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sabato, 01 settembre 2007

L’ALPINISMO POSSIBILE DEL BEPI

postato da gabrielevilla alle 00:41 in recensioni storiche

Soffiavano forte i venti del ’68 quando la Tamari Editori in Bologna diede alle stampe nella collana “Voci dai monti” il volumetto “Un alpinismo possibile” (Un’esperienza e una proposta): l’autore era un certo Bepi Pellegrinon, la data il settembre 1969. Lo si capiva già dalla prima pagina nella quale il giovane autore scriveva in una prefazione che, quasi minacciosamente, veniva chiamata “Avvertenza”: <Se qualcuno pensa che questo sia un “libro”, ha sbagliato strada: legga qualcos’altro. Se qualcuno ritiene che io abbia rispettato la coerenza esteriore che oramai è di regola, ha ancora sbagliato indirizzo. Ho scritto per me e per chi mi somiglia: gli altri sono sordi alle mie parole e ciechi alle mie visioni. Non possono capire. E, regolarmente, non capiranno. Ho scritto perché, quelli come me, sanno che è ora di demitizzare gli idoli, e di macellare le vacche sacre. Da questa blasfema ecatombe può nascere la libertà. Qui, come altrove. L’alpinismo è una parabola dell’esistenza. Ora come sempre. Ed anche qui è necessario che l’ondata di consapevolezza, l’ondata di giovanile, irriverente, revisione di concetti e luoghi comuni, abbia luogo. Da dove cominciare e dove finire? Procederò così, a scaglie, tagliate a gran colpi di mazza, da una croda.>

 

Io il ’68 non l’ho vissuto sui banchi di scuola perché mi sono diplomato nel 1967. Ricordo che quando presentavo il curriculum allegato alle prime domande di lavoro o per partecipare a qualche concorso mi dicevano: “Diplomato nel ’67; ah, l’ultimo anno buono”. Probabilmente sui banchi di scuola il ’68 degli studenti è stato soprattutto ribellismo alle vecchie regole, ad autoritarismi e luoghi comuni oramai logori, “irriverente revisione di concetti” come scriveva Pellegrinon, ma anche, per l’idea che me ne sono fatta, pure un aprire le porte ad un certo lassismo e ad una buona quota di deresponsabilizzazione. Diverso, almeno per quella che è stata la mia esperienza personale, il ’68 degli operai, arrivato negli anni subito seguenti. Nell’estate del 1969 venivo assunto in una industria metalmeccanica del bolognese e ricordo bene gli anni seguenti, almeno fino a metà degli anni ’70, quelli degli scioperi “selvaggi” (così li chiamavano) in un crescendo di rivendicazioni per guadagnare diritti che mai erano stati completamente riconosciuti. In quegli anni non c’erano “risorse umane”, ma solo operai, al massimo “maestranze” e non c’erano nemmeno datori di lavoro, né tanto meno “imprenditori”, ma molto più semplicemente dei “padroni”. Tutto questo non per fare l’esegesi delle lotte operaie del post ’68, ma per richiamare lo spirito e la mentalità di quegli anni attraverso l’esperienza personale, così come certamente aveva fatto il Bepi Pellegrinon nel suo libro. Tuttavia non c’è solo il vento del ’68 in quel volumetto, ma anche acuta e disincantata analisi dell’alpinismo, delle sue dinamiche psicologiche e del suo mondo fatto di uomini ed associazioni visti con critica tagliente e fuori dalla retorica fino ad allora diligentemente rispettata da tutti. Ma ecco alcuni spunti del “Bepi pensiero”.

 

Capitolo 1, “Il mio alpinismo”: <A mano a mano che mi sono dato, poco più che adolescente, alla carriera di alpinista, mi proposi di identificarmi sempre meno con quanti fanno dell’alpinismo un hobby domenicale, il quale si conclude ogni lunedì mattina con il disciplinato reinserimento nella vita meccanica quotidiana. Non che io disprezzi costoro, tutt’altro! Men che meno oggi che anch’io mi avvio ad ingrossare la loro schiera ed a comprendere come la loro passione sia meno superficiale ed effimera di quanto io stesso non pensassi fino a qualche anno fa. La mia era – o mi appariva – una scelta totale, una dedizione assoluta e radicale alla montagna, sostitutiva di quei valori così sacri al perbenismo ufficiale, essenzialmente un rifiuto ad un abisso di convenzioni che mi si spalancava davanti ed un ingenuo tentativo di trovare sui monti la libertà e la purezza ideale>... ...<Ma la lezione di libertà e di lotta che sulla montagna ho appreso non è andata perduta. Può darsi che, col tempo, le spire della società "per bene" finiscano  per avvilupparmi del tutto e che anch’io divenga il disciplinato robot che produce, consuma e serve il sistema, con la stupida gioia scodinzolante del cagnetto che porta la ciabatta al padrone. Può darsi: ma ancora non è così e non lo sarà finchè la grande lezione appresa sulla montagna non sarà del tutto cancellata dal mio animo>. Di certo questa lezione “non è andata perduta“ se nella motivazione del Premio SAT 2006 assegnatogli per la Categoria: “Storico - scientifico – letteraria” si legge: <Bepi Pellegrinon guarda alla montagna non solo sotto l’aspetto puramente alpinistico ma si fa carico e ne affronta i problemi sociali ed economici attraverso l’impegno amministrativo divenendo Sindaco di Falcade per due legislature>.

