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lunedì, 30 giugno 2008

POVERTA'

postato da mariocrespan alle 19:30 in ritorni a valle
Nel tiro che segue vi sono nove chiodi ma Checo, il compagno delle mie – poche – scalate difficili, ha solo sei rinvii, fatti in casa collegando i moschettoni con cordini di risulta. Non ne ha più a disposizione, ora, per finire il tiro, e così gli ultimi rinvii sono improvvisati alla meglio: un logoro avanzo di fettuccia, il moschettoncino del magnesio sul cordino di un nut. Perfino il cordino del martello, col martello attaccato, ora penzola da un chiodo e rinvia le corde. Alle mie spalle, le Torri del Vajolet sembrano sorridere, riportandomi al giorno della mia prima arrampicata, avvenuta qui sotto, sulla Punta Emma. Anche Checo, come me, fin dall’inizio si è imbevuto di uno spirito di povertà che sembrava l’ingrediente-chiave per identificarci al meglio nelle condizioni di vita in montagna. Per dare maggior credibilità all’inutile impulso a salire le pareti, a cercare la luce della vetta per vie scomode.     
 
Prima ancora di toccare la roccia, prima ancora di innamorarmi della montagna avevo intuito che da quel mondo di formazioni lanciate dalla terra al cielo era escluso ogni agio o comodità, ogni virulento potere del danaro. L’alpinismo doveva essere povero – così mi dicevo – allo stesso modo di come lo erano i montanari. Non nel senso di vivere nell’indigenza, ma in semplicità di mezzi e di costumi, di obiettivi e di parole, di silenzi che seguivano come meditazioni sulle stagioni, sui lavori, sul bosco, gli animali domestici e selvaggi. Una semplicità che accomunava destini e implicava come immediato corollario un senso originario di universale fratellanza. Era usanza nella nostra piccola patria che le porte delle case rimanessero aperte.
“Se tirón casa!”, dicono gli amici agordini quando è tempo di rientrare. Tirarsi, ritirarsi dentro. Diventa un raccogliersi, il ritorno a casa, e forse tutto comincia da lì, alla sera, nell’ora di polenta. In montagna la casa non è solo rifugio verso climi avversi e difficili, rappresenta il quotidiano respiro, il ritmo dei giorni, la certezza del fuoco, i racconti dei vecchi, la storia stessa. La nostalgia delle veglie, di quando lì si radunavano tutti a raccontare le loro storie. Alcuni anni dopo, proprio nelle pagine della Storia di Tönlequest’uomo dallo spirito libero che osserva la vita e il mondo e le sue vicende correre via nel tempo quasi con staccata saggezza ma anche con tanta partecipazione – trovai conferma che povertà, in rapporto alla montagna, era condizione profondamente educativa, prezioso presupposto per formare corrette prospettive di valori, pulizia interiore. Un universo elementare e totale, continuamente riportato a zero da quella stessa povertà. Avvalendomi di altri elementi attinti dalla storia, dal costume e dalla letteratura, cercavo l’immedesimazione in un mondo mitico e romantico (nel senso letterale) che mi attraeva e affascinava: vi trovavo qualcosa che sapeva di ignoto e di sfida, di avventura ma anche di lotta contro l’ingiustizia. Senza che mai venisse meno il sapore di autentico, anima collettiva di uomini, di lavoro, di solitudini e lontananze. 
Il montanaro, ancora in epoca relativamente recente, usava i piedi per raggiungere i luoghi più disparati, le città vicine o un qualunque paese europeo. Piedi, bastone, zaino. “Camìnesto?” mi chiedono tuttora i comeliani quando sto per lasciare la valle, “cammini?”, cioè “parti?”. Adesso, oramai, tutti hanno un’auto ma l’uso del termine è rimasto – partire uguale camminare – e il ricorso ai piedi per viaggiare rimane al fondo come una estrema risorsa, come un’amorosa zia sempre lì presente, pronta a soccorrerti con la semplicità di soluzioni suggerite dalla natura per preservare l’uomo nella sua integrità.
Questa globale condizione oggettiva degli abitanti delle montagne diventò così, per me, una sorta di costante riferimento ideale, di regola non scritta. Tale istanza fu talora accolta anche da coloro che, grazie alle loro ricchezze, passavano intere stagioni in montagna lussuosamente installati in grandi alberghi. In tal caso la situazione poteva rasentare il grottesco quando, con funambolico gioco delle parti, il ricco alpinista decideva una temporanea immersione nella povertà dell’alpinismo: la vita del signore fatta di agiatezza e privilegi era sospesa per la sola durata dell’ascensione e, in uno slancio romantico-umanitario, egli recuperava – ma solo per poco! – una diversa dimensione umana, uguale a quella delle sue guide. Vere e proprie acrobazie interclassiste. Perché i signori, sia Italia sia Austria, sono sempre signori e per la povera gente, sia l’uno o sia un altro a comandare, non cambia niente. A lavorare toccava sempre a loro, a fare i soldati anche e a morire in guerra anche.
 
Certo, l’alpinismo è cambiato moltissimo negli ultimi quarant’anni. Adesso, dietro agli uomini-guida vi sono pubblicità, libri, mass-media, pubbliche relazioni e una preparazione fisica condotta in modo scientifico e spinta a livelli estremi. Ora il regime alimentare raccoglie una scrupolosa attenzione, e si tiene sotto controllo l’alcolismo benché si sia accentuato il ricorso al doping, non solo con mire allucinogene; per non parlare dei materiali, che hanno subìto uno straordinario perfezionamento. E l’influenza della Grande Industria Della Montagna è talmente massiccia da doverla per forza considerare come componente imprescindibile dell’alpinismo del nostro tempo: c’è chi la rifiuta in blocco, i puri a 24 carati, coloro che continuano a vivere una povertà ideale nel loro modo di fare montagna. Poi ci sono gli altri, quelli più o meno normali, che accettano la presenza della tecnica a un grado intermedio tra utopia e alienazione.
Comunque vorrei tanto che l’etica dell’alpinismo povero potesse giungere fino ai giovani d’oggi come riferimento ideale tuttora valido, pur ovviamente mediato dai costumi del Duemila e dal diffuso benessere attuale.
Come me, e come altri di quelle generazioni, anche Checo acquisì i salutari valori di povertà nell’alpinismo. Ancora oggi, talvolta egli si porta una coperta per bivaccare al piede di una parete, adopera indumenti vetusti e rattoppati e, quando arrampica, invece del casco indossa un basco. Teniamo d’occhio le liquidazioni e siamo felici se qualcuno ci regala un friend per la nostra festa. Hermann Buhl, alpinista povero esemplare, continuerà sempre a camminarci accanto – vecchi o giovani – e ad illuminarci la strada, se riusciremo a ricordarci di lui come si conviene.

