Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
domenica, 06 luglio 2008

AL VAIOLET 8/10

postato da lucavisentini alle 17:05 in il paese

Non capisco perché

tutti quanti continuano

insistentemente a chiamarmi Donatella

oh oh oh oh bella!

 

Scendevo sempre più spesso dalle camere in affitto nel sottotetto all’appartamento del vecchio Jan e delle sue tre figliole che dopo avermi accolto, io ancora sulla porta, con un distante ma famigliare “Sera l’usc!”, subentrato all’iniziale “Chiudi che c’è corrente!”, erano magari intente lungo il balcone della cucina a conteggiare le “oh” del motivo in questione per riuscire a ricantarlo dopo averlo ascoltato alla radio. Aveva ragione la più piccola, Giliola, dieci anni d’età in quella mia terza estate da loro a Vigo di Fassa: erano quattro. Le “oh”. E la Rosy, che insisteva con le sole tre lette in un approssimato testo di “Ragazza In”, inutilmente ci provava. Davo manforte dunque alla prima. Finché la Lore, ritirando le lenzuola per stirarle, ci zittiva e concludeva: «Meglio cento lenzuola che una camicia!».

Le camicie le indossava il papà, frequentemente via con il taxi. La Lore era più facile che fosse giù a San Giovanni, all’asilo. E io negli anni, per cinque mesi all’anno, le avevo oramai passate tutte, le stanze: la 1 della professoressa d’agosto quando non era agosto, la 2 con i letti separati, la 3 con il matrimoniale buono per l’amore, la 4 idem però meno appartata e la 5 con più posti anche per gli amici. Mi ero autoproclamato quindi “Il re delle camere”. Per tutta risposta mi assegnarono ad un certo punto, data la confidenza, un ripostiglio con una rete e un piccolo lucernario che io chiamavo “Il gabbiotto”.

Quando non andavo in montagna o era appena rientrato da un giro di più giorni mi attardavo nel letto, al mattino. E alle 9, immancabile, cominciava la sceneggiata. Le sentivo salire su all’ultimo piano, le due pesti, riconoscevo il brontolio della Rosy e immaginavo lo sguardo perso di Giliola. C’era da rifare le stanze e la prima s’innervosiva ancor di più con la seconda perché mentre lo tiravano ben bene a quest’ultima scappava sistematicamente il lenzuolo dalle mani. Era la volta poi delle docce e Giliola, i guanti gialli sin quasi alle ascelle, tentava un’inutile rivolta per non raccogliere i peli dei clienti, peggio se tedeschi, dagli scarichi. La Rosy a quel punto non ci stava più dentro e nel pieno del battibecco io aprivo allora la porta del gabbiotto e scagliavo le mie espradillas in direzione dei bagni esclamando: «Fate silenzio, il re delle camere sta dormendo!». Dovevo infine richiudere la porta velocemente dato che i proiettili mi sarebbero tornati in un batter d’occhio nel gabbiotto con un corale: «Riprenditi i tuoi ciuzé puzzolenti, re delle camere!». Ma bon, potevo alzarmi. E loro facevano la pace.

Le alleanze cambiavano di continuo e poteva succedere che Giliola ed io staccassimo furtivamente il poster di Alberto Camerini (quello di “Rock’n’roll robot” e di “Tanz Bambolina” tanto per intenderci...) da un muro della stanza della Rosy e lo applicassimo all’asse del cesso di famiglia per godere nel sentirla strillare al momento del fatidico rinvenimento. O che per infierire sui suoi presunti chili di troppo, lei diciottenne, scrivessimo una letterina a Ragazza In spacciandoci per una cicciottela di Vigo in difficoltà nel trovarsi il moroso e la firmassimo “Botticelli ’63”. Altrimenti eravamo io e la Rosy, a pranzo, che alla parola d’ordine “Achtung: Radarino!” smettevamo all’improvviso di ragguagliarci sulle vicende sentimentali di questo o quella, in paese, costringendo Giliola a riabbassare le antenne e a rituffarsi delusissima nel piatto. O che la redarguivamo quando ritardava a tornare dal caseificio e la sorprendevamo lungo la salita di casa, il secchiello del latte in mano, a chiacchierare con le amichette o a guardare le partenze e gli arrivi della funivia del Ciampedìe semplicemente immersa nelle sue fantasticherie. Conservo alcuni biglietti di quel tempo. In uno, firmato “Lola” e rivolto ovviamente anche alla Rosy, sta scritto: «Carogne!». Su un altro, lasciato da me in partenza per le Marmarole nel gabbiotto con l’appunto: «Rosy o Giliola, per favore, potete chiamare Giorgio (il nostro grande amico vetraio...) e prendere le misure del lucernario: s’è rotto», loro stesse hanno aggiunto: «Dì pure: l’ho rotto!».

Riguardo alle mie donne, tutt’e tre le sorelle non sono mai state tanto tenere. Poi si affezionavano, ma sull’inizio si mostravano spietate. E giugno era il mese buono per le donne. Arrivavano le stagionali, nei primi giorni smarrite e vulnerabili. I valligiani single lo sapevano perfettamente e si appoggiavano ai banconi dei locali, spingendosi fino al Vallés o al Falzarego, con il piglio di Giancarlo Giannini nei film della Wertmüller. Io avevo messo gli occhi, un anno, su una certa Nadia. Non dovevo allontanarmi troppo, peraltro. Lavorava al Bar Sport, proprio giù da noi. Un saluto, un caffè, un sorriso, sembrava quasi fatta. Così che nel tardo pomeriggio in cui rientrando la vidi per caso sul balcone della cugina delle tre sorelle – la cugina con lei, le tre sorelle sul loro di balcone, dirimpetto, i cavi della funivia con le cabine avanti e indietro giusto nel mezzo... – decisi di piazzare il colpo. Deviai nella salita e mi portai sotto di lei. Le chiesi: «Questa sera al cinema di Predazzo danno un bel film, vuoi venire con me?». La cugina, discreta, guardò a Vaél. Nadia stette per qualche secondo zitta e poi scuotendo decisamente il capo mi rispose con uno squillante: «No!». Io balbettai: “Ah, non fa niente allora, ciao!» e ripiegando verso casa scorsi il malefico terzetto vigliaccamente rannicchiato dietro la ringhiera e lo sentii sganasciarsi dalle risate.

Benedetta fu invece l’impresa di pulizie “Le tre sorelle” un altr’anno. Avevo preso in affitto un appartamentino, a Vigo, per ben dodici mesi. E alla fine di ogni mese lo riducevo in condizioni igieniche allarmanti. Chiamavo quindi in soccorso la menzionata ditta e loro accorrevano prontamente e lo rendevano di nuovo vivibile in meno di un’oretta. Con Giliola, disponendo sempre di una bottiglia di coca cola famigliare nel mio frigo, me la cavavo poi con una sua breve visita giornaliera e con un bicchiere di conseguenza, come prescritto dal dottore, al dì. La Rosy, priva ancora della patente, la dovetti accompagnare ad un concerto di Edoardo Bennato a Bolzano, ritrovandomi da solo per due ore e mezza di musica tra i ragazzini davanti al palco intanto che lei limonava di brutto nel fondo della piazza con un ulteriore moccioso. E con la Lore ricevevo per una volta alla settimana pure il suo fidanzato, il Giamba, e i numerosi amici del medesimo. Fortuna che venivano di mercoledì, nell’autunno in cui Rai 2 trasmetteva le quattordici puntate di “Berlin Alexanderplatz” di Rainer Werner Fassbinder. Il protagonista di tale affascinante mattonata, tratta da un romanzo di Alfred Döblin, si chiamava Franz Biberkopf. E sebbene fosse un briccone tragico e sconfitto, piaceva a me e ai fassani lì presenti anche perché iniziava ogni sua frase con: «Bisogna che...». Lo adottammo. E non so più per quanto tempo andammo avanti fra di noi a dire: «Bisogna che torniamo giù a Moena», «Bisogna che ridiamo una bella ripulita a questa casa», «Bisogna che la lasci entro l’inverno ché mi sa che non sopporto gli skiatori»...

