Soffiavano forte i venti del ’68 quando
Io il ’68 non l’ho vissuto sui banchi di scuola perché mi sono diplomato nel 1967. Ricordo che quando presentavo il curriculum allegato alle prime domande di lavoro o per partecipare a qualche concorso mi dicevano: “Diplomato nel ’67; ah, l’ultimo anno buono”. Probabilmente sui banchi di scuola il ’68 degli studenti è stato soprattutto ribellismo alle vecchie regole, ad autoritarismi e luoghi comuni oramai logori, “irriverente revisione di concetti” come scriveva Pellegrinon, ma anche, per l’idea che me ne sono fatta, pure un aprire le porte ad un certo lassismo e ad una buona quota di deresponsabilizzazione. Diverso, almeno per quella che è stata la mia esperienza personale, il ’68 degli operai, arrivato negli anni subito seguenti. Nell’estate del 1969 venivo assunto in una industria metalmeccanica del bolognese e ricordo bene gli anni seguenti, almeno fino a metà degli anni ’70, quelli degli scioperi “selvaggi” (così li chiamavano) in un crescendo di rivendicazioni per guadagnare diritti che mai erano stati completamente riconosciuti. In quegli anni non c’erano “risorse umane”, ma solo operai, al massimo “maestranze” e non c’erano nemmeno datori di lavoro, né tanto meno “imprenditori”, ma molto più semplicemente dei “padroni”. Tutto questo non per fare l’esegesi delle lotte operaie del post ’68, ma per richiamare lo spirito e la mentalità di quegli anni attraverso l’esperienza personale, così come certamente aveva fatto il Bepi Pellegrinon nel suo libro. Tuttavia non c’è solo il vento del ’68 in quel volumetto, ma anche acuta e disincantata analisi dell’alpinismo, delle sue dinamiche psicologiche e del suo mondo fatto di uomini ed associazioni visti con critica tagliente e fuori dalla retorica fino ad allora diligentemente rispettata da tutti. Ma ecco alcuni spunti del “Bepi pensiero”.
Capitolo 1, “Il mio alpinismo”: <A mano a mano che mi sono dato, poco più che adolescente, alla carriera di alpinista, mi proposi di identificarmi sempre meno con quanti fanno dell’alpinismo un hobby domenicale, il quale si conclude ogni lunedì mattina con il disciplinato reinserimento nella vita meccanica quotidiana. Non che io disprezzi costoro, tutt’altro! Men che meno oggi che anch’io mi avvio ad ingrossare la loro schiera ed a comprendere come la loro passione sia meno superficiale ed effimera di quanto io stesso non pensassi fino a qualche anno fa. La mia era – o mi appariva – una scelta totale, una dedizione assoluta e radicale alla montagna, sostitutiva di quei valori così sacri al perbenismo ufficiale, essenzialmente un rifiuto ad un abisso di convenzioni che mi si spalancava davanti ed un ingenuo tentativo di trovare sui monti la libertà e la purezza ideale>... ...<Ma la lezione di libertà e di lotta che sulla montagna ho appreso non è andata perduta. Può darsi che, col tempo, le spire della società "per bene" finiscano per avvilupparmi del tutto e che anch’io divenga il disciplinato robot che produce, consuma e serve il sistema, con la stupida gioia scodinzolante del cagnetto che porta la ciabatta al padrone. Può darsi: ma ancora non è così e non lo sarà finchè la grande lezione appresa sulla montagna non sarà del tutto cancellata dal mio animo>. Di certo questa lezione “non è andata perduta“ se nella motivazione del Premio SAT 2006 assegnatogli per
Ma è nell’ultimo capitolo il 20, “Oh, gran bontà dei cavalieri antiqui!” che il sarcasmo e l’ironia del Bepi diventano godibili a tutto tondo. Quando scrive delle associazioni alpinistiche <I sodalizi alpinistici rifuggono dalle pastoie burocratiche, dalle cartacce, dai regolamenti, dai cavilli più o meno giuridici, dalle verbosità, dagli intrighi per contendersi questo o quel cadreghino. Quando gli esponenti dei sodalizi alpini si incontrano per un convegno ad un congresso il loro costume è sobrio e stringato, come si addice a gente avvezza a maneggiar la piccozza, più che scartoffie e pandette. Riunioni ed assemblee in stile telegrafico, interventi concisi ed incisivi, senza contorcimenti oratori e sottintesi, competenza, chiarezza e mai, dico mai, alcuna vena di personalismo o di animosità!