sam e Tarcisio Pedrotti, ma sono troppo sconvolto per farlo.

Era “troppo sconvolto” il tenerissimo Angelo Ursella che si sentiva “grandissimo lassù sulle montagne ma piccolo e incapace di reagire alla mia timidezza” di fronte ad una ragazza, al punto da temere di essere commiserato piuttosto che riconoscere in un bacio la timida promessa di un possibile amore. Alla fine però aveva trovato la forza di scriverle “per dirle tutto ciò che in quella sera il nostro silenzio aveva nascosto”.

E l’aveva rivista e frequentata, pur se tra un’arrampicata e l’altra.

Di una breve vacanza di fine aprile 1970 scrive: “A casa ci troviamo tutti e quattro per le foto di rito. Poi mi congedo dagli amici e trascorro un magnifico pomeriggio con Graziella. Ho passato come in un sogno questi quattro giorni. Vorrei che questa felicità durasse mille anni!

Ma il destino aveva ben altri progetti per “il ragazzo di Buia” e lo attendeva di lì a pochi mesi sulla parete nord dell’Eiger, lungo la via aperta nel 1938 da Anderl Heckmair, Ludwig Vorg, Heinrich Harrer, Fritz Kasparek.
Scrive con profonda tristezza Beppe Zandonella:

“Angelo è caduto a 30 metri dal nevaio sommitale mentre era fermo in sosta pronto per assicurare il compagno. Niente volo, niente appiglio che resta in mano: solamente un terrazzino che crolla improvvisamente sotto i piedi oppure i chiodi di auto-assicurazione i quali, sollecitati verso l’esterno, fuoriescono. A quale capocordata non è capitato di affidarsi a dei chiodi per poter sporgersi a controllare la partenza o la progressione del compagno?”


Così finì la vita del “puro, semplice, generoso” Angelo Ursella, il pomeriggio del 16 luglio 1970: aveva appena 23 anni ed avrebbe meritato molto di più dalla vita.