Della piccola Giliola, in particolare, mi piace ricordare ancora che per un giorno fui suo tutore legale. Successe nell’occasione in cui doveva recarsi per un appuntamento dal dentista a Garmisch, in Baviera. Un po’ fuori mano, ma quel dentista preferiva skiare nelle Dolomiti e lo conoscevano. Il vecchio Jan non poteva accompagnarla, poiché si era impegnato contemporaneamente a riportare con il taxi la professoressa d’agosto ad Ora per riprendere il treno. La Lore stava all’asilo. E l’esame per la patente della Rosy era di là da venire: nella circostanza condurrò quest’altra alle sei del mattino a Falcade in tempo per la prima corriera diretta a Belluno... Restavo dunque disponibile soltanto io. Con il padre, al municipio di Vigo di Fassa, firmammo la delega e le carte ufficiali per l’espatrio. Mi divertii un sacco. Mi sembrava di essere, in viaggio per più Stati sulla Renault 4 con una bambina, in “Paper Moon”. Attraverso Carezza e la Val d’Ega le dissi in partenza: «Sei nelle mie mani per 24 ore: dovrai obbedirmi ciecamente». E lei, sorridente: «Tranquillo, Luchino, conosco un posto a Garmisch dove si mangia da Dio». Ho sempre gradito la cucina tradizionale ed ero incuriosito, non essendo mai stato in Germania... Passammo il Brennero. L’Austria. A Garmisch la aspettai fuori dallo studio e rimirai le nuove montagne. Uscì trionfante. Era andato tutto bene. E mi portò entusiasta, prima del lungo ritorno, in un McDonald’s!

Giliola è venuta a trovarmi lo scorso settembre con la Rosy e i rispettivi mariti e i quattro figli in totale, dopo una visita alla diga del Vaiont, a Cimolais. Il tempo a mala pena per un tè da me e per un gelato in paese. E lo abbiamo poi fatto, del mio attuale paese, un rapido giro. Erano trascorsi tanti di quegli anni... Li avvertivamo, tutti. Però per un istante me la sono ritrovata di fianco ed ho intuito che era partita nuovamente per i suoi pensieri. «Stai considerando che qui c’è poco o nulla, vero?», le ho domandato. E lei, annuendo vistosamente, è scoppiata a ridere al pari di quand’era bimba: «Sì, sì, appunto, non c’è pressoché niente!». Lei là adesso come allora, vicino al Vaiolet. Io non lontano ad ogni modo da quella meraviglia che è il Campanile.

 

Lavati i fanali per favore

cerca finalmente di imparare

qui c’è scritto solo Miss Rettore

e chiamami soltanto Miss Rettore!

Parapapa papa parapaparapa...

link al post | commenti | categoria il paese
domenica, 22 giugno 2008

AL VAIOLET 7/10

postato da lucavisentini alle 13:29 in il paese

È venuto il momento di parlare della Lore. Cioè della mia padrona di casa, o meglio di stanza, per una mezza dozzina di volumi, o meglio di amori. Veri? Inventati? Be quiet, please!

La Lore era la maggiore delle tre sorelle rimaste in casa del vecchio Jan, taxista a Vigo di Fassa. La mamma, la moglie, bella e dolcissima, l’avevano persa ancor giovane. Così che mentre io mi aspettavo una signora e lei un professore, in cima alle scale per consegnare le chiavi c’imbattemmo in una sbarbata, in un capellone. La stanza? La 2, quell’anno. E: «Potrei accompagnarla qualche volta in montagna, sa, piace anche a me?». «Sì, certo, ma, passiamo al tu». Gite allora, montagne? Cento e più assieme. Prima, a lungo, soltanto con lei. Poi pure col Giamba, fidanzato e marito. Alla fine, ottima aggiunta, con Thomas, loro figlio. Una vita, po’!

La Lore da bimba, ammalata, nel letto, immaginava il profilo dei monti. Dei suoi. Ne riproduceva la forma nell’aria, col dito. Partiva dalla Cima Dodici e quando arrivava a Vaél lo spostava un attimo indietro e poi decisamente in avanti, per scavare la finestra di Santa Giuliana, del Croz. Il pensiero diceva “toc” ed il buco era bell’e fatto.

Durante gli studi magistrali a Rovereto, in collegio, ascoltava le canzoni alla radio. E nelle occasioni in cui Lucio Battisti desiderava di far l’amore nelle vigne, lei scambiava dentro le camerate uno sguardo d’intesa con le proprie compagne. Intanto che le suore più severe attraversavano i lunghi corridoi.

Da Suor Cammello soprattutto, delle onnipresenti religiose trentine, non doveva assolutamente farsi scorgere, più avanti, nell’auto in cui si accucciava sorpassando l’asilo di San Giovanni per raggiungere Fuciade, cioè l’attacco della via di salita alla Cima dell’Uomo. Anche se l’indomani si sarebbe ripresentata al lavoro nello stesso asilo rossa di sole e si sarebbe trovata in imbarazzo a giustificare l’indisposizione del giorno precedente. La Lore, infatti, era diventata l’amata maestra dei bimbi, a Vigo. Andavo a visitarla sul posto, talvolta, le mattine che restavo in paese. Fingevamo fossi un nuovo maestro. E i bambini, pur mangiando la foglia, stavano al gioco. Erano appena tornati dal mare – ché i fassani fanno ferie di giugno – e sollevavano la maglia per mostrarmi l’abbronzatura: «Varda che scura, la schena!».

Le sere che scendevo dall’ultimo piano delle camere in affitto nel suo appartamento, guardavo un film alla tele con tutta la famiglia. Il capo, Jan, approntava una sorta di abat-jour con un giornale attorno al lampadario. E si metteva a cavalcioni di una sedia, al centro della sala, i gomiti sullo schienale. In fondo, lungo il divano, in ordine crescente, ci piazzavamo le tre sorelle ed io, come nella galleria di un cinema. Crollava per prima Giliola. Si appoggiava alla Rosy. Quindi anche la Rosy si addormentava. Sul fianco della Lore. Noi due, infine, resistevamo. Delle colonne! E non ci perdevamo così il mite Jan che durante la scena de “I peccatori di Peyton Place” in cui le anziane benpensanti danno addosso nella riunione del consiglio comunale alla povera protagonista, divenuta ragazza madre, esclamava indignato: «Veje bastarde!».

Un’estate era giù di morale. Non aveva ancora trovato il ragazzo. La convinsi a cambiare un po’ l’aria, ad andare in vacanza. L’accompagnai al treno e guidò lei fino ad Ora, con il suo foglio rosa. A Palinuro, in spiaggia, sentì parlare ladino. Una compagnia di Moena... Tornò su col moroso.

Di maggio, due anni dopo, fui testimone alle nozze. E per la circostanza mi sistemò non più nelle stanze di sopra, bensì nella camera in casa dove ospitava a ferragosto un sacerdote: un locale che restava perciò spesso chiuso e che io chiamavo “la ghiacciaia”. Me la cavai in ogni caso. Mi divertii un mondo. E come in una commedia con Julia Roberts partecipai dal di dentro, nel gran gineceo di sorelle, zie, amiche e cugine, ai preparativi della sposa. Ricordo il brevissimo viaggio dalla parrucchiera di Pozza, per l’ultimo tocco ai capelli prima della cerimonia. Mi diceva: “Scappiamo Luca, ho il panico, scappiamo in Austria!”. Il Giamba invece, al solito, era tranquillo. Con il suo testimone Ottavio, il giorno seguente, a Carezza, invitai un laconico Jan. Pioveva. Bevemmo. Intuii comunque il cammino dell’uomo.

