Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
giovedì, 21 settembre 2006

2. L'ULTIMA SPEDIZIONE DI BRUNO BRUNELT

postato da albertoperuffo alle 09:44 in bruno brunelt

[<<< leggi la PRIMA puntata >>>]

 

La spedizione Thanghla, proveniente da Occidente, era impegnata sul lato meridionale della montagna in cerca di una via possibile lungo lo Sperone Sudovest, ancora inviolato. Composta in prevalenza da giovani alpinisti dell’American Alpine Club e da alcuni italiani e un russo, era la terza delle spedizioni esplorative in quella remotissima regione nel Nord del Tibet. La mattinata era bella, la neve dura in alta quota si lasciava pestare come docile ghiaccio, e in cielo c’era una strana chiazza di nebbia biancastra simile a un alone solare. Le tende al Campo Base ospitavano la maggior parte degli alpinisti, pronti a partire a un cenno di Bruno Brunelt. All’interno mancava l’aria e il caldo era soffocante. In breve gli alpinisti si ritrovarono all’aperto a ciondolare qua e là. Parlavano, fumavano o guardavano fissò di là della cresta meridionale della montagna. Alcuni si lavavano a vicenda con l’acqua attinta dai bricchi riscaldati; altri erano sdraiati su grandi massi di caldo granito e solo i più ansiosi sedevano al riparo della tenda mensa a sorseggiare un po’ di tè in attesa di una parola da parte del capo-spedizione; e ciascuno di questi giovani alpinisti portava con sé tutto ciò che un sano scalatore può aspirare al mondo - il raggiungimento della vetta, il sogno di gloria e di imprese future, il sentimento fraterno per i compagni impegnati sullo Sperone, la paura del non ritorno, la gioia di poter vivere un’esperienza unica, la libertà concreta di batter pista su strade non battute, la nostalgia per la famiglia o la fidanzata, il pensiero del lavoro consueto che attende al ritorno, le strade e le genti finora attraversate e incontrate, il sapore del vento della neve e del sole, l’autorevolezza e l’umanità di Bruno Brunelt - ammassato pazientemente, custodito con cura, ferocemente amato.

Verso le dieci si era levata una velatura alta nel cielo proveniente dagli altipiani del sud, senza disturbare molto gli alpinisti fermi al Campo Base. Dopo molti anni di esplorazioni in giro per il mondo, le spedizioni condotte da Bruno Brunelt avevano dato prova di tenacia non comune nell’affrontare l’imprevedibilità degli elementi. A casa, nei momenti di espansione, il giovane alpinista italiano Ettore Brunelt proclamava ad alta voce che «quel vecchio modo di condurre le baracche era tanto buono quanto bello». Alla guida alpina Bruno Brunelt non sarebbe mai capitato d’esprimere la sua favorevole opinione in modo tanto rumoroso o in termini così immaginifici.

Indubbiamente era un ottimo metodo, e neanche vecchio. Era stato comprovato nelle due precedenti spedizioni, per conto dell’American Club Alpine che le aveva commissionate. Quando fu terminato il progetto della prima spedizione, rifinita in ogni dettaglio e oramai pronta a partire, i promotori l’avevano presentata con orgoglio al Consiglio Direttivo.

- Il presidente Houston ci ha chiesto un alpinista di fiducia che guidi l’intero progetto, - aveva osservato uno dei soci consiglieri; e un altro, dopo aver riflettuto un po’: - Credo che Brunelt in questo momento sia a New York. - Davvero? Bisogna rintracciarlo subito, allora. E’ l’uomo che ci vuole, - aveva dichiarato il socio più anziano del consiglio senza esitare un momento.

Il mattino dopo Bruno Brunelt stava dinnanzi a loro imperturbabile; era arrivato da San Francisco con il volo diretto di mezzanotte dopo un commiato rapido ma senza effusioni dalla moglie, figlia di una coppia distinta, italoamericana, che aveva conosciuto giorni migliori.

- Sarà meglio che diamo subito un’occhiata insieme alla documentazione, Mr. Brunelt, - disse il socio più anziano; e tutto il consiglio si mosse per raggiungere il grande tavolo su cui era stato raccolto il materiale cartografico e fotografico per illustrare l’ambizioso progetto.

La guida alpina Bruno Brunelt aveva cominciato col togliersi la giacca appendendola all’estremità di una moderna piccozza messa in esposizione, sopra un piedistallo, all’interno dell’ampio salone.

- La Commissione che segue l’esplorazione delle più alte e difficili montagne della Terra ancora da scalare ha scritto favorevolmente di voi al nostro presidente ed egli ha ferma intenzione di darvi il comando, - disse il più giovane dei soci. - Potete proprio vantarvi di guidare la spedizione esplorativa più ambiziosa nel suo genere che sia attualmente stata pensata sulle grandi montagne asiatiche, Mr. Brunelt, - aggiunse.