venerdì, 29 febbraio 2008

ARMANDO ASTE, UN DISTINTO SIGNORE ALPINISTA

postato da gabrielevilla alle 22:56 in storie, storia dell alpinismo

Ricordo ancora con nitidezza l’emozione che serpeggiò a Pecol quando si seppe che “… via dal Bruno l’è arivà l’Armando Aste”. Mi è difficile dire quale fosse l’anno esatto, ma doveva essere attorno alla metà degli anni ’70 e, proprio perché ero là anch’io, doveva essere estate. Fingendo una certa noncuranza ero andato a casa da Bruno e così avevo potuto conoscere personalmente il forte alpinista roveretano, intento a chiacchierare tranquillamente con l’Elvira, la mamma di Bruno. Aste allora aveva una cinquantina d’anni e mi era apparso come un distinto signore (nonostante l’immancabile camicia a scacchi), molto posato, educato e gentile, oltre che (ma questo lo sapevo dai libri e dalle riviste di montagna) un grande alpinista. Probabilmente aveva ancora qualche sogno alpinistico da realizzare ed era venuto a Pecol per conoscere quel giovane “emergente” che senza tanto sbandierare la sua attività in giro era riuscito a far parlare di sé con le sue realizzazioni in roccia, per capire se ne poteva nascere un’intesa di cordata. Di recente ho avuto occasione di parlare con Bruno e gli ho chiesto di raccontarmi qualcosa di quel periodo in cui ha fatto cordata con Armando Aste ma mi ha risposto laconicamente “…eh, mi no me regòrde. Non ho mai scritto niente io, era mio fratello Giorgio che scriveva. Devi chiedere a lui…”. Conoscendolo da una vita non mi sono meravigliato più di tanto della sua risposta, mi sono solo rammaricato di non avere scritto in quegli anni tutte le avventure che mi ha raccontato delle sue scalate; mi accontentavo semplicemente di divertirmi ad ascoltarle ed a fantasticare attraverso di lui. Una volta però entrai, anche se in forma molto marginale, in una di quelle scalate il cui obbiettivo era nientemeno che la parete nord ovest della Civetta. Era forse quello uno degli “ultimi problemi” della parete, come si usava dire enfaticamente in quegli anni? Io non lo potevo sapere allora, avevo semplicemente accettato più che volentieri di fare il “portatore” alla cordata Armando Aste - Bruno De Donà - Guido Pagani, assieme ai miei cugini ed a Gianna la sorella di Bruno. Per quanta buona memoria si possa avere non è possibile tenere memorizzate tutte le giornate di una vita per riprenderle a distanza di anni, come in un file archiviato in computer, perlomeno non nelle azioni più consuete e abituali, per cui rimangono impressi piuttosto certi particolari e attraverso quelli, ed altri che si possono dedurre, si arriva a ricomporre il ricordo in maniera organica. Ricordo che andammo a Malga Pioda in auto ed io di certo con la mia “cinquecento” (allora gli impianti di risalita a fune di Pian di Pezzè non erano ancora stati realizzati) e rivedo il gruppo che riposa al sole sulla terrazza del rifugio Sonino al Coldai prima di prendere il sentiero per la Val Civetta. Doveva essere la tarda primavera e non ricordo la fatica di quell’avvicinamento, nemmeno come ci fossimo ripartiti i carichi, ricordo piuttosto un saccone da recupero dei materiali, di quelli che avevo visto in certe foto di libri o riviste di alpinismo. Ricordo anche l’emozione che provai quando ci fermammo sotto l’imponente parete nord ovest e mi sembrava impossibile che qualcuno pensasse di poter andare su di lì, ma quello era “l’alpinismo” che tanto mi affascinava e che ancora non praticavo. Ancora nitidamente vedo Armando Aste che apre il saccone dicendo di voler fare “un ultimo controllo” all’interno e poco dopo dicendo, più o meno, “cos’è ‘sta roba?” lanciare nella neve un pacchetto lungo e lucido. Bruno e Guido guardarono quella “cosa” lucida scivolare sulla neve e ancora ne ricordo l’espressione “sofferta” perché si trattava di un’intera stecca di pacchetti di sigarette che loro due, fumatori incalliti, avevano inserito all’ultimo nel saccone, io credo all’insaputa di Armando Aste. Non dissero nulla e si apprestarono a salire mentre noi “portatori” rimanemmo a faccia in su a guardare l’inizio della loro scalata. Aste ci diceva di andarcene con una certa insistenza, sembrava che avesse fretta di staccarsi da noi per rimanere in solitudine al cospetto del “problema” che tentavano di risolvere. Non gli demmo retta e rimanemmo fino a che non lo vedemmo salire recuperato da Bruno e Guido che erano già sopra un tiro di corda. Un’altra cosa che ricordo con precisione è che ad un certo punto lo vidi appoggiare un ginocchio alla roccia e siccome rimasi sorpreso di questo credo fosse il 1976 perché quella sorpresa era di certo frutto dei primi insegnamenti che avevo ricevuto nelle uscite con il Cai nell’autunno dell’anno precedente. Col tempo imparai che, a volte quando si ha fretta di salire, succede anche di appoggiare un ginocchio se si è assicurati dall’alto e non ci si dà il tempo di ragionare sul passaggio da superare e quel gesto che mi aveva quasi “scandalizzato” allora rientrò nella sua veste di umana normalità. Dopo ulteriori inviti che giunsero dall’alto a gran voce ci decidemmo a rientrare verso il Coldai e lasciammo i tre nella solitudine della loro avventura. Non ricordo altro di quella giornata e della scalata so solo che non fu portata a compimento. Rientrarono, credo dopo un paio di bivacchi, e non so se per problemi tecnici o per il sopraggiungere del cattivo tempo. Però, ricordando l’espressione delusa di Bruno e Guido nel veder volare nella neve la stecca di sigarette lanciata da Armando, mi sono sempre chiesto se quella stecca per loro non fosse stata più importante e utile di una mazzetta di chiodi da roccia e se in qualche modo non fosse stato uno dei motivi ad avere influito sulla decisione della rinuncia e del ritorno da quella scalata.

 

Oggi, sfogliando la guida alpinistica “CIVETTA” di Oscar Kelemina, credo di non sbagliare a ritenere che quel tentativo sia stato ripreso e portato a compimento da un‘altra cordata molto forte e nota in ambito alpinistico.

Punta TISSI – Quota I.G.M. 2992 – Parete nord ovest – Via del pilastro.

Sergio Martini – Paolo Leoni – Mario Tranquillini dal 17 al 24 luglio 1976

Sviluppo 1346 metri. Difficoltà 6°, A2 e A3. 

sabato, 16 febbraio 2008

CHI È L’ALPINISTA PIÙ FORTE?

postato da gabrielevilla alle 00:27 in storie, storia dell alpinismo

… “ 3. La parete strapiombava per diverse migliaia di metri e volendo salirla rigorosamente dal basso, a costo d'impiegarci anche dieci anni compresa la discesa rigorosamente dall'alto, domandai a Linda se mi avrebbe aspettato...”