Andavo allora a trovarla nella nuova abitazione a Moena e la beccavo impegnata nelle immancabili pulizie. Alla radio, stavolta, ascoltava De Andrè. Mi diceva: «Non capisco tutto, ma sento che si sta rivolgendo anche a me, nel profondo».

Della nostra amicizia ho mille ricordi. E, di più, ho lei ancora. Potrei chiamarla anche adesso. Ma concludo, qui, con noi due sulla Stabeler. Un pomeriggio di luglio. La sua prima scalata. Arrivò in vetta svelta e leggera, uno scoiattolo! Non voleva più scendere, però. Temeva le doppie. S’incastrava la corda, per giunta. Ci attardammo e venne quasi la notte. Giù poi, al Vaiolet, Bruno Pederiva se la rise e ci canzonò a modo suo: «Sulle Torri non avrei avuto problemi: al buio, con qualsiasi condizione del tempo, sarei giunto fin là a prendervi».

link al post | commenti (6) | categoria il paese
domenica, 27 aprile 2008

PAESI E AMORI (VOLUME III)

postato da lucavisentini alle 09:57 in il paese

Mi sentivo un drugo alla Kubrick in sella alla gloriosa MV Agusta 350 bicilindrica che tagliava le curve della litoranea in Gallura e puntava le file di suore impaurite nonché sobbalzanti. E pensare che prima di venire a trovarti non mi ero allontanato più di tanto dalle contrapposte sponde del Piave, di qua e di là dov’era un’osteria, un'osteriiiaaa! E che rientrando poi su dalla Marca trevigiana fra le mie dolomie sarei passato addirittura ai Sex Pistols! Ma intanto lì a Santa Teresa con te, giovane e spoglia, ascoltavo Loy e Altomare: «Quattro giorni insieme, a far l’amore come matti, a cucinarci gli spaghetti lalala lala lalalala...».

 

Mio caro amore (III) sai che c’azzecca la moto coi monti, con Intraisass? La moto è come il cavallo. È libertà. È da uno e hai presente piuttosto l’effetto di due sopra lo stesso cavallo? Sì, perfino sui monti incontri in processione i cajani che se vai svelto t’inseguono e se rallenti van dentro di testa al tuo zaino. Ma puoi andare anche da solo. Puoi, rischiando il giusto, scartare. E comunque sia pure tu Silia in quell’estate calda e ventosa senza l’obbligo del casco, nel ’76, pressoché in capo alla Sardegna avevi la pelle del mare.

link al post | commenti (9) | categoria il paese
domenica, 13 aprile 2008

PAESI E AMORI (VOLUME VII)

postato da lucavisentini alle 14:13 in il paese

Il blu, il giallo, il verde e di nuovo il blu e lo spumeggiante salmastro nell’aria delle Cinque Terre. Sembrava quasi fatta, monterossina e nobile Lucia. Lucia d’oro e di pelle del mare, a me non familiare. Dicesti: «Va bene, facciamo ancora un giro fin sopra al vicino crinale dov’è il santuario della Madonna di Soviore e poi io vengo a letto con te, quaggiù in paese». Ma come direbbero gli americani, non funzionò più di tanto. Non nacque propriamente uno Stato, alla prima.

 

Mio caro amore (VII), restammo allora amici? Sì, lo restammo. Ma sotto le gelide coperte dell’antico Albergo Monte Leone lassù all’Alpe Veglia, a 1761 metri d’altezza oltre il livello per te abituale, quando mi richiedesti al fine di addomentarti se potevi infilare una delle tue gambe tra le mie e procedesti, io non è che poi riposai... più di tanto. Sarebbe stata magari buona la seconda? Vabbé, ’fanculo agli yankee e già che ci siamo anche a Francesco Alberoni! All’amicizia, pure, ’fanculo!

link al post | commenti (27) | categoria il paese
domenica, 06 aprile 2008

AL VAIOLET 6/10

postato da lucavisentini alle 00:35 in il paese

Al Vaiolet arrivarono poi i Dangers, lì fondati da Smell nel Decamerone, lì imperversanti per uno, due, tre, quattro... o cinque anni? Di più, di più!

 

E sebbene m’inoltrassi ancora altrove, dato che la collana per l’Athesia di volume in volume e di amore in amore procedeva, mantenendo come base Vigo di Fassa restavo spesso ad un passo dalle Torri. I Dangers scendevano da me per una doccia e per convincere il mio nuovo padrone di casa, del paese il taxista, a scambiare la sua Regata con una Porsche. Io salivo da loro per un caffè, per riposarmi dopo una puntata nelle Dolomiti meno domestiche, per sparare qualche cazzata insieme.

 

Tullio Pederiva, il gestore, ci aveva preso tutti a cuore. Ci accoglieva nella sua cucina, quando la sala era piena di crucchi e merenderos, per cenare in famiglia. S’informava al rifugio e ci teneva d’occhio in parete, protettivo. Ci diede anche una bella lezione. Verso la fine di un’estate acconsentì infatti, dopo che lo avevamo corteggiato lungamente, a legarsi con noi. Eravamo onorati di scalare in amicizia con una guida emerita. Con il figlio di Marino, a sua volta allievo di Tita Piaz. Scelse per l’occasione una via non difficile ma che apprezzava molto, una camminata di croda, ambientalmente pregevole: la “Ampferer-Berger” per la cresta nord-est del Catinaccio. Mentre lui stava per raggiungere da capocordata la prima sosta uno di noi – mi duole dirlo, un Danger – con la scusa che il tiro apparisse facile e con la presunzione di dimostrare quanto fosse bravo partì senza aspettare alcun richiamo. Quindi arrivammo pure noialtri, alla sosta in questione. Ci autoassicurammo. E Tullio, silenzioso, a quel punto si slegò. Disse, a bassa voce e con tono calmo: «Amici come prima. Ma io con voi in montagna ho già chiuso. Non ho nessuna intenzione di ammazzarmi. E fintanto che siete legati con me e io comando la cordata e sono in movimento, non vi dovete azzardare a muovervi alle mie spalle se non vi ho ancora chiamato e non abbiamo disposto altrimenti». Ci salutò, pacatamente. S’incamminò di nuovo, solo soletto, su per la cresta. Noi continuammo mogi mogi e dall’anticima settentrionale scorgemmo le torri meravigliose, piccole piccole. Al ritorno lui ci offrì benevolo le birre e però in montagna assieme... mai più, nisba!

 

Suo figlio, Bruno, era già un vero portento. Il primo anno che lo incontrammo aveva i capelli cortissimi, alla sudtirolese. Beveva la Lemonsoda. Parlava di arrampicata e di ragazze. Dopo avere lavato i piatti del pranzo e servito i caffè al banco, chiedeva a suo padre un’oretta di permesso per sgranchirsi le gambe. Partiva quindi di corsa il bòcia, risaliva solo e slegato la via “Eisenstecken” sulla parete nord della Punta Emma e scendeva a sud-est, sempre solo e slegato, per la “Steger”. Mi diceva: «Una di queste volte vieni su con me e mi scatti le foto dal tetto». Fossi scemo! «Ma ti lascio una corda e le jumar!». Sì, sì... Al rientro, nella cucina del Vaiolet, mentre lui affondava il faccione in una tazzotta di latte, lo stuzzicavamo: «La tua è un’arrampicata soprattutto di forza che può andare bene su questo particolare tipo di dolomia, ma se venissi dalle nostre parti in Grigna ti troveresti male perché là conta piuttosto la tecnica». Lui se la rideva: «Sì, sì...», ma non ci aveva mai visto arrampicare e non era stato nemmeno sulle Grigne. Riaffondava così la faccia dentro alla tazza, senza concludere. Quando poi salì con noi in montagna sentenziò beffardo e crudele: «Allora, il Nonno è l’unico che può cominciare ad arrampicare, voialtri dovete prima imparare a camminare».

