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mercoledì, 07 maggio 2008

NUVOLE NERE

postato da mariocrespan alle 11:54 in ritorni a valle
Prima o dopo ci sarei andato, da sempre lo sapevo e finalmente, luglio 1987, infilai la via di Saint-Moritz e del Julierpass – luoghi segantiniani – giusto itinerario per l’Alsazia. Mi sarebbe bastato uno sguardo di passata – dicevo tra me – niente più che una fugace impressione. Speravo di poter avere ugualmente l’opportunità di cogliere, in linee d’orizzonte e profili di montagne, una scossa, un brivido, una vibrazione. E subito, al passaggio di Pontresina, il pensiero andò a quel pomeriggio del 28 settembre 1899, su alla capanna dello Schafberg. Il miglior commiato dalla vita che si possa immaginare.
Da dieci giorni si trovava lassù ­– a più di 2700 metri di quota – il più geniale dei pittori di montagne. Assieme a un gruppo di volonterosi, tra i quali il figlio Mario e Baba, la governante di casa, si era portato fin là in alto (mille metri di dislivello!) il secondo dei tre grandi quadri del Trittico della Natura, un enorme telaio di quattro metri per due e mezzo – la natura, il divenire – e lo aveva collocato, con opportuni ripari, proprio sulla cresta nord-ovest del Piz Muragl. Forse – chi lo sa? – uscito a notte per una puntata su, verso la cima del monte, a oltre tremila metri, dove voleva studiare ancora e ancora i riflessi iridescenti dell’alba sulla neve per carpirne il segreto e trasfonderlo nel colore scomposto in filamenti elementari, forse lì una violenta sferzata di gelo lo aveva colto e ne aveva segnato la fine. Non era semplice pittura en plein air, la sua, era molto di più. Meditazione e rivolta umanitaria, passione senza limiti, voglia di verità. E quasi non bastandogli la tecnica divisionista – strati su strati di colori primari pervasi da candide linee di forza – vi aggiungeva oro e bianco, e scatenava contrasti violenti per esaltare la luce. Ma da lassù, dallo Schafberg, eccezionale punto panoramico sull’Engadina, non cercava il drammatico dialogo di nubi e sole già presente in altre opere e in uno stesso episodio del Trittico. Stavolta il cielo era assoluto e raggiante, immediato, occupava più di metà della tela e rimbalzava addosso alla terra popolata di montagne ma già oscurata nei colori dell’autunno. Egli aveva voluto il quadro lì, accanto a sé, giorno e notte, e forse, oltre che dalle sue pennellate, intendeva farlo compenetrare direttamente dalla fiammeggiante energia risucchiata in quota. Morì lassù, dopo pochi giorni, guardando le montagne dalla finestra – toccante epilogo degno di un film, ma del tutto reale – cogliendo l’ultimo tramonto sulle creste di oltrevalle che, nel dipinto, rimasero incompiute. Non riesco a pensare a sorte più generosa.
Da Pontresina salii al vicino Museo Segantini, a ritrovare nel Trittico quel medesimo paesaggio, il vasto cielo aperto e totale. E quindi, tralasciando la strada del Julierpass, volli spingermi fino al Passo del Maloja, e poi ancora giù fino alle porte di Soglio, allo sbocco di Val Bondasca, per riconoscere i profili di Sciòra – Torri del Vajolet di granito – scenografia della prima composizione del Trittico appena ammirata e dedicata alla Vita, all’essere. Alla fine, ripreso l’itinerario stabilito, il transito per Savognin concluse quel primo, e finora unico, contatto con luoghi, forme, orizzonti, colori dell’ultima dimora segantiniana. Nella sala del museo mi era rimasta impressa una nuvola, terribile presenza nella terza opera del Trittico, intitolata alla Morte. Una nuvola grande e densa, greve, scura sui lati e ancora più scura al di sotto di un rigonfiamento pressoché sferico e luminosissimo, una nuvola che sparge un’ombra errante al piede delle montagne innevate, esaltando il sole dell’alba. Una nuvola pesante che sembra gravare addosso a una cima che invano tentai di identificare, poi, guardandomi attorno nel breve e troppo rapido andirivieni in quell’angolo di Engadina. Una nuvola che non mi è più uscita di mente, e che ogni tanto si riaffaccia con incredibile forza a muovere dubbi e ad insinuare commiati.
 
Oggi – 2008 – a più di vent’anni di distanza, permane negli occhi quella medesima nuvola nei sussulti di un aprile instabile e inusuale. Nel cielo insiste l’oro del primo abbozzo di primavera che, dalla fine di febbraio, riprende a scaldare il cielo nel tardo pomeriggio, una luce abbagliante che nei quadri di Segantini è sovente protagonista. Ma insistono anche nubi in violento controluce, bordi chiari e bruciati a isolare masse scure e minacciose, la temperatura ondeggiante tra le code di un magro gelo tardivo e gli abbandoni del rigoglio annunciato. Ecco riaffiorare i motivi simbolici del Trittico – la luce, la natura, i ritorni, il divenire, le passioni, il tempo, la vita, la morte – le tematiche dell’opera che accompagnarono Segantini fino al limite del grande salto; le stesse della sua vita d’artista che ora – trasportate da nuvole nere – continuano a giungermi dai cieli del Grappa e del Tomàtico come stilettate o lacerazioni, l’uomo in bilico, intento a reggere il cammino su insidiosi crinali. Nuvole nere sospinte da rutilanti sfere di luce dorata qui a riproporre il colmo della felicità o la tragedia dell’indifferenza. Nuvole nere d’aprile che mi hanno trasmesso segnali precisi, la necessità, l’urgenza di rimettere lo sguardo in Engadina. Sarà per la prossima estate, ho deciso. Per rivivere la nuvola del Trittico, per ripercorrere la vicenda esistenziale di Segantini prendendomi il tempo necessario, poco importa se troverò strade, seggiovie, funivie a devastare il luogo del suo solenne trapasso. Vanno, vengono, ritornano – le nuvole – come ci ricorda un altro poeta. Sono il visibile respiro dei nostri giorni terreni.
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giovedì, 17 aprile 2008

VAGABONDO PER SEMPRE

postato da mariocrespan alle 09:43 in ritorni a valle
Mi sono avvicinato alle montagne perché mi pareva un mondo di vagabondi e di sognatori, di nobili avventurieri colmi di ideali, di filosofi straccioni alla ricerca del sapido diritto all’ozio, clochard delle altezze che vivevano all’ombra delle pareti, generosi nel profondo e pronti a prendere le parti dei deboli, degli affamati, dei poveri cristi. Quasi una setta i cui adepti erano legati da vincolo di mutuo soccorso nel nome del comune rito dell’ascesa. Ricchissima povertà dell’alpinismo. Ammalato e ammaliato da un sublime scenario di rocce, ogni scalata mi apparve come un luminoso cammino iniziatico superato il quale mi sarebbe spettato in premio un progressivo avvicinamento a quel consesso di esseri superiori – gli alpinisti – poveri e valorosi. Le montagne da subito assursero a simbolo di universale fratellanza. Dichiaravano semplicità e grandezza nella perfetta armonia di natura e umanità, contro ogni tirannia e ogni ingiustizia, di qualunque origine. Tornavo dalle mie prime escursioni tra le pallide Dolomiti percorrendo a piedi, nel tardo pomeriggio, lunghi tratti della Val di Fassa nell’animazione del turismo estivo. Passavo tra gli alberghi e i ristoranti dove le tavole imbandite con dovizia aspettavano gli ospiti all’appuntamento del pranzo serale. Mi sentivo già allora lontano dalle comodità, dalla ricchezza puramente materiale che già puzzava di imbroglio, di torpido egoismo, di rapporti umani orchestrati sullo spartito della servile convenienza, del pagamento in contanti. Già avevo messo distanza tra me e quanto rappresentavano quegli alberghi, che a me parevano tutti di lusso. Altra cosa erano le montagne e la ristretta compagine di cavalieri che ne percorrevano le cime. Ce n’era abbastanza per sedurre un sedicenne. La strada chiaramente si mostrava davanti a me e mi inoltrai, sicuro. E le montagne rimasero, rimangono. 
 
