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sabato, 12 gennaio 2008

RITORNO ALLA VALLE

postato da marcoconte alle 22:00 in recensioni
faveroCon ogni probabilità il nostro amico blogger dalla Valcellina è troppo timido o discreto per farcelo notare, dunque questa piccola ma utile segnalazione posso farla io.

Luca Visentini Editore ha da poco dato alle stampe una nuova edizione del romanzo La valle del ritorno dello scrittore veneto Flavio Favero, uscito inizialmente nel 2006 per iniziativa di un'altra casa editrice. Un anno e mezzo addietro avevamo recensito in modo positivo questo racconto di montagna "atipico" e così lontano dai luoghi comuni, «agile e coinvolgente storia in cui la fantascienza ben si sposa con i racconti delle origini, e dove la montagna assume una duplice valenza»: «luogo arretrato e povero di novità» ma nello stesso tempo anche «nascondiglio dove ripararsi dall'improvvisa indigestione di novità che tracima dal mondo esterno».

«Già Fosco Maraini (e non solo lui) si domandava come mai la montagna non fosse mai stata in grado di partorire opere letterarie che potessero ardire alla dimensione dell'arte», sottolinea oggi Alessandro Gogna nella prefazione al libro di Favero: «Maraini non riusciva a darsi una risposta convincente, mentre invece Flavio Favero, magari senza saperlo, ci ha provato: e il risultato è una lettura tra le più sorprendentemente vicine all'arte ci possano essere in questo esatto momento».

Concludo con un'ultima considerazione personale. Se siete stufi di certi goffi libri di montagna (sono esclusi i cataloghi degli editori presenti), supponenti e autoreferenziali, non disperate: procuratevi invece una copia di La valle del ritorno, apprezzate la bella veste grafica curata da Mario Crespan, leggete e riflettete un attimo. La risposta è affermativa: andare (e scrivere) in direzione ostinata e contraria non è ancora un tabù nel terzo millennio.
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Flavio Favero
LA VALLE DEL RITORNO
Luca Visentini Editore, 2007
Formato cm 13 x 21, pagine 200
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lunedì, 31 dicembre 2007

RACCONTI DI MONTAGNA

postato da giovannibusato alle 17:50 in recensioni
raccontidimontagnaRacconti di Montagna
A cura di Davide Longo
Einaudi 2007 pag.305 foto b/n
Euro 18.50
 
Letteratura della montagna o montagna in letteratura?
 
Raccolta di storie legate in qualche modo alla montagna o, comunque, all’avventura, prodotte in buona parte da scrittori per i quali la montagna non è oggetto di conquista o di imprese memorabili ma semplicemente  luogo, diverso dal mare o dal deserto, del quale riescono tuttavia a isolarne non solo l’anima, ma anche a scrivere di essa, spesso (quasi sempre)molto meglio degli alpinisti stessi.
Forse è proprio la passione totalizzante che coinvolge l’alpinista a impedirgli di scriverne in maniera distaccata, cercando nel profondo o forse è semplicemente che il nostro scrittore è principalmente... un alpinista! tanto che si comprende come la letteratura non si divida tra libri di montagna o di mare ma, semplicemente, in libri buoni o cattivi.
Così sosteneva (ma ci sono anche delle belle eccezioni, vedi i nostri Luca/Mario!!) Maurice Crepaz nel 1974 nell’introduzione al suo racconto “L’Alta Via” (Tararà edizioni): la letteratura della montagna non esiste, forse esiste una letteratura dell’alpinismo, come argomenta da par suo Massimo Mila, che però non ha mai prodotto convincenti opere narrative ma soprattutto una grande quantità di scritti autocelebrativi, autoreferenziali, autoelogiativi senza riuscire per un attimo ad afferrare il sentimento, “le viscere” della montagna.
Non questa raccolta di testi eccellenti. Imperdibile perché riappacifica veramente con la montagna, disintossica dalla prestazione sportiva, vaccina contro le tentazioni di primato.
Ecco allora, tra i molti grandi Scrittori, Mario Rigoni Stern con la sua montagna permeata dei disastri morali della guerra; Hemingway testimone distaccato di una “società alpina” distante e nascosta dalle descrizioni bucoliche e bonarie dei più e poi ancora Buzzati, Levi, Parise, Calvino e non poteva mancare il re deiviaggiatori, Chatwin, filosofo narratore ramingo di uomini e luoghi.
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mercoledì, 28 novembre 2007