 

L’anno seguente Bruno si unì a Manolo e a Mariacher. Portava i capelli fino alle spalle. Beveva la birra e parlava di donne e di arrampicata. Una volta che lo incontrai a Gardeccia mi porse al volo le gambe di una tedesca che aveva avuto un malore su al suo rifugio, mi chiese di aiutarlo a trasportarla nella prima macchina che capitava e che scendeva a valle, lo aiutai pure a caricare le casse di bibite sopra la jeep e mi diede uno strappo riavvicinandosi il più velocemente possibile alle Torri del Vaiolet. La Delago in cinque minuti! L’uomo di punta del Soccorso Alpino locale! Un’altra volta mi capitò in casa a Vigo, di sera. Lo sapevo infortunato, dopo che una cordata che lo sovrastava gli aveva mollato un pietrone sulla clavicola lungo la via “CAI Alto Adige” alla parete est del Catinaccio. E invece niente, non aveva più il gesso. Se lo era tolto autonomamente con venti giorni di anticipo. Non stava più nella pelle, doveva mettersi alla prova. Bisognava che lo assicurassi giù al masso di Pera di Fassa. Salì, scese, due, tre, quattro lunghezze. Una furia. Si sentì nuovamente pronto e mi disse: «Visto come si fa?», riferendosi al mio, d’incidente, di cui tuttora sono terrorizzato. E un’altra volta ancora mi chiese di fotografarlo durante la prima ripetizione solitaria della via “Eisenstecken” sulla parete sud del Gran Mugón. Potevo anche starci. Avrei dovuto sormontare esclusivamente il pilastro d’appoggio all’attacco, con un tiro di III. Sarei poi rientrato in doppia. Ma su per il bosco di Vaél, insieme ad uno spericolato come lui sopra ad un trial, con ben due zaini carichi addosso mi pentii enormemente e rischiai un’ernia del disco. Dal pilastro, ad ogni modo, partì sereno con la corda alla schiena e gli feci le foto. Poi mi calai e mi sdraiai tranquillamente nel prato su dalla Mandra. Lo vedevo progredire costantemente. Lo vidi staccarsi all’improvviso dalle rocce, parecchio in alto, volare nel vuoto. Pensai per un attimo che si schiantasse. Invece lui pendolò, si arrestò in aria e mi gridò: «Tutto bene!». Al ritorno mi spiegò che come prevedeva non c’era affatto da fidarsi dei chiodi del traverso finale in A0, che perciò in quel tratto si era precauzionalmente legato e che dopo il volo aveva lasciato spazientito la corda sul posto e aveva preferito concludere la scalata in libera.

 

Del mio incidente ho già scritto. L’ho ricordato, poc’anzi. Da dire ancora c’è che nel conseguente periodo della convalescenza la bella stagione stava oramai terminando e mi mancavano diverse cime per completare l’esplorazione del “Sassolungo e Sella”, cioè del titolo in preparazione quell’anno. Zoppicavo. Ero un tantino avvilito. Senza che lo richiedessi, si fecero avanti spontaneamente le guide alpine di Vigo. Una in particolare, che conoscevo fin da bambino, mi avrebbe volentieri aiutato poiché tra settembre ed ottobre in ogni caso i clienti scarseggiano e c’è meno pane da mettere a cuocere... E senza volere una lira lo scalatore più prodigioso della valle, Tita Weiss, mi portò sino in fondo al mio di lavoro. Sembrava un asceta, quel giovane d’oro. Si preparava alla Patagonia dormendo in inverno sul balcone di casa. Digiunava per rafforzarsi. Infornava e sfornava, dalle 4 alle 6, per l’intero paese. Ma ascoltava la musica rock avvicinandosi ai monti. E non disdegnò mezzo “Caprice des Dieux” sul campo di calcio in vetta alla Grohmann: «Buono!». Mai lo aveva assaggiato. Presso il Bivacco Giuliani, vedendo sopraggiungere improvvisamente dei nuvoloni neri dalla parte della Val Gardena, afferrò la corda, la mise in tensione con le due sole mani attorno ad un’impercettibile protuberanza della roccia, mi disse: «Buttati giù!». Io pure stavolta: «Fossi scemo!». Lui: «Fidati, Luca. Anche se siamo quassù in amicizia resto comunque una guida e se dovesse accaderti qualcosa ne risponderei e dovrei rinunciare alla mia professione. Fidati, buttati». Un’ora dopo, non capii manco come, eravamo al sicuro dentro al Rifugio Demetz. Tita, con Marco Rasom, morirà sotto cento slavine, sulla Cima Scalierét...

 

Andavo in montagna a quel tempo anche con Fulvio, uno scultore di Vigo di Fassa che mi raccontava di essersi accoppiato una mattina presto in paese, grazie alla nebbia, su un paracarro della curva del Belvedere (lui seduto sul paracarro di granito bianco e nero, la sua lei sopra il tutto: non ricordo se abbracciata o di schiena, ma, insomma, uno e una, po’...) e che mi raccomandava di non precipitare dallo spigolo della Torre Delago perché: «Verda che tu rue col cul sora la ponta del campanil de Sen Zoprian!». Lungo gli ottanta metri del canale ghiacciato della Torre Innerkofler impiegammo due ore a gradinare con la piccozza una scalinata certificabile, non conoscendo ancora la progressione tecnica in piolet-traction e riempendo così i terrazzini delle soste di quintali di frammenti dello stesso ghiaccio. Sopraggiungendo all’alba al Passo delle Scalette, onde attraversare poi dal Gran Crónt alla Pala di Mesdì, sorprendemmo i camosci che giocavano a prendersi come fanno i bambini sullo zoccolo del Cogolo del Larséc.

 

Il Catinaccio restava sempre là e mi copriva, mi copre ancora, le spalle. Gli dedicai un altro libro intitolandolo – che fantasia! – “Il giardino delle rose”. Un libro di foto, di disegni e racconti. Mi vergognerò di questi ultimi, così come mi aveva predetto in una recensione Armando Biancardi, solitamente indulgente nei miei riguardi. Ingenuo era il contenuto, ridondante la forma. Ma non sono mai stato ricco e non potevo acquistare tutte le copie. Quando verrà il turno delle “Dolomiti d’oltre Piave”, con un testo ugualmente involuto, non potrò neanche ritirare quest’altra tiratura... Tra quei racconti nel giardino delle rose, comunque sia, ce n’è uno assai bello. Non è mio, è di Arturo Tanesini. Glielo chiesi estraendolo da una sua raccolta chiamata, con un anticipo di decenni rispetto a Messner, “Settimo grado” e pubblicata nel 1946 per conto della casa editrice L’Eroica. Me l’aveva regalata proprio il vecchio amico, la raccolta, ed io ero rimasto colpito dalla storia intitolata “Dal taccuino di ignoto alpinista”. Parlava, questa storia, di uno strano e magico incontro fra uno scalatore incantato e una fantastica Martina. Sulla cresta sommitale del Catinaccio... Tanesini mi rispose in una lettera che qua ricopio: Caro Visentini, Le scrivo circa la Sua richiesta di inserire nella nuova pubblicazione che Lei sta preparando un brano del mio “Settimo grado”: precisamente “Dal taccuino di ignoto alpinista”. Le confermo che sono d’accordo. Le chiedo soltanto di darmi il tempo di rileggere con calma quelle pagine, per vedere – dopo tanti anni – se meritano qualche correzione (in ogni caso, sarebbero di poco conto): poiché quelle pagine mi premono particolarmente... Martina, Martina Lippert, esisteva davvero. Aveva perso la vita il 22 settembre 1936 durante una ricognizione nel Latemàr assieme allo stesso autore.