> … Quando ancora parla dei naturalisti <Anime gentili, vi sono poi i “naturisti”, Calvinisti della montagna, profondi sociologi e Salvatori della Patria in pericolo, essi trascorrono le notti insonni, pensando ai problemi di noi valligiani (e guai se non ci pensassero loro, che hanno una visione “distaccata e serena”, perché noi, poverini, con queste montagne che ci serrano la vista come paraocchi, non possiamo avere che una “visione angusta”> … Senza dimenticare la “stampa sociale” definita <sempre brillante, tempestiva ed interessante, solo preoccupata di registrare, con spirito liberale e scrupolosamente obiettivo, le voci della base. Mai che accada che redattori o comitati di redazione pretendano di monopolizzare la scienza infusa! E quando si manda un “pezzo” che non quadri con le vedute dei notabili, nessun pericolo che lo si cestini, o lo si addomestichi con “chiose” e postille>… Infine, senza dimenticare gli atteggiamenti e i comportamenti degli alpinisti <Un altro Eden di ogni delizia e virtù è quello degli alpinisti attivi, dove ogni gelosia è drasticamente bandita. Non sentirete mai un alpinista di fama sparlare dei suoi colleghi, sminuirne i successi, metterne in dubbio la bravura. E’ tutta una nobile gara all’abbassare se stessi e nell’esaltare i rivali. Insomma, quello degli alpinisti è veramente il migliore dei mondi possibili>.
Non si può fare certo di ogni erba un fascio, nè generalizzare, ma non si può neanche negare che le cose, negli alpinisti e nelle loro associazioni, non siano cambiate tanto da quasi quarant’anni fa, quando il Bepi Pellegrinon le raccontava con tanta arguzia ed ironia. Che sia perché in pochi hanno letto il suo libretto “Un alpinismo possibile”? Voi però, se lo trovate su qualche bancarella o in qualche mercatino del libro non fatevelo scappare.
Un alpinismo possibile (Un'esperienza e una proposta) Bepi Pellegrinon.
Bologna: Tamari, 1969. - 99 pag. : (5 tavole di Augusto Murer). ;
“La Grande Parete”
Giuseppe Mazzotti
1° luglio 1938 – pagine 188
Casa editrice L’Eroica di Milano
Lire 20
“Mezzo secolo d’alpinismo”
Patrick Vallencant
“SCI ESTREMO
La completa realizzazione di me stesso”
Flammarion 1979
Collana Exploit Dall’Oglio Editore 1980
219 pagg.- 8 foto colori
Rimango sul ripido, mi ci trovo bene… senza rete, non puoi contare su nient’altro che un paio di millimetri di acciaio e un po’ di mestiere; hai voglia a raccontarti le storie... tutto quello che SEI è appoggiato lì!
“ Scendere con gli sci un pendio molto ripido è qualcosa di profondamente bello. Con un materiale che è poca cosa, colui che lascia la sua traccia in un canalone si colloca in un universo talmente grandioso, che una parte di questa bellezza, anche se minima, si riflette su di lui e lo fa più grande...”.
Ecco un altro protagonista assoluto dello sci estremo; un mito per intere generazioni di scialpinisti, forse perché, già nel titolo le premesse per un libro diverso dai precedenti, più degli altri, ha condiviso con il pubblico le sue motivazioni ed emozioni.
Il libro evidenzia giustamente le sue imprese, che essendo la parte più spettacolare sono anche la parte che meglio si presta alla narrazione ma, contemporaneamente, è anche il racconto della sua vita, della sua famiglia, delle discese con la sua compagna; il contesto al cui interno maturano le scelte che lo renderanno grande; così il libro diventa uno specchio, ognuno ci si può ritrovare.. magari in qualche momento o in qualche situazione.
Da una parete all’altra, sembra non veda l’ora di scendere, per dire… dal canalone Whymper all’Aiguille Verte per cercare di chiarire le sue idee, le sue emozioni, le sue motivazioni; si dice sempre che le emozioni provate in montagna non sono descrivibili, non si possono scrivere senza renderle banali… non è così, almeno non in questo libro.
“La montagna è un universo dalle ricchezze infinite, perché oltre a rivelarci le sue, ci fa scoprire anche le nostre.