 

Ma è nell’ultimo capitolo il 20, “Oh, gran bontà dei cavalieri antiqui!” che il sarcasmo e l’ironia del Bepi diventano godibili a tutto tondo. Quando scrive delle associazioni alpinistiche <I sodalizi alpinistici rifuggono dalle pastoie burocratiche, dalle cartacce, dai regolamenti, dai cavilli più o meno giuridici, dalle verbosità, dagli intrighi per contendersi questo o quel cadreghino. Quando gli esponenti dei sodalizi alpini si incontrano per un convegno ad un congresso il loro costume è sobrio e stringato, come si addice a gente avvezza a maneggiar la piccozza, più che scartoffie e pandette. Riunioni ed assemblee in stile telegrafico, interventi concisi ed incisivi, senza contorcimenti oratori e sottintesi, competenza, chiarezza e mai, dico mai, alcuna vena di personalismo o di animosità!> … Quando ancora parla dei naturalisti <Anime gentili, vi sono poi i “naturisti”, Calvinisti della montagna, profondi sociologi e Salvatori della Patria in pericolo, essi trascorrono le notti insonni, pensando ai problemi di noi valligiani (e guai se non ci pensassero loro, che hanno una visione “distaccata e serena”, perché noi, poverini, con queste montagne che ci serrano la vista come paraocchi, non possiamo avere che una “visione angusta”> … Senza dimenticare la “stampa sociale” definita <sempre brillante, tempestiva ed interessante, solo preoccupata di registrare, con spirito liberale e scrupolosamente obiettivo, le voci della base. Mai che accada che redattori o comitati di redazione pretendano di monopolizzare la scienza infusa! E quando si manda un “pezzo” che non quadri con le vedute dei notabili, nessun pericolo che lo si cestini, o lo si addomestichi con “chiose” e postille>… Infine, senza dimenticare gli atteggiamenti e i comportamenti degli alpinisti <Un altro Eden di ogni delizia e virtù è quello degli alpinisti attivi, dove ogni gelosia è drasticamente bandita. Non sentirete mai un alpinista di fama sparlare dei suoi colleghi, sminuirne i successi, metterne in dubbio la bravura. E’ tutta una nobile gara all’abbassare se stessi e nell’esaltare i rivali. Insomma, quello degli alpinisti è veramente il migliore dei mondi possibili>.

 

Non si può fare certo di ogni erba un fascio, nè generalizzare, ma non si può neanche negare che le cose, negli alpinisti e nelle loro associazioni, non siano cambiate tanto da quasi quarant’anni fa, quando il Bepi Pellegrinon le raccontava con tanta arguzia ed ironia. Che sia perché in pochi hanno letto il suo libretto “Un alpinismo possibile”? Voi però, se lo trovate su qualche bancarella o in qualche mercatino del libro non fatevelo scappare.   

 

Un alpinismo possibile (Un'esperienza e una proposta)  Bepi Pellegrinon.

Bologna: Tamari, 1969. - 99 pag. : (5 tavole di Augusto Murer). ; 19 cm.

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martedì, 15 maggio 2007

LA PARETE DI GIUSEPPE...

postato da giovannibusato alle 09:52 in recensioni storiche

LA GRANDE PARETE di Giuseppe Mazzotti“La Grande Parete”

Giuseppe Mazzotti

1° luglio 1938 – pagine 188

Casa editrice L’Eroica di Milano

Lire 20

 

Fu nel  preciso istante in cui qualcuno pronunciò il nome della via che calò il silenzio nella stanza.
Nella penombra del bivacco, rapide occhiate... ed ora?
Una via che tutti volevano fare, che tutti pensavano di essere all’altezza di fare, una di quelle vie che, quando decidi di farla, vai a dormire sperando che... domani piova!
Ma ormai il sogno era svelato, e non c’erano remore; eravamo in numero pari per le cordate, il tempo “minacciava il bello”, anche i materiali erano a posto (per forza eravamo lì per quello...), non c’era modo di tirarsi indietro.
Così pensavo alla vigilia di una delle tante notti insonni in rifugio, un pensiero “debole” per alpinisti “normalimicamelhaordinatoildottore”, pensieri invece ritrovati in mille onesti libri e “La grande parete” non fa eccezione...
 “...presto pioverà… Enrico è scontento, ma nello stesso tempo non gli dispiace poter dormire ancora...”
1938, gli anni dell’orgoglio nazionale sull’orlo del baratro; cronaca di salite ad una montagna, un teatro verticale senza nome con attori sconosciuti: sentimenti in prima fila, tutto il resto dietro le quinte... sipario!
Trento, mostra antiquaria del libro di montagna; mi aggiro come un bracco tra i vari espositori, i prezzi sono come l’alta quota: tolgono il respiro ma avendo scelto (?) l’"alpenstil" (alla Diemberger con l’s detta shh a sparare una argentea T), devo procedere più lentamente così  decido di bivaccare in una rara nicchia libraria italiana.
I libri di questa collana hanno una particolarità: raramente riportano i nomi delle montagne  e ancora meno i nomi dei protagonisti; sembra non si voglia in alcun modo togliere la scena all’uomo... chiaro, se scrivo la durissima via sulla Civetta immediatamente LA CIVETTA prende la scena e l’uomo del ventennio diventa un comprimario… così se pensate di capire dove si svolgono i fatti dovrete esserci stati!
Ma così scrivendo la fantasia corre più velocemente, potrebbe essere la mia montagna ed io potrei essere il compagno di quell’alpinista, condividerne le scelte oppure criticarle... o addirittura slegarmi  e andare per un’altra via, tra le  righe del libro, tenendo d’occhio dove va... cosa fa...
Alla fine quante storie avrei letto?
“...vicino alla corda spunta una mano che tasta la roccia come se fosse cieco...” (quello sono io).
O avrei sfidato la fortuna, magari senza saperlo...
“...sente che il braccio è stretto di colpo come da una morsa che gli irrigidisce le dita, le apre con i denti finchè afferra la cornicetta... allora si tira su con tutte due le braccia, ormai salvo. Il compagno non lo ha visto, la corda è scattata due volte per più di un metro! Così ha detto: FINALMENTE... proprio quando il suo compagno stava per cadere!!”.
A volte la fortuna passa in punta di piedi.
I nostri amici sono immersi in un ambiente denso di colori che attraversano godendo della sua bellezza e dalla quale sono attraversati, così come il lettore che procede slegato a fianco dei protagonisti non può far a meno di notare
“...i dorsi dei monti che ancora si mostrano sotto le nuvole sono pesanti e hanno il colore sordo della terra che aspetta la pioggia...”.
E poi, passaggio dopo passaggio, la scalata senza nome giunge infine al termine...
“...l’ascensione è compiuta, tutto è veramente finito. Sono usciti dalla solitudine, dal perfetto silenzio delle cime. Hanno ritrovato i loro compagni, le cose consuete in fondo la valle: tutto quello che desideravano... e adesso?”.
Mi attarderei anch’io tra le ultime righe, ma la risposta è già scritta, con il passare della stanchezza appare nuovo il desiderio...
“...il sole passa fra i rami divide il prato davanti all’albergo in lunghe striscie di luce e di ombra...le foglie tremano”.
Finale con dubbio, domande aperte.
Sipario!
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venerdì, 23 marzo 2007