 

Non è che non mi vergogni più dei miei pezzi, adesso. Di questo per esempio. Ma ho imparato a dormire fuori all’aperto e nelle Dolomiti, in estate, il sacco a pelo mi basta. Nemmeno più sopporto i rifugi...

 

I volumi si sono succeduti e gli amori li ho con me, al mio fianco. Per l’inverno ho pure una stufa a legna, in cucina, di nome Flora. Mi basta.

link al post | commenti (8) | categoria il paese
domenica, 23 marzo 2008

AL VAIOLET 5/10

postato da lucavisentini alle 17:34 in il paese

C’è stato un tempo in cui avevo la testa altrove – fra i rivoltosi dei quali si celebra un quarantennale inviso ai pentiti di adesso e a chi allora perdette il treno – e il corpo rimaneva sui soliti gradini del piedistallo che sostiene nei giardinetti di Via Sidoli a Milano il monumento raffigurante l’imperatore Costantino. Presto, pur non essendo io Carlo Michelstaedter, la vita riunì il corpo alla testa. Il corpo, alla testa... Sull’esito della rivolta, se abbia poi vinto o se sia stata sconfitta, si sono formate due opinioni, ma già il fatto che possa essere espresso al riguardo non un unico pensiero mi fa propendere per la prima ipotesi. E i vecchi amici comunque non li persi. Andai anche in montagna, ancora. In un altro mio “posto delle fragole”, all’Alpe Veglia, preparai l’esame di maturità leggendo “Il sentiero dei nidi di ragno” d’Italo Calvino. Qualche ulteriore puntata non la mancai nelle Dolomiti. Amai nuovamente. Furono gli anni della cognizione dei baci e del Castoro. Lottai e non entrai in banca. Mi salvai. Finché la testa non ritornò altrove. Intanto che il corpo stava sotto la naia, cioè dentro una caserma, nel 1977. Per l’anno dopo dovevo inventarmi un mestiere. Mi rivenne in mente il Catinaccio.

 

Quand’ero quattordicenne avevo scritto un primo libro sul raggruppamento. Il testo riportava gli itinerari diversificando ingenuamente i tempi di percorrenza in base a un passo lento, oppure medio, o addirittura veloce, con tanti altri inutili orpelli come i dislivelli che nelle guide abbondano tuttora e che però ognuno può dedurre da sé. I disegni in china erano neri, neri. Le cartine sfumavano anche troppo a pastello. Le foto, beh, facevan tenerezza, scattate con una piccola Kodak Istamatic! Mio padre ne andava ciononostante fiero e in qualche modo me lo rilegò. Io poi lo regalai. Se non è finito in un cassonetto delle immondizie deve trovarsi nella cantina o nel solaio di un “volume” non ancora pubblicato, il XII.

 

Nel ’78 a giugno, appena congedato, presi di corsa la funivia del Ciampedìe. Avevo uno zaino abnorme, sembrava fatto da un boy-scout e da un tesserato CAI al contempo. Una tendina, la pesantissima Moretti del K2 italiano, sopra. Uno zainetto con il materiale fotografico e cartaceo, davanti. Avevo anche due baffi incolti, retaggio della ribellione... Un bambino, nella cabina, disse alla mamma, additandomi: «Che brutto quell’uomo!». Mi accampai verso la sera in mezzo alla Gran Busa di Vaél. E benché avessi le stringhe rosse ai Galibier Grand Guide, feci così una stupidaggine. Di notte, nel disgelo, veniva giù di tutto. Botti e frastuoni. Scariche e ventate. «Se scampo», mi ripromisi, «ripiego al rifugio». All’alba richiedevo una cuccetta per l’intera settimana a Rino Rizzi. Cominciai a salire le cime dai bei nomi. Le Coronelle, i Mugoni. Il Testolón del Vaiolón. Poi mi portai più addentro al gruppo. Dal Vaiolet passavo ripetutamente. Lo gestiva allora la vecchia guida Tullio Pederiva, figlio di Marino, l’allievo di Piaz. Gli domandai una prima volta della Cima delle Pope e lui dopo tante stagioni che più non lo faceva volse le spalle, per fornire un’indicazione, alla Gola delle Torri. Gli domandai in un’altra occasione della Grande e della Piccola Valbona e mi rispose che erano percorribili e collegabili, che c’era stato, sì, ma da ragazzo. Gli domandai in un’ulteriore circostanza della Torre Nord... e lui sbottò: «Senti, tu non me la conti giusta, che cosa ci vai a fare in questi posti?». Io lo temevo e rivelando le mie intenzioni di pubblicare un libro pensavo di risultare ridicolo agli occhi di una tale gloria dell’alpinismo fassano. Invece lui mi prese sotto l’ala. Mi accompagnò la primavera successiva, il manoscritto pronto, da un altro mostro sacro: Arturo Tanesini.

 

Il manoscritto era in realtà un dattiloscritto. Battuto con una macchina da scrivere dai caratteri credibili e piccini. I titoli, li avevo composti con i trasferibili. Le diapositive stampate in cibachrome. Gli schizzi, le carte, erano decenti e leggibili. La rilegatura, importante. Se non è finito in un cassonetto delle immondizie deve trovarsi nella cantina o nel solaio di un “volume” già pubblicato, il V... Tanesini, il mio secondo Maestro, ne fu entusiasta: «Che belle foto a colori! Con le ragazze! Avessi avuto io queste possibilità ai miei tempi!». M’incoraggiò e sponsorizzò, mi avrebbe dato una sua prefazione. Io intanto giravo per le case editrici che una dopo l’altra mi bocciavano: «Per le guide di montagna ci vuole piuttosto un formato ridotto. Abbiamo troppi titoli del genere in catalogo. Magari l’anno prossimo». Tanesini mi spronava a non arrendermi. Lui era l’autore del volume della Guida dei Monti d’Italia dedicato al Sassolungo, al Catinaccio, al Latemàr. L’aveva pubblicato nel 1942. Era un vecchio ingegnere elegante, colto e sereno. Andavo spesso a trovarlo nel suo studio in Via Rosmini, a Bolzano. Mi voleva proprio bene. Era un piacere ascoltarlo. Mi raccontò di quando aveva attaccato i camini Schmitt alle Cinque Dita nel pomeriggio tardi e si era lassù incrodato con una tipa appena conosciuta al Passo Sella. In capo ai ghiaioni, per tener loro compagnia durante il bivacco notturno, era salito dalla Val Gardena il suo amico Emilio Comici a suonar la chitarra. Mi raccontò tante altre storie non banali, mi diede tanti consigli preziosissimi. Infine andai all’Athesia. Il tentativo ultimo. Mi chiese, il direttore, se potevo lasciargli il materiale per una settimana. E perché no, a quel punto? Il lunedì seguente, alle otto e un minuto, squillò il mio telefono a Milano. Andai a rispondere mezzo addormentato e mi sentii dire: «Lo pubblichiamo!». E poi: «Non è che ci farebbe, delle Dolomiti intere, una collana?».