VERSO META INCOGNITA...

postato da giovannibusato alle 18:20 in recensioni

LA VALLE DI OGNI DOVE di Davide SapienzaDavide Sapienza
“LA VALLE DI OGNIDOVE”
Cda&Vivalda editori – Torino 2007
Pag.161 euro 14.00

“...credo che le parole siano tutte già pronte, lì tra il muschio, sotto le pietre del sentiero e i tronchi...”
Metterle insieme ha fatto nascere questo viaggio attraverso mondi diversi, alcuni reali, attraversati, visitati, altri immaginari o meglio immaginati, magari sul filo delle emozioni di libri come questo dove la fantasia corre avanti pagine e pagine, e poi si ferma ad aspettare la mente che si attarda a masticare ogni cosa. E lla fine, è così importante distinguerli? Partire con l’arca significa mollare gli ormeggi anzi, non averne!
Benvenuti allora a bordo di questo libro/vascello che naviga sulle parole fuori dalle nebbie consapevoli che “ ...nessuna acqua rifiuta il navigante….” Alla ricerca della valle di ognidove, quel luogo dove finalmente si recupera un rapporto onesto e umile con la natura, dove la coscienza di essere “ospiti della vita” fa piazza pulita di veli e false sicurezze.
Questa libertà ci sgomenta, vorremmo essere come un bambino, che guarda la montagna dei suoi sogni senza dare importanza a ciò che c’è fra lei e lui.
Ci dice di liberarci delle cose che si amano; “...non possedere le cose che si amano, ecco l’unica strada per non smarrire l’amore e il rispetto...”
A capitoli dove la parola è protagonista assolutoa - è il suono dei pensieri e delle emozioni dell’autore - si affiancano capitoli dedicati a mondi realmente visitati come l’Ortigara sull’Altipiano di Asiago, luogo di sangue della prima guerra mondiale; il dolore scritto in migliaia di pagine è incredibilmente tutto lì, in quelle quattro facciate che ti attraversano come lame...
E ancora “Isacco e la sua contrada”, e la sua lezione: “...siamo stolti Isacco, senza conoscere la terra, la sua importanza, il suo essere in noi, stritoliamo la consapevolezza di essere al mondo. Isacco, tu esci di casa, bevi l’acqua di questa fontana, ti volti la contrada è lì e sai qual è il valore di quest’acqua...”
Che altro dire, un libro per chi è in cammino, passo dopo passo, cosciente che “...senza movimento, senza desiderio, senza il sogno, realizzare e costruire sono aspirazioni impensabili”.
Per ultima ho tenuto una descrizione, una definizione del respiro che ben riassume l’essenzialità del libro: “un respiro è l’azione che raccoglie quel poco che realmente serve. Ogni esploratore lo sa. E’ l’unica regola vitale. Un passo, un respiro. Un passo falso, una piccola morte”.
Alla fine non rimane nulla di quanto di effimero ci circonda e non sia necessario ed è così poco ciò che resta da far paura: “...questo è il momento di dire se te la senti o non te la senti...”
Di partire.

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giovedì, 22 novembre 2007

SOGNI E MONTAGNE

postato da marcoconte alle 23:38 in recensioni
civetta3Parlare e scrivere di una montagna come la Civetta al giorno d'oggi può essere un'impresa pericolosa. Molti sono i rischi che attendono l'aspirante cronista o scrittore che osasse mettere il naso dalle parti dei Cantoni di Pelsa, o addirittura volesse proseguire il cammino fino a scorgere da lontano il profilo delle cime Su Alto e Terranova. La prima seria minaccia è costituita dalla mai troppo sopravvalutata retorica della "parete delle pareti", seguita a ruota dalle chiacchiere su questa o quella "impresa leggendaria" che fra un secolo nessuno ricorderà. Si tratta, ribadisco ancora, di incidenti di percorso da non trascurare: il sottoscritto ci è cascato più di una volta in passato e, giuro, non mi beccano più.