TITA PIAZ - MEZZO SECOLO DI ALPINISMO

postato da giovannibusato alle 14:04 in recensioni storiche
Tita Piaz - Mezzo secolo d“Mezzo secolo d’alpinismo”
Tita Piaz
Melograno Edizioni 1986
Pag. 317
25 foto b/n
Lire 20.000 + iva 20%
 
Avanti col biroc”... un richiamo spesso usato da Tita Piaz per stimolare gli astanti ad andare avanti con i discorsi, quando questi si avvitavano in ragionamenti contorti alla ricerca di una qualche verità definitiva... chiodi sì, chiodi no, pendoli, corde doppie... avanti col biroc!
E se fosse tra noi? Quante volte ancor oggi dovrebbe ripeterla questa frase...
E non c’è dubbio che Piaz è sempre stato “avanti”, lo stesso Preuss ebbe a dire che le sue imprese “non avevano paragone in relazione al tempo”.
Così quando Beppe è arrivato con questo libro dell'86 mi è sembrato bene proporlo, anche perché si tratta di un'edizione completa che contiene entrambi i libri autobiografici di Piaz pubblicati nel dopoguerra e qui riuniti in versione integrale:
“Mezzo secolo di alpinismo” e “A tu per tu con le crode”.
Nato nel 1879 in Val di Fassa raggiunse la maturità alpinistica nel periodo d’oro dell’arrampicata, quando alpinisti poi divenuti mitici avevano a disposizione una materia vergine, plasmabile, indefinita così tanto da creare delle vere e proprie filosofie con picchi irraggiungibili ai giorni nostri: Preuss con la sua nobile intemperanza verso ogni forma di assicurazione: “non si è in diritto di salire dove non ci si sente capaci di scendere senza mezzi artificiali...”.
Winkler con la sua eleganza straordinaria, Dulfer con la sua tecnica “in opposizione”, che qualcuno attribuisce allo stesso Piaz; Fiechtl, l’iniziatore della chiodatura sistematica e poi Antonio Dimai, Dibona, Steger, Herzog al quale si attribuisce l’introduzione dell’uso del moschettone e molti altri di cui questo doppio libro riporta puntualmente imprese e annotazioni.
Ma torniamo all’uomo; i primi anni del ‘900 lo vedono guida al Rifugio Vajolet, ad esercitare con una professionalità finora non riconosciuta a questi uomini di montagna, visti più come portatori o esperti della zona che come alpinisti veri e propri; è grazie anche a  Piaz che la professione acquista una dignità; a quel suo carattere libertario e fiero, non certo facile che spesso fu causa di problemi come le sue idee anti tedesche e filo irredentiste che lo portarono anche ad essere incarcerato per un breve periodo nelle regie imperiali galere di Trento!
Carattere spesso associato al nomignolo “il diavolo delle dolomiti” che circolò per le Dolomiti e che invece era dovuto alla leggenda diffusa in valle che Piaz avesse stretto un patto con il Diavolo!
Piaz gli aveva venduto l’anima al prezzo di un diabolico vaso d’unguento per le punte delle dita, mediante il quale poteva tenersi sulle pareti più piallate…
E questa leggenda circolò talmente che, come riporta Piaz, “mi successe spesse volte di incontrare qualche vecchierella che, quando mi vedeva passare, istintivamente si faceva il segno della croce...”.
Questo suo carattere, per certi versi insofferente a qualsivoglia regola “per partito preso” lo porterà a compiere imprese per l’epoca quantomeno irrispettose dell’etica dell’alpinismo come la salita alla Guglia De Amicis utilizzando palle di piombo per “tirare la corda” verso appigli sicuri...
Ricorda Piaz: “era il 17 luglio 1906, con B.Trier…  con cordami di varie lunghezze e inoltre una buona quantità di palle di piombo perforate… dalla Torre Misurina distante dalla nostra guglia una ventina di metri circa, preparammo il Tradimento...”
Già perché poco tempo prima la guida di Cortina Antonio Dimai aveva messo in ombra il Piaz scalando la Torre del Diavolo tramite un “arditissimo lancio di corda”…
Come pure scalpore (e molte polemiche) fece la discesa a corda doppia dagli strapiombi del Campanile di Val Montanara (37 metri nel vuoto... il vuoto del primo e sempre  “più vuoto” dei successivi!)
Ma evidentemente le imprese che hanno consacrato Piaz quale grandissimo alpinista sono ben altre e il libro ne riporta gli avvincenti momenti, ma anche profonde descrizioni dei personaggi dell’epoca; così si possono apprezzare spaccati di personalità come Preuss, con il quale Piaz aveva una profonda amicizia ma con il quale ebbe anche grandi diverbi sull’uso delle corde e dei chiodi; oppure personaggi come Winkler, Scotoni e molti altri...
Negli ultimi inconsapevoli anni di vita, quando scrisse i due libri, in particolare “A tu per tu con le crode” Piaz affronta, tra il resto,  razionalmente e serenamente l’aspetto sportivo dell’alpinismo; al quale ammette di aver dato anche lui una bella spinta ma ora, con gli occhi dell’esperienza pone un bel problema: cosa succede all’alpinismo quando diventa gara e si perde di vista la montagna...?
Pagine attuali da rileggere attentamente, scritte tra l’altro, da uno che, all’inizio della sua carriera, aveva fatto della competizione con se stesso e gli altri una regola per poi rileggere le proprie prime imprese con il piacere delle memorie dell’infanzia, delle “fanciullaggini”, “di non sentire rimorso, ma di godere al pensiero di essere stato così ingenuo prima di varcare la soglia del vero alpinismo”.
Muore nel 1948 in un banale incidente in bicicletta... quando si dice il caso!
L’ultimo capitolo è  scritto da un grande Dino Buzzati, è una storia di addio, di una morte stupita ma dolce... “le pareti gli si inabissano di sotto, come se lui salisse in volo senza toccarle. Poi non resta che la pace del bosco, quei sussurri...”
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mercoledì, 07 febbraio 2007

