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lunedì, 05 settembre 2005

Ultimo post RAKAPOSHI-BATURA

postato da intrablog alle 11:00 in rakaposhi

E' finita un'avventura. Ne incomincia un'altra. Proveremo a mettere insieme tutto ciò che è capitato tra Rakaposhi e Batura, prima e dopo, durante e nel mentre... Con questo ultimo post e relative foto [dove potrete vedere alcuni dettagli delle linee salite] vi diamo appuntamento ai nuovi spazi che costruiremo intorno alla spedizione appena conclusasi. In previsione nuove pagine web che integreranno con materiale inedito e documentazione fotografica il sito RAKAPOSHI PROJECT già esistente, quasi fosse un prologo di ciò che cercheremo di portare a teatro con il nome di VENTIMILA PIEDI SOPRA IL MARE. Ci aspettano mesi di duro lavoro sperimentale per costruire il nostro nuovo ArtVideoMix.

Vi lasciamo con uno dei più grandi frutti della nostra spedizione. Sotto mio invito Carlos Buhler, il nostro straordinario compagno americano, ha provato a sottoporsi al genere di scrittura estemporanea tipica delle nostre spedizioni. Al di là della cronaca e senza autocensura. Un flusso di parole senza interruzioni lanciate direttamente in pasto ai lettori. Con il privilegio, le sere che ci riposavamo dal nostro viaggio da Karimabad ad Islamabad, di avere autore e traduttore insieme, nella stessa camera d'albergo, per tentare di creare perfette corrispondenze di significati, e non solo, tra inglese e italiano.

Il testo di Carlos, a mio giudizio, è tra le cose più belle importanti che io abbia mai letto sull'alpinismo e l'esplorazione e credo sia la prima volta nella storia della letteratura d'esplorazione che un alpinista arrivi a toccare con grande lucidità alcuni dei grandi concetti della scienza contemporanea, con notevoli proprietà letterarie. Un nuovo ponte gettato tra alpinismo, scienza e letteratura contemporanea.

Un grande regalo inaspettato, una specie di summa del nostro lavoro degli ultimi anni e sicuramente un testo che lascerà linee ispiratrici per lo spettacolo finale sopra citato.

Provate per credere, nella doppia versione.
Un caro saluto
Alberto Peruffo

******************************************

PIETRE CHE SI MUOVONO, GHIACCIAI CHE FRANANO

Una suggestione entropica

SHIFTING STONES, CRUMBLING GLACIERS
An entropic suggestion

Pensieri inondano la mia testa di posti veduti, esperienze vissute ed emozioni sentite. Il mio corpo e la mia mente stanno cercando di aggrapparsi alle ultime sei settimane. La realtà di esplorare una valle sconosciuta del Karakoram ha avuto il suo pedaggio, fisico e mentale. Non è un processo di cui dovrei sottovalutare i costi. E’ tempo perso? O è tempo da tenere in gran conto? Io sollevo la “questione”. Un sacco di tempo prezioso è svanito. Cosa devo dimostrare per questo? Siamo ognuno di noi semplicemente divenuti più vecchi mentre il resto del mondo ci ha lasciato indietro? Cosa mi fa inciampare sopra pietre instabili e mi trattiene su ghiacciai frananti? La pioggia a dirotto, il freddo gelido? L’ansimare dei miei polmoni su ampie distese di ghiaccio ripido? L’odore del sangue di capra e la perdita della sua vita che mi permette di riacquistare energia con la carne di un altro animale? Io combatto con le perturbazioni interne della mia mente per dare senso a colori, forme, melodie, odori, emozioni e relazioni assorbite dalla mia memoria. In questo paradisiaco giardino che è la Valle Hunza la somma delle parti è ancora invisibile. Ogni frammento di memoria vaga sperduto nello spazio, ancora nella sua forma senza peso. Poche parti del puzzle si adattano perfettamente. E’ ancora una confusione di globuli elastici, figure e forme che devono incastrarsi in una struttura di mosaico, quasi fossero un arazzo tridimensionale che prenderà fiduciosamente forma e alla fine avrà significato.

Thoughts flood my head of the places seen, experiences lived and emotions felt. My body and mind are coming to grips with the last six weeks. The reality of exploring a hidden valley of the Karakoram has taken a mental and physical toll. It is not a process for which I should underestimate the cost of. Is it lost time? Is it treasured time? I ask the Question… Plenty of precious time has vanished. What do I have to show for it? Have we each simply grown older while the rest of the world has left us behind? What is it that stumbling over shifting stones and crumbling glaciers brings me? The pelting rain, and shivering cold? The gasping of my lungs on sweeping fields of steep ice? The smell of goat blood and loss of its life that enables me to replace my energy with the meat of another animal? I struggle with the internal growlings of my brain trying to make sense the colours, shapes, melodies, odors, emotions, and relationships my memory has absorbed. In this garden  paradise of the Hunza Valley, the sum of the parts is still invisible. Each fragment of a memory is still tumbling in space; still in its weightless form. Few pieces of the puzzle fit together nicely. It’s still a disarray of elastic globules, shapes, and forms that have yet to interlock into a mosaic structure, a three dimensional tapestry, that will hopefully take shape and eventually have meaning. 