E poi... e poi un bel giorno può invece capitare di trovarsi tra le mani un libro intitolato Tra le pieghe della parete, nel quale l'autrice Paola Favero sembra intendere al volo l'azzardo insito in certi luoghi comuni e la necessità di dirigersi verso altre strade. Ecco dunque che per raccontare la storia della nord - ovest della Civetta Paola si ritaglia un ruolo a lei congeniale, quello di un personaggio fiabesco impegnato a raccogliere i sogni rimasti impigliati nei mitici fili d'argento che avvolgono i Monti Pallidi. Il viaggio di Paola Favero ha inizio proprio qui: dal sogno. E forse intende proprio suggerire che la materia che compone il materiale onirico è la stessa che ci rende innegabilmente umani, sebbene in fin dei conti le nostre vicende personali siano un'inezia di fronte ai tempi lunghi dell'universo.

«Sì, perché sono proprio i nostri sogni a tenerci vivi, e accade che nel momento in cui riusciamo a realizzarli essi perdono quella loro carica ideale, e noi quell'ansia che ci teneva come sospesi, quella forza che fino a prima ci spingeva, ci aizzava, ci caricava...»

Non vorrei che la nostalgia mi offuscasse la memoria, ma credo di aver letto concetti simili anche su un @periodico d'alpinismo comparso in libreria cinque anni addietro, e sparito poco dopo: «[...] oltrepassando il limite della comunicazione tecnica per inoltrarsi nelle regioni sommerse della motivazione e del vissuto che spingono l'alpinista verso mete spesso imponderabili e contrarie alla ragione umana». Qualcuno ricorda?

Ad ogni modo, la raccoglitrice di sogni interpretata da Paola Favero racconta storie vecchie e recenti. I protagonisti si nascondono dietro nomi di fantasia come il Mago delle nuvole, il Drago, il Cavaliere solitario o il Guerriero dello specchio, e il lettore potrà provvedere da solo a scoprirne l'identità sulle pagine del libro. Molti di costoro hanno narrato in prima persona le proprie peripezie nel grembo della nord - ovest, mentre altri non sono più con noi: sono entrati nel sogno per non uscirne più.

Proprio a uno di questi ultimi l'autrice riserva un posto particolare. Si tratta dell'Artista senza rete, che cinquant'anni fa inaugurò sulla Punta Tissi un'innovativa e difficile via di salita: «Se mai tu vuoi diventar vecchio», disse costui a se stesso una volta sopravvissuto ad un brutto incidente, «bisogna che tu la smetta di arrampicare, e ti dia piuttosto alla matematica». Non aveva tutti i torti. I sogni sono belli ma prima o poi, è una verità alla portata di tutti, bisogna pure svegliarsi.
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Paola Favero
CIVETTA - TRA LE PIEGHE DELLA PARETE
Priuli & Verlucca, Ivrea, giugno 2007
375 pagine, foto a colori e b/n
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lunedì, 05 novembre 2007

VERSI SCRITTI NELLA VALLE DI CHAMONIX

postato da giovannibusato alle 16:38 in recensioni

SHELLEY - MONT BLANCMont Blanc
Percy Bysshe Shelley
Tararà Edizioni 1996
Pag. 57 – testo a fronte – euro 7.5
 
Anche gli alpinisti leggono Poesie?
Potrebbe cadere un mito, una parete ben più levigata dall’ottoC, ma credo sia così anzi… prevalentemente poesie!
Se è vero (come è vero) che la poesia nasce dal silenzio, dalla contemplazione in contrasto con la prosa che prende forma dal “parlato” talvolta fastidiosamente prolisso, l’alpinista , per come lo conosco io, ama la poesia, quanto i silenzi delle sue montagne.
Se così è non può mancare dalla libreria una breve poesia di Shelley, scritta nel 1816 mentre soggiornava nella valle di Chamonix, in Savoia.
Per la prima volta al cospetto di grandi montagne l'impatto della visione del Monte Bianco su Shelley fu così sconvolgente da suscitare in lui "un sentimento di estatica meraviglia, non lontano dalla follia".
Malgrado la montagna fosse visibile solo parzialmente per via delle nubi, Shelley scrisse: "Non sapevo, non avevo mai immaginato prima cosa fossero le montagne".
La vetta del Monte Bianco diventa per il poeta simbolo di una forza sconosciuta chiamata Potere, che poi è la natura stessa  con la sua catena di distruzione e di creazione. insomma la vita, che il Monte Bianco osserva passare, imperscrutabile ed immutabile.
La fantasia che si scatena al cospetto di tanta grandezza come a credere che La Montagna "sia un essere vivente e che il sangue congelato scorra senza posa lentamente attraverso le sue vene di pietra".
Pensieri tra le roccie a togliere il velo del nostro status, un grande “freno a mano” tirato sulle scelte di tutti i giorni:
"Cosa saresti tu, e la terra e le stelle e i mari se per l’immaginazione umana silenzio e solitudine non fossero che vuoto?".
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giovedì, 27 settembre 2007