[Alcune righe tratte da Storia di Tönle, di Mario Rigoni Stern]  
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martedì, 17 giugno 2008

IN MORTE DI IGNAZIO

postato da mariocrespan alle 09:02 in ritorni a valle
È la pietra una fronte su cui gemono i sogni

 

Tempo di addii, tempo di nostalgie. A poco a poco se ne vanno gli ultimi cavalieri senza macchia e senza paura dediti a un alpinismo degli antichi, oramai in dissolvenza. Un alpinismo che, ai tempi della mia giovinezza – anni ’60 – era ancora uno specchio sul quale noi tutti potevamo riconoscere la nostra immagine nobilitarsi sullo sfondo di uno scenario condiviso di montagne e di valori. Ora – parafrasando un noto commentatore politico – quello specchio è andato in frantumi e nei cocci sparpagliati in ogni direzione ciascuno, forse, potrà certo riconoscere il proprio piccolo ambito e la relativa deontologia ma, nel contempo, potrà non accorgersi di aver smarrito il senso complessivo di una attività che non si prefigge più solo il fine di ascendere in semplicità e con mezzi leali le cime. Sì, le montagne sono lì, al solito, ma sono scadute ad anonimi oggetti di fondo, da consumare e da sfruttare secondo una qualsiasi di quelle tante schegge di specchio, ciascuna sorretta da etica, tecnica, direttive, abilità diverse.
L’alpinismo cui faccio riferimento era il mondo di Lorenzo Massarotto, di Bruno Detassis e di Ignazio Piussi, tre figure guida di una eletta schiera cui molti di noi si sono ispirati – con ansia leggera da giovani innamorati – mettendo le mani sulla roccia delle pallide Dolomiti. L’alpinismo cui faccio riferimento permetteva a tali figure di emergere e diventare dei modelli ideali per gli oscuri salitori di montagne che eravamo e siamo. Gli spiriti immortali di Preuss, di Comici, di Buhl, di Cozzolino – assieme a quelli di Lorenzo, di Bruno, di Ignazio e di altri grandi maestri – sono ancora al nostro fianco mentre puntiamo lo sguardo in alto attaccando una parete, sia pure di modesta difficoltà.
Credo che l’alpinismo attuale – uno dei cocci di specchio rimasti – sempre meno sia portato ad isolare protagonisti di spicco, a dispetto delle apparenze e delle dimensioni ampie e globalizzate che ha assunto. O forse proprio per questo, perché troppi e troppo bravi sono i protagonisti di spicco. L’alpinismo attuale ha scovato montagne meravigliose e difficilissime in ogni angolo del pianeta. Annovera tra le sue file numerosi alpinisti fortissimi, eccezionali, veri superuomini, capaci di imprese straordinarie e impensabili fino a poco tempo addietro. Ma ora il livello delle prestazioni, assai più vicino all’asintoto limite delle umane possibilità, sembra appiattito e svuotato. Nella folta compagine dei superuomini di adesso non riesco a intravvedere personalità in grado di affiancarsi a Lorenzo, a Bruno, a Ignazio e agli altri grandi, e contribuire così a illuminare i nostri piccoli cammini tra le rocce. Di “ultimi problemi” da risolvere ne rimangono pochi, forse nessuno. O, al contrario, essi si stanno moltiplicando senza tregua. L’esito non cambia, in fondo. Ma, pensando ai giovani d'oggi, vorrei tanto che nuove figure sorgessero e parlassero loro con la medesima voce dei maestri che hanno dato alimento, ali e sogni ai miei primi anni sulle cime, e che ora ci lasciano per sempre.       
Perché, più che di linee invisibili tracciate sulle pareti delle montagne o dei dati tecnici più clamorosi, soprattutto di terra e cielo si compone e si nutre quell’alpinismo degli antichi. Camminateci accanto, amici, sali al nostro fianco, Ignazio. Affinché possiamo – inquieti e felici di una tale inquietudine – continuare sempre alla ricerca di una risposta lungo l’aerea e affilata cresta, perennemente in bilico tra merda e infinito.

 

È la pietra una spalla per portare il tempo


[versi di Federico García Lorca, da Compianto per Ignacio Sánchez Mejías]

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giovedì, 12 giugno 2008

RICORDI DI SCUOLA 1 - ALBERI

postato da mariocrespan alle 10:34 in ritorni a valle
La professoressa Dora Nicolich, profuga istriana, nubile, ci ebbe in pugno fin dal primo minuto della prima media, quando cominciò a declinare rosa, rosae etc etc. Una classe di ventisette maschi, incantati dagli azzurrissimi occhi della professoressa – la cerùlea Dora diceva di sé, compiaciuta, citando Carducci o Gozzano – e dalle sue tettone gagliarde che, con audaci scollature, ella esibiva ai nostri sguardi morbosi di neoadolescenti. Tre anni durò il suo impero dolce e inflessibile. Ci insegnò un sacco di cose, ci fece sgobbare su Iliade, Odissea ed Eneide, sui poeti latini e italiani, soprattutto ci insegnò a scrivere con diuturni esercizi imprimendo in noi le strutture incrociate di sintassi, grammatica e ortografia. Memorabili le sue letture, che noi seguivamo con gli occhi perduti sul suo seno generoso e ondeggiante. Si infiammava declamando sospette liriche dannunziane:
 
Naviglio d’acciajo, diritto veloce guizzante
Bello come un’arme nuda,
vivo palpitante
come se il metallo un cuore terribile chiuda;
 
Noi non perdevamo una sillaba, attenti e confusi. E ognuno incrementò la propria attività masturbatoria, già cospicua. Alcuni se lo menavano addirittura durante la lezione, nei banchi delle ultime file. Tra questi, Giorgio Brùfolo Gruber era il più accanito. Un giorno, nello stupore generale, sentimmo Brùfolo rantolare con un filo di voce roca:
– Professoressa… professoressa… vado in affanno!..
E si accasciò sul banco. Subito accorse la Nicolich che lo colse nella flagranza di reato più clamorosa e spudorata, privo di sensi, calzoni sbottonati e mano ancora dentro le mutande. Si beccò un mese di sospensione e finì poi bocciato.
 