E’ questo accumulo di profumi stranieri, sensazioni tattili, suoni, assaggi e forme, la somma totale di ciò che il mio sentiero sarà attraverso la vita da essere raccolto dal mio cervello? Sospetto che accada. Mi domando se ho riposto troppa poca attenzione all’accumulo dei pezzi senza relazione e di strana dimensione. Dopotutto non ha richiesto nessuno sforzo da parte mia. Come una collezione di vecchie parti hardware accatastate nei cassetti della mia mente mi domando se mai ne farò uso. Ma la mia esperienza passata mi dice che tra un po’ di tempo rimetterò mano a quelle preziose casse e getterò uno sguardo. Smisterò alcuni dei milioni di ricordi e tenterò di organizzarli in file di significato. Come un campo magnetico passante sopra milioni di trucioli di ferro grezzo lasciati al caso, se saprò trattenere l’energia e avrò una mente aperta, le particelle troveranno ordine e si allineeranno significantemente. Questi significati apriranno la via alle idee. Poi le idee, come fossero granelli di sabbia, prenderanno il loro posto importante in un castello che io riconoscerò come una struttura integrata dentro la mia vita e qualcosa nascerà sopra.

Is this accumulation of foreign smells, touches, sounds, tastes, and forms, the sum total of what my path through life tends to gather in my brain? I am suspicious that it is. I question whether I pay too little attention to the accumulation of unrelated, odd sized pieces. After all, it takes no effort on my part. Like a collection of old hardware parts, I stuff them in the drawers of my mind and wonder if I will ever make use of them. But my past experience says that, with a little time, I will go back in to these treasure chests and take a look. I will sort out a few of the millions of memories and attempt to organize them into rows with meaning. Like a magnetic field passing over millions of random iron ore shavings, if I spend the energy and keep an open mind, the particles will become ordered in lines with meaning. These meanings will give way to ideas. Then the ideas, like grains of sand, will assume  places of importance in a sand castle that I recognize as a structure integrated into my life and something to build upon.

Sono attirato ad esplorare queste aspre terre dell’Asia Centrale sotto richiesta del mio corpo, mente e spirito. E’ il prezzo oltraggioso che rende il viaggio di valore. La mia sottile battaglia per mettere ordine al caos. Per tenere a bada, un momento, il processo di disintegrazione di me stesso e di tutto ciò che mi circonda. L’entropia è la forza contro cui contendo; implacabile, sempre presente, onnipotente. So che non posso vincere a lungo termine. Come un’alta marea che cancellerà il mio castello di sabbia dai suoi instabili inizi presso il mare, l’eventuale esito è niente più di ciò che avevo cominciato. Le forze che mi circondano sono sempre più grandi di ciò che posso comprendere, tanto meno superare. Tuttavia il supremo dono in questa vita è l’incentivo di provare a costruire il castello di sabbia, anche sapendo il risultato. Che tipo di scherzo è questo? Perché ho messo nella mia testa il pensiero che fa ogni differenza e chi mai capovolgerà la marea dell’entropia?

I am drawn to explore these rough Central Asian lands for the demands upon my body, mind, and spirit. It is the outrageous price that makes the journey worthwhile. It’s my tiny battle to put order into chaos. To hold back, for a moment, the process of disintegration of myself and of all that is around me. Entropy is the force I contend with; unrelenting, ever present, and omnipotent. I know I cannot win in the long term. Like the high tide that will erase my sand castle to its ever shifting beginnings by the sea, the eventual outcome is no more than I began with. The forces around me are always greater than what I can comprehend, much less overcome. Yet the supreme gift in this life is the incentive to try and build the sand castle, even knowing the outcome. What kind of a joke is this? Why put the thought in my head that it makes any difference at all what I do to reverse the tide of entropy? 

Non pretendo di conoscere la risposta a questa assurdità. Nondimeno ringrazio i poteri che fanno esistere quel dono. Mi sono accartocciato in un viaggio per esplorare l’ignoto della mia coscienza. Per un breve periodo della vita il sentiero è chiaro e incredibilmente invitante. Forse sono i nostri bambini e le piccole onde di persone a cui passiamo questo desiderio che mi danno una parvenza di speranza. Se fossi l’ultima anima della Terra avrei la stessa motivazione per esplorare l’ignoto? Non so, e ne dubito. Sebbene resisterà sempre in me la speranza che ci sia in giro almeno un'altra anima che alla fine incontreremo.