Quanto più ho conosciuto la montagna tanto più ho compreso il valore di questa scoperta e, a forza di confrontarmi con essa, ho scoperto me stesso.
Ora senza dubbio potrei godere anche in un’altra attività le gioie che mi da lo sci, perché oggi so ciò che cerco.
Ma avrei mai trovato altrove, se non in montagna, i mezzi di questa conoscenza?”
Quando Vallencant scrive il libro è il 1979, lo sci estremo è una disciplina riconosciuta, ha padri nobili come Saudan, come Holzer, al quale Vallencant riserva un commosso saluto ma, è sempre un problema affibbiare primogeniture nel campo dell’alpinismo, a volte (quasi sempre) si scopre che la storia parte da più lontano, in un punto indefinito; piccole storie, piccoli eventi che con il tempo assumo significati precisi; ma da quando?... un po’ come fotografare il momento in cui un girino diventa rana.
A leggere “Alpinismo invernale” di Marcel Kurz si è portati a dire che le traversate sciistiche degli inizi del secolo scorso, per i materiali usati, erano perlomeno estreme.. ma anche in questo libro, tra le righe si trovano importanti indicazioni storiche per avere un termine di paragone su ciò che sarebbe divenuto in seguito lo sci estremo:
per esempio la discesa dal Glacier du Milieu nell’Aiguille D’Argentiere, compiuta nel 1939 da Andrè Tournier; oggi percorsa normalmente da scialpinisti ma all’epoca impresa di rilievo.
E ancora:
la cresta nord del Dome di Gouter, nel 1940 ad opera di Emile Allais;
nel 1941 Louis Agnel per il versante ovest dell’Aiguille du Triolet;
Nell’aprile del 1946 Luis Lachenal scende il versante sud del Col Des Droites, un pendio a 40°: siamo alle porte dello sci estremo.
Bisogna attendere il 7 luglio 1961, quando due austriaci G.Winter e H. Zacharias scendono il canalone Pallavicini nel Grossglockner: 45°! forse la prima discesa di sci estremo.
Ah, dimenticavo... le imprese!
Molti capitoli sono, evidentemente, dedicati a questo e sono molto affascinanti, perché Vallencant, tra l’altro, è un ottimo scrittore, peccato per le poche foto presenti che da sole non rendono merito alle imprese descritte.
Dal 1971, anno della Nord della Grand Casse, Vallencant effettua almeno trenta “prime” tra le quali la discesa della cresta del Peterey,
“Sylvain Saudan sciatore dell'impossibile”
Manara Valgimigli, scrittore e filologo vissuto tra la fine dell’800 e la prima metà del 900. E ancora: Professore di letteratura greca, saggista, interprete e traduttore di classici, Accademico dei Lincei…
Insomma, uno studioso classico, un letterato. Un uomo lontano dalla mia cultura e dal mio tempo. Eppure, quasi per caso, mi ritrovo tra le mani “Il Mantello di Cebète” nella prima edizione del 1947.
Mi racconta allora mio padre che il nonno era amico di Valgimigli, e fu proprio Valgimigli stesso a consigliargli Castelrotto e l’Alpe di Siusi come luogo dove trascorrere le vacanze. Luoghi che per questo motivo ho conosciuto fin da piccolo e che tutt’ora frequento. Le mie prime montagne.
“Il Mantello di Cebète” è una raccolta di racconti e di riflessioni di Manara Valgimigli, legate a luoghi e persone. E trova spazio nel libro il suo rapporto con la montagna, quello di un escursionista dei primi del ‘900.
"Qualche felicità c'è, anche in questo mondo. Va bene che si tratta sempre, tutt'al più, di leggére ebbrezze che un poco ci allontanano, appunto, da questo mondo, e ce lo fanno scordare; ma insomma c'è. E chi è savio sa ritrovare la felicità sua, confacente alla sua natura e ai suoi gusti; e così anch'io, che sono savio, la mia. E la mia, finché dura, è questa: sacco su le spalle, grosse scarpe ferrate, pipa tirolese; e andare in giro per le Alpi. Più su, e meglio è; più solo, e meglio è...." (La strada, la bisaccia e la pipa).
Non mancano, naturalmente, i riferimenti classici: “La montagna è come una di quelle grandi liriche, diciamo, elementari, dove le parole sono al loro luogo eterno e non si possono né scambiare tra loro né mutare con altre. La memoria è memoria di cose. Rileggete. Silvia rimembri ancora (…) E ne avete per la millesima volta, e più ogni volta, brivido e tremore. Così la montagna. Così la strada. Le cose, gli alberi, i sassi, i picchi le svolte, quella salita e quella discesa, sono al loro posto eterno, immobili e immutabili.” (Il Vial del Pan).