Fuori scuola ritrovavamo atmosfere più rilassate e innocenti. Quattro o cinque di noi, me compreso, formarono un gruppo fisso attorno a Marzio Mattei, lui pure appartenente alla classe e il cui padre, agiato industriale, aveva affittato una grande villa circondata da un amplissimo parco, in talune occasioni frequentata anche dalla nostra amata professoressa Nicolich, amica di famiglia. Vi erano prati variamente percorsi da vialetti, un fiume in miniatura con romantico ponte, due grotte artificiali sormontate da gazebi in ferro lavorato. Ma soprattutto vi erano tanti, tantissimi alberi. Freschi di lettura del Tom Sawyer di Mark Twain, ai nostri occhi Villa Ferro e le sue immediate adiacenze poste lungo la Strada delle Acquette si trasformarono ben presto nell’assolato e pigro Missouri di metà Ottocento. Ogni pomeriggio eravamo lì a giocare. Facevamo la guerra per bande, e poco contava che alla fine dovesse fatalmente trionfare Marzio, il padrone di casa.
Uno dei miei divertimenti preferiti consisteva nell’arrampicarmi sulle pareti delle grotte artificiali, formate da conci irregolari di roccia, e arrivare ai gazebi disegnando e seguendo piccole direttissime sempre nuove. L’impulso a scalare le montagne, del resto, già si era insinuato in me da bambino, quando – cosa non difficile nel primo dopoguerra – salivo di continuo sulle collinette di terra formate dai crateri delle bombe ancora aperti. Di simili gobbe ce n’erano tante, attorno a casa mia, e ciò mi permetteva di collegare le ascensioni, vere e proprie traversate di cresta con passaggio per ogni cima. Ma, pur vivendo tutto questo come un gioco istintivo e irriflesso, già a quel tempo avevo intuito come l’arrivo in vetta al termine di un’ascesa costituisse un istante di grande bellezza, una suprema brevissima tregua di completo appagamento. E mi pareva che anche altri bambini, al pari di me, provassero le stesse aspirazioni, le stesse piccole grandi gioie. E così mi si formò la convinzione che forse l’uomo, per qualche misteriosa ragione, spontaneamente si sentisse attratto a salire in alto, sopra un poggio, un muricciolo, un mucchio di sassi, un campanile – o sulla cima delle montagne.
Le pareti delle grotte, pochi metri ben articolati, furono le mie prime scalate. Poi il medesimo impulso si tradusse in una frenesia di arrampicarmi sugli alberi spingendomi su su, fin sulle estreme fronde, là dove esse si assottigliavano e cominciavano lentamente a ondeggiare. A Villa Ferro c’erano alberi altissimi: uno dei più imponenti era posto vicino all’ingresso e dai rami più alti che riuscivo a toccare si vedeva il tetto della villa nettamente al di sotto, come una trama rossa tra il fogliame. Un altro era posto all’angolo nord della recinzione: si trattava di una sorta di conifera, il cui primo ramo si raggiungeva con “mezzi artificiali”, cioè con pericoloso passaggio dall’ultimo stretto piolo di una traballante scala a treppiede. L’albero si spingeva ugualmente molto in alto, e la sua ascesa – una volta agguantata la successione dei rami – non era difficile. Essa si concludeva appena sotto la cima e da qui si vedevano i tetti delle case circostanti, addirittura gli interni delle stanze. Lassù, quasi librati in aria, era bello annusare il vento e riscoprire le contrade di tutti i giorni da un punto di vista completamente diverso, grazie al quale si poteva persino leggere nel futuro e intaccare il tempo, entità strana e inafferrabile.
Nella parte fittamente alberata della villa, e negli immediati dintorni, ambientai nel mio immaginario la storia del Barone rampante di Italo Calvino che, alcuni anni dopo, sfrattò da lì per un breve periodo il mondo di Tom Sawyer e Huckleberry Finn. Ma di quella meravigliosa stagione arrampicatoria, oltre allo sconfinato universo degli alberi e al senso di libertà che essi mi infondevano, ricordo la mia assoluta scioltezza di movimento: salivo, scendevo, passavo da un ramo all’altro del tutto incurante dell’altezza, senza il più piccolo timore di cadere. Ogni cosa sfumò con gli anni beati delle Medie e della professoressa Nicolich. E quell’incoscienza, quella perfetta indifferenza al vuoto non le ritrovai più, né sugli alberi, né sulle pareti di roccia, quando poi ebbi occasione di affrontarle.
 
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giovedì, 05 giugno 2008

AUTOSTOP

postato da mariocrespan alle 10:54 in ritorni a valle
Autostop? No, grazie, dicevano tutti. Amici alpinisti o compagni di escursione che fossero, per loro ricorrere all’autostop era una pratica se non illecita, almeno un po’ dubbia. Perciò ogni gita che cominciasse in una valle e finisse in un’altra richiedeva un secondo mezzo all’arrivo. Non per me, invece. L’autostop l’ho sempre adottato in caso di bisogno, lo adotto tuttora, e non me ne sono mai pentito. In fondo, mi pare che alzare il pollice on the road prolunghi e arricchisca l’avventura in montagna con gli attributi del viaggio povero, da esteti vagabondi.
 
Accadde così anche nel tardo pomeriggio del 29 marzo 1997, sabato di Pasqua. Erano quelli gli anni in cui, a fine stagione, la pratica dello sci di fondo si trasferiva dai campi di gara alle traversate fuori pista condotte in velocità e scioltezza. Lasciata la macchina presso l’Albergo Fiscalino, eravamo saliti per Val Sassovecchio sotto una nevicata fina fina, sorpassando gruppi di sci-alpinisti che, al solito, ci guardavano di traverso. In salita, il confronto con gli sci-alpinisti era tutto a nostro favore; per contro, in discesa, pagavamo lo scotto con tanto di interessi. Nelle discese fuori pista, con gli sci da fondo si faceva del nostro meglio, e il nostro meglio era talora assai penoso, se non ridicolo. Ma a noi stava bene. Dal rifugio Locatelli avevamo proseguito traversando forcella Lavaredo, flagellati da un vento gelido e furioso, per poi scendere a Misurina. Qui la mia compagna si sistemò in un bar e io mi accinsi, secondo consuetudine, a recuperare il mezzo ricorrendo all’autostop. Era la luce declinante delle quattro del pomeriggio, l’ora legale sarebbe andata in vigore l’indomani. In breve guadagnai Dobbiaco: ero ottimista, il periplo nord delle Dolomiti di Sesto si annunciava liscio come l’olio, tanto più che le strade erano discretamente frequentate. All’incrocio di Val Pusteria – luogo propizio, dove le auto rallentavano – ricominciai baldanzoso ad alzare il pollice.
Ma il tempo volava, imbruniva, e ora nessuno si fermava più. Oltre alle macchine dei valligiani, passavano molte Audi, Volvo, Mercedes – Mercedes soprattutto – con molti turisti tedeschi e italiani. Nessuno più mi degnava di uno sguardo, nessuno – fin lì aveva sempre funzionato – era favorevolmente colpito dal mio aspetto di vecchio saggio della montagna. Tutti tiravano dritto e io mi preoccupavo, e quasi mi arrabbiavo. Dimenticando che io pure possedevo la mia brava automobile, subito mi sentii un miserabile, un vagabondo male in arnese scaraventato dal mio destino di paria sul bordo della strada, alla mercè del cuore duro dei ricchi turisti, ospiti di Val Pusteria. Nutrivo i medesimi sentimenti di quando – ragazzino, di ritorno dalle prime camminate – transitavo accanto agli alberghi tirati a lustro. Adesso come allora ero dalla parte dei nobili straccioni, beatnik viellissant – avrebbe detto Georges Moustaki.
Quando oramai ero rassegnato a incamminarmi per raggiungere comunque Val Fiscalina, vidi avanzare una sagoma scura e – riflesso condizionato – alzai il pollice. La sagoma scura si fermò. Corrispondeva a una vettura di quarantesima mano, di un improbabile color verdescuro ex metallizzato, piuttosto malandata e piena di ammaccature di ogni tipo e dimensione, con cerchi privi di copriruota. La portiera si aprì (il finestrino non funzionava) e la luce di un accattivante, aperto sorriso illuminò un volto dal colorito scuro, appena delineato nel buio. Il Peter Sellers di Hollywood party a bordo della Peugeot del tenente Colombo.
Ma non di un indostano si trattava, bensì di un marocchino. Mi spiegò che svolgeva umili mansioni in un albergo di San Candido, dove appunto si stava recando a prendere servizio. Con la colpevole coscienza di esser passato di botto dai panni laceri dell’emarginato a quelli spocchiosi del ricco, gli comunicai la mia mèta, e aggiunsi:
– Oggi non ho avuto molta fortuna con l’autostop.
– Lo so – disse lui in buon italiano, di certo avendone esperienza – qui non si fermano volentieri, turisti o no.
Si offrì perciò di accompagnarmi fino a Moso.
– Ma no – dissi – ti faccio ritardare al lavoro…
– Nessun problema, è poca strada – rispose, sempre sorridendo.
 