MOUNTAIN LOVER

postato da giovannibusato alle 08:45 in recensioni
ALTE MONTAGNEALTE MONTAGNE
Charles Francis Meade
Tararà Edizioni 2004
Pa
g. 130 euro 14.00
 
Quante volte nei rifugi abbiamo partecipato a queste discussioni, soprattutto quando il clima disteso del dopo scalata, il vino anche abbondante e la buona compagnia aprono ai sentimenti profondi.
Ne esce il protagonista di questo libro, l’amante della montagna, l’innamorato della montagna, una figura  che C.F. Meade (1881-1975) ha tentato, con successo, di delineare tra tutti coloro che vengono a contatto con le montagne.
Contatto che negli ultimi due secoli è cambiato radicalmente; da luogo inospitale, sede di mali nascosti e di altri demoni a luogo da amare, che suscita forti emozioni e splendida pace interiore, fonte di ispirazione per una letteratura alpina che, per quanto libera da romanticismi, non può svincolarsi da una sottofondo di misticismo, da un rapporto con la natura che va al di là della semplice estetica.
Le riflessioni dell’autore alla ricerca delle cause, consce o inconsce che generano i sentimenti che l’uomo prova nei confronti della montagna nascono dalla sua grande esperienza di alpinista ed esploratore acquisita sulle Alpi ed in Himalaya nei primi anni del ‘900 ma anche dal confronto e dalla lettura dei più grandi alpinisti del suo tempo, da W. Young a Freshfield, da Whymper a Mallory fino a J. Kugy che per affinità è lo scrittore del suo tempo a lui più vicino condividendone l’amore per la natura alpina e l’estraneità a qualunque motivazione di tipo sportivo.
Come a cercare conforto alla propria tesi, due splendidi capitoli sono dedicati agli alpinisti del tempo, ai loro scritti e ai loro pensieri.
E’ proprio questa l’attualità dell’argomentare di Meade; la prestazione sportiva toglie energie e risorse alla meditazione, alla contemplazione? ...Tanto (aggiungo io) da tollerare di raggiungere l’attacco delle vie tra le immondizie senza la minima indignazione? La grande guida  alpina Christian Klucker, rivolto alle giovani generazioni diceva: “...dovrebbero attenersi strettamente e fortemente alla regola che la concezione ideale dello scalare le montagne non deve essere soppiantata dallo sport e dalla rivalità competitiva...”.
Con questa visione dell’alpinismo Meade mette al centro di tutto la natura, l’ambiente, la montagna mentre per l’uomo che ne chiede asilo l’atteggiamento deve essere prudente e mite riducendo al minimo le tracce del proprio passaggio anzi, adoperandosi attivamente per la sua conservazione e rispetto.
Vale la pena  sottolineare che se questo comportamento fosse (stato) più diffuso anche nell’ambiente alpinistico, maggiori difficoltà troverebbero i vari speculatori o gli incauti amministratori locali; in realtà l’indifferenza che spesso distingue coloro che semplicemente “attraversano” le montagne conforta Meade nel sostenere che “...gli amanti della montagna non sempre sono alpinisti, così come gli alpinisti non sempre sono amanti della montagna...”.
Aggiungerei una provocazione: finora abbiamo lasciato ad alpinisti e montanari l’esclusività di argomentare sulla montagna. Forse da dentro non si ha la visione d’insieme, miopia, localismi, piccoli interessi...? In ogni caso i risultati non sono dei più soddisfacenti.
Forse, anche per il loro bene, sarebbe davvero il caso di far tesoro degli scritti di Meade e di affidare il destino dei nostri monti a chi veramente li ama.
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giovedì, 20 settembre 2007

IGNAZIO PIUSSI, IL RITORNO

postato da marcoconte alle 21:53 in recensioni
piussiMi ha sempre colpito il ritratto che Roberto Sorgato, alpinista bellunese tra i più conosciuti di ogni tempo, dipinse alcuni anni orsono parlando dell'amico Ignazio Piussi, col quale aveva realizzato in gioventù alcuni importanti ascensioni: «Sfoderava tutta la sua grinta e le sue energie quando gli altri erano ormai provati, così che il suo intervento era sempre risolutivo [...] In discesa poi era irraggiungibile: io l'ho visto molte volte scendere faccia a valle per il 3°-4° grado con pochi agili salti, come un vero e proprio camoscio (1)».