I don’t pretend to know the answer to this absurdity. Yet I do thank the powers that be for the gift. I am wrapped up in a journey to explore the unknowns of my consciousness. For a short lifetime, the path is clear and incredibly inviting. Perhaps it’s our children and the small waves of people that we pass this desire onto that gives me a glimmer of hope. For if I were the last soul on earth, would I have the same motivation to explore the unknown? Somehow, I doubt it. Yet I would always hold out hope that there would be at least one other soul around and that we would eventually meet.

Ciò che abbiamo sperimentato quest’estate in Karakoram ha richiesto una tremenda flessibilità delle nostre menti. Inizialmente, c’era una montagna in Pakistan chiamata Rakaposhi che siamo venuti a scalare. Dalla sua cima cadeva un impressionante contrafforte ancora non salito e molto seducente. Sapevamo fin da principio che esso era protetto da grandi difese naturali. Sapevamo che esso era un compito estremamente complesso da intraprendere. Ma come i costruttori di castelli di sabbia prima di noi, contro tutte le leggi della logica abbiamo iniziato la costruzione, persino ottimistica, persino fiduciosi nella nostra abilità di completarla tra le alte maree. Siamo rimasti convinti di resistere alle forze entropiche che avrebbero certamente abbattuto dalla nostra via ogni barriera concepibile. Nei primi giorni della nostra ascensione abbiamo scoperto gli ingiustificabili pericoli e le schiaccianti realtà logistiche del ghiacciaio Masot. Piuttosto di perdere tempo prezioso effettuando traballanti soluzioni per risultati dubbiosi, abbiamo posticipato i nostri sogni sul Rakaposhi spostando il campo base nel poco conosciuto Baltar Glacier dove si poteva continuare, quasi senza interruzione, la nostra esplorazione su terreno ancora non scoperto.

What we experienced in the Karakoram this summer has required a tremendous flexibility of our minds. Initially, there was a mountain in Pakistan called Rakaposhi that we came to climb. From its summit fell a striking buttress that was unclimbed and very alluring. We knew from the outset that it was protected by great defences of nature. We knew that it was an extremely complex task to undertake. Like builders of sand castles before us, against all laws of logic, we began the construction, ever optimistic, ever hopeful of our ability to complete our ambitions between the high tides. We remained confident of  resisting the entropic forces which would surely throw every conceivable barrier in our way. In the early days of our climb, we discovered unjustifiable danger and overwhelming logistical realities on the Masot Glacier. Rather than waste valuable time implementing shaky solutions of doubtful outcome, we quickly postponed our Rakaposhi dreams, and relocated our Base Camp to the little known Baltar Glacier where we could, almost without interruption, continue our exploration of undiscovered terrain
.

Non possiamo fuggire dalla realtà che viviamo all’interno di una cultura che pone alto valore sul risultato. Per scoprire l’Emisfero Occidentale Cristoforo Colombo ha dovuto trovare qualcuno che lo sostenesse. Oggi, la sfida non è cambiata. O ci paghiamo le spese, o dobbiamo competere per accedere a un limitato numero di risorse. Come possiamo aspettarci di non avere le nostre passate prestazioni esaminate? Quando richiediamo sostegno a qualcuno non possiamo sottrarci al fatto che i nostri successi del passato, il frutto dei nostri precedenti sforzi, sarà comparato con quello di altri. Gli sponsor finanziatori devono fare delle scelte e ad ognuno piace essere un vincitore.


We cannot escape the reality that we live within a culture that puts a high value on performance. In order to discover the Western Hemisphere, Christopher Columbus had to find someone to sponsor him. Today, the challenge is no different. Either we pay the expenses ourselves, or we must compete for funding from a limited number of sources. How can we not expect to have our past performance scrutinized? When we request assistance from others, there is no escaping that our past achievements, the fruit of our previous efforts, is compared against that of others. Financial supporters must make choices and everyone likes a winner.

Ciò nonostante l’esplorazione tra le grandi catene montuose del mondo è un complesso gioco d’azzardo dal mal definito esito. Troppe sono le variabili da calcolare. Con così molti possibili esiti è sciocco giocare per ottenere soddisfazione su qualcosa tanto difficile quanto il raggiungimento dell’apice di una vetta del Karakoram. Prevedere, tra le altre cose, il comportamento degli individui e delle forze della natura richiede equazioni complesse. Mettere le due cose insieme è un affare assurdamente rischioso. Per trovare un solo grammo di gratificazione uno deve accettare che molto di ciò che succederà sarà fuori dal proprio immediato controllo. Se per uno la ricompensa arriva solo dal prodotto finito, le sue motivazioni caleranno senza dubbio e il suo tempo investito sarà speso male.

Nevertheless, exploration in the great mountain ranges of the world is a complex gamble on an ill defined outcome. There are too many variables to calculate from. With so many possible outcomes, it is senseless to gamble on achieving fulfilment on something as difficult as reaching the apex of a Karakoram peak. Predicting, among other things, the behaviour of individuals and the forces of nature require complex equations. Putting the two together is an absurdly risky business. To find even a gram of gratification, one has to embrace that a great deal of what will happen will be out of ones immediate control. If ones reward comes only from the end product, ones motivation will certainly wane and the time invested feel ill spent.