ANCORA CURVE... NEL CIELO

postato da giovannibusato alle 10:08 in recensioni storiche
Vallencant - SCI ESTREMOPatrick Vallencant

“SCI ESTREMO

La completa realizzazione di me stesso”

Flammarion 1979

Collana Exploit Dall’Oglio Editore 1980

219 pagg.- 8 foto colori

 

Rimango sul ripido, mi ci trovo bene… senza rete, non puoi contare su nient’altro che un paio di millimetri di acciaio e un po’ di mestiere; hai voglia a raccontarti le storie... tutto quello che SEI è appoggiato lì!

Scendere con gli sci un pendio molto ripido è qualcosa di profondamente bello. Con un materiale che è poca cosa, colui che lascia la sua traccia in un canalone si colloca in un universo talmente grandioso, che una parte di questa bellezza, anche se minima, si riflette su di lui e lo fa più grande...”.

Ecco un altro protagonista assoluto dello sci estremo; un mito per intere generazioni di scialpinisti, forse perché,  già nel titolo le premesse per un libro diverso dai precedenti, più degli altri, ha condiviso con il pubblico le sue motivazioni ed emozioni.

Il libro evidenzia giustamente le sue imprese, che essendo la parte più spettacolare sono anche la parte che meglio si presta alla narrazione ma, contemporaneamente, è anche il racconto della sua vita, della sua famiglia, delle discese con la sua compagna; il contesto al cui interno maturano le scelte che lo renderanno grande; così il libro diventa uno specchio, ognuno ci si può ritrovare.. magari in qualche momento o in qualche situazione.

Da una parete all’altra, sembra non veda l’ora di scendere, per dire… dal canalone Whymper all’Aiguille Verte per cercare di chiarire le sue idee, le sue emozioni, le sue motivazioni; si dice sempre che le emozioni provate in montagna non sono descrivibili, non si possono scrivere senza renderle banali… non è così, almeno non in questo libro.

“La montagna è un universo dalle ricchezze infinite, perché oltre a rivelarci le sue, ci fa scoprire anche le nostre.

Quanto più ho conosciuto la montagna tanto più ho compreso il valore di questa scoperta e, a forza di confrontarmi con essa, ho scoperto me stesso.

Ora senza dubbio potrei godere anche in un’altra attività le gioie che mi da lo sci, perché oggi so ciò che cerco.

Ma avrei mai trovato altrove, se non in montagna, i mezzi di questa conoscenza?”

Quando Vallencant scrive il libro è il 1979, lo sci estremo è una disciplina riconosciuta, ha padri nobili come  Saudan, come Holzer, al quale Vallencant riserva un commosso saluto ma, è sempre un problema affibbiare primogeniture nel campo dell’alpinismo, a volte (quasi sempre) si scopre che la storia parte da più lontano, in un punto indefinito;  piccole storie, piccoli eventi che con il tempo assumo significati precisi; ma da quando?... un po’ come fotografare il momento in cui un girino diventa rana.

A leggere “Alpinismo invernale” di Marcel Kurz si è portati a dire che le traversate sciistiche degli inizi del secolo scorso, per i materiali usati, erano perlomeno estreme.. ma anche in questo libro, tra le righe si trovano importanti indicazioni storiche per avere un termine di paragone su ciò che sarebbe divenuto in seguito lo sci estremo:

per esempio la discesa dal Glacier du Milieu nell’Aiguille D’Argentiere, compiuta nel 1939 da Andrè Tournier; oggi percorsa normalmente da scialpinisti ma all’epoca impresa di rilievo.

E ancora:

la cresta nord del Dome di Gouter, nel 1940 ad opera di Emile Allais;

nel 1941 Louis Agnel per  il versante ovest dell’Aiguille du Triolet;

Nell’aprile del 1946 Luis Lachenal scende il versante sud del Col Des Droites, un pendio a 40°: siamo alle porte dello sci estremo.

Bisogna attendere il 7 luglio 1961, quando due austriaci G.Winter e H. Zacharias scendono il canalone Pallavicini nel Grossglockner: 45°!  forse la prima discesa di sci estremo.

Ah, dimenticavo... le imprese!

Molti capitoli sono, evidentemente, dedicati a questo e sono molto affascinanti, perché Vallencant, tra l’altro, è un ottimo scrittore, peccato per le poche foto presenti che da sole non rendono merito alle imprese descritte.

Dal 1971, anno della Nord della Grand Casse, Vallencant  effettua almeno trenta “prime” tra le quali la discesa della cresta del Peterey, la Nord dell’Aiguille du Midi per lo sperone Mallory, la sud-ovest dello Huascaran sud, tanto per citarne alcune... tra queste la nord del Coup de Sabre con pendenze fino a 60°..  una pendenza tuttora per pochi: per la cronaca  è il 6 giugno 1975!  ai piedi i neri, nervosi, mitici VR17... quando far girare un paio di sci era un’arte! 