Era questo il terzo dei dieci ATTACCHI messi in votazione da lucavisentini blogger d’intraisass nel post del 3 giugno 2007 ed io sperai che non fosse solo una boutade ma che li avrebbe prima o poi sviluppati tutti e dieci e non solo, come da lui dichiarato, il più votato dai lettori del blog. Comunque avrei personalmente votato per questo numero 3, perché, pur nel paradosso, il quesito posto sottintendeva, evidenziandolo mirabilmente, un problema esistenziale proprio dell’alpinista e mi sarebbe piaciuto vederlo sviluppato pur se nello stile ironico di Luca. Dunque, la domanda topica: la lotta con l’alpe, impegnativa e prolungata, che sottrae tempo, forze ed energie nervose, contrasta con i rapporti affettivi e le relazioni amorose?

 

Un problema che già era stato preso in considerazione da un giovane Hermann Buhl ancora ad inizi carriera, il quale in proposito sembrava avere le idee molto chiare quando scriveva nel suo libro “E’ buio sul ghiacciaio”:

<Sovente sono stato visto in compagnia di ragazze, in gita o a valle. Ma non facevo che ridere quando si diceva: “Sì, anche per Hermann sarà presto finita! Se si mette a correr dietro alle ragazze!” Certo, quelle piacenti creature costituiscono un pericolo per più di un alpinista, fuorviandolo dai suoi ideali. Io però mi conosco troppo bene per non sapere fino a qual punto l’elemento femminile può esercitare influenza su di me. Soprattutto in questo periodo, in cui sono invalido, non posso immaginarmi un passatempo più gradito che un’amichevole relazione con un’attraente fanciulla. Ma le montagne sono sempre la legge che domina la mia vita.> 

 

Ma anche del pensiero di Reinhold Messner sulla questione “donne e alpinismo” troviamo traccia nel suo “Due e un ottomila” nel quale racconta un episodio di vita al campo base del Lhotse, datato quindi 1975:

<Finalmente erano arrivate le tanto attese ragazze. Tutti conoscevano già Uschi che era stata presente agli ultimi preparativi, e alla partenza da Milano. Le altre due, Heidi e Ilse, erano conosciute solo per sentito dire. Tutti quanti si accalcavano attorno a loro, non escluso Cassin; bastarono poche ore perché le ragazze entrassero a far parte della comunità. Nelle lunghe serate sedevano anch’esse con noi chiacchierando ed ascoltando le solite canzonacce. Non riuscivano a capire tutto, le espressioni usate si facevano di giorno in giorno più cariche di oscenità, contemporaneamente alla progressiva coscienza dell’esito negativo dell’impresa. Sembrava quasi che ora si dovesse dimostrare a sé e agli altri di essere veri uomini, che la sconfitta non riusciva a menomare. …

… L’arrivo di mia moglie aveva sollevato tanti allegri commenti, ma ora intuivo negli occhi degli altri una diffusa e latente punta d’invidia. …

… Alla sera eravamo sereni più di ogni altro e non poteva essere diversamente. Scherzavamo sui propositi manifestati dagli altri, soprattutto sul fatto di volere partecipare a spedizioni miste. In realtà rimaneva il limite che le donne italiane sono identificate con casa e focolare. Le spedizioni erano cose da uomini e l’alpinismo in particolare era, secondo quasi tutti i miei compagni, una cosa per uomini duri. Chi resiste, naturalmente senza donne, è il più forte.>

 

In quella stessa spedizione al Lhotse c’era però chi la pensava assai diversamente. Era Aldo Anghileri compagno di tenda di Reinhold Messner che, nello stesso libro “Due e un ottomila”, ne riporta alcuni tormentati brani del diario personale:

<Sento un profondo dissidio e non riesco tuttavia a dominarlo. Da una parte vorrei essere l’alpinista Anghileri e come tale realizzarmi scalando questa montagna, dall’altra capisco che ciò non è più importante e che trascorrendo altre settimane sulle pendici di questa gigantesca, pericolosa parete, ruberei tempo a chi mi attende a casa. Questi pensieri affettuosi affliggono me e non giovano a loro. Non riesco più a sopportare il rischio che corro e la lontananza che mi separa da mia moglie e dai bambini. Il prezzo è troppo alto, sia che si tratti di un’esperienza romantica, di un gioco o di una competizione sportiva>.