Ed è proprio qui che giace il valore della mia preziosa scoperta! Se posso resistere all’incertezza e abbracciare il processo, è in queste selvagge e imprevedibili situazioni che la mia abilità di cambiare marcia, alterare direzione e rimanere flessibile, può svilupparsi e maturare. Se invece fallisco nell’apprezzare questo talento, i doni dell’esplorazione, lungo il corso di una vita, saranno pochi. Non ci saranno mai abbastanza trofei da portare a casa se io baso la mia felicità su una lista di successi. Ma se guardo al sentiero come a un significato in se stesso, le ricompense saranno illimitate. Io stesso vago randagio attraverso questa dottrina più di quanto desidererei. Stare focalizzato sul processo non è un lavoro facile. Serpeggio e giro su me stesso per rimanere fedele a questo corso. Il compito mi fa spesso inciampare e mi obbliga a recuperare continuamente. Ma ogni recupero mi rende più forte e flessibile di prima. In un periodo di vita breve il guadagno in comprensione non è cosa da poco.

Herein lies the value of my precious discovery! If I can endure the uncertainty and embrace the process, it is in these wild and unpredictable settings that my ability to shift gears, alter direction, and remain flexible, is developed and matured. If I fail to appreciate this talent, the gifts of exploration, over a lifetime, will be few indeed. There will never be enough trophies to take home if I base my happiness on a list of achievements. But if I look to the path as a means in itself, the rewards are unlimited. I myself stray from this doctrine more than I would like. Staying focused on the process is not an easy job. I twist and turn to remain true to this course. The task causes me to stumble often and forces me to recover continuously. But each recovery makes me stronger and more flexible than before. In one short life span, this gain in understanding is no small feat.

Non ci sono dubbi nella mia mente che non sarò mai capace di fermare il ritorno al caos di tutte le forme di energia. Siamo emersi da qualche parte tra particelle subatomiche e vapore acqueo e in quella forma probabilmente finiremo. Alterare questo non è ciò che inseguo. I miei obiettivi sono di restare fedele all’immediata realizzazione che trovare un processo ben fatto condurrà con la più alta probabilità a risultati positivi. All’interno del contesto della sfida e della scoperta di sé, io comprendo che più grande l’imprevedibilità, più grande l’entropia che troverò sulla mia via, più affascinante sarà il mio sentiero.

There is no doubt in my mind that I will ever be able to halt the return to chaos of all forms of energy. From somewhere within sub atomic particles and water vapour we emerged and in that form we will probably end. To alter this is not what I chase. My goals are to stay true to the more immediate realization that finding a successful process will most likely lead to a positive outcome.  Within the context of challenge and self discovery, I understand that the greater the unpredictability, and the greater the forces of entropy which stand in my way, the more fascinating the path will be.

Carlos P. Buhler - Islamabad 27/08/05
Traduzione di Alberto Peruffo

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giovedì, 01 settembre 2005

Redazionale RAKAPOSHI-BATURA

postato da albertoperuffo alle 11:25 in rakaposhi

Eccoci tornati. Con un po' di pazienza rimetteremo mano al blog e al sito della spedizione per regalare ai nostri lettori altre splendide immagini della nostra esplorazione. Una piccola anticipazione sulla nuova copertina di www.intraisass.it. A breve anche uno dei frutti più importanti della nostra spedizione: il testo finale di Carlos Buhler, scritto in viaggio da Karimabad a Islamabad e tradotto le sere tardi quando con Carlos ci trovavamo in camere d'albergo, tranquilli ed esausti dopo le lunghe e intense giornate che hanno caratterizzato il nostro ritorno. Ciò che ha scritto Carlos, davvero notevole per contenuti, novità e qualità letteraria, io credo sarà un contributo che lascerà il segno nella storia della letteratura d'esplorazione. A presto ;-)

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lunedì, 29 agosto 2005

RAKAPOSHI 11

postato da intrablog alle 08:48 in rakaposhi
SUCCESSO O INSUCCESSO, THIS IS THE QUESTION

Di ritorno a Karimabad, seduto ancora nello splendido giardino da cui vi scrivevo un mese fa, tra lo spazio di due ciliegi selvatici, ormai sfioriti, la sagoma del Rakaposhi domina ancora, potente e intoccabile. Il duro viaggio di ritorno dal Baltar Glacier, condito di mille peripezie, tra difficili esigenze dei portatori della valle, tempo non sempre clemente e interminabili morene da attraversare, lentamente, ha permesso ad ognuno di noi di riflettere sull’esito della spedizione. Non so se sia già il tempo di cogliere i frutti, decantare le nostre impressioni, ma la fine è prossima e a giorni September’s here again. Così cantava David Sylvian.