Mentre – camminando nel buio avanzante – coprivo gli ultimi tre chilometri fino alla macchina, il pensiero girava, con mesta ironia, attorno alla presunta minaccia rappresentata dagli immigrati: quattro anni prima dell’11 settembre, già erano sorte pulsioni xenofobe. E oggi? Oggi pare che i poveri disgraziati che mettono piede in Italia per fuggire fame, miseria, sterminio possano diventare, solo per questo, dei criminali. Tolleranza zero? Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell’ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento all’altro può presentarsi l’uomo destinato ad asservirla scriveva nel 1840 Alexis De Tocqueville, con inconsapevole lungimiranza.Forse occorrerebbe ritrovare il senso di un laico e universale “discorso della montagna”, anticipando opportunamente, almeno un po’, il regno dei cieli riservato agli ultimi su questa terra afflitta dai privilegi assurdi di una minoranza. Ma c’è ancora qualcuno che lo ricordi, il “discorso della montagna”, quello originario, anche tra le file di chi dovrebbe?
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mercoledì, 21 maggio 2008

MONTELLIANA

postato da mariocrespan alle 09:02 in ritorni a valle
Sul Montello di Mario CrespanAlla domenica è tutto un pullulare di ciclisti e di podisti, il Montello. Oramai l’hanno scoperto in tanti al punto che la presenza di sportivi è sancita da opportuni cartelli e limiti di velocità. E perfino qualche rospo fortunato, ora – quando lentamente attraversa la strada – arriva a ricevere attenzione dai distratti automobilisti.
Ho cominciato a frequentare il Montello alla vigilia del mio impegno nello sci di fondo, autunno 1973. Non troppi i ciclisti, allora, e quasi nessun podista. Le corse per “prese” e traverse divennero ben presto una consuetudine settimanale, poi ancor più assidua. Con alcuni compagni di fatica e di alpinismo, moltiplicai i percorsi e imparai a conoscere le metamorfosi stagionali e i mutevoli scorci offerti, a sorpresa, dal paesaggio montelliano. Al di là di certi crinali sorgeva quasi per incanto la Schiara innevata e, oltre la groppa principale, aperture improvvise liberavano la vista verso il lungo profilo appena ondulato del Cesén e la miriade di paesi sparsi nella piana subito a nord del Piave, luoghi zanzottiani, tra Valdobbiàdene e il Soligo. Così il Montello entrò nella mia vita e non ne uscì più, costante ad articolare dialoghi, ad aggiungere natura piena allo scorrere dei giorni, a consolare di orizzonti lievi le inevitabili congiunture di dolore.
Trascorsero due o tre anni e, agli allenamenti a piedi e in bicicletta, si aggiunsero quelli con gli skiroll, attrezzi giunti dalla Scandinavia per riprodurre sull’asfalto l’andatura con gli sci da fondo. I primi esemplari da me usati erano rumorosi, lunghi e pesanti, ma da subito fu chiaro quanto aiutassero l’affinamento dello stile – e quanto facessero imbestialire i cani, al passaggio. Ma come fare nelle discese per frenare? Bella domanda. Ora che gli skiroll si sono accorciati, snelliti, alleggeriti, velocizzati ed è subentrato il dinamico passo di pattinaggio, spesso mi si affianca un ciclista che invariabilmente mi chiede:
– Ma… come fate, poi, in discesa, per frenare?
– C’è qualche trucchetto – rispondo sornione, tenendomi sul vago.
E mi fermo lì, con le spiegazioni. Anche perché, di spiegazioni, non ce ne sono proprio. In realtà le discese bisogna mollarle, affidandosi al cielo, alla divina provvidenza, a Ermete o a Cartesio, secondo la fede di ciascuno. E affidandosi più accortamente alla scioltezza, alla conoscenza del terreno e – per quanto mi riguarda – a una modesta controspinta in spazzaneve per rallentare, ove occorra. Del Montello, oramai – oltre alle ore di minor traffico – mi son familiari perfino le minime rughe. Lo skiroll, tra tutti gli esercizi, mi offre ancora adesso il più sereno divertimento. Pur se i cani, al passaggio, continuano a imbestialirsi.
 