E siccome il prezzo per lui era troppo alto, abbandonò la spedizione e ritornò ai suoi affetti.

 

Dunque chi è l’alpinista più forte? Quello che sa resistere senza donne? O forse quello che non ha affetti che lo condizionino, a “fuorviarlo dai suoi ideali”, come scriveva Hermann Buhl? Ci sono tanti esempi di forti alpinisti che hanno compiuto grandi imprese da giovanissimi, quando forse l’azione serviva anche a sublimare la mancanza di affetti: mi viene alla mente il “primo” Walter Bonatti, e Andrea Oggioni ed ancora Angelo Ursella (che qualcosa ha lasciato scritto al proposito). Ma se un alpinista ha affetti che lo vincolano, che danno significato alla sua vita, allora deve porsi il problema del protagonista dell’attacco di lucavisentini e chiedere alla sua personale Linda se è disposta ad aspettarlo perché non si tratta solo di sapere chi è il più forte, ma anche chi è onesto e corretto nel rapporto affettivo perché certe scelte di vita (come quelle che fa l’alpinista di spedizione) vanno effettivamente concordate e condivise.

sabato, 19 gennaio 2008

ALPINISTI E BICICLETTE

postato da gabrielevilla alle 00:11 in storie, storia dell alpinismo

Me lo ricordo bene Kurt Diemberger nel 1997 quando venne a Ferrara all’Assemblea Nazionale dei Delegati per ritirare l’attestato di Socio Onorario del Club Alpino Italiano. Allora ero Vicepresidente della sezione CAI di Ferrara che organizzava ed ospitava quell’assemblea, per questo mi avevano affidato il compito di “addetto di sala”, cioè davo informazioni ai Delegati e accompagnavo autorità e ospiti ai posti loro riservati. Lo facevo più che volentieri perché così potevo seguire nel contempo lo svolgersi dell’assemblea ed ascoltare gli interventi che si susseguivano; in particolare ricordo quello di Kurt che mi aveva piacevolmente colpito. Ricordo il suo volto soddisfatto mentre raccontava concisamente i suoi inizi alpinistici ed in particolare il suo primo peregrinare fra Alpi e Dolomiti con la bicicletta del nonno inizialmente per andare a cercare cristalli ed in seguito per raggiungere le montagne da scalare. Nel mio immaginario il massimo dell’avventura alpinistica era rappresentato proprio da quegli alpinisti che avevano vissuto i tempi in cui la bicicletta era un mezzo di locomozione, faticoso fin che si vuole, indispensabile per raggiungere le montagne da scalare e credo che nessuno mai l’abbia saputo raccontare magistralmente come Kurt Diemberger. Il capitolo “La bicicletta del nonno”, nel libro “Tra zero e ottomila” credo sia uno dei più godibili che siano mai stati scritti ed uno di quelli che non ti stancheresti mai di rileggere. Ci sono brani da cui senti trasudare pura passione e le emozioni descritte sembrano “entrare in te”.      

 

Mio nonno m’ha regalato una bicicletta. Un pezzo da museo, anno di costruzione 1909. E’ un fatto che quella bicicletta mi aprì nuovi orizzonti ed insperate possibilità. Cosa importava se questo esemplare era uno dei primi fabbricati dopo gli antidiluviani modelli con la ruota anteriore altissima? E che fosse ancora un po’ più alta delle biciclette normali e che il suo uso richiedesse una tecnica particolare? Tutto questo, anzi, contribuiva a conferirle una ben spiccata personalità. …

 