Martedì, 15 aprile 2008.
Con le montagne rimase, e rimane, la medesima aspirazione a sostenere la causa della sempre più affollata schiera degli emarginati, di ogni pelle e di ogni contrada. So che l’esigenza di giustizia che da giovane – con l’intatta purezza di un sedicenne – accompagnò la mia corsa verso le montagne, quella esigenza non potrà mai morire. E nemmeno oggi lo potrà, oggi che dal parlamento è stato estromesso il poco che rimaneva di una corrente politica oramai stanca e priva di strategia ma che, bene o male, avrebbe continuato a dar voce ai poveri contro gli insultanti privilegi di una minoranza troppo ricca e volgare. Corruttele, ricatti, delinquenze di stato, infiltrati, conflitti di interesse, eclissi della ragione hanno avuto buon gioco. Ora si alzano i peana starnazzanti dei corifei del vincitore, dei suoi lustrascarpe e del cospicuo codazzo che gli fa corona, dagli omuncoli ai lacchè, le cui donne vanno a fare la spesa col suv. L’inquinamento da ricchezza arriva dappertutto, irretisce le masse, intride e logora anche le motivazioni di lotta che fino a ieri sembravano incorruttibili. Come quando passavo nei panni di vagabondo tra gli alberghi, orgoglioso della mia diversità, così ora – per fortuna – continuo a sentirmi nauseato dalla cieca euforia dei giocondi, sbornia da babbei, che puzza di televisione e di lingua inglese, la lingua dei padroni del mondo, di chi ha inventato le guerre preventive e si ritiene in diritto di calpestare ogni presunto oppositore con la tracotanza dei tiranni, legittimando tortura e pena di morte. Non riesco a sopportare i titoli dei film sempre più in inglese, le insegne dei negozi in inglese, gli spacci aziendali che si sono trasformati in factory outlet e le osterie che sono diventate pub. Il “Caffè di Porta San Tommaso” scioccamente riciclato in St. Thomas’s Gate. Se insorgo al pensiero della civiltà tibetana violentata perché dovrei soggiacere a una identica operazione condotta ai danni del mio paese e della mia cultura, pur secondo i metodi più sottili e seducenti del consumismo giulivo? La FAO lancia appelli, intanto: attenti – dice – il prezzo delle derrate alimentari sta salendo paurosamente. Ma niente, la gente telefona, tranquilla, e approfitta dell’ultima offerta per l’auto full optional – e dài! – cinque anni di garanzia inizio rate nel 2009 taeg 6.53 percento. Poi via, in vacanza, a Malindi.
Forse questo martedì di dopo-elezioni mi ha risucchiato dentro, lasciandomi un vuoto senza confini, simile a un mare in bonaccia. Carne morta, dicono i veneziani quando ti vedono preda di una stanchezza infinita. Mastico aria stantia che non sa di rivolta – magari fosse! – e nemmeno di dolore, ma di tragica apatia. In effetti, pur sapendo che quanto provo è condiviso da una moltitudine di persone, da stamattina è come mi trovassi da solo contro le ingiustizie del mondo. Siamo in tanti ma ognuno per sé, e ridotti al silenzio. Rimangono le montagne, certo, sono sempre lì. Ma oggi anch’esse mi sembrano diverse, grigie, lontane. Dove sono i cavalieri senza macchia e senza paura che ne correvano le cime? Forse dirottati da volontà stranianti su vie moderne, dimentichi di Re Laurino e più inclini – appunto, che so? – al dry-tooling. Perduti. O non sarà che d’ora in avanti mi debba accontentare dei terreni di mezzo, riservati ai cammini di contemplazione e di riflessione, alle malinconie, alle soste della sera, non più le galoppanti cime del Sassolungo ad attendermi nelle limpide mattine d’agosto oltre il costone del Ponsìn, ma il bosco, le casere, le ultime chiazze di verde, il silenzio? 
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martedì, 08 aprile 2008

ARIA AZZURRA

postato da mariocrespan alle 22:18 in ritorni a valle
Montagne di casa di Mario CrespanArrivò in un pomeriggio ventoso e assolato. Lo invitai a salire in casa ma lui preferì rimanere all’aperto, nell’aria azzurra, là, sui tre scalini dove spesso ci sediamo Luca ed io, “a fumarcene una” secondo il detto, cogliendo il dolce sapore dell’ozio rubato. Passando sulla strada aveva adocchiato la piccola roulotte parcheggiata sotto il pioppo e aveva deciso di fermarsi e chiedere se avessi intenzione di venderla.
Zvonko – un rom originario del Montenegro – aveva occhi azzurrissimi e intensi, capelli neri e ricci, pelle olivastra e corporatura robusta, quasi rotonda, ma senza alcun impaccio. L’impressione, al contrario, era di autentica leggerezza, pronta ad animare ogni frase con gesti di mimo – delle mani e del corpo. Attaccammo con la roulotte e poi discorremmo di tutto. I precetti del quotidiano e le donne, i controlli della polizia, ma anche – sfiorandole appena nelle cronache familiari – la vita e la morte. Suscitavano, i suoi discorsi, luoghi e cieli provvisori, nessun contorno definito, né di casa né di paese, nemmeno di colline o montagne, e nessuna nostalgia. Solo i confini del giorno, talvolta delle ore o persino dei minuti, quando una folata di vento, un attimo bruciato possono racchiudere l’intera esistenza. Per noi pure è così, ma di rado; per loro invece – faceva intendere Zvonko – è più che abitudine, è pelle e sangue. Non mostravano risentimento le sue parole ma, quasi fossero danza, di questa mantenevano lievità e incoscienza acerba.
 
Dopo due ore buone risalii in casa e mi sedetti presso la finestra aperta della cucina, da dove mi piace guardare la linea delle montagne che, nel luminoso e terso pomeriggio lavato dal vento, si disegnavano con precisione, i profili appena accennati dalle nevi residue di primavera. Azzurre le montagne, azzurra l’aria. La stessa del canto rom che – a metà tra citazione e rimpianto – conclude come uno struggente addio una delle più belle creazioni di De Andrè e Fossati.
Fin da ragazzo amo cantare e a poco a poco, negli anni, ho imparato – per quanto possibile, con la mia voce imperfetta – a pulire la linea melodica appoggiandola alla scansione dei versi, e a sostenerla con qualche accordo di chitarra. Così avviene che certi passaggi acquistino particolare intensità tanto da provocarmi, a volte, un’emozione tale da incrinarmi la voce ed accasciarmi. Succede spesso con Khorakhanè. Il ritmo, in tre quarti, è un semplice adagio e chi canta lo può ulteriormente rallentare o sospendere, lo può trascinare in accorato sussurro appena tinto di disperazione fino a farlo raggelare nel tumulto di un arcano dolore.
Forse Zvonko apparteneva proprio al gruppo rom Khorakhanè, “lettori del Corano”, che copre giusto la sua area dichiarata di provenienza. Zvonko – con le sue storie, la sua diffidenza atavica, la sua letizia, la sua affascinante e velata reticenza, il suo eterno vagare affinché l’aria azzurra diventi casa – era venuto qui a danzare e intridersi nei versi assolati e assoluti di De Andrè e Fossati. Se avevo bisogno di una conferma, essa era giunta piena e toccante.
Ma, ora più che mai, assieme all’errabondo destino dei rom ritrovo in questa canzone – molto meglio del più violento canto di protesta e con la forza sovrumana della poesia ­– la sorte vergognosa e ignorata di ogni emarginato, di ogni povero, di ogni dannato della terra. Storia antica o contemporanea non fa differenza. Mi affanno a cercare una spiegazione a tanto abominio e non riesco ad aggrapparmi a nulla se non al momentaneo ristoro di una magra condivisione. Purtroppo non basta un sollievo di lacrime a invadere gli occhi per distogliermi dalla dissoluzione di ogni speranza, dalla sclerosi in agguato all’affacciarsi di ogni battaglia. Ma il canto non muore, per fortuna, né morirà mai, anima e rianima la sete di giustizia dell’uomo.
La rivolta dei rom – poco importa se indotta o spontanea – è il viaggio. Non sottomettersi a nessuna stabile realtà e perciò riuscire ad affrancarsi da essa e da tutte le possibili prevaricazioni. Il viaggio, sempre il viaggio, eterno paradigma della nostra esistenza. E allo stesso modo paradigma di ogni avventura in montagna, di ogni non indifferente alpinismo. Mi piace pensare che ciò mi apparenti ai fratelli rom. Nomadismo dell’anima e delle cime.
 