Non posso dunque che compiacermi per il ritorno nelle librerie di Ladro di montagne di Nereo Zeper, nella nuova edizione aggiornata per iniziativa di Nuovi Sentieri: quale migliore occasione di questa per tornare a parlare di un montanaro per diritto di nascita come il friulano Ignazio Piussi? Scritto in origine una dozzina di anni fa, al tempo in cui Piussi aveva fatto ritorno nella sua casa natale in Val Raccolana, il libro di Zeper si ripropone oggi al lettore con una rinnovata veste grafica e numerose foto d'epoca in bianco e nero.

Singolare figura di arrampicatore in un periodo di passaggio tra l'alpinismo delle origini e le innovazioni tecniche degli anni Cinquanta e Sessanta, Piussi respirava aria di montagna già nella culla: egli proviene infatti da una famiglia di guide e cacciatori già famosa nell'Ottocento per aver accompagnato Julius Kugy a spasso sulle Giulie. D'altro canto il suo nome viene nello stesso tempo annoverato nel gruppo dei primi utilizzatori di uno strumento come il chiodo a pressione, sebbene in una forma ancora artigianale e lontana dallo spit dei giorni nostri.

«Nessuno pensava che l'ambiente potesse degradarsi», spiega Zeper nel testo, «né l'elemento perdere quella verginità e inaccessibilità che lo caratterizzava. Il valore supremo era l'uomo e la tecnica, e non la natura e la montagna che non si pensava potessero venire scalfite». Oggi molto è cambiato e l'ambizione dello scalatore risente di argomenti etici come il rispetto dell'equilibrio naturale, ma a quel tempo l'ideale estetico dalla salita a goccia d'acqua rappresentava una giustificazione di fronte alla quale pochi sapevano tirarsi indietro.

Ignazio Piussi è tuttavia anche un montanaro nel senso tradizionale del termine, cresciuto tra pascoli d'alta quota, battute di caccia al camoscio e lavoro nelle profondità delle miniere della sua terra d'origine: basti ricordare ad esempio la sua personale opinione in materia di allenamento, assai lontana da quella contemporanea: allenarsi per Piussi significa soltanto "sgranchirsi" e ritrovare una forma fisica accettabile dopo un periodo di inattività, non "costruire" la muscolatura in maniera metodica e selettiva.

Nato a Piani nel 1935, Ignazio approdò all'alpinismo come un'evoluzione della sua vita a contatto con la natura. L'alpinista friulano mosse i suoi primi passi sulle cime di casa come Mangart e Vèunza, per poi alzare gli occhi sui Monti Pallidi. La prima ripetizione della Cima Scotoni risale al 1955, mentre nel 1959 fu la volta della direttissima sulla Torre Trieste. Dopo una parentesi nella zona del Monte Bianco, dove effettuò la salita del Pilone centrale di Frêney, nel 1963 fu ancora in Civetta per l'invernale della Solleder insieme a Redaelli e Hiebeler.

Negli anni seguenti effettuò diversi tentativi sulla parete nord dell'Eiger insieme a Sorgato, ma nello stesso realizzò ancora grandi salite dolomitiche sulla Civetta come la Punta Tissi con Sorgato e Pierre Mazeaud, o la Cima Su Alto con Alziro Molin e un gruppo dei Ragni di Lecco. A cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, Ignazio impiegò l'ultima parte della sua carriera di arrampicatore prendendo parte ad alcune spedizioni extraeuropee in Antartide e Nepal. Conclusa nel 1975 la sua esperienza di alpinista, si dedicò in seguito ad un'attività imprenditoriale.

Nel 2003, in virtù dei meriti acquisiti sulle pareti rocciose, gli è stato attribuito il premio Pelmo d'Oro alla carriera: «Il più forte dei montanari delle Giulie, pastore, bracconiere, alpinista, viaggiatore e sognatore», leggiamo nella motivazione espressa dalla giuria. «Un imperfetto, stentato, male armato eroe di un'angusta valle delle Giulie», lo definisce invece l'autore Nereo Zeper, «in una triste età che ha conosciuto l'indigenza e lo spreco, godendo dell'una e pagando le conseguenze dell'altro».