5 aprile 2008.
Anche oggi mi son fatto un giro con gli skiroll sul Montello, tempo imbronciato ma strada asciutta. Un buon allenamento, come sempre mi son divertito e sono contento. Ho parcheggiato l’auto a poca distanza da un frequentato ristorante; già mi sono cambiato la maglia e mi appresto a tornare a casa. E qui, giusto in partenza, eccomi vittima di un fulminante colpo de móna, per dirla alla veneta. Sì, perché dimentico che, un metro avanti, finisce il condotto interrato e ricomincia brusco il piccolo fossato a lato strada: un attimo, e la ruota anteriore destra si incastra tra il bordo della tubatura e la sponda del fosso. Ora la macchina non ne vuol sapere di uscire da lì, tanto più che, sull’opposta diagonale, la ruota posteriore sinistra si è alzata da terra di una buona spanna. “E adesso che faccio?” mi dico, osservando la situazione. Un bel casino...
Ma vedo qualcuno davanti al ristorante, intento al rito dell’ombra, o bicchier di vino che sia. “Bene” penso fra me “mi daranno una mano”. Mi avvicino, abbigliato ancora a metà da skirollista, e spiego l’accaduto. Mi guardano perplessi, la strana foggia del vestire contrasta con il colore del pelo che mi ritrovo in faccia, dal quale risulta evidente che non ho più vent’anni. La persona, assieme alla circostanza, sembra sconcertarli. Alla mia richiesta d’aiuto farfugliano delle scuse: “non siamo attrezzati etc, non abbiamo cavi etc, meglio chiamare un trattore etc etc”. Va bene, capito, qui il diverso lo vedono con sospetto. Mentre mi allontano dico fra me: “Ma questi per chi voteranno?”
Sono lì, in piedi e, mentre osservo la mia auto con quella strana ruota in aria, transita un camioncino. Alzo una mano senza alcuna convinzione e toh! il camioncino si ferma. Ne scendono due ragazzotti i quali osservano un po’ e capiscono il problema. Ci vuol poco, del resto. Si allontanano quel tanto che basta per fare inversione di marcia col loro mezzo, poi si piazzano dietro la macchina, estraggono dal cassone uno spezzone di cordaccia malandata e collegano il paraurti del camion all’estremità del semiasse che annaspa nell’aria. Fanno tutto loro, veloci e tranquilli. Proveranno a trainarla da dietro. “Dolcemente, mi raccomando” mi vien da dire stupidamente, quasi non fosse ovvio. Sorride, rassicurante, il più ciarliero dei due, ché l’altro proprio non parla. Ed ecco che il camion comincia a tirare, e la fune si tende, si tende, ma la ruota deve superare all’indietro lo scalino opposto dalla tubatura e ancora non ce la fa, e intanto la fune si tende ancora di più, ancora di più finché tàn! un ultimo strappo e la corda si spezza, frustando secca all’intorno. Disappunto mio, ma non loro. Il silenzioso ha già estratto un coltello e ha tagliato i capi. Ora sta riannodando gli spezzoni mentre il suo compagno, sempre sorridente, dice: “Altra parte!”. Qui è più difficile trovare il semiasse, la macchina ha il muso raso terra, ma il silenzioso si sdraia sull’erba del fosso e riattacca la fune. Tutto è pronto di nuovo. La cordaccia riannodata ricomincia a tendersi e miracolo! resiste. E così il camioncino riporta la macchina in strada. Ma non è finita: ora devo completare l’uscita senza incastrare la ruota posteriore dove prima stava l’anteriore.
– Noi stiamo qua, tu prova uscire – dice il ciarliero.
Certo pensa che io sia imbranato e vuole esser sicuro che non mi metterò nei guai una seconda volta. Ma ora pongo più attenzione e supero l’esame. Poi corro incontro ai due, che stanno per andarsene. Li ringrazio calorosamente, stringo loro la mano. Sono evidentemente dei manovali edili. Vorrei offrir loro qualcosa, almeno una bevuta assieme:
– No, no, bene così, non importa, non importa… – dice il ciarliero.
– Ma voi non siete di qui, vero? Di dove venite? – chiedo loro infine.
– Siamo rumeni, qui per lavoro.
Un ultimo sorriso, un cenno di saluto e il camioncino è già sparito laggiù, oltre la curva. Nel frattempo, davanti al ristorante, i bevitori hanno seguito distrattamente le nostre manovre. Poi si sono dileguati con le loro macchine dalla parte opposta.   
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mercoledì, 07 maggio 2008

NUVOLE NERE

postato da mariocrespan alle 11:54 in ritorni a valle
Prima o dopo ci sarei andato, da sempre lo sapevo e finalmente, luglio 1987, infilai la via di Saint-Moritz e del Julierpass – luoghi segantiniani – giusto itinerario per l’Alsazia. Mi sarebbe bastato uno sguardo di passata – dicevo tra me – niente più che una fugace impressione. Speravo di poter avere ugualmente l’opportunità di cogliere, in linee d’orizzonte e profili di montagne, una scossa, un brivido, una vibrazione. E subito, al passaggio di Pontresina, il pensiero andò a quel pomeriggio del 28 settembre 1899, su alla capanna dello Schafberg. Il miglior commiato dalla vita che si possa immaginare.
Da dieci giorni si trovava lassù ­– a più di 2700 metri di quota – il più geniale dei pittori di montagne. Assieme a un gruppo di volonterosi, tra i quali il figlio Mario e Baba, la governante di casa, si era portato fin là in alto (mille metri di dislivello!) il secondo dei tre grandi quadri del Trittico della Natura, un enorme telaio di quattro metri per due e mezzo – la natura, il divenire – e lo aveva collocato, con opportuni ripari, proprio sulla cresta nord-ovest del Piz Muragl. Forse – chi lo sa? – uscito a notte per una puntata su, verso la cima del monte, a oltre tremila metri, dove voleva studiare ancora e ancora i riflessi iridescenti dell’alba sulla neve per carpirne il segreto e trasfonderlo nel colore scomposto in filamenti elementari, forse lì una violenta sferzata di gelo lo aveva colto e ne aveva segnato la fine. Non era semplice pittura en plein air, la sua, era molto di più. Meditazione e rivolta umanitaria, passione senza limiti, voglia di verità. E quasi non bastandogli la tecnica divisionista – strati su strati di colori primari pervasi da candide linee di forza – vi aggiungeva oro e bianco, e scatenava contrasti violenti per esaltare la luce. Ma da lassù, dallo Schafberg, eccezionale punto panoramico sull’Engadina, non cercava il drammatico dialogo di nubi e sole già presente in altre opere e in uno stesso episodio del Trittico. Stavolta il cielo era assoluto e raggiante, immediato, occupava più di metà della tela e rimbalzava addosso alla terra popolata di montagne ma già oscurata nei colori dell’autunno. Egli aveva voluto il quadro lì, accanto a sé, giorno e notte, e forse, oltre che dalle sue pennellate, intendeva farlo compenetrare direttamente dalla fiammeggiante energia risucchiata in quota. Morì lassù, dopo pochi giorni, guardando le montagne dalla finestra – toccante epilogo degno di un film, ma del tutto reale – cogliendo l’ultimo tramonto sulle creste di oltrevalle che, nel dipinto, rimasero incompiute. Non riesco a pensare a sorte più generosa.
Da Pontresina salii al vicino Museo Segantini, a ritrovare nel Trittico quel medesimo paesaggio, il vasto cielo aperto e totale. E quindi, tralasciando la strada del Julierpass, volli spingermi fino al Passo del Maloja, e poi ancora giù fino alle porte di Soglio, allo sbocco di Val Bondasca, per riconoscere i profili di Sciòra – Torri del Vajolet di granito – scenografia della prima composizione del Trittico appena ammirata e dedicata alla Vita, all’essere. Alla fine, ripreso l’itinerario stabilito, il transito per Savognin concluse quel primo, e finora unico, contatto con luoghi, forme, orizzonti, colori dell’ultima dimora segantiniana. Nella sala del museo mi era rimasta impressa una nuvola, terribile presenza nella terza opera del Trittico, intitolata alla Morte. Una nuvola grande e densa, greve, scura sui lati e ancora più scura al di sotto di un rigonfiamento pressoché sferico e luminosissimo, una nuvola che sparge un’ombra errante al piede delle montagne innevate, esaltando il sole dell’alba. Una nuvola pesante che sembra gravare addosso a una cima che invano tentai di identificare, poi, guardandomi attorno nel breve e troppo rapido andirivieni in quell’angolo di Engadina. Una nuvola che non mi è più uscita di mente, e che ogni tanto si riaffaccia con incredibile forza a muovere dubbi e ad insinuare commiati.
 