– Non vendere la roulotte se non ne sei convinto! – mi raccomandò più volte Zvonko – È in buono stato ma non ne ricaveresti molto. E vedo che ti dispiace separartene...
– Hai ragione – risposi – ma, se cambio idea, sarai il primo a saperlo. Lasciami il tuo telefono.
– No, no… non ce n’è bisogno. Passo spesso di qua, ci vedremo ancora…
Dalla strada aveva capito al volo che dalla mia roulotte promanava lo spirito del nomade, del viaggio perpetuo. Tale è stato l’uso cui la destinammo al momento dell’acquisto. Ci faceva inorridire l’avvilente definitivo parcheggio subìto, come una prematura condanna, da molte caravan in un qualche camping di mare o di montagna. Per un totale di un anno distribuito su venti l’abbiamo abitata, la nostra, portandola in giro per paesi e contrade, della Francia soprattutto.
Nei giorni che seguirono mi convinsi che – se Zvonko fosse tornato alla carica – il nostro guscio l’avrei venduto a lui molto volentieri, o glielo avrei anche regalato. E non mi sarebbe dispiaciuto trascorrere altri pomeriggi modulati su ritmi di epos allegro e danzato come quell’unico volato in sua compagnia, seduto sui tre scalini con lui davanti a me come su un palcoscenico, a trascinarmi sull’onda calda e avvolgente dei suoi racconti, vivaci gli occhi azzurri e liberi come l’aria libera e azzurra. Passò il tempo e, da allora, le note e i versi di Khorakhanè si arricchirono di una linfa vitale profonda e partecipe che prima non avevano avuto.

Per alcuni mesi continuai a sperare che Zvonko tornasse a trovarmi. Ma non lo rividi più.

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mercoledì, 26 marzo 2008

AMORE E PARETI 2

postato da mariocrespan alle 09:03 in ritorni a valle
Un certo sorrisoI nostri occhi si incontrarono sotto l’Antelao e, solo due settimane più tardi – il 19 del mese azzurro di settembre – cominciammo la vita in comune accanto al laghetto Pradidali. La sorte amica volle che l’unione avvenisse lì, al cospetto di contrapposti giganti come Cima Canali e Pala di San Martino, dove la valle brevemente ripiana prima dell’ultima impennata verso l’Altopiano e il giallo degli appicchi circostanti prende il posto del giallo dei fiori. Sì, proprio lì, in Val Pradidali, dove pochi anni avanti era iniziata veramente la mia vita con la formazione di un luminoso universo di crode su cui proiettare e inscrivere i miei giorni a venire.
Da allora non abbiamo mai smesso di salire le montagne assieme e continuiamo tuttora. Non siamo grandi alpinisti, rimaniamo sui gradi bassi. Hans Steger e Paula Wiesinger, Marino Babudri e Ariella Sain, gli stessi nostri amici Francesco e Gloria, queste ed altre consimili e valentissime cordate di coppia si possono permettere imprese. Noi no. Ci accontentiamo di scalate più abbordabili, possibilmente appartate e non banali, cui dedicare la piccola intimità conseguita accanto agli alti orizzonti aperti e da essi sostenuta. Per comodità e frequenza di accesso siamo molto legati alle Dolomiti d’Oltre Piave e a quelle del Comèlico, montagne di casa, ma non esiste luogo dolomitico che non occupi un posto nel nostro cuore.
Spesso abbiamo sperimentato quanto le pareti e le cime possano acquetare i fatali conflitti che la vita a due trascina con sé. Ci si avvia lungo il sentiero ciascuno per proprio conto, incazzati come bestie, talora, e rinchiusi fra barriere di cieca e pretesa incomprensione. A poco a poco, però, acque valli e profili prendono a raccontare di noi attraverso la loro presenza, e ci sentiamo fluire addosso un inatteso squilibrio di scala. Presto siamo ricondotti a zero, alla merda delle nostre cellulette, assoluto principio di democrazia originaria. Ed ecco che le montagne fanno pulizia, lavano via tutto, semplificano, e noi ritroviamo alla prima sosta negli occhi del compagno i nostri occhi dimenticati.
 
Ricorderò, ricorderemo quell’arrampicata sulla Pala di San Bartolomeo, la vetta che, dal basso, immette alla lunga, turrita e ascendente Cresta della Val di Roda. Già vent’anni di vita avevamo condiviso e – in quel 1984 – eravamo davvero in crisi e sull’orlo di una definitiva separazione. Perché qualcosa ci spinse proprio sul “Camino degli Angeli”? Forse la prospettiva di una bella via che, ai tempi dei miei esordi sulle rocce, vantava un’ottima reputazione, solido terzo grado con alcuni passi appena più difficili. Ci avviammo a piedi da San Martino, camminando vicini e silenziosi. A volte i nostri sguardi si incrociavano, sembravano interrogarsi e chiedere “perché?”; eppure non c’era animosità in noi mentre ci inoltravamo nel bosco e pareva quasi che – se fosse successo – ci saremmo lasciati solo per una qualche causa di forza maggiore imposta da circostanze ineluttabili. Ma ci credevamo, in fondo? Fin dall’inizio avevamo riposto in noi stessi la sola certezza possibile, costruita nei primi due anni con furia quasi dirompente per tracciare confini da accettare o distruggere o superare, indirizzi esistenziali da seguire, ricerche da intraprendere e continuare nel tempo a venire. Assieme. Non volevamo viverci part-time, come tanti. Arte e montagne erano state elevate a dirittura fondamentale di vita e, forti di tale scelta combattuta e consapevole, avevamo assecondato in pieno il nostro progetto. Pareva davvero assurdo, ora, trovarsi in simile situazione. Non capitava a noi, era un film. E se invece un probabile, imminente distacco avesse amplificato a dismisura una pretesa sensazione di vicinanza? Ogni tanto la mia compagna si volgeva e, senza proferir parola, mi sorrideva in un modo che da sempre le conoscevo, il medesimo di certi suoi parenti di valle e, forse, di qualche suo avo montanaro. Un sorriso d’intesa totale che lei aveva preso, trasformato e assimilato secondo le linee del volto, e riservato a me solo.
Infine cominciammo ad arrampicare. Salivamo fluidi e tranquilli, armoniosamente. La stessa arrampicata, nel suo pacato svolgersi, sembrava affermare con forza eccezionale la sciocchezza che sarebbe stata un’eventuale separazione. Era lì, era quella la nostra vita, e non poteva essere altrimenti, malgrado le convinzioni del momento. A un tratto, quasi a metà, incontrammo due giovani intenti a scendere:
– Perché mai tornate indietro? – chiesi loro – Ci son problemi?
– No, no… ma la via non è attrezzata, e nemmeno le soste – mugugnò uno dei due, il capo – non possiamo continuare a rischiare!
– Ma su, andiamo! È bella la via… Un po’ sporca, d’accordo, ma mettete voi le protezioni, e attrezzatevi le soste! Non è meglio uscire in alto piuttosto che scendere?
– No, no, grazie. Preferiamo scendere… Arrivederci.
Questa, poi… ma cosa si aspettavano, una via di palestra?
Verso la fine la roccia diventa grigia, piena di buchi, tipica delle Pale. Mi attaccai a una bella fessura e poco dopo raggiungemmo la cengia che contorna la cuspide della Pala di San Bartolomeo. Un ultimo strapiombo poi la cresta, e la vetta. La semplice arrampicata aveva nuovamente pulito e rimesso a zero le nostre vite, eliminando incrostazioni e catrame depositati da obblighi presunti, lavori, presenze estranee. Non manifestammo gioia e non prendemmo alcuna decisione là, sulla vetta, ma qualcosa ci bolliva dentro. Guardavamo la Pala col suo pilastro e le altre cime attorno come se tornassimo a casa, ed eravamo noi stessi, la casa. Forse era una verifica necessaria. Forse solo spingendo il rapporto di coppia al limite di rottura se ne può valutare appieno la consistenza. Stavolta le cime, le crode – impassibili specchi – ci avevano salvato, ma certo non lo sapevamo. Senza affrettarci iniziammo la discesa nella calma del mezzogiorno. Nessuno dei due azzardava propositi o pentimenti. Ma nel subconscio si era formata la convinzione che non avremmo potuto lasciarci mai. O non ancora, almeno.
E pensare che anche il “Camino degli Angeli” giaceva su rocce condannate. Pochi anni dopo esso pure sarebbe sprofondato in un ennesimo franamento. Ma possibile che – come avvenne sul Camino Adang del Gran Piz da Cir – io mi sia dovuto avventurare spesso, quanto meno in rapporto alle mutazioni geologiche, su pareti in procinto di crollare? In ogni caso quelle due vie di camino ora non più esistenti segnarono – per me, per noi due – tappe di straordinaria consapevolezza. Avranno per sempre la nostra gratitudine.
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giovedì, 13 marzo 2008