 

Il libro stava per uscire. E il Castoro voleva che glielo dedicassi. Inutilmente obiettavo che per una guida tecnica, geografica, un’eventuale dedica sarebbe apparsa fuori luogo. Lei insisteva, per otto anni aveva amato insieme a me i monti intensamente. E in un periodo in cui la coppia sembrava che dovesse scoppiare frequentandosi eccessivamente, un periodo nel quale lei passava i sabati e le domeniche con le amiche e gli amici delle amiche a giocare a Risiko, se gliela avessi concessa quella benedetta dedica, sarebbe venuta via di nuovo con me nell’imminente ponte fino al primo maggio. Salii in giornata a Bolzano per chiedere per noi una pagina, il direttore dell’Athesia me l’accordò gentilmente, rientrai la sera stessa del 24 aprile, il Castoro era già partito da Milano. Via per il Lago di Como con un amico delle amiche, un insegnante dotato di tanto tempo libero, del brevetto d’istruttore di vela, dei carri armati in Europa, nell’Asia, nelle due Americhe e mi sa pure in Oceania. Della telefonata giusta, dell’invito giusto, allorché in Italia si superava esattamente il punto di non ritorno del riflusso. Level!

Il Castoro non so più neanche se sia vivo. Mio padre era morto il 16 novembre del ’77 , mentre ancora assolvevo il servizio militare, non facendo in tempo a sapere che sarei diventato per davvero uno scrittore di montagna. Io avrei seguito Re Laurino nella sua lunga rotta in cerca di sollievo tra le crode.

link al post | commenti (5) | categoria il paese
domenica, 16 marzo 2008

AL VAIOLET 4/10

postato da lucavisentini alle 18:02 in il paese

Avevamo oramai le stringhe rosse agli scarponi, le più eleganti, quelle da esperti.

 

E se le nostre colonne d’Ercole, ai limiti del mondo conosciuto, restavano le due quinte rugose e speculari del Principe e del Molignón, avevamo però visto il sole delle otto di sera, d’oro e d’arancio, di rosa, proprio in faccia alla svolta appartata del Bergamo. Lungo la Val del Ciamìn. Con Re Laurino già in fuga per un altro Catinaccio possibile.

 

Cominciavamo anche a pensare alle ragazze diversamente. In particolare a due sorelle di Milano, delle quali non sapevamo il nome. Rimarranno per noi, per sempre, “le milanesi”. La loro famiglia era la sola foresta, oltre alla mia in vacanza nel 1967, a Vigo. Sicché le notavamo. La più carina delle due era la più giovane. Direi nostra coetanea. Ma mai le conoscemmo. Non dovevamo essere allora del tutto grandi se un pomeriggio, ancora attratti dall’innalzare dighe per gioco nel Ruf de Pantl, attrezzati di assi, carriole, vanghe, chiodi e martelli, onde evitare brutte figure c’incamminammo da Valle su per un viottolo a monte del paese e le incontrammo fatalmente nei prati a ridosso del cimitero austriaco mentre leggevano dei libri e ascoltavano dal mangiadischi, sopra un bel plaid scozzese, “Un mondo d’amore” di Gianni Morandi: dalla vergogna per il modo in cui eravamo combinati non rispondemmo nemmeno al loro primo e unico, storico, “ciao”. Le milanesi... Un mito! L’estate scorsa i locali mi hanno confidato che la più giovane, la più carina, era tornata. La milanese... È tuttora graziosa e simpatica, dicono. Ha quarant’anni e passa in più. Due figli adulti. È affezionata come me, di me verosimilmente ignara, al posto. Ricordo il suo volto. Il suo ciao. La mia inadeguatezza. Oh, quanto l’amammo!

 

Le donne, quelle che separano, sarebbero venute più tardi avrebbe scritto Cesare Pavese. E infatti Rita non ci allontanò. Arrivò da Reggio Emilia, per due estati consecutive in Via Valle, a partire dal 1968. Una rivoluzione! Battei sul tempo Giorgio, Rudy, mio fratello maggiore e tutti gli altri. Loro, alle spalle, si ritenevano in guardia giù per Larzonéi. Lei davanti con me, mi dichiarai. Poi la baciai, un mese più tardi, alla vigilia della sua prima partenza. Nel bosco fitto fitto, di fianco al Massogrosso. Sbuffò: «Era ora!». Sostenne di avere avuto comunque un orgasmo. Come? Che cosa? L’anno dopo io saltai l’agosto a Vigo di Fassa e lei baciò stavolta Giorgio. Lui ricevette poi da lei delle lettere. Inutilmente gli chiesi di mostrarmele. Erano finite dentro ad un’antologia in cantina. Lei scriveva da Dio, lo sapevo. Avrebbe potuto comporre ancor bimba, assieme a François Truffaut, la sceneggiatura di quel capolavoro che è “Jules et Jim”. Mi sarei arricchito. Benché più piccola di noi stava un millennio avanti. Era rossa. Bella, ribelle. Una poesia. Quanto l’amammo! Di Rudy, che dire? Che solamente lui tra gli italiani stringeva l’eschimo verde con la cintura a mo’ di Sheridan (il Tenente) e che con la sua Lambretta finì una volta in fondo al Ruf de Vaél. Di lei, ancora, so che è passata recentemente da Vigo. Ha chiesto di noi. Lei è lei. Noi, informati, abbiamo glissato e non siamo probabilmente più noi.

 

Con i suoi tredici anni d’età Rita a Vigo di Fassa nel ’68, i Beatles troppo fighetti, c’iniziò ai Rolling Stones. Mio nipote a diciotto adesso, a Claut guarda “Naruto”. Diventeranno come per Martin Scorsese, gli Stones, la colonna sonora della nostra esistenza. A fine estate comprammo dall’Elettricista Póllam io e Giorgio, in ricordo di lei, Rita, il disco a quarantacinque giri “Piccola Katy”. La sola canzone decente, mi sa, del repertorio dei Pooh. Comprammo anche un trentatre giri, “Between the buttons”, lo ascolteremo per tutta la vita...

 

Nel 1970 assistemmo in giugno, a Vigo, alla semifinale dei mondiali di calcio trasmessi dalla televisione. Esultammo dopo il memorabile 4 a 3 inflitto dalla Nazionale alla Germania nello stadio Azteca di Città del Messico, intanto che il panettiere tedescofilo Ottone, papà dell’emergente fuoriclasse dell’arrampicata Tita Weiss, si disperava. Ci deprimemmo poi al 4 a 1 subìto dal Brasile in finale, mentre il vecchio Ottone – grrr! – si consolava. Decidemmo di reagire e partimmo a piedi nel cuore della notte per vedere sorgere il sole dallo Sciliar. L’avremmo attraversato interamente al buio, il Rosengarten, per rifarci della delusione degli Azzurri! Alla Sella di Ciampàz, tuttavia, sentimmo degli strani versi. Nitrivano i cavalli al pascolo, liberi e nervosi, ci avvertivano. Meglio tornare. Cascavamo dal sonno ed eravamo dei ragazzi, dei mona, delle seghe. Non ancora delle bestie... Ripiegammo per i prati e il bosco al Passo di Costalunga e per la Grande Strada delle Dolomiti ideata da Theodor Christomannos, felici di tagliare le curve senza il traffico a quell’ora, di respirare l’aria montanina e di essere almeno a un passo dai campioni, rientrammo smaltendo la sconfitta prima dell’alba a casa.