Paracarri, paracarri, paracarri, e pioggia, pioggia, pioggia… Strade bagnate… pioggia… basse nuvole grigie in cui s’immergono oscuri colossi calcarei… Sono bagnato fino al midollo… Solo… le Dolomiti… grondanti come le mie pedule… di nuovo scendere e spingere la bici… chissà se arriverò oggi a Cortina? …   … Due giorni dopo lascio Cortina. Ho ancora 3000 lire in tasca. Spingo in su verso il Falzarego. Pioviggina. Colossi scuri di calcare che svaniscono nel grigiore delle nubi. Tutto è bagnato, io pure. Le Dolomiti. Finalmente ecco apparire qualcosa. Le Cinque Torri. Le riconosco dalle cartoline illustrate. Sono riuscito finalmente a vedere una cima. Qualche ora dopo le nuvole si rompono e vedo crescere l’enorme Tofana. Che parete, che montagna! E lì, quella candida cupola che emerge dalle nebbie ad occidente! La Marmolada, dev’essere certamente la Marmolada! Il solo monte di ghiaccio, nel regno dei castelli di roccia. Inforco la bici e scendo dal Passo. Una discesa veloce, entusiasmante. Larghe curve a serpentina… Una splendida strada. Pian piano mi asciugo. Sprofondo sempre di più. Il sole è basso all’orizzonte. Gli corro dritto incontro. Ora la pendenza è diminuita. Altri banchi di nubi oscurano il cielo. Qualche persona sulla strada. Davanti a me un paio di case. Alla mia sinistra una profonda vallata. Ecco… un’immensa montagna emerge, stagliandosi contro il cielo scuro, rossa, nella luce della sera. Un’immane schiena di drago con scaglie, pinnacoli… la distinguo sempre più chiaramente. Che grandiosa parete color fuoco… mi manca il respiro, freno, butto la bicicletta al margine della strada! Sono tutto stordito. La montagna sorge a sud, come una visione fantastica. Un organo rovente che sbarra tutta la valle. Un vecchio contadino avanza con passo lento. “Cos’è?” gli chiedo. “E’ la Civetta” risponde con tono indifferente e prosegue la sua strada. La Civetta, non la dimenticherò mai. Anni dopo sarei ritornato per salire la sua grande parete. Ma non la rivedrò mai più così come in quell’istante. …

 

… E dovunque andassi, dovunque giungessi, la gente dimostrava un vivo interesse, a me nuovo, per il ciclismo. Erano davvero tutti molto gentili. Evidentemente nelle Dolomiti, un ciclista era considerato una personalità. Anche se andava in giro con la bicicletta del nonno.

Marmolada, Pale, Civetta mi passarono accanto, ed anche la fortezza del Pelmo, che si erge sopra il piccolo borgo di Santa Lucia… Ed a me l’immagine di quel giardino fatato diventò sempre più nitida, con le sue grandi pietre colorate, le sue formazioni fantastiche, le sue bizzarrie senza limiti. Le Dolomiti, scoperte e conquistate in bicicletta. E l’avventura sempre nuova dello sguardo che si spinge oltre il passo, sull’altro versante. L’avventura di quell’attimo, conseguito dopo ore di sforzi faticosi. Ma chi ama l’avventura, non indietreggia davanti alla fatica, perché evitando l’una, perderebbe l’altra. Che sensazione meravigliosa, quella di scendere poi sull’altro versante, liberi come gli uccelli, senza nessun motore, gustando il vento inebriante della discesa, curva dopo curva! Una gioia tanto maggiore, quanto più grande era stata la fatica per salire dall’altra parte. Anche il ciclista ha un suo perché, come l’alpinista. E nessuno dei due sa spiegarlo.

 

Io posseggo una bici da corsa e sono un modestissimo ciclista, saltuario e scostante, cui piace pedalare soprattutto in salita. Sono pure alpinista, altrettanto modesto, ma accanito quanto basta per riconoscermi nelle sensazioni descritte da Diemberger. E una risposta al perché posto dal grande Kurt io personalmente l’azzardo: ciò che muove il ciclista e l’alpinista, accomunati dalla fatica legata alle due attività, è la passione. Quello che non si riesce a capire è il perché hai dentro di te quella passione, ma la risposta è insignificante perché ciò che conta è averla, la passione, mica capirne il perché.