TRALICCI

postato da mariocrespan alle 09:23 in ritorni a valle
Ricordando M.C. Escher di Mario CrespanQuando frequentavo i primi anni di istituto tecnico, cominciai ad uscire dal sistematico lavaggio del cervello cui, assieme ai miei compagni, ero sottoposto grazie anche ad una divertente finzione visiva che mi si rivelò per caso. Dal filobus in corsa, all’improvviso vidi girare su se stessi i tralicci delle linee elettriche, grandi e piccoli. Ciò avveniva – lo capii in seguito – per semplice autosuggestione prospettica: concentrandomi sulla parte mediana del traliccio e considerandone i quattro montanti, non facevo altro che invertire la posizione del più vicino e del suo opposto più lontano. Ne risultava, appunto, una apparente rotazione, più rapida e contraria rispetto a quella che, per essere naturale e in armonia col movimento del mezzo, non appariva nemmeno tale. Stupore ed entusiasmo mi portarono a comunicare ai compagni la mia scoperta, ma fui ovviamente sommerso da canzonature e derisioni. Invano cercai di spiegare loro il curioso fenomeno. Al primo traliccio che capitava a tiro c’era sempre lo spiritoso di turno che, ammiccando ai presenti, mi chiedeva ridacchiando:
– Ma… e quello lì, anche quello gira?
– Ma sì – mi accaloravo – non vedi? Osserva bene…
Niente da fare. Nessuno voleva darmi ascolto, e tutti sfottevano. E così calai il silenzio su questa ed altre congetture spaziali che, a partire dai tralicci rotanti, contribuirono poi ad aprirmi la mente e il cuore. Solo alcuni anni dopo – conferma tardiva, ma non da poco – ebbi la mia modesta rivincita imbattendomi nell’opera di un anomalo e geniale artista olandese del Novecento, Maurits Cornelis Escher, più noto come M.C. Escher (i nomi avevano le mie stesse iniziali, osservai con soddisfazione). Egli si era avvalso di analoghe inversioni di dati prospettici per proporre strane costruzioni, animate da personaggi di metafisica consistenza, dove le soluzioni o le contraddizioni visive, pur non risolvendosi dinamicamente (come accadeva per me, osservatore in movimento rispetto all’oggetto), ugualmente provocavano collisioni di pensiero e stravolgimenti di quello spazio euclideo del quale, bene o male, siamo tutti figli.    
Da allora, nella mia vita, i tralicci presero a girare e – per fortuna – non hanno smesso più. Ancora adesso, vedendoli vorticare, ripenso con gratitudine a quei momenti di progressivo, spontaneo disincanto. Perché ciò che poteva sembrare un innocuo giochetto si dimostrò invece qualcosa di assai più intrigante – terribile serietà dei giochi – che interessava il lato nascosto delle cose. Per far girare il traliccio mi riferivo a un punto che stava dietro, cosa facilissima trattandosi di una struttura aperta. Sarebbe stato interessante – pensai mescolando simboli, geometrie e processi induttivi – poter fare altrettanto con le forme opache, le montagne ad esempio, e persino con gli esseri umani. “Ma, perdìo, come puoi figurarti che io sia uno strumento più facile di un piffero, da suonare?” dice Amleto a un cortigiano. È vero ma, comunque, le rotazioni fantastiche si insediarono stabilmente nel mio modo di osservare e arrivai alla convinzione che fosse sempre possibile individuare l’elemento chiave capace di rovesciare e svelare ogni realtà, di qualsivoglia appartenenza. Utopia, certo, ma nel contempo – terribile serietà dei giochi – gioco ancora di ricerca e di conoscenza diretto a incontrarsi e coincidere con le aspirazioni che ognuno dei nostri simili coltiva e tenta di realizzare. Le due tendenze, però – cruda realtà – sono ben lungi dal sovrapporsi e, in genere, danno del medesimo individuo letture niente affatto univoche. Per limitarci al nostro piccolo universo si vedano le riviste di montagna, i vari forum di alpinismo, questo medesimo blog. Umanità inquieta, intenta a graffiare la crosta indifferente del tempo per sottrarsi alla sua tirannia.
 
Sulle rotazioni delle montagne mi soffermerò in altra occasione, forse.
Per il resto sono rimasto qui, eterno studente pendolare, lo sguardo proteso dal finestrino del filobus. Non solo tralicci, ora, ma nomi, immagini, interventi diretti e risposte, tracce e segni offerti a una evanescente attenzione troppo preoccupata di sé. Giro e rigiro, mi arrabatto a disegnare e costruire persone più o meno conosciute e ogni volta, o quasi, sono costretto ad ammettere che virtù esibite e vizi occulti spingono il medesimo individuo a ruotare su orbite differenti. Non sarebbe meglio, allora, ritirarsi e conservare straniamento e libertà, senza voler rivoltare le apparenze? Non sarebbe meglio rincorrere il cibo della sera, il candore degli animali, del bosco e delle cime, trasparente come le strutture dei tralicci? Sì, meglio la montagna vera, reale, facile o difficile non importa. Perché la montagna, assieme all’arte, rimane là, è la base, siamo noi stessi, sistema cartesiano totale a più dimensioni. Tutto il resto è polvere.
Ma poi eccomi di nuovo al mio posto, affacciato al finestrino. Scorrono i vecchi platani, dietro girano i tralicci e, all’orizzonte, insiste la linea familiare delle montagne. Ricomincia il gioco, a prezzo di amare disillusioni. Mi affanno a voler cercare e capire, perché quello di essere inquieti e appassionati è il destino di noi umani. Per fortuna, presto o tardi arriva la mia fermata: allora sono costretto a scendere, e tornare coi piedi per terra.
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giovedì, 06 marzo 2008