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giovedì, 01 febbraio 2007

CURVE NEL CIELO...

postato da giovannibusato alle 16:11 in recensioni storiche
SYLVAIN SAUDAN“Sylvain Saudan sciatore dell'impossibile”
 Paul Dreyfus
Traduzione: Cosimo Zappelli
Arti Grafiche Tamari - Bologna 1974
Serie Nigritella Nigra Pagine 173, 8 foto b/n
 
Montagna d’inverno è la linea che si materializza al cadere della neve; elegante, evidente; pareti, creste e canaloni tanto repulsivi d’estate quanto attraenti d’inverno... è il momento dello sci, della salita silenziosa in una maschera di sudore ghiacciato, delle discese drogate dall’adrenalina che, pur ostentando mestiere e  pratica alpina, sai non poterne fare a meno e così giù! Sperando di essere l’unica cosa che scende a valle ordinatamente... (almeno) quel giorno...
D’inverno la tua traccia è sempre una “prima” che il sole cancella, ma su certe pareti non puoi fare a meno di pensare che il primo a cui venne l’idea di precipitarsi giù doveva essere un grande!
Così nella primavera del 1967, quando Saudan spinge le punte dei propri sci nel vuoto del Canalone Innominato sul Rothorn, con lui trascina tutto il mondo alpinistico verso il futuro; un altro limite è caduto.
Il libro inizialmente si inoltra nella vita del personaggio, una dura infanzia sulle montagne del Vallese degli anni 30-40 tra boschi e alpeggi, non certo felice ma sicuramente fortunata essendo risparmiata dalla tragedia della seconda guerra mondiale, poi lo studio, lo sci praticato per necessità e per gioco nel tempo libero con i suoi coetanei, infine il lavoro.
Una vita come tante di quegli anni sennonché a diciotto anni Saudan decide di dare una svolta alla sua esistenza (e anche il libro ne ha giovamento) e di andare a vedere le montagne del mondo così, con un biglietto di sola andata sale su un aereo per gli Stati Uniti; al posto della chitarra un paio di sci e un paio di scarponi.
E' l'anno 1963.
Quando sbarca a New York Saudan si rende conto quanto grande sia l'America, le montagne sono ancora distanti e gli ultimi franchi se ne vanno per trovare un alberghetto.
Così, per sbarcare il lunario, trova lavoro come lavapiatti in un fast food quando, dopo tre mesi, conosce un rappresentante diretto a Denver, Colorado; da lì la mitica Aspen è a portata di mano. E' l'occasione tanto aspettata e Saudan la coglie al volo; dopo una settimana è sui campi da sci ad insegnare come maestro.
E lì che nel tempo libero si dedica allo sci fuori pista, verso il quale è naturalmente portato; Saudan è attratto dalle pendenze elevate ma la tecnica è tutta da inventare perché finora pur essendo comune la pratica dello sci alpinismo, le pendenze estreme vengono accuratamente evitate, mentre lui va alla ricerca con testardaggine proprio di queste: sta nascendo una nuova disciplina.
Intanto Aspen chiude i battenti, la stagione sciistica volge al termine, gli alberghi si svuotano e Saudan rimane senza lavoro ma il suo viaggio non è finito e, come più tardi una generazione di americani, attraversa l'America da costa a costa, sempre con i fidati sci, e si imbarca per l'Australia, dove sta iniziando la stagione sciistica.
Arriva, dopo diverse peripezie, a stagione inoltrata e l'organico dei maestri di sci delle stazioni invernali è completo, così, senza perdersi d'animo, si imbarca nuovamente questa volta diretto in Nuova Zelanda dove invece non fatica a trovare da lavorare come maestro di sci (è interessante notare come i maestri in giro per il mondo siano prevalentemente svizzeri, austriaci e francesi).
Anche qui la sua attenzione viene subito rivolta ai pendii circostanti la stazione sciistica, pareti e canaloni lo attraggono e lui ci si dedica in ogni ritaglio di tempo libero, la tecnica è ormai a punto e anche le sue idee sul suo futuro; la stagione volge al termine, è il 1965 e per Saudan è ora di tornare a casa.
Il viaggio è finito, ora ne comincia un altro da protagonista di una disciplina che da lì a pochi anni vedrà aumentare il numero dei praticanti, come anche le pendenze estreme.
Tra questi, bisogna  ricordare negli anni '70 il grande Heini Holzer, lo spazzacamino di Tubre caduto nel '77 dalla parete nord del Piz Roseg che alla domanda: "a quale scopo?" rispondeva semplicemente: "gioisco semplicemente nel movimento, nel pericolo" e poi ancora Patrick Vallencant che apre alle pendenze prossime ai 60° superando i 59° del canalone del Coup de Sabre sul massiccio dell’Oisan.
Saudan è ormai nella leggenda, il libro scorre via tra pareti da brivido, nomi che mettono soggezione; canalone Marinelli, Gervasutti, Whymper affrontati con la sua ormai proverbiale maniacale preparazione dove nulla viene lasciato al caso, dove la descrizione del particolare è talmente attenta e precisa che stiamo attenti anche al rumore della talloniera ...tlac... sì... è chiusa bene!
La tensione si allenta, tra una discesa e l’altra, nelle simpatiche rivelazioni quali la descrizione delle sue segretissime sedute di allenamento estivo sui tappeti di rododendri che a suo dire, sono ottimi per affinare l'equilibrio e la sensibilità dei piedi sugli sci.
Introverso fino alla fine il personaggio suscita comunque ammirazione e simpatia, come quando, interpellato per fare da controfigura a Sean Connery in uno dei numerosi “007” nel quale doveva fare un salto con gli sci di notevoli dimensioni rispose: "voi siete pazzi, ci tengo alla pelle io!"
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venerdì, 29 dicembre 2006

IL MANTELLO DI CEBÈTE

postato da andreagabrieli alle 10:24 in recensioni storiche

cebèteManara Valgimigli, scrittore e filologo vissuto tra la fine dell’800 e la prima metà del 900. E ancora: Professore di letteratura greca, saggista, interprete e traduttore di classici, Accademico dei Lincei…

Insomma, uno studioso classico, un letterato. Un uomo lontano dalla mia cultura e dal mio tempo. Eppure, quasi per caso, mi ritrovo tra le mani “Il Mantello di Cebète” nella prima edizione del 1947.