Oggi – 2008 – a più di vent’anni di distanza, permane negli occhi quella medesima nuvola nei sussulti di un aprile instabile e inusuale. Nel cielo insiste l’oro del primo abbozzo di primavera che, dalla fine di febbraio, riprende a scaldare il cielo nel tardo pomeriggio, una luce abbagliante che nei quadri di Segantini è sovente protagonista. Ma insistono anche nubi in violento controluce, bordi chiari e bruciati a isolare masse scure e minacciose, la temperatura ondeggiante tra le code di un magro gelo tardivo e gli abbandoni del rigoglio annunciato. Ecco riaffiorare i motivi simbolici del Trittico – la luce, la natura, i ritorni, il divenire, le passioni, il tempo, la vita, la morte – le tematiche dell’opera che accompagnarono Segantini fino al limite del grande salto; le stesse della sua vita d’artista che ora – trasportate da nuvole nere – continuano a giungermi dai cieli del Grappa e del Tomàtico come stilettate o lacerazioni, l’uomo in bilico, intento a reggere il cammino su insidiosi crinali. Nuvole nere sospinte da rutilanti sfere di luce dorata qui a riproporre il colmo della felicità o la tragedia dell’indifferenza. Nuvole nere d’aprile che mi hanno trasmesso segnali precisi, la necessità, l’urgenza di rimettere lo sguardo in Engadina. Sarà per la prossima estate, ho deciso. Per rivivere la nuvola del Trittico, per ripercorrere la vicenda esistenziale di Segantini prendendomi il tempo necessario, poco importa se troverò strade, seggiovie, funivie a devastare il luogo del suo solenne trapasso. Vanno, vengono, ritornano – le nuvole – come ci ricorda un altro poeta. Sono il visibile respiro dei nostri giorni terreni.
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giovedì, 17 aprile 2008

VAGABONDO PER SEMPRE

postato da mariocrespan alle 09:43 in ritorni a valle
Mi sono avvicinato alle montagne perché mi pareva un mondo di vagabondi e di sognatori, di nobili avventurieri colmi di ideali, di filosofi straccioni alla ricerca del sapido diritto all’ozio, clochard delle altezze che vivevano all’ombra delle pareti, generosi nel profondo e pronti a prendere le parti dei deboli, degli affamati, dei poveri cristi. Quasi una setta i cui adepti erano legati da vincolo di mutuo soccorso nel nome del comune rito dell’ascesa. Ricchissima povertà dell’alpinismo. Ammalato e ammaliato da un sublime scenario di rocce, ogni scalata mi apparve come un luminoso cammino iniziatico superato il quale mi sarebbe spettato in premio un progressivo avvicinamento a quel consesso di esseri superiori – gli alpinisti – poveri e valorosi. Le montagne da subito assursero a simbolo di universale fratellanza. Dichiaravano semplicità e grandezza nella perfetta armonia di natura e umanità, contro ogni tirannia e ogni ingiustizia, di qualunque origine. Tornavo dalle mie prime escursioni tra le pallide Dolomiti percorrendo a piedi, nel tardo pomeriggio, lunghi tratti della Val di Fassa nell’animazione del turismo estivo. Passavo tra gli alberghi e i ristoranti dove le tavole imbandite con dovizia aspettavano gli ospiti all’appuntamento del pranzo serale. Mi sentivo già allora lontano dalle comodità, dalla ricchezza puramente materiale che già puzzava di imbroglio, di torpido egoismo, di rapporti umani orchestrati sullo spartito della servile convenienza, del pagamento in contanti. Già avevo messo distanza tra me e quanto rappresentavano quegli alberghi, che a me parevano tutti di lusso. Altra cosa erano le montagne e la ristretta compagine di cavalieri che ne percorrevano le cime. Ce n’era abbastanza per sedurre un sedicenne. La strada chiaramente si mostrava davanti a me e mi inoltrai, sicuro. E le montagne rimasero, rimangono. 
 
Martedì, 15 aprile 2008.
Con le montagne rimase, e rimane, la medesima aspirazione a sostenere la causa della sempre più affollata schiera degli emarginati, di ogni pelle e di ogni contrada. So che l’esigenza di giustizia che da giovane – con l’intatta purezza di un sedicenne – accompagnò la mia corsa verso le montagne, quella esigenza non potrà mai morire. E nemmeno oggi lo potrà, oggi che dal parlamento è stato estromesso il poco che rimaneva di una corrente politica oramai stanca e priva di strategia ma che, bene o male, avrebbe continuato a dar voce ai poveri contro gli insultanti privilegi di una minoranza troppo ricca e volgare. Corruttele, ricatti, delinquenze di stato, infiltrati, conflitti di interesse, eclissi della ragione hanno avuto buon gioco. Ora si alzano i peana starnazzanti dei corifei del vincitore, dei suoi lustrascarpe e del cospicuo codazzo che gli fa corona, dagli omuncoli ai lacchè, le cui donne vanno a fare la spesa col suv. L’inquinamento da ricchezza arriva dappertutto, irretisce le masse, intride e logora anche le motivazioni di lotta che fino a ieri sembravano incorruttibili. Come quando passavo nei panni di vagabondo tra gli alberghi, orgoglioso della mia diversità, così ora – per fortuna – continuo a sentirmi nauseato dalla cieca euforia dei giocondi, sbornia da babbei, che puzza di televisione e di lingua inglese, la lingua dei padroni del mondo, di chi ha inventato le guerre preventive e si ritiene in diritto di calpestare ogni presunto oppositore con la tracotanza dei tiranni, legittimando tortura e pena di morte. Non riesco a sopportare i titoli dei film sempre più in inglese, le insegne dei negozi in inglese, gli spacci aziendali che si sono trasformati in factory outlet e le osterie che sono diventate pub. Il “Caffè di Porta San Tommaso” scioccamente riciclato in St. Thomas’s Gate. Se insorgo al pensiero della civiltà tibetana violentata perché dovrei soggiacere a una identica operazione condotta ai danni del mio paese e della mia cultura, pur secondo i metodi più sottili e seducenti del consumismo giulivo? La FAO lancia appelli, intanto: attenti – dice – il prezzo delle derrate alimentari sta salendo paurosamente. Ma niente, la gente telefona, tranquilla, e approfitta dell’ultima offerta per l’auto full optional – e dài! – cinque anni di garanzia inizio rate nel 2009 taeg 6.53 percento. Poi via, in vacanza, a Malindi.
Forse questo martedì di dopo-elezioni mi ha risucchiato dentro, lasciandomi un vuoto senza confini, simile a un mare in bonaccia. Carne morta, dicono i veneziani quando ti vedono preda di una stanchezza infinita. Mastico aria stantia che non sa di rivolta – magari fosse! – e nemmeno di dolore, ma di tragica apatia. In effetti, pur sapendo che quanto provo è condiviso da una moltitudine di persone, da stamattina è come mi trovassi da solo contro le ingiustizie del mondo. Siamo in tanti ma ognuno per sé, e ridotti al silenzio. Rimangono le montagne, certo, sono sempre lì. Ma oggi anch’esse mi sembrano diverse, grigie, lontane. Dove sono i cavalieri senza macchia e senza paura che ne correvano le cime? Forse dirottati da volontà stranianti su vie moderne, dimentichi di Re Laurino e più inclini – appunto, che so? – al dry-tooling. Perduti. O non sarà che d’ora in avanti mi debba accontentare dei terreni di mezzo, riservati ai cammini di contemplazione e di riflessione, alle malinconie, alle soste della sera, non più le galoppanti cime del Sassolungo ad attendermi nelle limpide mattine d’agosto oltre il costone del Ponsìn, ma il bosco, le casere, le ultime chiazze di verde, il silenzio? 
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martedì, 08 aprile 2008