AUTORE: Nereo Zeper
TITOLO: Ladro di Montagne - Ignazio Piussi montanaro, alpinista, esploratore
EDITORE: Nuovi Sentieri, Belluno, luglio 2007. 216 pagine
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(1) GABRIELE ARRIGONI, Arrampicando ho conosciuto - ricordi d'alpinismo di Roberto Sorgato, riedizione da "Le Dolomiti Bellunesi" dal n. 40/1998 al 44/2000, dicembre 2000.
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sabato, 01 settembre 2007

UOMINI E SOGNI...

postato da giovannibusato alle 15:23 in recensioni

VITA DI UN ESPLORATORE GENTILUOMOVITA DI UN ESPLORATORE GENTILUOMO

Il Duca degli Abruzzi
Mirella Tenderini
Michael Shandrick
Corbaccio srl 2006
Pag. 293 – foto b/n – euro
 
Riedizione de “Il Duca degli Abruzzi, Principe delle montagne” del 1997 con prefazione di Walter Bonatti per un libro “storico” che mette in luce i protagonisti dell’intreccio tra storia patria, storia dell’alpinismo/esplorazione e personaggi degli anni fine 800 primi del 900.
Nella prefazione Bonatti non perde l’occasione per smarcare il suo splendido isolamento dal mondo dell’alpinismo che sembra non avergli perdonato i suoi successi per identificarsi poi nel personaggio del libro “... un rimpianto lascia in me il Duca degli Abruzzi: quello di non aver potuto vivere nel suo tempo. Chissà, forse mi sarei trovato nel suo gruppo di guide, legato alla sua corda, sul K2”.
L’800, i primi del 900 sono anni stupefacenti per come veniva condotta l’esplorazione di mari e monti; l’ignoto era assolutamente ignoto e non c’era mezzo di prevedere alcunché.
Quando il Duca partì per tentare la conquista del Polo Nord, mezzo secolo di tentativi non erano bastati a disegnare una strategia di “attacco” e così, in base agli studi  di Nansen sulla deriva dei ghiacci artici, l’intuizione geniale quanto azzardata: “... avrebbe raggiunto un punto il più possibile a nord tra la costa siberiana e il pack polare con una nave che si avrebbe lasciato imprigionare dai ghiacci con una parte dell’equipaggio. Secondo i suoi calcoli, la deriva avrebbe trascinato la nave verso lo Spitzbergen dove lui e i suoi compagni, sbarcati alla fine dell’inverno per la marcia verso il Polo, l’avrebbero raggiunta dopo il compimento dell’impresa”(!!!).
Per l’impresa il Duca adattò una nave modificando la chiglia e rendendola piatta in modo che quando il mare si sarebbe ghiacciato sollevando la nave sarebbe rimasta orizzontale permettendo all’equipaggio di passarci l’inverno!
La lettura di queste pagine stupisce per il coraggio dei protagonisti nel cercare di programmare spedizioni (niente gps-satellite-previsionimeteo-computer-ecc.ecc.) il cui fallimento finiva immancabilmente in una tragedia.
Il Duca in quell’occasione non raggiunse il Polo ma il punto più a nord toccato dall’uomo; fu comunque  un grande successo perché ora “la strategia” era pronta, bastava un pizzico di fortuna in più!
Dello stesso tenore fu la spedizione alla conquista del Monte Elia in Alaska (5489 m); scorto dall’esploratore Bering fin dal 1741 e oggetto di numerose spedizioni esplorative americane con diversi tentativi falliti alla vetta,  per molti versi era una via di mezzo tra spedizione polare e alpinistica; Il lungo ghiacciaio di avvicinamento occorreva di una organizzazione puntuale mentre la salita, per nulla banale, doveva essere fatta da elementi preparati ed esperti di alta montagna, quali le guide Petigax e Maquignaz che il Duca aveva saggiamente arruolato e che lo avrebbero accompagnato in tutte le successive spedizioni alpinistiche.
Partiti da Torino nel maggio del 1897 ne toccarono la vetta il 31 luglio; rispetto alla quota De Filippi (fido estensore dei resoconti delle spedizioni) affermò “ ...di aver letto da qualche parte che l’azione di fumare aiuta a superare le difficoltà di respirazione in alta quota: accese una sigaretta e subito ricominciò a respirare regolarmente”!!!!
E poi fu la volta dell’Africa, i Monti della Luna come era chiamato il massiccio del Ruwenzori che il Duca e le sue fedeli guide scalò nel corso del 1906, salendone tutte le cime principali dettagliando l’intera area su cartine particolareggiate.
Nel 1909 entrò definitivamente nella storia dell’alpinismo dando il nome alla via alpinistica  più famosa del mondo: Lo Sperone Abruzzi sul K2.
Quell’anno, dopo aver esaminato attentamente le mappe e le informazioni raccolte dalle precedenti spedizioni di Jounghusband, di Conway (1892) e di Eckestein (1902) individuò lo sperone come la via di salita “normale” a questa gigantesca montagna; il tempo inclemente e forse i tempi non ancora maturi ne ostacolarono la conquista ma, non domo, raggiunse sul Chogolisa quota 7498,quota che venne superata solo nel 1922!!!
La prima guerra mondiale lo costrinse ad interrompere ma non riuscì a tenerlo lontano dalle sue esplorazioni, che riprese subito dopo, specialmente in Africa dalla quale era rimasto stregato durante le sue innumerevoli spedizioni.
Uomo di cultura e di grandi ideali, condivise splendidi sogni sia con grandi personaggi come Vittorio Sella che partecipò a molte sue spedizioni che con persone comuni quali le sue guide valdostane. Morì l'anno 1933 nel villaggio agricolo che aveva fondato in Somalia, distante da un’Europa che si armava di nuovo, Duca di una casata che non seppe fermare la deriva verso la nuova guerra tra porcherie quali le leggi razziali fino all’ignominia dell’otto settembre.
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lunedì, 27 agosto 2007