Scrive ancora Valgimigli nel racconto “Il Vial del Pan”: “… le dolomiti orientali hanno una loro gentilezza e chiarezza che altri monti, credo, non hanno. Più le fanno accoglienti i sentieri bene tracciati, i segnavia frequenti, i frequenti e comodi rifugi. Ma non per questo perdono solennità. Da chi le avvicina vogliono anch’esse reverenza, non confidenza e familiarità villane. In un abito qualunque non è lecito andare. A salire quelle scalèe bisognano vesti che pareggino in convenienza e decoro i più severi abiti di società. Se no la montagna vi umilia e vi scaccia.”
Potesse tornare ora Valgimigli tra il Monte Pez e l’Antermoia, al Pordoi o alla Forcella d’Alleghe avrebbe difficoltà a riconoscere le Dolomiti descritte oltre sessant’anni fa.
Titolo: Il mantello di Cebète
Autore: Manara Valgimigli
Editore: Le Tre Venezie, Padova
Anno: 1947
Pagine 167
(La casa editrice La Mandragola ha pubblicato una nuova edizione nel 1999)
Cicely Williams
“DONNE IN CORDATA”
Titolo originale Women on the rope
George Allen Ltd 1973
Dall’Oglio editore 1978
lire 7500
335 pagine – foto bianco/nero
Cicely Williams, moglie del vescovo di Leicester e appassionata alpinista, quando scrisse questo libro non andava certo in cerca di consenso tra gli alpinisti maschi… non fosse perché, qualche anno prima, aveva scritto un libro dal titolo esemplificativo del suo carattere: Bishop’s Wife But Still Myself !!!
Tantomeno oppressa da forme di sudditanza è Silvia Metzeltin nell’appendice al libro, che propone un giudizio sferzante ma lucidamente oggettivo del rapporto uomo-donna nell’alpinismo, completando poi il quadro (sbilanciato verso l’alpinismo anglosassone) con una carrellata di alpiniste dell’Est e del Centro Europa.
Il risultato è un libro di grande valore storico per la quantità enorme di informazioni; in qualche modo curioso perché i grandi avvenimenti dell’alpinismo ufficiale non sono protagonisti ma cornice alle imprese di donne sconosciute e determinate; è anche una piacevole lettura di un inaspettato e sconosciuto alpinismo parallelo.
Così mentre il 1838, secondo la storiografia ufficiale, è l’anno in cui Henriette d’Angeville è la prima donna a salire il Monte Bianco, si scopre che “appena” 30 anni prima un’altra donna aveva calpestato la vetta: Marie Paradis, che nel luglio del 1808, convinta dagli amici Guide che ne frequentavano la locanda ad essere la prima donna sul Monte Bianco, un po’ con le proprie gambe, un po’ trascinata, un po’ trasportata... vi arrivò.
L’Ottocento è il secolo in cui inizia a diffondersi l’alpinismo e, anche le donne fanno la loro (s)comparsa, dapprima con i propri mariti, alcuni famosi come Mummery e Odell, poi da sole ma con la guida (… anche gli uomini andavano con la guida) con la quale, è curioso osservare il crearsi di un immediato rapporto di stima e reciproco rispetto; non sono rari gli apprezzamenti delle guide sulle capacità femminili!
Del resto le ascensioni di cui si parla sono tuttora nelle migliori aspettative future di un buon 80% degli alpinisti (uomini e donne).
All’epoca il tesserino di Guida consisteva in un vero e proprio libretto dove i clienti annotavano commenti e impressioni che costituivano una sorta di “presentazione” per la guida; quelle femminili, si dice, erano molto precise, addirittura Christine Reid illustrava i suoi commenti con delle miniature all’acquerello!!
E le gonne?.. non si poteva certo andare in giro in pantaloni!!
Così si indossavano entrambe, alla partenza, poi fuori dalla vista del paese la gonna finiva nello zaino, per essere indossata al rientro in paese.
Non sempre filava tutto liscio. Mrs. Le Blond lasciò la gonna sulla vetta del Rothorn e se ne accorse alle porte di Zermatt… nessun pensiero! ritornarono immediatamente sulla vetta a recuperarla, rientrando in paese, come si conviene, a notte fonda!