ARIA AZZURRA

postato da mariocrespan alle 22:18 in ritorni a valle
Montagne di casa di Mario CrespanArrivò in un pomeriggio ventoso e assolato. Lo invitai a salire in casa ma lui preferì rimanere all’aperto, nell’aria azzurra, là, sui tre scalini dove spesso ci sediamo Luca ed io, “a fumarcene una” secondo il detto, cogliendo il dolce sapore dell’ozio rubato. Passando sulla strada aveva adocchiato la piccola roulotte parcheggiata sotto il pioppo e aveva deciso di fermarsi e chiedere se avessi intenzione di venderla.
Zvonko – un rom originario del Montenegro – aveva occhi azzurrissimi e intensi, capelli neri e ricci, pelle olivastra e corporatura robusta, quasi rotonda, ma senza alcun impaccio. L’impressione, al contrario, era di autentica leggerezza, pronta ad animare ogni frase con gesti di mimo – delle mani e del corpo. Attaccammo con la roulotte e poi discorremmo di tutto. I precetti del quotidiano e le donne, i controlli della polizia, ma anche – sfiorandole appena nelle cronache familiari – la vita e la morte. Suscitavano, i suoi discorsi, luoghi e cieli provvisori, nessun contorno definito, né di casa né di paese, nemmeno di colline o montagne, e nessuna nostalgia. Solo i confini del giorno, talvolta delle ore o persino dei minuti, quando una folata di vento, un attimo bruciato possono racchiudere l’intera esistenza. Per noi pure è così, ma di rado; per loro invece – faceva intendere Zvonko – è più che abitudine, è pelle e sangue. Non mostravano risentimento le sue parole ma, quasi fossero danza, di questa mantenevano lievità e incoscienza acerba.
 
Dopo due ore buone risalii in casa e mi sedetti presso la finestra aperta della cucina, da dove mi piace guardare la linea delle montagne che, nel luminoso e terso pomeriggio lavato dal vento, si disegnavano con precisione, i profili appena accennati dalle nevi residue di primavera. Azzurre le montagne, azzurra l’aria. La stessa del canto rom che – a metà tra citazione e rimpianto – conclude come uno struggente addio una delle più belle creazioni di De Andrè e Fossati.
Fin da ragazzo amo cantare e a poco a poco, negli anni, ho imparato – per quanto possibile, con la mia voce imperfetta – a pulire la linea melodica appoggiandola alla scansione dei versi, e a sostenerla con qualche accordo di chitarra. Così avviene che certi passaggi acquistino particolare intensità tanto da provocarmi, a volte, un’emozione tale da incrinarmi la voce ed accasciarmi. Succede spesso con Khorakhanè. Il ritmo, in tre quarti, è un semplice adagio e chi canta lo può ulteriormente rallentare o sospendere, lo può trascinare in accorato sussurro appena tinto di disperazione fino a farlo raggelare nel tumulto di un arcano dolore.
Forse Zvonko apparteneva proprio al gruppo rom Khorakhanè, “lettori del Corano”, che copre giusto la sua area dichiarata di provenienza. Zvonko – con le sue storie, la sua diffidenza atavica, la sua letizia, la sua affascinante e velata reticenza, il suo eterno vagare affinché l’aria azzurra diventi casa – era venuto qui a danzare e intridersi nei versi assolati e assoluti di De Andrè e Fossati. Se avevo bisogno di una conferma, essa era giunta piena e toccante.
Ma, ora più che mai, assieme all’errabondo destino dei rom ritrovo in questa canzone – molto meglio del più violento canto di protesta e con la forza sovrumana della poesia ­– la sorte vergognosa e ignorata di ogni emarginato, di ogni povero, di ogni dannato della terra. Storia antica o contemporanea non fa differenza. Mi affanno a cercare una spiegazione a tanto abominio e non riesco ad aggrapparmi a nulla se non al momentaneo ristoro di una magra condivisione. Purtroppo non basta un sollievo di lacrime a invadere gli occhi per distogliermi dalla dissoluzione di ogni speranza, dalla sclerosi in agguato all’affacciarsi di ogni battaglia. Ma il canto non muore, per fortuna, né morirà mai, anima e rianima la sete di giustizia dell’uomo.
La rivolta dei rom – poco importa se indotta o spontanea – è il viaggio. Non sottomettersi a nessuna stabile realtà e perciò riuscire ad affrancarsi da essa e da tutte le possibili prevaricazioni. Il viaggio, sempre il viaggio, eterno paradigma della nostra esistenza. E allo stesso modo paradigma di ogni avventura in montagna, di ogni non indifferente alpinismo. Mi piace pensare che ciò mi apparenti ai fratelli rom. Nomadismo dell’anima e delle cime.
 
– Non vendere la roulotte se non ne sei convinto! – mi raccomandò più volte Zvonko – È in buono stato ma non ne ricaveresti molto. E vedo che ti dispiace separartene...
– Hai ragione – risposi – ma, se cambio idea, sarai il primo a saperlo. Lasciami il tuo telefono.
– No, no… non ce n’è bisogno. Passo spesso di qua, ci vedremo ancora…
Dalla strada aveva capito al volo che dalla mia roulotte promanava lo spirito del nomade, del viaggio perpetuo. Tale è stato l’uso cui la destinammo al momento dell’acquisto. Ci faceva inorridire l’avvilente definitivo parcheggio subìto, come una prematura condanna, da molte caravan in un qualche camping di mare o di montagna. Per un totale di un anno distribuito su venti l’abbiamo abitata, la nostra, portandola in giro per paesi e contrade, della Francia soprattutto.
Nei giorni che seguirono mi convinsi che – se Zvonko fosse tornato alla carica – il nostro guscio l’avrei venduto a lui molto volentieri, o glielo avrei anche regalato. E non mi sarebbe dispiaciuto trascorrere altri pomeriggi modulati su ritmi di epos allegro e danzato come quell’unico volato in sua compagnia, seduto sui tre scalini con lui davanti a me come su un palcoscenico, a trascinarmi sull’onda calda e avvolgente dei suoi racconti, vivaci gli occhi azzurri e liberi come l’aria libera e azzurra. Passò il tempo e, da allora, le note e i versi di Khorakhanè si arricchirono di una linfa vitale profonda e partecipe che prima non avevano avuto.

Per alcuni mesi continuai a sperare che Zvonko tornasse a trovarmi. Ma non lo rividi più.