Mi racconta allora mio padre che il nonno era amico di Valgimigli, e fu proprio Valgimigli stesso a consigliargli Castelrotto e l’Alpe di Siusi come luogo dove trascorrere le vacanze. Luoghi che per questo motivo ho conosciuto fin da piccolo e che tutt’ora frequento. Le mie prime montagne.

 

“Il Mantello di Cebète” è una raccolta di racconti e di riflessioni di Manara Valgimigli, legate a luoghi e persone. E trova spazio nel libro il suo rapporto con la montagna, quello di un escursionista dei primi del ‘900.

"Qualche felicità c'è, anche in questo mondo. Va bene che si tratta sempre, tutt'al più, di leggére ebbrezze che un poco ci allontanano, appunto, da questo mondo, e ce lo fanno scordare; ma insomma c'è. E chi è savio sa ritrovare la felicità sua, confacente alla sua natura e ai suoi gusti; e così anch'io, che sono savio, la mia. E la mia, finché dura, è questa: sacco su le spalle, grosse scarpe ferrate, pipa tirolese; e andare in giro per le Alpi. Più su, e meglio è; più solo, e meglio è...." (La strada, la bisaccia e la pipa).

 

Non mancano, naturalmente, i riferimenti classici: “La montagna è come una di quelle grandi liriche, diciamo, elementari, dove le parole sono al loro luogo eterno e non si possono né scambiare tra loro né mutare con altre. La memoria è memoria di cose. Rileggete. Silvia rimembri ancora (…) E ne avete per la millesima volta, e più ogni volta, brivido e tremore. Così la montagna. Così la strada. Le cose, gli alberi, i sassi, i picchi le svolte, quella salita e quella discesa, sono al loro posto eterno, immobili e immutabili.” (Il Vial del Pan).

 

Scrive ancora Valgimigli nel racconto “Il Vial del Pan”: “… le dolomiti orientali hanno una loro gentilezza e chiarezza che altri monti, credo, non hanno. Più le fanno accoglienti i sentieri bene tracciati, i segnavia frequenti, i frequenti e comodi rifugi. Ma non per questo perdono solennità. Da chi le avvicina vogliono anch’esse reverenza, non confidenza e familiarità villane. In un abito qualunque non è lecito andare. A salire quelle scalèe bisognano vesti che pareggino in convenienza e decoro i più severi abiti di società. Se no la montagna vi umilia e vi scaccia.”

Potesse tornare ora Valgimigli tra il Monte Pez e l’Antermoia, al Pordoi o alla Forcella d’Alleghe avrebbe difficoltà a riconoscere le Dolomiti descritte oltre sessant’anni fa.

 

Titolo: Il mantello di Cebète

Autore: Manara Valgimigli

Editore: Le Tre Venezie, Padova

Anno: 1947

Pagine 167

(La casa editrice La Mandragola ha pubblicato una nuova edizione nel 1999)

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martedì, 03 ottobre 2006

E SE LA SMETTESSIMO CON LE DISTINZIONI...

postato da giovannibusato alle 13:35 in recensioni storiche

Cicely Williamsdonneincordata

“DONNE IN CORDATA”

Titolo originale Women on the rope

George Allen Ltd 1973

Dall’Oglio editore 1978

lire 7500

335 pagine – foto bianco/nero

 

Cicely Williams, moglie del vescovo di Leicester e appassionata alpinista, quando scrisse questo libro  non andava certo in cerca di consenso tra gli alpinisti maschi… non fosse perché, qualche anno prima, aveva scritto un libro dal titolo esemplificativo del suo carattere: Bishop’s Wife But Still Myself !!!

Tantomeno oppressa da forme di sudditanza  è Silvia Metzeltin nell’appendice al libro, che propone un giudizio sferzante ma lucidamente oggettivo del rapporto uomo-donna nell’alpinismo, completando poi il quadro (sbilanciato verso l’alpinismo anglosassone) con una carrellata di alpiniste dell’Est e del Centro Europa.

Il risultato è un libro di grande valore storico per la quantità enorme di informazioni; in qualche modo curioso perché i grandi avvenimenti dell’alpinismo ufficiale non sono protagonisti ma cornice alle imprese di donne sconosciute e determinate; è anche una piacevole lettura di un inaspettato e sconosciuto alpinismo parallelo.

Così mentre il 1838, secondo la storiografia ufficiale, è l’anno in cui Henriette d’Angeville è la prima donna a salire il Monte Bianco, si scopre che “appena” 30 anni prima un’altra donna aveva calpestato la vetta: Marie Paradis, che nel luglio del 1808, convinta dagli amici Guide che ne frequentavano la locanda ad essere la prima donna sul Monte Bianco, un po’ con le proprie gambe, un po’ trascinata, un po’ trasportata... vi arrivò.
L’Ottocento è il secolo in cui inizia a  diffondersi  l’alpinismo e, anche le donne fanno la loro (s)comparsa, dapprima con i propri mariti, alcuni famosi come Mummery e Odell, poi da sole ma con la guida (… anche gli uomini andavano con la guida) con la quale, è curioso osservare il crearsi di un immediato rapporto di stima e reciproco rispetto; non sono rari gli apprezzamenti delle guide sulle capacità femminili!

Del resto le ascensioni di cui si parla sono tuttora  nelle migliori aspettative future di un buon 80% degli alpinisti (uomini e donne).