sabato, 29 dicembre 2007

PRANZI DI NATALE

postato da gabrielevilla alle 00:18 in storie, storia dell alpinismo

Se mi chiedono qual è il giorno in assoluto che ho vissuto e che sento più lontano dalla montagna non devo stare a pensare molto per rispondere: è il giorno di Natale. L’unico ricordo che mi sovviene di un Natale passato in montagna risale all’infanzia ed è legato all’anno in cui frequentai la seconda elementare nel paese agordino di Piaia, dunque avevo sette anni ed il ricordo vivo che mi è rimasto è legato al presepe che preparammo assieme alla zia Marcella e che aveva una caratteristica straordinaria, profumava di muschio vero, perché eravamo andati nel bosco a raccoglierlo ed a me era sembrata una cosa a dir poco eccezionale. Devo aggiungere che, come tutte le persone “normali”, ho sempre rispettato il detto “Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi”, ma come alpinista ho sempre segretamente desiderato passare un Natale in una baita, o in un bivacco fisso o da qualche parte su di una qualsiasi montagna, adattandomi però sempre al rito del pranzo in ambito familiare. Anche quest’anno non è sfuggito alla consuetudine ed anche quest’anno, così come tante altre volte, tra una portata di pesce e l’altra, la mente è corsa a quel nascosto e mai realizzato desiderio, sicché arrivato a casa dopo avere saziato lo stomaco ho preso un libro dalla biblioteca con l’intento di saziare la fantasia.

 

Al mattino del 25 dicembre, un martedì, la sveglia al campo III è alle cinque. La giornata è bella e sento che i miei compagni si preparano con entusiasmo. Decidiamo di suddividerci in due gruppi: inutile partire tutti insieme perché, prima di arrivare dove avevo deciso di installare il quarto campo, si dovevano attrezzare altri duecento metri di un canale di ghiaccio con una pendenza di circa settanta gradi…
…Qui inizia la salita vera e propria. Ci si arrampica nel diedro per tutta la sua lunghezza (lasciamo due staffe, una di dieci metri metallica e una da due metri di legno) e, raggiunto il nevaio, lo si risale in verticale per due lunghezze di corda, fino ad arrivare sotto a una paretina liscia, che non offre appigli. Si obliqua allora verso destra, su una cengia nevosa, per tre lunghezze di corda scarse e si arriva sotto un tratto verticale di rocce rotte. Si risale per circa venti metri questa paretina di roccia mista a ghiaccio, nella quale lasciamo una staffa metallica da dieci metri…
…le tre cordate che ci hanno preceduto sono impegnate un centinaio di metri sopra di noi, ma siamo oramai al primo pomeriggio, fa caldo e la parete inizia a scaricare: proseguire sarebbe pericoloso, per cui ridiscendono alla tendina che frattanto abbiamo piazzato.
“Ora che siamo tutti insieme – dice Sandro Liati – possiamo finalmente mangiare qualcosa”, ma ci accorgiamo che avevamo portato con noi soltanto materiale alpinistico e tende: solo io avevo nel sacco un po’ di viveri , perché avevo programmato di fermarmi in quel punto con Mariolino. Sandro ha in mano un sacchetto di frutta secca e dice: “Beh, mangiamoci questa, vorrà dire che il Natale lo faremo a casa”. Scoppiamo in una grande risata. Mentre penso che, anche rimanendo solo in due al campo IV, i viveri che avevo portato erano scarsi, vedo Corti girato di spalle che sta succhiando qualcosa. Sospettoso gli chiedo: “Cosa stai mangiando di buono?” Claudio si gira e mi dice: “La dentiera. Posso offrire?”. Altre risate contribuiscono a tenere alto il morale.
Mentre i compagni iniziano allegramente la discesa verso il campo III, io e Mariolino ci attrezziamo per la notte, fissando la tenda il più saldamente possibile. E’ ormai sera e, dopo avere mangiato una minestrina e del gorgonzola, mi metto in contatto radio con i compagni al campo III. Mimmo mi dice di aver preparato dolci per tutti per festeggiare il Natale. Incuriosito gli chiedo come fosse riuscito a farli e mi risponde: “Con il pane ammuffito che c’era; per togliergli l’odore gli ho messo delle acciughe!”. “Chissà che porcheria!” gli dico ridendo. Ci scambiamo ancora una volta gli auguri e ci infiliamo nei sacchi a pelo: fuori c’è nebbia e pioviggina. Speriamo che domani migliori.

 

Quello fu il Natale del 1973 nel racconto di Casimiro Ferrari su “Cerro Torre. Parete Ovest” (Collana “Exploits” della Dall’Oglio editore – 1975). Il 13 gennaio del 1974 Casimiro Ferrari, Mario Conti, Pino Negri e Daniele Chiappa, del Gruppo dei Ragni di Lecco, arrivarono a mettere piede sulla vetta del Cerro Torre in uno dei giorni più memorabili dell’alpinismo patagonico. 

sabato, 22 dicembre 2007

1924: I PRIMI CHIODI DA GHIACCIO

postato da gabrielevilla alle 00:07 in storia dell alpinismo