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mercoledì, 26 marzo 2008

AMORE E PARETI 2

postato da mariocrespan alle 09:03 in ritorni a valle
Un certo sorrisoI nostri occhi si incontrarono sotto l’Antelao e, solo due settimane più tardi – il 19 del mese azzurro di settembre – cominciammo la vita in comune accanto al laghetto Pradidali. La sorte amica volle che l’unione avvenisse lì, al cospetto di contrapposti giganti come Cima Canali e Pala di San Martino, dove la valle brevemente ripiana prima dell’ultima impennata verso l’Altopiano e il giallo degli appicchi circostanti prende il posto del giallo dei fiori. Sì, proprio lì, in Val Pradidali, dove pochi anni avanti era iniziata veramente la mia vita con la formazione di un luminoso universo di crode su cui proiettare e inscrivere i miei giorni a venire.
Da allora non abbiamo mai smesso di salire le montagne assieme e continuiamo tuttora. Non siamo grandi alpinisti, rimaniamo sui gradi bassi. Hans Steger e Paula Wiesinger, Marino Babudri e Ariella Sain, gli stessi nostri amici Francesco e Gloria, queste ed altre consimili e valentissime cordate di coppia si possono permettere imprese. Noi no. Ci accontentiamo di scalate più abbordabili, possibilmente appartate e non banali, cui dedicare la piccola intimità conseguita accanto agli alti orizzonti aperti e da essi sostenuta. Per comodità e frequenza di accesso siamo molto legati alle Dolomiti d’Oltre Piave e a quelle del Comèlico, montagne di casa, ma non esiste luogo dolomitico che non occupi un posto nel nostro cuore.
Spesso abbiamo sperimentato quanto le pareti e le cime possano acquetare i fatali conflitti che la vita a due trascina con sé. Ci si avvia lungo il sentiero ciascuno per proprio conto, incazzati come bestie, talora, e rinchiusi fra barriere di cieca e pretesa incomprensione. A poco a poco, però, acque valli e profili prendono a raccontare di noi attraverso la loro presenza, e ci sentiamo fluire addosso un inatteso squilibrio di scala. Presto siamo ricondotti a zero, alla merda delle nostre cellulette, assoluto principio di democrazia originaria. Ed ecco che le montagne fanno pulizia, lavano via tutto, semplificano, e noi ritroviamo alla prima sosta negli occhi del compagno i nostri occhi dimenticati.
 
Ricorderò, ricorderemo quell’arrampicata sulla Pala di San Bartolomeo, la vetta che, dal basso, immette alla lunga, turrita e ascendente Cresta della Val di Roda. Già vent’anni di vita avevamo condiviso e – in quel 1984 – eravamo davvero in crisi e sull’orlo di una definitiva separazione. Perché qualcosa ci spinse proprio sul “Camino degli Angeli”? Forse la prospettiva di una bella via che, ai tempi dei miei esordi sulle rocce, vantava un’ottima reputazione, solido terzo grado con alcuni passi appena più difficili. Ci avviammo a piedi da San Martino, camminando vicini e silenziosi. A volte i nostri sguardi si incrociavano, sembravano interrogarsi e chiedere “perché?”; eppure non c’era animosità in noi mentre ci inoltravamo nel bosco e pareva quasi che – se fosse successo – ci saremmo lasciati solo per una qualche causa di forza maggiore imposta da circostanze ineluttabili. Ma ci credevamo, in fondo? Fin dall’inizio avevamo riposto in noi stessi la sola certezza possibile, costruita nei primi due anni con furia quasi dirompente per tracciare confini da accettare o distruggere o superare, indirizzi esistenziali da seguire, ricerche da intraprendere e continuare nel tempo a venire. Assieme. Non volevamo viverci part-time, come tanti. Arte e montagne erano state elevate a dirittura fondamentale di vita e, forti di tale scelta combattuta e consapevole, avevamo assecondato in pieno il nostro progetto. Pareva davvero assurdo, ora, trovarsi in simile situazione. Non capitava a noi, era un film. E se invece un probabile, imminente distacco avesse amplificato a dismisura una pretesa sensazione di vicinanza? Ogni tanto la mia compagna si volgeva e, senza proferir parola, mi sorrideva in un modo che da sempre le conoscevo, il medesimo di certi suoi parenti di valle e, forse, di qualche suo avo montanaro. Un sorriso d’intesa totale che lei aveva preso, trasformato e assimilato secondo le linee del volto, e riservato a me solo.
Infine cominciammo ad arrampicare. Salivamo fluidi e tranquilli, armoniosamente. La stessa arrampicata, nel suo pacato svolgersi, sembrava affermare con forza eccezionale la sciocchezza che sarebbe stata un’eventuale separazione. Era lì, era quella la nostra vita, e non poteva essere altrimenti, malgrado le convinzioni del momento. A un tratto, quasi a metà, incontrammo due giovani intenti a scendere:
– Perché mai tornate indietro? – chiesi loro – Ci son problemi?
– No, no… ma la via non è attrezzata, e nemmeno le soste – mugugnò uno dei due, il capo – non possiamo continuare a rischiare!
– Ma su, andiamo! È bella la via… Un po’ sporca, d’accordo, ma mettete voi le protezioni, e attrezzatevi le soste! Non è meglio uscire in alto piuttosto che scendere?
– No, no, grazie. Preferiamo scendere… Arrivederci.
Questa, poi… ma cosa si aspettavano, una via di palestra?
Verso la fine la roccia diventa grigia, piena di buchi, tipica delle Pale. Mi attaccai a una bella fessura e poco dopo raggiungemmo la cengia che contorna la cuspide della Pala di San Bartolomeo. Un ultimo strapiombo poi la cresta, e la vetta. La semplice arrampicata aveva nuovamente pulito e rimesso a zero le nostre vite, eliminando incrostazioni e catrame depositati da obblighi presunti, lavori, presenze estranee. Non manifestammo gioia e non prendemmo alcuna decisione là, sulla vetta, ma qualcosa ci bolliva dentro. Guardavamo la Pala col suo pilastro e le altre cime attorno come se tornassimo a casa, ed eravamo noi stessi, la casa. Forse era una verifica necessaria. Forse solo spingendo il rapporto di coppia al limite di rottura se ne può valutare appieno la consistenza. Stavolta le cime, le crode – impassibili specchi – ci avevano salvato, ma certo non lo sapevamo. Senza affrettarci iniziammo la discesa nella calma del mezzogiorno. Nessuno dei due azzardava propositi o pentimenti. Ma nel subconscio si era formata la convinzione che non avremmo potuto lasciarci mai. O non ancora, almeno.
E pensare che anche il “Camino degli Angeli” giaceva su rocce condannate. Pochi anni dopo esso pure sarebbe sprofondato in un ennesimo franamento. Ma possibile che – come avvenne sul Camino Adang del Gran Piz da Cir – io mi sia dovuto avventurare spesso, quanto meno in rapporto alle mutazioni geologiche, su pareti in procinto di crollare? In ogni caso quelle due vie di camino ora non più esistenti segnarono – per me, per noi due – tappe di straordinaria consapevolezza. Avranno per sempre la nostra gratitudine.
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giovedì, 13 marzo 2008

TRALICCI

postato da mariocrespan alle 09:23 in ritorni a valle