Rivedendo il Rakaposhi, ripensando ai Batura, le montagne più alte del mondo ancora da scalare, si potrebbe pensare che gli obiettivi alpinistici da me prefissati siano stati un lodevole insuccesso. Potrei affermare che non sono riuscito a coagulare le forti individualità di un gruppo così variegato su obiettivi oggettivamente avversi e superiori alle ragionevoli capacità umane, quest’ultime vincolate alle imprevedibili contingenze del gruppo e allo stile e alla linee alpinistiche premeditate. Potrei affermarlo.

Nondimeno, illuminati dallo spirito esplorativo, potrei considerare la nostra decisione di abbandonare il campo base del Rakaposhi per avventurarsi tra le fauci di un immenso ghiacciaio, sconosciuto, un grande atto di coraggio. Pensare infatti di spostare un’intera spedizione da un capo all’altro del Karakoram non è affatto facile. Solo chi è pratico di esplorazione e spedizioni può facilmente intuire le grandi difficoltà, logistiche ed economiche. Cambiare una spedizione in corso è come cambiare la direzione di un torrente in piena. Un torrente di situazioni-emozioni-attese turbinanti nella testa dei tuoi compagni.

Potrei quindi concludere che da questi due primi momenti è nata un’esplorazione superiore per livello e complessità, dove nuove montagne e inattese relazioni interpersonali si sono accavallate di giorno in giorno creando un universo inconcepibile agli occhi dell’originale visione di ciò che potrebbe o dovrebbe essere stata la nostra spedizione.

Potrei elencare semplicemente i fatti. Siamo passati da una delle montagne più belle del mondo, il Rakaposhi, e da uno dei più ambiziosi progetti alpinistici a livello internazionale, lo Sperone NW, a una delle valli più ricche della Terra per possibilità esplorative. Alzando la testa la possente mole dei Batura lanciava e continua a lanciare la sfida agli alpinisti più audaci delle nuove generazioni. Abbiamo studiato le possibilità di salita, combattendo tra gli squarci limitati di bel tempo. Abbiamo salito due montagne di 6000 metri per itinerari probabilmente nuovi (qui è tutto da verificare tanto sono rare le esplorazioni). Abbiamo tracciato una linea superba e ne abbiamo sfiorata un’altra (Renzo e Carlos sono tornati a valle respinti dal brutto tempo e da un ghiaccio troppo sottile, forse dovuto alla stagione avanzata). Abbiamo valicato colli, solcato ghiacciai, esplorato labirintiche morene camminando dall’inizio della nostra spedizione fino alla fine, dal Rakaposhi ai Batura, per più di 100 chilometri. La nostra documentazione, che spero di riuscire ad elaborare nello spettacolo che ho in mente, magari da presentare in anteprima al Festival di Trento, potrà essere non solo il pane per l’alpinismo contemporaneo, ma anche il vino. Abbiamo raccolto nei nostri sguardi e nei nostri appunti fotografici linee così ardite e inimmaginabili che chi avrà la presunzione di dire che l’alpinismo è morto noi potremmo ostentare di aver scoperto l’elisir di lunga vita. Solo una montagna esemplare come l’Haccindar Kisch (6870 m), senza i Batura, potrà rappresentare per molti anni la grande sfida per i più preparati alpinisti del futuro .

Ma per chiudere definitivamente questo mio ultimo messaggio (può darsi che Carlos ne scriva uno da Islamabad) voglio invece appellarmi all’inesorabile questione che il pubblico solitamente pone: è stato un successo o un insuccesso questa spedizione? A parte il grande seguito internazionale che ha avuto, secondo comprovate fonti, io formulerei la domanda in modo più provocatorio. Chi ha avuto successo in questa spedizione?

A prescindere dalla mia opinione, confermata, che c’è sempre più distanza tra l’alpinista contemporaneo, sempre più immerso nella propria azione a discapito del pensiero e dell’azione degli altri, non solo alpinisti, e una lucida consapevolezza del proprio agire, consapevolezza che porterebbe ad affrontare con più successo e soddisfazione “il muro delle idee” (vedi Paropàmiso di F. Maraini), non solo tra le grandi civiltà attraverso le quali si ha la fortuna o la sfortuna di passare, ma anche interpersonali; a prescindere dalla simpatia e dalla gratitudine che provo per i miei compagni per avere affrontato un’avventura del genere, io credo che potrei chiudere con questa risposta.

Avrà avuto successo solo chi tra noi, seduto di fronte a una montagna, dopo “aver sentito come chi guarda e parlato come chi cammina” (per citare liberamente Alberto Caeiro/Fernando Pessoa), avrà saputo cogliere il significato di ogni autentica esplorazione: “I accept the new found man and set the twilight reeling”, per dirla con Lou Reed, ossia “Io accetto l’uomo rifondato e lascio il tramonto vorticare”.
Questo è il mio saluto, ma non l’ultima riga.

Dedico questa spedizione a Fosco Maraini, insigne maestro, e a Lorenzo Massarotto, il re delle grandi pareti dolomitiche, amico caro recentemente scomparso.