All’epoca il tesserino di Guida consisteva in un vero e proprio libretto dove i clienti annotavano commenti e impressioni che costituivano una sorta di “presentazione” per la guida; quelle femminili, si dice, erano molto precise, addirittura Christine Reid illustrava i suoi commenti con delle miniature all’acquerello!!

E le gonne?.. non si poteva certo andare in giro in pantaloni!!

Così si indossavano entrambe, alla partenza, poi fuori dalla vista del paese la gonna finiva nello zaino, per essere indossata al rientro in paese.

Non sempre filava tutto liscio. Mrs. Le Blond lasciò la gonna sulla vetta del Rothorn e se ne accorse alle porte di Zermatt… nessun pensiero! ritornarono immediatamente sulla vetta  a recuperarla, rientrando in paese, come si conviene, a notte fonda!

Si entra nel Novecento a capofitto: in Inghilterra nasce il Ladies’ Alpine Club, in Scozia il Pinnacle; donne di tutto il mondo scalano senza guida (e senza uomini!).
E’ il secolo delle grandi spedizioni extraeuropee, delle grandi esplorazioni alle quali le donne partecipano attivamente (a volte indipendentemente) anche se sempre “sotto traccia”.

In Italia Mary Varale sulle Dolomiti arrampica con Tita Piaz, Cassin, Comici, Andrich; Ninì Pietrasanta nelle Occidentali percorre grandi vie con Boccalatte; Paula Wiesinger, della quale Steger disse: “Mai trovato un compagno che avesse la sua resistenza fisica e morale...” riusciva a sollevarsi sette volte di fila con una mano sola sugli stipiti delle porte… provate un po’!

E poi ancora Tona Sironi, Adriana Valdo, Lella Cesarin e la stessa Metzeltin che, con Bianca di Beaco, venne ammessa nel CAAI nel 1978, dopo un decennio di discussioni se fosse il caso o meno di ammettere le donne.

Anche la produzione letteraria è notevole, il libro cita almeno una decina di titoli, purtroppo non conosciuti e in gran parte non tradotti.

Il libro si ferma al ’78 con Luisa Iovane... il resto è storia recente, basta sfogliare qualche rivista per vedere quale livello abbia raggiunto l’alpinismo femminile.

Insomma, dal libro giunge un messaggio evidente: nessunA alpinistA ha mai chiesto agli uomini di portarle lo zaino; di chiederle ad ogni metro: come va?; di usarle particolari cortesie!

Ed è un bel sollievo per l’alpinista medio (maschio) che spesso “non ne ha neanche per se stesso…” figuriamoci per correre davanti (sempre) alle compagne di avventura!

Purtroppo ancora si leggono introduzioni, anche a  libri recenti, dove l’alpinismo femminile è sussidiario…
...ma aggiunge femminilità e grazia …

...è un toccante completamento…
maledetta costola!!
Meglio allora il commento assolutamente british di Lord Charley (1956)  in occasione del 50° della fondazione del Ladies’ Alpine Club: “E’ piacevole averle con noi… almeno per una parte del tempo!”

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giovedì, 31 agosto 2006

GIUSEPPE ZOPPI, IL PASSATO E IL FUTURO

postato da giovannibusato alle 09:54 in recensioni storiche

LIBRO DELLTitolo: IL LIBRO DELL'ALPE

Autore: Giuseppe Zoppi

Collana: La Montagna

Casa editrice: L’Eroica di Milano

Pagine 204

Prezzo: 10 lire

Anno: 1931 (3° edizione)

 

Nuovi linguaggi, informazione, ricerca, sperimentazioni culturali... tornando dal Paese, al termine di una splendida giornata, tutto questo mi passa e ripassa per la mentE... ma dove l’ho già letto?

Solo dei libri vecchi spulcio le pagine iniziali alla ricerca di curiosità storiche... infatti: anno 1931, sulla copertina di un libro della collana “la montagna” della casa editrice L’Eroica di Milano campeggia la scritta:

- è una casa editrice che si propone di mettere in valore le più preparate forze nuove della letteratura e dell’arte

Eroicaisass...

Anni di bancarelle assolate hanno ingiallito le pagine di questo libro che sfoglio leggendo le annotazioni fatte all’acquisto.

Si tratta della 3° edizione del 1931 de “Il libro dell’Alpe” di Giuseppe Zoppi, scritto ancora nel 1921 e divenuto un best seller nella svizzera italiana tanto da essere adottato come testo di lettura nelle scuole.

L’annotazione è interessante perché dai contenuti del libro si possono rilevare quali fossero, all’epoca, i messaggi politically correct; un dato “storico” importante per la comprensione degli avvenimenti.
Anche l’autore desta interesse: Giuseppe Zoppi, oltre ad essere il direttore della Collana, è rettore dell’università di Friburgo, poeta e narratore con molti libri scritti, saggista e traduttore; quindi senz’altro una figura di spicco del mondo culturale del tempo.

Così inizia la lettura; sinceramente, quando acquistai i volumi della collana, lo feci soprattutto da collezionista; da lettore mi aspettavo dei libri “da costruzione” anche se alcuni, come “Una notte sui Dru” (recensito su questo sito) sono comunque delle belle letture.

La prima sorpresa è la struttura, si tratta di capitoli brevi, ben 62 su 204 pagine, una metrica da internet, un blogger ante litteram...

I contenuti sono degli spaccati di vita alpina dei primi anni del ‘900,  la salita agli alpeggi, la lunga estate e il ritorno per l’inverno, visti dall’autore con (forse per...) gli occhi di bambino.

Luoghi, personaggi, situazioni sono immersi in un clima idilliaco dal quale vengono volutamente escluse le storie di miseria, sofferenza e emigrazione che certamente caratterizzavano quegli anni, anche nella neutrale e asettica Svizzera.