LUNA SULLA SECONDA PALA

postato da mariocrespan alle 09:47 in ritorni a valle
CORN DEL BUS di Mario Crespan24 ottobre 2004.
Mentre sono in sosta, intento a filare corda, lo sguardo gira attorno. Dal profilo verticale della parete dove ci troviamo si porta lentamente sopra il vuoto del Boràl de la Besàuzega, coperto dal mare di nubi che si spande a perdita d’occhio. Meglio spegnere la pila frontale, da fermi, energia risparmiata e perfetta comunione con l’ambiente che la luna illumina quasi a giorno, riflettendosi sullo specchio bianco. È già scesa la notte – siamo in autunno avanzato – ma abbiamo fatto lo stesso un po’ tardi. Colpa mia. Oggi ho pagato in pieno e per la prima volta gli smisurati addobbi delle Pale Lucane. Gli intrichi di mughe sui quali occorre passare lievi, l’infido andar per loppa. Il misto classico roccia-ghiaccio qui divenuto misto roccia-loppa. Muovi il piede quando già scivola via dall’appoggio arpionando al volo a dita aperte altri ciuffi vegetali. Così. E dietro le spalle il Corn del Bus non si decide a calare. Rimane lì, immobile, si alza con noi e sogghigna. Ho il migliore compagno del mondo che qui sembra conoscere ogni minima scaglia di roccia e ogni filo d’erba. Misuro sulla scala della sua leggerezza la mia incapacità di credere a un simile universo, e di adeguarmi. Mi sgomenta il sole dell’oceano, ricavo solo fatica da incontrollata impazienza. Poi, dopo i gialli assoluti volti a meridione, ecco la notte. Improvvisa. Adesso guardo ancora a nord, incredulo, la nera sagoma a piombo della fortezza, la luna, le nubi a specchio. Sono forse impazzito? Come faccio a essere qui, in piena parete, nel buio? Come mi sono meritato questa solitudine immensa – alpinista errante nelle tenebre – come si sono concatenati caso e necessità per far convergere me stesso e gli elementi in un unico, irripetibile punto di fuga? Ho accumulato colpevole ritardo, oggi, ma le Pale Lucane sono qui a offrire sensazionali scenografie, mai vissute finora e che certo non potrò mai più rivivere. Tracce scolpite per sempre dalla pancia al cuore e fino ai capelli. E per la prima volta arrampico con la frontale, all’origine di un cono luminoso che disegna e amplifica appigli, ed evoca sorrisi e visioni. Salire inseguendo un cerchio di luce, mentre da dietro il buio e le stelle e il chiarore di luna premono i fianchi dolcemente, non picchiano come il sole greve e pigro del pomeriggio appena inoltrato. Ogni metro di parete si forma dal buio e già trascorre e ritorna alla notte. Poi di nuovo la sosta, la splendente distesa di nubi, la luna e l’ultima canzone impressa dall’autoradio stamattina alle sette, all’arrivo presso la chiesetta di San Lucano, giù in valle, e che – invasiva e allusiva ancor più di Soleado nell’estate 1974 – mi ha cantato dentro tutto il giorno, a rafforzare la beffarda indifferenza del tempo, del Corn del Bus e del pendio infinito. Sapevo le distanze e i terreni di queste geometrie di sprofondo, ma erano parole. Le prendi e le metti in fila, le parole, le ordini, le governi. Qui no, dileguate. Come di un quadro. Ne puoi parlare una settimana di seguito, volendo, ma poi di qualunque argomentare rimane polvere, fiato. Prendi il pennello, invece, e vedrai. Niente sottotitoli ma il bello della diretta, estraniati da qualunque discorso. E così solo adesso ho potuto oltrepassare i limiti delle pagine composte nella scorsa primavera. Ora un’ultima mugata avvia fuori dalla grande parete, effetto notte sul largo cammino di ronda della fortezza, l’immensa cima stellata. Sull’ondulata cresta delle pietre parlanti procediamo accanto al cielo. E quando anche la luna sarà inghiottita dal grigio e le onde del mare di nubi andranno a frangersi contro il Kól di Nare, allora l’acqua del Tòrcol canterà a sorpresa dal nero della selva e saprà mitigare la sete aspra di questo e di tutti i giorni a venire, a sigillo del lungo viaggio di conoscenza. Affinchè musica e passione non possano tacere mai. 
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giovedì, 28 febbraio 2008

A UN PASSO DAL NULLA

postato da mariocrespan alle 08:54 in ritorni a valle
Nubi sulla Marmolada di Mario CrespanAvevamo dormito su due vecchi materassi, nel sottotetto del vecchio Rifugio al Passo Gardena, ed ora stavamo distesi sui dolci prati adiacenti la strada. Guardavamo la dentellata teoria dei Cir beatamente oziando al sole tiepido nella limpida mattina.
– E se andassimo sul Camino Adang? – buttai lì all’improvviso, quasi per ridere.
Adriano rimase zitto, continuando a godersi la luce e il tepore. Erano tutte le nostre ferie, quelle. Cominciate due giorni prima, si sarebbero concluse l’indomani, mercoledì. E giovedì lui avrebbe ricominciato a vendere occhiali e macchine fotografiche, ed io avrei ripreso a disegnare autoclavi, coi boccaporti e il fondo bombato.
Inseguivo allora – estate 1961 – le ascensioni “classiche”, vie dolomitiche note per storia e bellezza, invariabilmente di IV grado. Esse stavano a mezzo fra le vie normali – tutte di II grado – e le vie estreme – tutte di VI superiore. Dal canto loro, i gradi dispari sapevano di indefinita ipocrisia: il V aggiungeva serio impegno alla scioltezza delle medie difficoltà, rimanendo però al di sotto dell’estremo; il III imbastardiva le vie normali con qualche passo appena più scabroso e banalizzava lunghi tratti delle “classiche” citate; il I, infine, era talmente facile da non meritare nemmeno il più piccolo accenno.
Tre giorni avanti, sabato pomeriggio, avevamo approfittato di una gita del CAI per portarci al Rifugio Falier, accolti dal caro Nino Dal Bon. La domenica il mio compagno, dopo aver assolto l’impegno di capo-gita sulla ferrata della Marmolada, mi aspettò in vetta quando nel pomeriggio avanzato, con altri due amici, uscii dalla “Tomasson” della parete sud. Adriano ed io avevamo deciso in partenza di rimanere in zona, poi, con pochi soldi e senza alcun programma, assecondando l’istinto del momento quanto a cime o sentieri. A Campitello, la sera, trovammo un buco per dormire e la mattina del lunedì salimmo tranquilli al Col Rodella per poi scendere al Passo Sella. Qui, oramai verso mezzogiorno, consultai una “Castiglioni” presso il rifugio del CAI e reperii una via che mi parve giusta per il pomeriggio avanzante: Prima Torre di Sella, via Trenker, un tiro di IV e III il rimanente. Fu un divertimento e sulla vetta mi feci un sonno profondo, disteso al sole. Poi, lemme lemme, ci incamminammo alla volta di Passo Gardena.
 
Adriano avrebbe voluto chiedere qualcosa del Camino Adang ad una guida, ché di me – non avevo neanche vent’anni e lui, quasi un fratello maggiore, mi sorpassava di tredici – non si fidava troppo, tanto più che ignoravo i dettagli della via. Ma di cosa avevamo bisogno? Più evidente di così… Il camino andava dritto dalla base alla cima, impossibile sbagliare. Sapevo solo che c’era uno strapiombo da vincere con piramide umana circa a metà, l’avevo visto su un libro di Guido Rey. Ma intanto Adriano aveva scovato un ragazzotto del luogo che conosceva la via, il quale mi invitò a comprare una cartolina col Gran Piz da Cir mentre lui andava a procurarsi un’odla, cioè un ago. “Ecco spiegato il nome delle Odle!” pensai. Quando fu di ritorno, egli tracciò la via sforacchiando la cartolina con l’ago, in sincrono con la sua descrizione: guardandola in controluce si accendeva una serie di puntini luminosi. Ingegnoso sistema.
– E il passaggio della piramide? – chiesi.
– No, quello non lo fa nessuno… Ecco come devi fare.
Mi suggerì di traversare a sinistra per qualche metro, poi su in verticale fino a rientrare in camino, sopra lo strapiombo. Classica manovra di aggiramento. Poco dopo, pigramente, salivamo i prati assolati e il canale che immetteva all’imbocco del camino. Al passaggio-chiave effettuammo l’aggiramento consigliato e tutto andò per il meglio. Più in alto, da un ripiano, vidi con una certa apprensione il camino diventare dritto, liscio, tetro e coperto di muschio. Oh cavolo, ma possibile che… no! La cartolina, subito levata al cielo, fornì la soluzione: uscire sulla destra. Benissimo. Un paio di tiri su una bella parete inclinata e solida, al sole e poi, rientrati in camino, la vetta. Soddisfatti della via e dell’ottima qualità della roccia, ci disponemmo a rimirare un fantastico e affollato orizzonte di cime, assieme ad alcuni escursionisti saliti per la via normale. Tra questi un signore di una certa età, lì seduto col suo taccuino di schizzi, intento a ritrarre il Sassolungo. Ne rimasi incantato.
Non potevamo immaginare, e accadrà solo un anno più tardi – 1 ottobre 1962 – che la nostra bellissima arrampicata su roccia ottima stava per frantumarsi e crollare. Nella scala dei tempi geologici un anno non è che un breve istante. La colossale frattura era di certo già formata, non mancavano che gli ultimi punti di distacco onde avvenisse il crollo fatale. Noi avevamo inconsciamente calcato rocce oramai condannate. Quando lessi il trafiletto di commiato scritto da Piero Rossi su Le Alpi Venete non pensai minimamente a quanto avevamo rischiato, fui unicamente molto dispiaciuto per la notizia: una delle “classiche” più originali delle Dolomiti si era dissolta. Il camino era bensì rimasto ma la vecchia via di Adang, Rudiferia e Pospischil del 1901 ne uscì profondamente sconvolta. Ora il tratto centrale era ridotto a una sottile fessura, su roccia ovviamente instabile. I primi che osarono percorrerla – a soli otto mesi dal franamento, 26 maggio 1963! – furono Mario Senoner e Karl Runggaldier, i quali dichiararono difficoltà fino al VI.
La sera stessa raggiungemmo il Rifugio Pisciadù. L’indomani ci contentammo di attraversare il Piz Boè, calando poi allegramente su Passo Pordoi. Da qui, con varie tratte di autostop, tornammo a casa.
 