Alberto Peruffo
Karimabad, 6.30 pm, 24/08/05
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domenica, 28 agosto 2005

Redazionale RAKAPOSHI

postato da intrablog alle 12:58 in rakaposhi

Passando di corsa da Rawalpindi a Islamabad sono riuscito a rigettare uno sguardo sul blog. Non posso che ringraziare Mauro Mazzetti per il preziosissimo lavoro che ha fatto, specie considerando il pessimo servizio satellitare con cui abbiamo avuto a che fare. Nel messaggio in arrivo sul blog, spedito qualche giorno fa, troverete ulteriori precisazioni. A seguire, sotto, ritroverete i messaggi precedenti in versione riveduta (in rosso le revisioni). Quantitativamente pochi gli errori, tuttavia a volte generanti grandi improprieta' e controsensi. Al mio rientro rimettero' mano a tutto quanto dedicando appositamente uno spazio del sito alla spedizione con moltissime delle foto che non siamo riusciti a inviare.
Un caro saluto a tutti e grazie ancora a Mauro, davvero super pensando ai modesti mezzi, con corrieri che a volte portavano in giro le nostre foto a improbabili punti internet... dislocati ai piedi della Karakorum Highway 
;-)

Alberto Peruffo
PS In arrivo, dopo il mio ultimo messaggio, un grande scritto di Carlos Buhler (lo sto traducendo)!!

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giovedì, 25 agosto 2005

TRADUTTORE UGUALE A TRADITORE

postato da intrablog alle 09:42 in rakaposhi

Traduttore uguale a traditore: questo mi sono detto, quando ho finalmente ricevuto una mail da Alberto Peruffo, dopo settimane passate a far scorrere avanti ed indietro il nastro della segreteria telefonica per capire a volte malamente le considerazioni che arrivavano dal Baltar Glacier. Traduttore uguale a traditore, in ciò agevolato dalle difficoltà di trasmissione. Ecco quindi che, soprattutto in un caso, il senso del pensiero è stato stravolto, capovolgendone il significato e l’intendimento. Vi propongo così il testo aggiornato [e veritiero] del messaggio già messo in rete venerdì 19 agosto. Noterete le sostanziali variazioni: il titolo diventa “Un paradiso incompiuto” ed è stato aggiunto il paragrafo finale.

mauromazzetti

Versione riveduta
UN PARADISO INCOMPIUTO

10 agosto 2005 - Baltar Glacier, 4100 m.
Se dovessi trovare una formula per aprire la scena di uno spettacolo che rappresenta la nostra avventura, comincerei così, nel buio della sala, con l’indice dell’attore improvvisamente illuminato e puntato contro l’attenzione del pubblico:
“Ebbene, voi credete sia pazzo un padre che abbandona il figlio per andare a scalare una montagna ventimila piedi sopra il mare”.
Non oso pensare, o svelare, il resto; ma a quella prima e tremenda insinuazione risponderei di sì. Lo è. Il padre che abbandona un figlio, o i figli, specie se giovanissimi, per andare a scalare una montagna sconosciuta lontana giorni e giorni da casa, con relativi rischi e pericoli, un po’ pazzo lo è. Sia questo [...] da associare ad un eccesso di pathos, o ad un difetto di equilibrio. L’importante è riconoscersi in questa particolare forma di anomalia che porta gli uomini a sobbarcarsi di fatiche enormi per briciole di libertà. O vanagloria. Lontani da casa, lontani dai figli.
Qui, al nuovo Campo Base, nel remotissimo Baltar Glacier, l’esplorazione procede a singhiozzo. Non solo le condizioni ambientali, dure e al di là del nostro potere, sono le nostre avversarie, ma anche le condizioni soggettive. Isolati come siamo dal mondo, arroccati spesso nei nostri irriducibili caratteri, la nostalgia ci assale e il pensiero vola verso casa, incontro ai nostri bimbi, alle nostre mogli e ai nostri cari. Nulla di patetico in tutto ciò, bensì la cruda e meravigliosa realtà della nostra debolezza. Cruda perché dobbiamo resistere, meravigliosa perché ci rende partecipe dei nostri limiti. Quand’è che nella vita di tutti i giorni ci rendiamo partecipi dei nostri limiti?
E qui, nel Baltar Glacier, le possibilità sono infinite. Abbiamo fatto un consulto fra i guru dell’esplorazione alpinistica mondiale. Mediante Carlos Buhler, via satellitare, abbiamo sentito il britannico Stephan Venables, abbiamo poi incrociato le notizie con i nostri amici esploratori tedeschi, infine, abbiamo chiesto informazioni di prima mano all’italiano Simone Moro.
Non c’è dubbio, sebbene difficile da raggiungere perché geograficamente remoto e culturalmente chiuso, il Baltar Glacier è un paradiso verticale del futuro.
Un paradiso tuttavia incompiuto. Se alzo lo sguardo dal prato da cui vi sto scrivendo, in riva a un perfetto lago alpino e circondato da incommensurabili montagne, non scorgo gli occhi dei miei bimbi. Domani partiremo per le prime vette inviolate della valle. Ventimila piedi, 6000 metri, sopra il mare.