 

Poi aprì l’ufficio della neocostituita Azienda di Soggiorno. Sotto al campo da tennis dell’Albergo Corona. S’intravedeva dalla vetrina un tradizionale costume ladino e uno chignon bellissimo, erano di Marugiana, sorella di Tita e morosa al momento di mio fratello, il maggiore. Ci regalò, Marugiana, il manifesto della prima Marcialonga in programmazione. Io lo guardai storto, m’insospettii. Preferivo il Dottor Zeni e il Fachiro, la Roda non ancora ferrata e i prati verdi o bianco immacolati. Già, i prati... Negli anni ’60 valevano mille lire al metro quadro, nei ’70 si vendevano a quarantamila. E negli ’80, dopo diversi fienili bruciati non più a causa dei fulmini, a me che di tanto in tanto ritornavo in paese e domandavo: «Cos’è ’sto nuovo schifo?», rispondevano: «Luca, guarda che quassù adesso non viene più da fuori soltanto chi amava la montagna come voi, ma arrivano anche e soprattutto quelli che in passato andavano a Rimini!». Quelli che s’ammassano e consumano. Che hanno e non sono. Lo scenario si stava modellando d’altronde e ovunque, in Italia, attorno a un tale Silvio Berlusconi...

 

Aprì a Vigo di Fassa la pizzeria La Grotta, niente di che ma era quasi come da Arnold’s. Aprì Salìn a Pera, un ristorante per giovani insaziabili. Aprì la Cantinetta a Campitello per le birre, per i maccheroncini alle due della notte. Della discoteca Le Streghe verso Canazei, a una generazione che succedeva alla Legge Merlin e che tuttora è ricalcitrante al trentennale riflusso, gliene importava poco.

 

A diciott’anni Giorgio prese la patente. Suo padre nel contempo cambiò la macchina e portò a Vigo una K70, l’ultimo modello della Volkswagen di un arancione fiammante. Gli chiedemmo di farcela provare per un giretto di mezz’ora a Carezza. Lui acconsentì e a quel lago c’era la solita ressa, c’erano i turisti a fotografare un Latemàr che ancora si specchiava e c’eravamo noi che lì ci tuffavamo fin da bambini e avremmo voluto spiccare il volo. Ci spingemmo avanti un altro po’, lungo la Val d’Ega rinserrata nel porfido, sino alla nostra Bolzano. Quindi al Lago di Garda per trovare un’amica. Alla mia Milano. A Valtournenche per salutare il Castoro. Le Grandes Murailles innevate, il Breuil, il Cervino. Tornammo il giorno appresso dopo due piccoli tamponamenti in coda, in autostrada, perché distratti ascoltavamo all’autoradio una cassetta di Cat Stevens. Il padre di Giorgio ci fulminò con gli occhi ma non ci disse nulla. Altro che i Cesaroni!

 

Al Vaiolet continuavamo comunque ad essere di casa. Ci salivamo due o tre volte alla settimana, nel corso dell’estate, caricando gli zaini di qualche libro scolastico. Eravamo rimandati a settembre in alcune materie, infatti, regolarmente. Io in lingua inglese, ad esempio. Giorgio in tedesco, ovviamente. Ci piazzavamo sopra il Re Alberto, lungo la gradinata ai piedi della Stabeler e della Winkler. Ci preparavamo agli esami di riparazione e ammiravamo gli scalatori impegnati sullo spigolo della Delago. Giorgio chiedeva a me, che non capivo un’acca di alemanno, di controllare sul suo testo se ripeteva correttamente a memoria un certo brano: Friedrich Schiller. Er war ein deutscher Klassiker. Er wurde im Jahre siebzehnhundertneunundfünfzig geboren... Era la volta degli arrampicatori: – Molla tutto! Recupero! Parti! –. Ritornavamo necessariamente ai libri e lui replicava l’arduo pezzo a raffica. Alzavamo di nuovo la testa e sognavamo di essere lassù in cordata. Diventeremo, addirittura per mestiere, degli alpinisti. Tuttora ricordo quel brano impronunciabile: Friedrich Schiller. Er war ein deutscher Klassiker...

link al post | commenti (4) | categoria il paese
domenica, 02 marzo 2008

AL VAIOLET 3/10

postato da lucavisentini alle 17:14 in il paese

L’anno dopo, nel 1962, ci trasferimmo a Valle, proprio in Via Valle, appena sotto la statale per fora mont, il Costalunga. E là, pur sempre a Vigo di Fassa, ritornammo per ben dieci estati, cinque ancora da piccoli e cinque oramai da adolescenti. Non basterebbero mille pagine di blog a raccontarli... Tra poco per Valle passerà la tangenziale. Allora già il primo giorno, ossia il primo di luglio, vidi un bambino della mia stessa età in un prato rivolto a Larzonéi, un’altra frazione per quel tempo serena. Era Giorgio. Stava con una palla davanti ai pali improvvisati di una porta. Ci accordammo per giocare ai rigori: «Chi segna li ribatte e chi sbaglia va a sua volta in porta». Tirammo, parammo, per quattro ore e per oltre quarant’anni. L’agosto scorso è arrivato da Vigo, per i passi, in bici, a salutarmi. Fin qui a Cimolais. Suo figlio Luca, il mio figlioccio nato un 3 maggio (non lo scordo!), sta bene. Ha una nuova ragazza. Fa il vetraio.

 

Cinquanta erano i bimbi e cento i giochi, a Valle. Il calcio, certo. Ma il nostro gioco preferito consistette a lungo nel dividerci in due squadre, munite a testa di un bastone tratto dalla vicina segheria. Una squadra aveva tre minuti di tempo per imboscarsi nella frazione. L’altra quindi partiva alla ricerca. Tutti in ordine sparso. S’impugnava il bastone a mo’ di fucile e quando si stanava o sorprendeva un avversario si gridava: «Pem, sei morto!». Chi veniva puntato e dichiaratamente colpito risultava così eliminato. Nulla di strano... Se non che lo scontro poteva durare un intero pomeriggio. Qualcuno si spingeva fino a Larzonéi. Altri restavano a tal punto nascosti che nessuno li scovava e soltanto al richiamo delle mamme, per la cena, saltavano fuori dal nulla e rincasavano. Dietro all’abitazione di Walter Trotner, futuro portiere dell'A. C. Vigo di Fassa, avevano scavato un buco perfettamente squadrato. Profondo un metro. Mezzo metro per lato. Conteneva giusto un bambino. E lì dentro, ci si poteva scommettere, un bambino rannicchiato stava all’erta. Semplice? Nient’affatto! Intanto uno doveva strisciare. Per terra o rasente alle case e ai fienili. Non smuovere alcun sassolino. Evitare, anche qua, le boace. Dopo un’ora gli era addosso, al nemico. Pressoché sopra. Teso. Un silenzio assordante. Dentro al buco l’altro bimbo sgamava. Si rizzava di scatto. «Pen, sei morto!», «Pen, sei morto!». Sì, ma, chi era stato ad urlarlo per primo?

 

Saltavamo con gioia nel fieno. E dall’alto del fienile di tre sorelle poco più grandi di noi e molto carine – Aurelia, Marianna e Mercedes – ci buttavamo per primi. Quindi ci volgevamo in su e non capendo ancora ma già intuendo esclamavamo: «Panorama delle Dolomiti!». Poiché durante il loro lancio, in volo, ad Aurelia, Marianna e Mercedes si aprivano e si sollevavano le sottane. Una volta giù, le stesse ci riempivano di botte. E tutti e tutte si rideva. Non ancora capendo, ma già intuendo...

Delle tre la più bella era Mercedes. Si narra che alcune estati dopo, in qualità di cameriera presso l’Albergo Savoia al Passo di Costalunga, ebbe addirittura un flirt con Gianni Rivera, approdato lassù in villeggiatura per due settimane assieme a Padre Eligio. Per una Val di Fassa in prevalenza milanista, a differenza della Val Cellina che a maggioranza è piuttosto interista e non avrebbe potuto fregargliene di meno, fu un subbuglio.