ALLEGHE: CELEBRAZIONE DELLA CIVETTA

CIVETTA di Paola Faverogentili amici,
un'altra comunicazione a blog unificati, prima di ripartire a pieno regime con settembre e approfittando della vacanza di Carlo Caccia su intotherocks. Oggi vogliamo fare un duplice omaggio: a una delle pareti che amiamo di più, la NW della Civetta; a una delle rare donne alpiniste che ha solcato quella grande parete, non solo con la forza e l'intelligenza delle mani e dei piedi, ma soprattutto con la sensibilità di chi sa raccogliere, raccontare e vivere le storie e la storia. Lei è Paola Favero, nostra cara amica e potenziale blogger se solo avesse più facile accesso alla rete; lui [quello che vedete nell'immagine], è il suo ultimo lavoro
. Monumentale.
Il Cinquantenario del Diedro Philipp-Flamm e CIVETTA - Tra le pieghe della parete saranno i protagonisti dell'interessantissimo secondo fine settimana di settembre ad Alleghe. Ecco il programma dettagliato. Lo seguiremo da vicino con qualcuno dei nostri blogger come invi[t]ato speciale. E se tutto va per il meglio, non è escluso che faremo una super serata evento a Vicenza con tutti i protagonisti del libro, organizzata da noi.

PROGRAMMA 50° ANNIVERSARIO DELL’APERTURA DEL DIEDRO PHILIPP-FLAMM ALLA PARETE NORD-OVEST DEL MONTE CIVETTA

Venerdì 07.09.2007
c/o il CENTRO CONGRESSI DI ALLEGHE – PIAZZALE STADIO DEL GHIACCIO
Ore 20,00 saluti Autorità
Ore 20,30 “il diedro Philipp – Flamm storia e personaggi della via che ha aperto un’epoca” condotto da Manrico DELL’AGNOLA con la partecipazione dei protagonisti. Di seguito verrà proiettato il filmato: Pareti d’inverno di G. Rusconi.

Sabato 08.09.2007
c/o il RIFUGIO TISSI
Salita al rifugio TISSI (a piedi oppure a mezzo elicottero con partenza dai Piani di Pezzè)
Ore 14,00 Filò con gli alpinisti attorno al “larin” del TISSI – (per chi lo desideri è possibile prenotare il pernottamento c/o il Rifugio TISSI – COLDAI - VAZZOLER all’Ufficio Turistico di Alleghe tel. 0437/523333 e-mail alleghe@infodolomiti.it)