Nota tecnica
L’11 agosto Renzo Corona e Ivo Ferrari aprono una superba linea di 1200 metri in puro stile alpino su una cima inviolata di 6000 metri.
Il giorno successivo una bufera di neve respinge Alberto Peruffo, Carlos Buhler, Mirco Scarso e Michele Romio nel tentativo di raggiungere un’altra delle grandi cime inviolate della valle.


+++++++++++
Prima versione

UN PARADISO COMPIUTO

10 agosto 2005 - Baltar Glacier, 4100 m.

Se dovessi trovare una formula per aprire la scena di uno spettacolo che rappresenta la nostra avventura, comincerei così, nel buio della sala, con l’indice dell’attore improvvisamente illuminato e puntato contro l’attenzione del pubblico:
“Ebbene, voi credete sia pazzo un padre che abbandona un figlio per andare a scalare una montagna ventimila piedi sopra il mare”.
Non oso pensare, o svelare, il resto; ma a quella prima e tremenda insinuazione risponderei di sì. Lo é. Il padre che abbandona un figlio, o i figli, specie se giovanissimi, per andare a scalare una montagna sconosciuta lontana giorni e giorni da casa, con relativi rischi e pericoli, un po’ pazzo lo é. Sia questo di partire da associare ad un eccesso di pathos, o ad un difetto di equilibrio. L’importante è riconoscersi in questa particolare forma di anomalia fatta di uomini, a sobbarcarsi di fatiche enormi per la libertà. O vanagloria. Lontani da casa, lontani dai figli.
Qui, al nuovo campo base, nel remotissimo Baltar Glacier, l’esplorazione procede a singhiozzo. Non solo le condizioni ambientali, dure ed al di là del nostro potere, sono le nostre avversarie, ma anche le condizioni soggettive. Isolati come siamo dal mondo, arroccati spesso nei nostri irriducibili caratteri, la nostalgia ci assale ed il pensiero vola verso casa, incontro ai nostri bimbi, alle nostre mogli e ai nostri cari. Nulla di patetico in tutto ciò, bensì la cruda e meravigliosa realtà della nostra debolezza. Cruda perché dobbiamo resistere, meravigliosa perché ci rende partecipe dei nostri limiti. Quand’è che nella vita di tutti i giorni ci rendiamo partecipi dei nostri limiti?
E qui, nel Baltar Glacier, le possibilità sono infinite. Abbiamo fatto un consulto fra i guru dell’esplorazione alpinistica mondiale. Mediante Carlos Buhler, via satellitare, abbiamo sentito il britannico Stephan Venables, abbiamo poi incrociato le notizie con i nostri amici esploratori tedeschi, infine, abbiamo chiesto informazioni di prima mano all’italiano Simone Moro.
Non c’è dubbio, sebbene difficile da raggiungere perché geograficamente remoto e culturalmente chiuso, il Baltar Glacier è un paradiso verticale del futuro.

Alberto Peruffo

Nota tecnica
L’11 agosto Renzo Corona e Ivo Ferrari aprono una superba linea di 1200 metri in puro stile alpino su una cima inviolata di 6000 metri.
Il giorno successivo una bufera di neve respinge Alberto Peruffo, Carlos Buhler, Mirco Scarso e Michele Romio nel tentativo di raggiungere un’altra delle grandi cime inviolate.

 

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martedì, 23 agosto 2005

BATURA 6/RAKAPOSHI 10

postato da intrablog alle 08:44 in rakaposhi

Versione riveduta

RITRATTI TRA LA PAROLA E IL SILENZIO

18 agosto 2005 – Baltar Gla
c ier

Ami
c o delle nubi,/ c ompagno del fulmine,/ figlio della terra,/ dov’è la tua c asa?/ Un c ampo di rose/ il giallo frumento/ un monte nevoso/ un greto s c os c eso/ una femmina auda c e/ la parola e il silenzio.