Si entra nel Novecento a capofitto: in Inghilterra nasce il Ladies’ Alpine Club, in Scozia il Pinnacle; donne di tutto il mondo scalano senza guida (e senza uomini!).
E’ il secolo delle grandi spedizioni extraeuropee, delle grandi esplorazioni alle quali le donne partecipano attivamente (a volte indipendentemente) anche se sempre “sotto traccia”.
In Italia Mary Varale sulle Dolomiti arrampica con Tita Piaz, Cassin, Comici, Andrich; Ninì Pietrasanta nelle Occidentali percorre grandi vie con Boccalatte; Paula Wiesinger, della quale Steger disse: “Mai trovato un compagno che avesse la sua resistenza fisica e morale...” riusciva a sollevarsi sette volte di fila con una mano sola sugli stipiti delle porte… provate un po’!
E poi ancora Tona Sironi, Adriana Valdo, Lella Cesarin e la stessa Metzeltin che, con Bianca di Beaco, venne ammessa nel CAAI nel 1978, dopo un decennio di discussioni se fosse il caso o meno di ammettere le donne.
Anche la produzione letteraria è notevole, il libro cita almeno una decina di titoli, purtroppo non conosciuti e in gran parte non tradotti.
Il libro si ferma al ’78 con Luisa Iovane... il resto è storia recente, basta sfogliare qualche rivista per vedere quale livello abbia raggiunto l’alpinismo femminile.
Insomma, dal libro giunge un messaggio evidente: nessunA alpinistA ha mai chiesto agli uomini di portarle lo zaino; di chiederle ad ogni metro: come va?; di usarle particolari cortesie!
Ed è un bel sollievo per l’alpinista medio (maschio) che spesso “non ne ha neanche per se stesso…” figuriamoci per correre davanti (sempre) alle compagne di avventura!
Purtroppo ancora si leggono introduzioni, anche a libri recenti, dove l’alpinismo femminile è sussidiario…
...ma aggiunge femminilità e grazia …
...è un toccante completamento…
maledetta costola!!
Meglio allora il commento assolutamente british di Lord Charley (1956) in occasione del 50° della fondazione del Ladies’ Alpine Club: “E’ piacevole averle con noi… almeno per una parte del tempo!”
Titolo: IL LIBRO DELL'ALPE
Autore: Giuseppe Zoppi
Collana: La Montagna
Casa editrice: L’Eroica di Milano
Pagine 204
Prezzo: 10 lire
Anno: 1931 (3° edizione)
Nuovi linguaggi, informazione, ricerca, sperimentazioni culturali... tornando dal Paese, al termine di una splendida giornata, tutto questo mi passa e ripassa per la mentE... ma dove l’ho già letto?
Solo dei libri vecchi spulcio le pagine iniziali alla ricerca di curiosità storiche... infatti: anno 1931, sulla copertina di un libro della collana “la montagna” della casa editrice L’Eroica di Milano campeggia la scritta:
- è una casa editrice che si propone di mettere in valore le più preparate forze nuove della letteratura e dell’arte –
Eroicaisass...
Anni di bancarelle assolate hanno ingiallito le pagine di questo libro che sfoglio leggendo le annotazioni fatte all’acquisto.
Si tratta della 3° edizione del 1931 de “Il libro dell’Alpe” di Giuseppe Zoppi, scritto ancora nel 1921 e divenuto un best seller nella svizzera italiana tanto da essere adottato come testo di lettura nelle scuole.
L’annotazione è interessante perché dai contenuti del libro si possono rilevare quali fossero, all’epoca, i messaggi politically correct; un dato “storico” importante per la comprensione degli avvenimenti.
Anche l’autore desta interesse: Giuseppe Zoppi, oltre ad essere il direttore della Collana, è rettore dell’università di Friburgo, poeta e narratore con molti libri scritti, saggista e traduttore; quindi senz’altro una figura di spicco del mondo culturale del tempo.
Così inizia la lettura; sinceramente, quando acquistai i volumi della collana, lo feci soprattutto da collezionista; da lettore mi aspettavo dei libri “da costruzione” anche se alcuni, come “Una notte sui Dru” (recensito su questo sito) sono comunque delle belle letture.
La prima sorpresa è la struttura, si tratta di capitoli brevi, ben 62 su 204 pagine, una metrica da internet, un blogger ante litteram...