Rimangono quei quattro giorni luminosi e sereni, noi vagabondi squattrinati, un ricchissimo alpinismo di povertà. Ma anche un punto di non ritorno per il crollo imminente, un après moi le déluge portatore di uno sconsolato senso di perdita per le rocce amiche che, al pari di noi, si trasformano e muoiono, o così sembra. Perché permangono incerti i confini del vivere, un gioco di mutazioni chimico-fisiche ed energetiche il cui flusso proviene da origine ignota ed evolve chissà dove e chissà quando. E rimane quella figura calma di uomo anziano, sulla cima del Gran Piz da Cir, impegnato a muovere la matita sul suo blocco schizzi. Come altre volte mi è capitato in montagna in occasioni particolarmente intense, sono convinto che ero io stesso – proveniente dal futuro – la persona china sul disegno. Ancora adesso sento che, quando mi accingo a ritrarre montagne en plein air, essa da lontano lievemente si materializza, si sovrappone a me e mi guida la mano.
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martedì, 19 febbraio 2008

DEPRESSIONE

postato da mariocrespan alle 10:08 in ritorni a valle
Longerini di Mario CrespanEcco, arriva Roberto, come aveva promesso. China un po’ il capo passando l’architrave della porta ed entra in cucina. Tutte le porte, qui, hanno un’altezza di un metro e ottanta, perciò chi è più alto – è il caso di Roberto, appunto – deve abbassare la testa se non vuole prendersi una bella zuccata in piena fronte. Egli si avvicina alla grande stufa, fabbricata a Dosoledo nel 1908. Quasi si trattasse di una persona che da tanto voleva incontrare vi concentra lo sguardo con intensa ma rattenuta partecipazione, che si stempera in un prevalente atteggiamento da conoscitore e da studioso. Solleva i cerchi e scruta l’interno del focolare, poi prosegue l’esame nelle parti rimanenti, non tralasciando accessori e finiture. Artigianato ruvido, ma non privo di eleganza. Non dice parola, Roberto, ma dai suoi occhi pare diffondersi un delicato umore di ritrovata appartenenza. Un intrecciarsi di stagioni fredde, costruite e accentrate sul fuoco – fuoco indiscusso signore – che, da anni remoti, sono colte e ricondotte ad unirsi agli aliti della gioventù ultima del Duemila.
È figlio della Giuliana, Roberto, e ne ricalca la struttura longilinea, esile in apparenza ma, al pari di molti montanari, capace di una carica interiore di energia espressa in movenze calme e avvedute. Dopo generici studi commerciali e un assaggio universitario a Scienze Forestali, non seppe prolungare la lontananza e ritornò in Comelico. Si sa, le vocazioni si formano per arcane alchimie in cui giocano spesso casualità e istinto. Per Roberto il ritorno in valle significò formazione consapevole di una scelta, accertamento di un legame effettivo per la sua terra di origine che abbracciava storia e storie, arti e mestieri, e montagne infine.
Roberto ama percorrere le montagne di casa, poste all’estremo orientale del Cadore. Non è transitato attraverso nessuna scuola di alpinismo, nessun CAI, nessuna formazione altrimenti autorizzata ma è spontaneamente trascorso dal bosco ai costoni, e da questi alle cime. Quasi riconoscesse in quello delle montagne il medesimo percorso di vita di ogni giorno vissuto qui, prossimo al canto sorgivo del Piave e impregnato di parole e di oggetti, di movimenti e di cieli. Certo non poteva sottrarsi all’accerchiamento di internet, al parossismo del traffico, alla travolgente e sudicia etica del denaro, all’assordante volgarità televisiva. Ma, forse, tali frenetici abbagli poco hanno potuto su di lui se si è rivolto al restauro di mobili con passione autentica di storico, si direbbe, prima ancora che di artigiano. Come volesse ritrovare in ogni oggetto – piattaia, credenza, stufa, tavolo – il filo di una continuità capace di animare, assieme alla sua, la vita di quegli stessi oggetti. E avvertendo in uomini, animali, piante, perfino nelle umili pietre e, ovviamente, nelle montagne, un medesimo flusso vitale, misterioso e tuttavia percepibile.
– Allora – gli dico mentre è intento all’accurato esame della stufona – sei stato poi sui Longerini?
– Sì – risponde, preciso anche nell’oronimo – Crode dei Longerìn, Cima Nord.
– Accidenti! – esclamo – Non ci va nessuno lì, troppo friabile!
– È vero – osserva sottovoce – bisogna stare attenti…
– Avete trovato segni di passaggio?
– Due bolli rossi sbiaditi all’inizio del canale, poi più niente.
So che ha l’abitudine di salire le cime nel modo più semplice e naturale, con un amico ma senza legarsi, procedendo secondo intuito e mettendo attenzione. Un’attenzione diversa da quella impartita nei corsi di arrampicata. Non una filza di sussiegosi precetti, ma qualcosa che viene da dentro e da lontano, attinto dal ciclo delle usanze e da questo distillato in atavica accortezza montanara. “Bravo Roberto, continua così, ma torna a casa a raccontarmele, le tue salite”, vorrei dirgli. Raccomandazioni inutili.
 
Il padre di Roberto, da ex impiegato postale, non aveva accolto con entusiasmo l’idea di un figlio artigiano, decoratore e restauratore. Al pari di molti genitori inseguiva per i figli la sempre più rara prospettiva dell’impiego fisso, magari nei corpi militari o paramilitari. La prima occasione che venne a tiro fu un concorso per entrare nella Polizia. Pochi posti per molti aspiranti, come è consuetudine, ora più di una volta.
Roberto non voleva fare il poliziotto. Era assai perplesso su divisa, manganello, tenuta antisommossa. Perché non lo lasciavano andare per la strada che aveva scelto, contento di rimanere in valle, tra le sue montagne? La prudenza del carattere, comunque, lo indusse ad accogliere le ragioni del padre, e ad affrontare i vari test di ammissione. Contrariamente alle sue speranze, Roberto li superò uno dopo l’altro e già si vedeva piombare addosso una vita che sentiva del tutto estranea: ne aveva avuto conferma durante le prove, a contatto con ambienti, uomini, coetanei come lui in lizza per essere arruolati. Ma oramai era trascinato da quel meccanismo perverso e, via via che il tempo passava – a somiglianza della manzoniana monaca di Monza – egli, costernato, vedeva avvicinarsi il momento in cui sarebbe stato poliziotto per sempre.
Mancava solo il colloquio con lo psicologo. Praticamente una formalità dato che Roberto, nel suo modo di porsi, esprime equilibrio ed autonomia di giudizio. Una volontà di leggere il mondo in forma non banale, né superficiale.
– Ti vedo assorto – obiettò tuttavia lo psicologo – hai qualche preoccupazione?
– No – rispose Roberto.
– Eppure c’è qualcosa in te che non mi convince…
L’esaminatore sentiva su di sé gli occhi profondi del giovane, e certamente non vi avvertiva la sicumera vuota e cattiva dello squadrista, né il cipiglio ottuso del picchiatore, né traccia alcuna di servilismo. Forse si sentiva addirittura giudicato, soppesato da uno sguardo che prometteva pensiero più che azione, volontà di comprendere più che di eseguire.
– Ho capito – concluse allora lo psicologo – tu sei depresso.
– Depresso? – si stupì Roberto – Non credo proprio di esserlo…
– No, ascolta me, li conosco i sintomi. La depressione è una brutta bestia. Cerca di curarti!..
Non si può scartare qualcuno perché dimostra di essere intelligente e problematico. Ma se è depresso ciò diventa possibile, almeno per la Polizia, a quanto sembra. Perché Roberto – con suo intimo sollievo, e con grande delusione del padre – fu rimandato a casa davvero. 
 