Domenica 09.09.2007
Ore 12,30 pranzo a prezzo convenzionato presso l’HOTEL COLDAI di ALLEGHE
A SEGUITO c/o CENTRO CONGRESSI DI ALLEGHE – PIAZZALE STADIO DEL GHIACCIO
Ore 16,00 consegna riconoscimenti ricordo agli alpinisti presenti. Seguirà presentazione del libro CIVETTA TRA LE PIEGHE DELLA PARETE di Paola FAVERO con il musicista Nelso SALTON e l’attore Primo ZANCAN
Ore 17,30 tavola rotonda “NORD OVEST OGGI” la grande parete tra storia ed evoluzione con la partecipazione degli alpinisti presenti
Ore 21,00 serata di diapositive realizzate e presentate da Christoph Hainz dal titolo:
DOLOMITI – ROCCIA, GHIACCIO E NEVE
PARETE NORD DELL’EIGER IN SOLITARIA

venerdì, 10 agosto 2007

LETTURE MINIMALI...

postato da giovannibusato alle 10:59 in recensioni
FRANZ BONI Una passeggiata sotto la pioggia alpinaFRANZ BONI
Una passeggiata sotto la pioggia alpina
2006 Tararà Edizioni – Verbania
Pag. 235 - euro 22.00
   
Piove, anzi, grandina.
E’ l’estate che viene spazzata via a “pallettoni” di ghiaccio.
Ad agosto si sta bene al lavoro…
Periodo di ferie questo; il ritmo dovrebbe rallentare invece una frenesia fastidiosa aggredisce “l’homo feriosus”.
Una lotta persa tra cose da fare e da non fare: andare in montagna e dormire, riposare gli occhi e leggere, far festa con amici e… ferie da sportivo!
Come bere un bicchiere di bianco senza il bianco.
Così per placare questo abbrivio di perversa positività propongo un libro che non racconta grandi imprese né eroi, se non quelli che affrontano con coraggio la banale quotidianità, così che anche per chi arriva in fondo alla passeggiata in centro e capisce che per i prossimi dieci giorni.. non c’è altro, sia confortato da queste parole… a fronte anche il testo in tedesco, se proprio si vuole.
Franz Boni, che si scrive con l’umlaut, è un poeta che i media tentano da anni di declassare a scrittore; il poeta e lo scrittore sono incompatibili, l’habitat del poeta è il silenzio, l’elemento dello scrittore è la loquacità.
Fedele a ciò Boni non concede interviste, non prende parte a discussioni, non scrive commenti e non firma petizioni; questo lo pone ai margini come i suoi personaggi: operai, ambulanti, vagabondi… In genere persone spinte senza scampo ai bordi di una società che non accetta individualità.
“I racconti non culminano in una castrofe che non può sopraggiungere perché una tale quotidianità è già una catastrofe permanente”.
Boni ambienta molti suoi racconti nel mondo della montagna, ma è una montagna dura, indifferente, che non offre rifugio.
La natura non è amica, il sole non scalda ne abbronza ma brucia; una parabola della società moderna distante dalla natura dalla quale, in realtà, ha adottato i processi più violenti, la selezione del più forte tra i più deboli.
“Una passeggiata sotto la pioggia alpina” è il racconto di una salita anonima, dal personaggio (A.) alla montagna; la storia è libera da ogni sovraccarico di particolari e divagazioni, quello che resta è l’uomo, in quel momento.
La mancanza di ogni motivazione a sostegno della storia, dà le vertigini... raramente si legge un’anima così nuda.
A mano a mano che sale, tra la fatica, il sudore e la paura di non arrivare in tempo alla malga cresce l’ansia per le sorti del racconto, poi finalmente il rifugio, gli altri uomini lì per la festa e le grandi discussioni da rifugio. I ricordi dell’infanzia che per tutti (è sempre così) è stata terribilmente bella!
“Tutti insieme avevano dipinto sul volto un sorriso dal quale non riuscivano più a disfarsi. E allora sedevano lì, con quelle facce di cuoio e quel sorriso che sembrava la bocca intagliata di una maschera di legno”.
Non era vero, come spesso accade, avevano avuto in realtà un’infanzia orrenda o banale nella migliore delle ipotesi, con ricordi o meglio traumi non ancora completamente superati.
Molti sono i personaggi nei quali identificarsi, ma Boni li viviseziona tutti senza scampo, ognuno viene portato all’essenzialità.
Così si ritrova un’essenzialità che a volte spaventa e si vorrebbe aggirare ma  dalla quale non si può scappare. La consapevolezza  serve per riprendere il giusto ritmo.
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