I contenuti sono degli spaccati di vita alpina dei primi anni del ‘900, la salita agli alpeggi, la lunga estate e il ritorno per l’inverno, visti dall’autore con (forse per...) gli occhi di bambino.
Luoghi, personaggi, situazioni sono immersi in un clima idilliaco dal quale vengono volutamente escluse le storie di miseria, sofferenza e emigrazione che certamente caratterizzavano quegli anni, anche nella neutrale e asettica Svizzera.
Il risultato sono delle piccole belle storie, fiabe di un Paese universale senza tempo da leggere ai bambini: scorpacciate di mirtilli e polenta gialla (solo quella) versata sul tagliere al centro della tavola dal quale ognuno mangiava con il proprio cucchiaio di legno; presenze inquietanti nelle notti di temporale; cacce spietate agli animaletti del bosco per poi piangerne la morte... ma non alla donnola, perfida e vendicativa da non importunare pena sfortune certe.
E ancora storie “esemplari” come quella del ladro del “campanone” (così era detto il pentolone del formaggio) il quale, dopo averlo rubato, vi si rifugiò in una notte di tempesta, ma al mattino la neve accumulata era talmente alta che non riuscì più a smuoverlo e fu ritrovato in primavera (sotto la pentola).
E infine gli alpigiani, (scopro che oltre all'attuale nostro "malgaro" esiste la categoria dei "servi", così indicati dallo Zoppi coloro che lavoravano all'alpeggio, senza essere proprietari di armenti) presenze distanti nella vastità della montagna e tra tutti Tonio, i cui “scarponi chiodati mordevano la terra come artigli di belva e se sdrucciolavano su qualche scalino sprizzavano scintille di fuoco”, silenzioso ma sempre presente a infondere sicurezza in ogni occasione.
Ultima annotazione.. un collegamento ai nostri tempi: nella prefazione Giuseppe Zoppi propone un tema già sentito all’epoca e di estrema attualità oggi:
“…l’idea che molti in pianura hanno della montagna: piccozza, corde, cime da scalare, aria cielo, gioia.
La montagna per questa gente, è insomma la regione fatata a cui si va e donde si torna.
Non passa loro per la mente che essa sia, anche e soprattutto, un pezzo di mondo in cui stabilmente e duramente si vive.
..i due mondi, alpino e alpinistico, hanno bisogno di reciproca comprensione e simpatia..” (1931)
Un tema tuttora dibattuto (ricordo la recente iniziativa Messner/Corona) per riconoscere la -montagna abitata-, certamente quale tesoro di biodiversità e culture, come luogo di svago ed arricchimento ma anche indispensabile alla vita (intesa come sopravvivenza) di interi Paesi e, in questo senso, da considerare con assoluto (e operoso) rispetto.
Sull’ultima pagina di questo libro un po’ dimesso e permeato di religiosa fatalità, un vivace richiamo al contesto storico:
“viva per sempre l’Italia, alunna della poesia e maestra dei popoli”
E’ pur sempre il 1931!
L’Inizio di un decennio d’oro per l’alpinismo, soprattutto italiano, nel corso del quale saranno, di fatto, risolti tutti i problemi classici delle Alpi.
Un decennio in cui l’alpinismo correrà sul filo del rasoio del nazionalismo, giovandosi, a volte compiaciuto, della grancassa della propaganda dei regimi (ricordate l'epopea dell'Eiger?), più spesso rimanendo isolato nei suoi inevitabili individualismi.
Se non ci fosse in bella evidenza il nome dell’autore, a sfogliare questo libro sembrerebbe di leggere Rebuffat. Si badi che non si parla di accorgimenti tecnici, anche se i chiari e gli scuri del bianco e nero sono pieni di suggestioni, giocando sapientemente con le ombre e con le luci della montagna. Ci si riferisce al contrario ad una accorta e misurata contestualizzazione della fotografia, cioè alla storicizzazione del passaggio raffigurato in funzione della narrazione per immagini di una particolare salita. Crocette, trattini, linee e frecce non trasformano pertanto le immagini in fotografie inserite a corredo di una guida alpinistica, ma si limitano, rispecchiando ancora una volta l’impronta data da Roch, a suggerire, a proporre, ad indicare fatti ed eventi, personaggi e storie che hanno contribuito a far diventare evergreen quelle salite definite sommessamente classiche.