 

Lungo il Ruf da le Arce andavamo, dopo i temporali, a caccia di lumache. Che poi la mamma di Giorgio pazientemente spurgava e mirabilmente cucinava per quei pochi tra noi ai quali non facevano schifo. Giorgio e io ne eravamo ghiotti. E ne mangiavano in due, in un solo colpo, più di quante avrebbero saziato a pranzo e a cena l’intera clientela del noto ristorante parigino “Les Escargots”. Recentemente Giorgio mi ha comunicato che non si trova più manco una lumaca in quell’avvallamento. Come se le avessimo estinte... Non a caso Gesù ci punì. La volta in cui ricercando le chiocciole, quelle più grandi, sulla sponda erbosa del torrente in questione calpestammo inavvertitamente un vespaio. Ahi! Ahi! Avevamo lo sciame dietro. Ahi! Ci precipitammo in giù e attraversammo lo stradone, cioè la statale, senza nemmeno badare al traffico. Ci gettammo nell’acqua gelida del lavatoio di Valle tra la segheria e la torre dei pompieri. Inutilmente. Ahi! La testa rimaneva fuori. E, fuori allora del tutto, lasciammo pure il lavatoio. Giù ancora per Via Valle. Sbam! Ahi! Sbam! Diverse porte sbattute. Perfino dentro le nostre stanze ritrovammo qualche vespa ronzante e minacciosa, l’indomani, intorno ai lampadari. Ricordo Giorgio nudo e piangente, sopra il tavolo di una cucina, impomatato dalle mamme. Contava venticinque punture esclusivamente nel collo. Io me la cavai con diciotto, di punture, sempre nel collo.

 

Preannunciato dalle locandine arrivava una sera d’estate un artista di strada soprannominato “Il Fachiro” e noi riempivamo nell’occasione lo spiazzo davanti al Bar Bianco per salirgli in pancia come lui richiedeva quando si sdraiava sugli spilloni e per ammirarlo mentre ingoiava  e rigettava le rane vive. Alla messa della domenica mattina a San Giovanni evitavamo la navata dove una statua del Cristo sembrava tenerci d’occhio in qualunque punto ci fossimo sistemati e prendevamo posto invece nel coro, aspettando il momento solenne della consacrazione durante il quale un neonato che chiamavamo Tarzan attaccava immancabilmente a strillare. All’improvviso suono della sirena del municipio che non segnalasse il mezzogiorno della stessa domenica mollavamo tutto quanto stavamo facendo e accorrevamo magari con un budino in mano, da finire di mangiare sul luogo dell’evento, per assistere allo spettacolo dei vigili del fuoco che domavano l’incendio provocato non ancora dallo speculatore bensì dal fulmine.

 

Spingendoci nel bosco sopra la curva del Belvedere c’imbattemmo un dì in un blocco alto tre metri. Lo scalammo prontamente e ci arrampicammo anche su tutti gli alberi nei dintorni. Con facilità sugli abeti e sui cirmoli, che disponevano dei rami bassi. Con maggiore impegno ma con successo ugualmente, grazie alla corteccia più scabra, sugli amati larici.

Già contenti pensavamo che quel piccolo blocco ci avrebbe intrattenuto nelle settimane seguenti. Non sapevamo ancora che più addentro, nel medesimo bosco per Vaél, si nascondeva un altro masso assai più esteso e di quasi dieci metri d’altezza. Lo scoprimmo di lì a qualche giorno e lo battezzammo con immensa meraviglia “Massogrosso”. Occupò svariati anni della nostra giovane e magica esistenza. Non mancava di nulla: gradinate, salti, caminetti, strapiombi... Da un versante lo potevamo salire con un elementare sentiero e dalle piante affidabilmente radicate sulla sommità calavamo le corde per assicurarci. Dallo zio di uno di noi, Rico, una vecchia guida alpina della stirpe dei Pederiva, ci facemmo collocare i chiodi da roccia. Chiodi che comprammo presso il Toni Sport. Acquistammo pure un corto Cassin a pressione, poiché andava allora di moda, ma a causa della sua pochezza e della nostra inesperienza dubitammo e mai lo utilizzammo. Ci servimmo invece delle staffe. E a sei o sette metri da terra, con un panino con lo sgombro o con la cioccolata sciolta procuratoci dagli Alimentari Lorenz, “bivaccavamo” nell’ora della merenda in piena parete. Sul Massogrosso!

 

Cominciai crescendo a consultare con mio padre, alla vigilia delle gite, le carte e la guida delle Dolomiti Occidentali. Del mio primo Maestro, Silvio Saglio. E cominciammo a salire by fair means le cime, la Roda of course per prima, in capo a Vigo. Ancora mi sta qua l’inutile ferrata successiva!

La Cima Dodici poi, rispetto al paese in costa, tutta davanti...

Restavo però piccolo. Al Rifugio Mulàz, alle ore ventidue meno cinque, mentre il gestore si accingeva a togliere le luci, di fronte alle nostre cuccette ingarbugliai le stringhe gialle di uno scarpone. Non potevo dunque levarmelo. E non riuscivo a sciogliere i nodi. Provò allora mio padre, chino, a risolvere il groppo. Le ventidue intanto scoccavano. Lo sentii dire: «Mi sto incazzando!». Sì, dal papà, che entrava quotidianamente in chiesa il mattino prima di andare al lavoro. Che mai aveva pronunciato una parolaccia in presenza dei figli. Turbato, lo confidai al ritorno alla mamma che se la rise. Nella circostanza, attraversammo comunque al risveglio con i coniugi Zuccolo e i loro maglioni blu, la cui fascia bianca faceva tanto club alpino, il Passo delle Faràngole.

 

Prendevamo sempre maggiore confidenza con il Catinaccio. Sulla prima funivia, quella che sobbalzava sull’unico pilone nell’avvio suscitando i sospiri degli inesperti e che incrociando la cabina di rientro appariva irragionevolmente più lenta, guadagnavamo in pochi minuti il Ciampedìe. Là dunque pigliavamo lo slancio nella rapida discesa verso il Rifugio Negritella e sorpassavamo suore, cani, famiglie, comitive e crucchi, sino a Gardeccia. Perdevamo un po’ di tempo per innalzare un palo o un legno in vetta a uno dei tanti macigni attorno, conquistati. Ritornavamo a correre su per le scorciatoie del Vaiolet e all’omonimo rifugio ci bevevamo un tè con lo zitronen. Risalivamo a mani nude da bambini la Gola delle Torri e adesso – indovinate? – l’hanno ferrata. Nel Gartl, al centro del mondo, il cemento del Rifugio Re Alberto ci era di troppo. D’un balzo montavamo al più discreto Santner. Ci affacciavamo nell’aria, nella luce, verso Bolzano.

 

E a Bolzano rimasi un anno, in coda alle vacanze, un altro mese. Tutto settembre. Invitato dai genitori di Giorgio per due o tre giorni, venni sorpreso dall’alluvione del ’66. La ferrovia e l’autostrada del Brennero furono chiuse. Mio padre poté recuperarmi da Milano solamente ad ottobre. Ho un ricordo fantastico di quel periodo. Della mia nuova città. Delle bici con cui scavalcavamo il Ponte Roma e delle corse in una zona industriale a misura allora – incredibile! – di bambino. Delle partite a pallone nel parcheggio dello stadio, il Druso. Del primo film di James Bond ad Oltre Isarco. Della Pizzeria Vesuvio (nel Südtiroler!). Delle angurie in Via Resia. Dei würstel gustosissimi all’incroci