Sulla parete ovest della Terza Grande che, alta e imponente, si vede ardere al sole pomeridiano sul fondo di Val Frisón sale una bella via di II e III grado. È una linea naturale che sbuca alquanto a nord dell’anticima. Aerea e luminosa è la successiva cavalcata di cresta fino all’anticima medesima, dalla quale occorre poi scendere e guadagnare la vetta. Talmente risulta logica e panoramica la via che qualcuno non ha saputo resistere al desiderio di segnarla con frequenti bolli rossi, deturpandola senza rimedio. Non sarebbero bastati gli onesti ometti?
– Dove andrete domenica? – chiedo a Roberto.
– Faremo la “via a bollini” sulla Terza Grande – dice.
– Bravi, fate bene, vi divertirete – commento – di sicuro è più solida dei Longerìni…
Prima di andarsene Roberto, chiaro e pacato, espone gli ipotetici giochi dei fumi nella stufa e suggerisce di costruire una piastra di chiusura, onde sfruttare al meglio il calore residuo.
Proposta accettata, naturalmente.
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lunedì, 04 febbraio 2008

ANCORA NEVE?

postato da mariocrespan alle 16:24 in ritorni a valle
28 gennaio 2008.
Dallo scaffale di fronte mi sorridono i tanti volumi delle opere di Simenon, decine e decine di storie che – pur lette e rilette – mi sono riservato per quando sarò costretto all’inazione. Anche da lì proviene la mia profonda e incessante nostalgia di maltempo, ricordando le piogge persistenti di alcuni racconti ambientati a Parigi, sulle coste bretoni o vandeane, sui canali di Fiandra.
Gli ultimi di gennaio dovrebbero essere i giorni più freddi dell’anno – i giorni della merla – e invece un tepore precoce richiama la primavera. Ancora una volta era giorno di Marcialonga, ieri. Io girovagavo la piana di Marcèsina tra gagliarde folate di föhn, e già misuravo un magro inverno in dissolvimento che, assieme al dio delle intemperie, sembra corrompere anche la voglia di scorrazzare per l’altipiano, la sublime e ineffabile spinta ad attraversare in leggerezza e velocità i vasti pianori nevosi senza mai fermarsi. La sottile ebbrezza che rende lo sci di fondo il più affascinante degli esercizi.
 
Ho imparato che lo sci di fondo si risolve nel movimento. Movimento come condizione determinante, essenziale, che si sublima in se stesso. Movimento nel suo svolgersi, movimento puro, svincolato da cause e da successivi sviluppi e implicazioni. Cinematismo assoluto, attimo fuggente. Molti anni di pratica sono stati necessari per comprendere tale principio, interiorizzarlo ed infine riuscire ad applicarlo con disinvoltura e, al tempo stesso, con profonda consapevolezza. Scivolo, corro, dunque sono. Nessun’altra attività mi concede in egual misura il medesimo godimento, fatta eccezione per l’arrampicata non estrema e, in parte, per le corse in moto e in bicicletta. Corpo e spirito concorrono a mantenere armonia e andatura, a prolungare forza ed energia. Alimentano tutto questo e ne sono al contempo alimentati.
Non di rado l’ambiente dello sci di fondo si nutre di contrasti violenti che, a loro volta, si rapportano al basso continuo di un immacolato silenzio. La luce, ad esempio, scolpisce ed accentua il tendenziale monocromo del paesaggio invernale. Ma, tra tutti, il freddo risulta il contrasto “giusto” per eccellenza: a tale riguardo la corsa ininterrotta, meglio se sostenuta, diventa una necessità. Chi – per la nebbia, o per il buio – dovesse smarrire la strada e non sapesse rientrare alla base, deve seguitare a correre se non vuole soccombere. Come accadde a Marcello De Dorigo tanti anni fa quando – perduta la traccia nella sconosciuta landa scandinava dove si allenava – riuscì a salvarsi continuando a sciare per l’intera notte.
Correre in solitudine per ore ed ore, magari sotto una nevicata, può invece diventare una condizione esaltante. Perfino le salite ripide, allora, vengono bene e mai inducono a sosta. Correre, correre, correre. Niente di più. Felicità di seguire la pista nella quiete piena dell’inverno. Felicità nel sentire e verificare che corpo e spirito rispondono comunque al meglio. Felicità perché salite, discese, lunghi tratti in falsopiano, ogni lembo di terreno procura identico piacere e serena aspettativa. E no, mai fermarsi, appena un paio di bevute, al ritmo del cuore che già si acqueta. Quello che conta non è tanto sostare, quanto prefissarsi un ipotetico punto di ristoro raggiunto il quale, però, si tiri avanti ancora. Ci si imbroglia un po’, forse, ma certo è la soluzione migliore. La sosta raffredda. Intorpidisce non solo muscoli e sangue, ma motivazioni, pensieri, voglia. La sosta richiama la fiacca e un desiderio prematuro di sollievo dalla fatica. Non si può né si deve riposare, lo faremo dopo, alla fine della corsa. Qui è il movimento che detta legge. Ben ce ne accorgiamo quando, dopo la pausa di respiro, occorre ripartire. Si ha l’impressione che andassimo meglio prima, prima di fermarci. Adesso per un po’ il ritmo stenta a riprendere. Abbiamo risvegliato in noi forze negative.
 
Mentre gli orizzonti si stringono sempre più, il loro avvicinarsi li rende più visibili. Il movimento, quel movimento, avrebbe bisogno di inoltrarsi in un futuro immutabile, un’eterna sequenza di lunghi inverni, inverni antichi, colmi di neve. Probabilmente il desiderio inconscio è vivere un tempo-non tempo come Paperino, Tex Willer o Charlie Brown, con le stagioni e le loro scadenze, ma senza mai spingersi nella vecchiaia. Uno strano tipo di immortalità, che gira e rigira all’infinito nell’arco limitato di pochi anni. Ma se potessimo davvero sciare per un’interminabile serie di stagioni, ogni cosa affonderebbe in un informe grigiore, poiché verrebbe a mancare il fondamentale termine di paragone cui ci ha sottomessi la natura: la curvatura del vivere umano, la nostra precarietà, l’integrità ed efficienza provvisorie di ciascuno, destinate al declino. E il freddo che ora si affaccia sempre più di rado sollecitando nostalgie – come confermato ieri a Marcèsina – non sarà un segnale che viene a ricordare l’impossibilità di qualsiasi ritorno?
Accade per lo sci di fondo come per ogni altra attività umana. “Da dove viene la forza per arrivare alla fine della corsa?” si chiedeva il reverendo scozzese Eric Liddell, campione olimpionico dei 400 metri nel 1924. La sua risposta, facile immaginarlo, era ovvia e quasi obbligata. Per quanto mi riguarda posso continuare solo scordando scricchiolii e cedimenti, lasciando da parte logica e prudenza. Andando incontro alla luce che sembra sorridere al di là della prossima curva, al di là della prossima salita, e passando oltre.
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giovedì, 24 gennaio 2008