Non ho trovato modo migliore
c he questi versi sepolti per iniziare l’ultimo messaggio c he vi giungerà dal Baltar Gla c ier. Presto ripartiremo per Karimabad, da dove potremo stilare c on più dista c c o un reso c onto della nostra spedizione. Ora, inve c e, immersi tra azione e c ontemplazione, siamo divisi, o meglio sono diviso, tra la parola ed il silenzio. In mezzo c ’è un mondo c he si vorrebbe dire. C’è l’esplorazione e la c omuni c azione. Due aspetti della medesima realtà c he molte volte non vanno d’a c c ordo, per c c hi esplora non sa o non vuole c omuni c are e c hi c omuni c a non sa o non vuole esplorare. E c osì ho pensato, per fare emergere questa moltepli c ità, la parola sul silenzio, di ra c c ontare qual c osa sui miei c ompagni di spedizione. Pure loro sono divisi fra esplorazione e c omuni c azione e un loro ritratto potrà essere non solo lo spe c c hio delle loro montagne, salite o sognate, ma an c he delle nostre promesse.
Brevemente, volgendo lo sguardo a sinistra, mi è fa
c ile iniziare da c hi è impegnato in una straordinaria salita. Una riga di neve in c assata in un diedro di ro c c ia, c he c ade da 6000 a 5000 metri, sta a c c ogliendo l’azione di Renzo Corona di Primiero, e Carlos Buhler , ameri c ano del Montana. Renzo è una forza pura della natura. Talmente forte, possente e si c uro c he a volte spaventa. Non c he non sia buono e do c ile di c arattere. E’ pia c evole stare c on lui. Ma lui inve c e non indietreggia. Parte per la sua strada e a volte non c omuni c a. Agis c e.
Carlos, d’altra parte, uno dei massimi himalaisti
c ontemporanei, stupis c e per la sua impareggiabile pazienza e meti c olosità. Vive in un tempo dilatato. L’attesa e la preparazione di ogni suo gesto, dal c ibo alla parola, sono le sue armi vin c enti. E’ c ome un me c c anismo c he ha tempi di c ari c a lunghi e resistenza insondabile. Se Renzo e Carlos rius c iranno nell’itinerario in c ui sono impegnati, sarà una gran bella as c ensione, c he resterà non solo nella loro storia personale.
Se guardo inve
c e a destra, è restata nel sol c o della mia vista la superba linea salita sempre da Renzo c on il bergamas c o Ivo Ferrari su una verti c alissima parete di neve c he sbu c a a 6250 m. Ivo è una delle persone più strane ed impulsive c he mi è c apitato di in c ontrare in vita mia. Non ha onde medie, solo alti e bassi, c he ininterrottamente e senza riserve c omuni c a al mondo esterno. Pure lui è una forza impetuosa della natura, ma non più pura, una forza c he è in c ontinua lite c on il proprio limite.
Poi, a guidare i vi
c entini, c ’è Mir c o S c arso , presidente del CAI di Monte c c hio, l’ alpinista più resistente e sin c ero c he io c onos c a. Lui tiene un diario quotidiano fitto fitto. Chissà c osa c ’è s c ritto. Se volete raggiungere un obiettivo e avete bisogno di qual c uno c he vi batta una tra c c ia, an c he morale, affidatevi a Mir c o, il mio c ompagno per e c c ellenza. Con Mi c hele Romio, il più giovane del gruppo, abbiamo salito un’in c redibile “parete Nord” per ripidezza, c ontinuità e peri c oli obiettivi. La vera impresa l’ha fatta Mi c hele. Partito indisposto dal Campo Base ha raggiunto i 5000 metri del c ampo alto dopo aver attraversato c hilometri di pietre instabili e neve. Con tutto il materiale in spalla per il c ampo. La notte non ha dormito e l’indomani ha terminato la parete c on noi, mentre i suoi o c c hi c omuni c avano sofferenza, tena c ia e an c he paura. La sana paura c he per al c uni alpinisti è un’opzione. E mentre noi raggiungevamo la c resta [...] per uno sperone sulla sinistra Ivo, solitario, girava a destra della parete per raggiungere direttamente la vetta. Un’altra grande c aval c ata della Primula Rossa (o Bionda) delle Dolomiti. Dentro di lui il ri c ordo del fratello Dario e del nostro c aro potente Mass.
Infine i nostri due fotoreporter.
Crista-Lee Mit c hell , c anadese, in dol c e attesa, dopo il Rakaposhi c i ha privato del suo grazioso sorriso e della sua abile indis c rezione nel c ogliere c c he po c hi di noi avrebbero il c oraggio di c ogliere in terra straniera. Il vi c entino Alessandro Pianalto è inve c e riassumibile nella formula “Pino vede c c he gli altri non vedono”. E qui al Campo base nessuno ha dubbi in proposito. Le immagini c he ha c atturato dal Baltar Gla c ier saranno il pane per l’alpinismo del futuro e, io c redo, c apolavori della fotografia artisti c a di paesaggio (tra le altre c ose, la BBC ha annun c iato c he il prossimo anno sarà nel Baltar Gla c ier).
In quanto a me, esigente
c ome sono sulla c omuni c azione inter nos, non trovo modo migliore per darvi appuntamento a Karimabad c he pes c ando, an c he in c hiusura e c oerentemente, altri versi sepolti:

 

Io sono/ il figlio della terra/ mosso dal vento/ per c ontrastare il tempo/ e tornare/ vento.

Alberto Peruffo

Nota te
c ni c a
Periodi di tempo bello massimo di due giorni non hanno permesso di avvi
c inarsi troppo alle due montagne più alte della terra an c