Alla domenica è tutto un pullulare di ciclisti e di podisti, il Montello. Oramai l’hanno scoperto in tanti al punto che la presenza di sportivi è sancita da opportuni cartelli e limiti di velocità. E perfino qualche rospo fortunato, ora – quando lentamente attraversa la strada – arriva a ricevere attenzione dai distratti automobilisti.
Ho cominciato a frequentare il Montello alla vigilia del mio impegno nello sci di fondo, autunno 1973. Non troppi i ciclisti, allora, e quasi nessun podista. Le corse per “prese” e traverse divennero ben presto una consuetudine settimanale, poi ancor più assidua. Con alcuni compagni di fatica e di alpinismo, moltiplicai i percorsi e imparai a conoscere le metamorfosi stagionali e i mutevoli scorci offerti, a sorpresa, dal paesaggio montelliano. Al di là di certi crinali sorgeva quasi per incanto la Schiara innevata e, oltre la groppa principale, aperture improvvise liberavano la vista verso il lungo profilo appena ondulato del Cesén e la miriade di paesi sparsi nella piana subito a nord del Piave, luoghi zanzottiani, tra Valdobbiàdene e il Soligo. Così il Montello entrò nella mia vita e non ne uscì più, costante ad articolare dialoghi, ad aggiungere natura piena allo scorrere dei giorni, a consolare di orizzonti lievi le inevitabili congiunture di dolore.
Trascorsero due o tre anni e, agli allenamenti a piedi e in bicicletta, si aggiunsero quelli con gli skiroll, attrezzi giunti dalla Scandinavia per riprodurre sull’asfalto l’andatura con gli sci da fondo. I primi esemplari da me usati erano rumorosi, lunghi e pesanti, ma da subito fu chiaro quanto aiutassero l’affinamento dello stile – e quanto facessero imbestialire i cani, al passaggio. Ma come fare nelle discese per frenare? Bella domanda. Ora che gli skiroll si sono accorciati, snelliti, alleggeriti, velocizzati ed è subentrato il dinamico passo di pattinaggio, spesso mi si affianca un ciclista che invariabilmente mi chiede:
– Ma… come fate, poi, in discesa, per frenare?
– C’è qualche trucchetto – rispondo sornione, tenendomi sul vago.
E mi fermo lì, con le spiegazioni. Anche perché, di spiegazioni, non ce ne sono proprio. In realtà le discese bisogna mollarle, affidandosi al cielo, alla divina provvidenza, a Ermete o a Cartesio, secondo la fede di ciascuno. E affidandosi più accortamente alla scioltezza, alla conoscenza del terreno e – per quanto mi riguarda – a una modesta controspinta in spazzaneve per rallentare, ove occorra. Del Montello, oramai – oltre alle ore di minor traffico – mi son familiari perfino le minime rughe. Lo skiroll, tra tutti gli esercizi, mi offre ancora adesso il più sereno divertimento. Pur se i cani, al passaggio, continuano a imbestialirsi.
5 aprile 2008.
Anche oggi mi son fatto un giro con gli skiroll sul Montello, tempo imbronciato ma strada asciutta. Un buon allenamento, come sempre mi son divertito e sono contento. Ho parcheggiato l’auto a poca distanza da un frequentato ristorante; già mi sono cambiato la maglia e mi appresto a tornare a casa. E qui, giusto in partenza, eccomi vittima di un fulminante colpo de móna, per dirla alla veneta. Sì, perché dimentico che, un metro avanti, finisce il condotto interrato e ricomincia brusco il piccolo fossato a lato strada: un attimo, e la ruota anteriore destra si incastra tra il bordo della tubatura e la sponda del fosso. Ora la macchina non ne vuol sapere di uscire da lì, tanto più che, sull’opposta diagonale, la ruota posteriore sinistra si è alzata da terra di una buona spanna. “E adesso che faccio?” mi dico, osservando la situazione. Un bel casino...
Ma vedo qualcuno davanti al ristorante, intento al rito dell’ombra, o bicchier di vino che sia. “Bene” penso fra me “mi daranno una mano”. Mi avvicino, abbigliato ancora a metà da skirollista, e spiego l’accaduto. Mi guardano perplessi, la strana foggia del vestire contrasta con il colore del pelo che mi ritrovo in faccia, dal quale risulta evidente che non ho più vent’anni. La persona, assieme alla circostanza, sembra sconcertarli. Alla mia richiesta d’aiuto farfugliano delle scuse: “non siamo attrezzati etc, non abbiamo cavi etc, meglio chiamare un trattore etc etc”. Va bene, capito, qui il diverso lo vedono con sospetto. Mentre mi allontano dico fra me: “Ma questi per chi voteranno?”
Sono lì, in piedi e, mentre osservo la mia auto con quella strana ruota in aria, transita un camioncino. Alzo una mano senza alcuna convinzione e toh! il camioncino si ferma. Ne scendono due ragazzotti i quali osservano un po’ e capiscono il problema. Ci vuol poco, del resto. Si allontanano quel tanto che basta per fare inversione di marcia col loro mezzo, poi si piazzano dietro la macchina, estraggono dal cassone uno spezzone di cordaccia malandata e collegano il paraurti del camion all’estremità del semiasse che annaspa nell’aria. Fanno tutto loro, veloci e tranquilli. Proveranno a trainarla da dietro. “Dolcemente, mi raccomando” mi vien da dire stupidamente, quasi non fosse ovvio. Sorride, rassicurante, il più ciarliero dei due, ché l’altro proprio non parla. Ed ecco che il camion comincia a tirare, e la fune si tende, si tende, ma la ruota deve superare all’indietro lo scalino opposto dalla tubatura e ancora non ce la fa, e intanto la fune si tende ancora di più, ancora di più finché tàn! un ultimo strappo e la corda si spezza, frustando secca all’intorno. Disappunto mio, ma non loro. Il silenzioso ha già estratto un coltello e ha tagliato i capi. Ora sta riannodando gli spezzoni mentre il suo compagno, sempre sorridente, dice: “Altra parte!”. Qui è più difficile trovare il semiasse, la macchina ha il muso raso terra, ma il silenzioso si sdraia sull’erba del fosso e riattacca la fune. Tutto è pronto di nuovo. La cordaccia riannodata ricomincia a tendersi e miracolo! resiste. E così il camioncino riporta la macchina in strada. Ma non è finita: ora devo completare l’uscita senza incastrare la ruota posteriore dove prima stava l’anteriore.
– Noi stiamo qua, tu prova uscire – dice il ciarliero.
Certo pensa che io sia imbranato e vuole esser sicuro che non mi metterò nei guai una seconda volta. Ma ora pongo più attenzione e supero l’esame. Poi corro incontro ai due, che stanno per andarsene. Li ringrazio calorosamente, stringo loro la mano. Sono evidentemente dei manovali edili. Vorrei offrir loro qualcosa, almeno una bevuta assieme:
– No, no, bene così, non importa, non importa… – dice il ciarliero.
– Ma voi non siete di qui, vero? Di dove venite? – chiedo loro infine.
– Siamo rumeni, qui per lavoro.
Un ultimo sorriso, un cenno di saluto e il camioncino è già sparito laggiù, oltre la curva. Nel frattempo, davanti al ristorante, i bevitori hanno seguito distrattamente le nostre manovre. Poi si sono dileguati con le loro macchine dalla parte opposta.