MUSICA DAL VIVO

postato da mariocrespan alle 10:45 in ritorni a valle
Ciaccona 132-137, dallNon dimenticherò mai quella mattina di maggio, a Venezia. Traversando la città per linee interne capitai per caso in Campo San Boldo, minuscolo. Alla sommità del ponte che vi immette, obliquo sull’omonimo rio, fui raggiunto e bloccato da una sequenza di accordi di violino che non mi giungeva del tutto nuova. Mi accoccolai sui gradini del ponte, continuando ad ascoltare, estasiato. Ben presto riconobbi la Ciaccona di Bach, che allora mi era nota solo nella trascrizione per chitarra di Andrès Segovia, e che ignoravo fosse stata composta per violino solo. Intanto seguitava la fantastica progressione della musica, che usciva da una finestra in ombra, ma aperta sul sole pieno del campiello. Il violinista non era male e stava studiando. Ogni tanto si fermava e riprendeva alcune sequenze. Al confronto, la versione per chitarra mi apparve povera, stentata, muta addirittura. Il violino invece era dolce e avvolgente, perentorio, sconvolgente e totale. Niente di più, niente di meglio. Quell’ascolto compì il miracolo e dissotterrò il violino che rimaneva sepolto in me dagli anni teneri dell’infanzia.     
 
Quante scelte operate in tempi diversi avrebbero potuto cambiare il corso della nostra intera esistenza? Spesso guardo il buio ad occhi aperti e sono sopraffatto dai ritardi che ho accumulato negli anni, dalle occasioni perdute e non più ritrovate.
Così andò col violino. Ho cominciato, anzi ricominciato, quando per i violinisti veri è quasi ora di smettere. Da bambino avevo talento ma non sopportavo imposizioni. Lasciai colpevolmente trascorrere gran parte della vita senza considerare che sarebbe stato meraviglioso, invece, dedicarla a questo diabolico, piccolo strumento. Circa ottanta pezzi di legno – abete, acero, ebano – assemblati con maestria e verniciati poi con altrettanta alchemica sapienza. Un organismo vivo della stessa vita del legno, che si alimenta della sua spinta di torsione ma la contiene, mentre le note stesse si stendono nei secoli a legare e amalgamare tavola armonica, fasce, controfasce e catena. E l’anima, infine. Sì, perché nel violino l’anima – di sicuro venduta al diavolo – non è solo un’entità astratta ma un’asticciola cilindrica di abete, appena incastrata fra tavola armonica e fondo in un punto più o meno vicino al piede destro del ponticello. Basta spostare l’anima di un nonnulla perché il suono si trasformi. Nelle infinite permutazioni di infiniti parametri ogni violino risulta diverso dall’altro, ha una sua propria voce, umana o argentina, ma incredibilmente potente se lo strumento è di qualità. Protagonista assoluto nell’orchestra, nei concerti esso si impone con prepotenza da primadonna, domina lo spazio sonoro in ogni passaggio, delicato o violento che sia. Dalla liuteria all’interpretazione, nel dominio ristretto di grammi e millimetri, di biscrome e colpi d’arco, quello del violino è un universo invasivo e totalizzante.
 
Mesi dopo l’ascolto di Campo San Boldo cominciai davvero a capire, ma era tardi. Ugualmente mi applicai allo studio per alcuni anni, pur sapendo che gli automatismi di base si acquisiscono al meglio da bambini. Guardavo con invidia i loro polpastrelli già un po’ ricurvi all’insù. Facevo progressi, ma sulla certezza di riuscita mantenevo riserve. Troppo forti l’abitudine al dubbio sistematico, le complesse stravaganze della mente cui la vita costringe giorno dopo giorno. Continuai tuttavia, sordo alle leggi del tempo.
Si scrive, si dipinge, si suona per confrontarsi con gli altri. La musica vera non è il disco, è dal vivo. Ma l’esibizione in pubblico, per il musicista, è rischiosa come un’arrampicata in free solo: vietato sbagliare. Perciò i futuri concertisti sono messi assai per tempo su un palcoscenico: devono abituarsi alla terribile pressione della folla. Quando un violinista è là, solo con il suo strumento, di fronte a tremila persone, lo aspetta un esercizio di agghiacciante difficoltà: dispone di quattro corde più o meno accordate per quinte, di una tastiera d’ebano lunga poco più di una spanna perfettamente liscia e capace di contenere ben quattro ottave, e di un archetto. Nient’altro. Nessun apparato elettronico o informatico gli sarà d’aiuto e dovrà compiere le più insidiose acrobazie sonore sapendo che se un dito appoggia anche pochi decimi di millimetro fuori posizione vi sarà una stonatura. Un volo mortale dalla parete.
Certo com’ero che fosse assurdo – per me, violinista tardivo – pensare a un pubblico di persone, a poco a poco ritornai alle amate montagne. Un pubblico di montagne, perché no? Molto comprensivo e disponibile, in apparenza. Come l’ignoto violinista di Campo San Boldo, avrei potuto provare e riprovare, fermarmi e riprendere. Mentre continuavo gli esercizi sui vari Kayser, Mazas, Dont, Kreutzer mi sorpresi a fantasticare: quale brano avrei potuto eseguire dal proscenio di un teatro di rocce e precipizi se non la Ciaccona di Bach? Da quella remota mattina veneziana essa mi era rimasta dentro, viveva in me con un sapore di semplicità e grandezza, di sonorità calde anche negli acuti. E, in fondo, non avevo forse ripreso a studiare per essere in grado di interpretare soprattutto quel brano?
Intuii che il luogo ideale per esibirsi in montagna doveva essere un landro, o una cengia a volta, che si trovassero vicini e di fronte a pareti ulteriori. Subito riandai alle Dolomiti d’Oltre Piave e rividi la cengia ad anello che, da Forcella della Croda e a livello di questa, gira in quota l’intera Croda Cimoliana. Quando la cengia si porta a nord-est, oramai sopra il canale di Forcella Cimoliana, essa presenta dei tratti a volta che – nel mio ricordo – mi pareva si prestassero perfettamente alla bisogna. Mi vedevo arrivare lassù, sedermi, posare lo zaino e l’astuccio, e acquetare le pulsazioni. Cavare infine il violino, verificare l’accordatura e quindi – momento supremo – procedere con il primo accordo in re minore della Ciaccona. Dalla balconata, altissima su Val Monfalcon di Cimoliana, la melodia si sarebbe magicamente diffusa riflettendosi sui prospicienti contrafforti meridionali del Monfalcon di Montanaia per poi arrivare, rimbalzando di forra in forra, di cresta in cresta, fino al Campanile e lievemente accarezzarlo.
Dopo aver enunciato il tema in otto battute, Bach prende a svilupparlo attraverso variazioni ininterrotte che conducono, dopo un’incalzante successione di arpeggi, a una pausa di respiro. E qui, dove cambia la tonalità passando in re maggiore, qui – dalla battuta 132 alla 137 – vi è la chiave, per me, dell’intera composizione. Quattro battute che segnano e dichiarano il riposo raggiunto, il diritto supremo all’ozio breve, ma assoluto. Non a caso gli alpinisti ricercano proprio tali attimi di appagamento totale, dai quali rilanciare la corsa sempre e sempre.
 
Sogni ad occhi aperti. Di sicuro non ero, né sarei mai stato, all’altezza di una simile prova: level is level, dicono adesso per l’arrampicata, ma per la musica – e per il violino, specialmente – vale lo stesso principio. La mia illusione non era che l’amaro rimpianto per una vita da violinista irrimediabilmente perduta. Forse le mie capacità tardivamente coltivate potevano bastare per quelle quattro battute, niente di più. Ma non si può estrapolare, in musica. Le “piccole frasi”, come qualcuno profondamente ha scritto, finiscono per restare là, quasi prive di significato, come un fiore secco. E poi, a guardar bene, un pubblico di crode dolomitiche è molto più difficile da affrontare di quanto si possa pensare. Perché le montagne, nel loro silenzio, nella loro implacabile indifferenza, sono assai più esigenti del più esigente consesso di ascoltatori.