Il risultato sono delle piccole belle storie, fiabe di un Paese universale senza tempo da leggere ai bambini: scorpacciate di mirtilli e polenta gialla (solo quella) versata sul tagliere al centro della tavola dal quale ognuno mangiava con il proprio cucchiaio di legno; presenze inquietanti nelle notti di temporale; cacce spietate agli animaletti del bosco per poi piangerne la morte... ma non alla donnola, perfida e vendicativa da non importunare pena sfortune certe.

E ancora storie “esemplari” come quella del ladro del “campanone” (così era detto il pentolone del formaggio) il quale, dopo averlo rubato, vi si rifugiò in una notte di tempesta, ma al mattino la neve accumulata era talmente alta che non riuscì più a smuoverlo e fu ritrovato in primavera (sotto la pentola).

E infine gli alpigiani, (scopro che oltre all'attuale nostro "malgaro" esiste la categoria dei "servi", così indicati dallo Zoppi coloro che lavoravano all'alpeggio, senza essere proprietari di armenti) presenze distanti nella vastità della montagna e tra tutti Tonio, i cui “scarponi chiodati mordevano la terra come artigli di belva e se sdrucciolavano su qualche scalino sprizzavano scintille di fuoco”, silenzioso ma sempre presente a infondere sicurezza in ogni occasione.
Ultima annotazione.. un collegamento ai nostri tempi: nella prefazione Giuseppe Zoppi propone un tema già sentito all’epoca e di estrema attualità oggi:

“…l’idea che molti in pianura hanno della montagna: piccozza, corde, cime da scalare, aria cielo, gioia.
La montagna per questa gente, è insomma la regione fatata a cui si va e donde si torna.
Non passa loro per la mente che essa sia, anche e soprattutto, un pezzo di mondo in cui stabilmente e duramente si vive.

..i due mondi, alpino e alpinistico, hanno bisogno di reciproca comprensione e simpatia..” (1931)
Un tema tuttora dibattuto (ricordo la recente iniziativa Messner/Corona)  per riconoscere la -montagna abitata-, certamente quale tesoro di biodiversità e culture, come luogo di svago ed arricchimento ma anche indispensabile alla vita (intesa come sopravvivenza) di interi Paesi e, in questo senso, da considerare con assoluto (e operoso) rispetto.

Sull’ultima pagina di questo libro un po’ dimesso e permeato di religiosa fatalità, un vivace richiamo al contesto storico:

“viva per sempre l’Italia, alunna della poesia e maestra dei popoli”

E’ pur sempre il 1931!

L’Inizio di un decennio d’oro per l’alpinismo, soprattutto italiano, nel corso del quale saranno, di fatto, risolti tutti i problemi classici delle Alpi.

Un decennio in cui l’alpinismo correrà sul filo del rasoio del nazionalismo, giovandosi, a volte compiaciuto, della grancassa della propaganda dei regimi (ricordate l'epopea dell'Eiger?), più spesso rimanendo isolato nei suoi inevitabili individualismi.

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martedì, 13 giugno 2006

BELLES ASCENSIONS ALPINES

postato da mauromazzetti alle 11:58 in recensioni storiche
BELLES ASCENSIONS ALPINESSe non ci fosse in bella evidenza il nome dell’autore, a sfogliare questo libro sembrerebbe di leggere Rebuffat.
I motivi per prendere un abbaglio di tal fatta ci sono tutti: stesso amore per la montagna, medesimo trasporto affettivo nei confronti dell’ambiente d’alta quota, uguale prosa semplice ed efficace, netta e squadrata, sintetica e precisa.
Ad ogni pagina Roch si meraviglia genuinamente del mondo della montagna, come se non lo conoscesse affatto e lo scoprisse per la prima volta (lui che ha macinato salite su tutto l’arco alpino ed anche in spedizioni extraeuropee).
Sembra la sbirciatina di un neofita titubante, filtrata e mediata da un approccio in punta di piedi, piuttosto che lo sguardo grave e solenne di chi “conosce”, tutore e gestore di esperienza e di verità.
Ma anche in questi panni l’alpinista svizzero ci sta stretto: ecco allora le proposte di salite classiche su tutto l’arco alpino, spaziando sui (e tra i) singoli gruppi montuosi. Ma cosa vuol dire classiche? La risposta prudente e misurata la si trova nel dizionario, dal quale Roch prende il significato etimologico e lo trasporta pari pari in montagna.
Così le ascensioni classiche sono quelle “conformi alle regole tracciate dagli anziani”, come spiega l’autore nell’introduzione del volume; ascensioni quindi di percorso logico - anche questo opinabile, certamente – e salite suggerite dalla conformazione delle montagne.
Salite logiche e perciò classiche, identificate di primo acchito, al primo sguardo rivolto verso l’alto; non risultato di ricerca geografica od orografica, quanto piuttosto frutto di una scelta emozionale; ed ancora non fotografia costruita a tavolino, ma bensì istantanea colta al volo.
 
La parte iconografica gioca un ruolo importante, prendendo due terzi dello spazio del libro; anche in questo frangente, Roch si dimostra caldo e partecipe spettatore di paesaggi, creste, speroni e pareti. Non si limita quindi a fotografare, sforzandosi invece di “ritrarre”, ossia di “tirare fuori di nuovo” l’idea, il concetto, lo spirito che sta dietro e dentro all’immagine.

Si badi che non si parla di accorgimenti tecnici, anche se i chiari e gli scuri del bianco e nero sono pieni di suggestioni, giocando sapientemente con le ombre e con le luci della montagna. Ci si riferisce al contrario ad una accorta e misurata contestualizzazione della fotografia, cioè alla storicizzazione del passaggio raffigurato in funzione della narrazione per immagini di una particolare salita. Crocette, trattini, linee e frecce non trasformano pertanto le immagini in fotografie inserite a corredo di una guida alpinistica, ma si limitano, rispecchiando ancora una volta l’impronta data da Roch, a suggerire, a proporre, ad indicare fatti ed eventi, personaggi e storie che hanno contribuito a far diventare evergreen quelle salite definite sommessamente classiche.</