- Credete? Grazie, - borbottò confusamente Bruno Brunelt al quale l’idea di un’eventualità lontana non poteva far colpo di più di quanto non potesse la bellezza d’un vasto panorama su di un turista miope; e in quel momento essendogli capitato di posare gli occhi sugli strumenti cartografici digitali che corredavano le carte, si avvicinò risolutamente, e cominciò ad analizzare un altimetro con GPS su schermo LCD, mentre osservava con la sua voce seria e bassa, - Al giorno d’oggi non ci si può fidare di questi strumenti. Servono solo per i cartografi, non hanno nessuna utilità pratica per gli alpinisti, se non per annunciare ciò che solo i loro occhi valuteranno.

Appena i consiglieri si trovarono soli nel loro ufficio dall’altra parte del salone, - Hai tanto magnificato quell’individuo al presidente. Che ci trovi di speciale? - chiese il più giovane con una punta di sprezzo.

- Riconosco che non ha nulla del capo-spedizione da romanzo, se è ciò che intendi, - disse secco il più anziano. - C’è lì fuori il responsabile della cartografia della spedizione?... Entra, Crowley. Avrai a che fare con un capo-spedizione ostico, ma competente. Ha subito fatto alcune osservazioni poco riguardose sugli strumenti digitali che utilizzerai. Ma questo è il suo metodo ed è certamente l’unico possibile per affrontare montagne del genere. La tecnologia è e resterà un semplice ornamento! Intesi?

L’osservazione fu accettata di buon grado e pochi giorni dopo iniziarono i preparativi finali in vista della partenza senza che il capo-spedizione Bruno Brunelt avesse trovato altro da ridire sulle attrezzature tecnologiche, o senza che lo si fosse udito proferire una sola parola che dimostrasse orgoglio per la sua spedizione, gratitudine per la nomina, o soddisfazione per il suo avvenire.

Temperamento non loquace né taciturno, trovava ben poche occasioni di parlare. C’erano argomenti di servizio - istruzioni, ordini, e simili; ma poiché per la sua mentalità il passato era già concluso, e il futuro di là da venire, gli avvenimenti quotidiani più comuni non trovavano in lui alcun commento - perché i fatti sanno già parlare da sé con precisione inoppugnabile.

[to be continued... probABILmente...la prossima settimana]

link al post | commenti (3) | categoria bruno brunelt
venerdì, 01 settembre 2006

1. L'ULTIMA SPEDIZIONE DI BRUNO BRUNELT

postato da albertoperuffo alle 09:17 in bruno brunelt

[come annunciato, da oggi, 1° settembre, la prima puntata di un romanzo esperimento]

L’ULTIMA SPEDIZIONE DI BRUNO BRUNELT

ossia 1000 e più variazioni sopra un manoscritto di Joseph Conrad egregiamente tradotto da Ugo Mursia e rivisto da un blogtrotter

 

Il capo-spedizione Bruno Brunelt, della spedizione Thanglha, aveva una fisionomia che, stando alle materiali apparenze, rifletteva con assoluta serietà il suo animo: non presentava particolari segni di fermezza o di scarsa intelligenza; non aveva segni caratteristici di sorta; era semplicemente comune, inerte e tranquilla.

La sola cosa che, a volte, il suo aspetto forse poteva suggerire era la timidezza; infatti quando in città, arso dal sole e con un leggero sorriso sulle labbra, sedeva negli uffici governativi, egli teneva sempre lo sguardo basso. Se alzava gli occhi, si vedevano che erano color ardesia e guardavano diritto. I capelli neri e molto corti, punteggiati di bianco, avvolgevano fittamente l’ampia volta del cranio. Ancora più a filo e brizzolati, invece, i peli della faccia parevano punte d’aghi d’acciaio stesi con misura su pelle smerigliata; mentre, a ogni movimento della testa, accesi riflessi di metallo balenavano sulla superficie delle gote. Era di statura appena superiore alla media, con le spalle ben quadre, e così agile di membra che gli abiti sembravano spesso inadeguati per le braccia e le gambe. Quasi insensibile alle differenze di clima dovute al variare delle altitudini, portava sempre un basco di colore scuro, un completo pure scuro e scarponi neri grossolani. Una simile tenuta da passeggio dava alla sua grossa figura un’aria di eleganza rigida e strana. Sul polso aveva allacciato un vecchio orologio con altimetro e, quando lasciava i monti per scendere in città, stringeva immancabilmente nel pugno forte e villoso un elegante bastone in legno di raffinatissima fattura, un ricordo paterno, in generale verniciato di fresco. Ettore, il giovane primogenito, accompagnando suo padre all’aeroporto, si arrischiava a dirgli talvolta con la più grande gentilezza «Permettete, papà», - e impadronendosi rispettosamente del bastone alzava la punta, l’avvolgeva in un morbido panno, lo strofinava, per farlo sparire nella custodia di famiglia; eseguendo l’operazione con una faccia così grave da costringere Renzo De Coronis, il nonno materno, che sulle transenne sorbiva il profumo del suo sigaro quotidiano, a voltarsi in là per celare un sorriso. «Ah, sì! Benedetto bastone… Grazie, Ettore, grazie», borbottava cordialmente il capo-spedizione Bruno Brunelt alzando timidamente lo sguardo.

Fornito d’immaginazione quel tanto, e non più, che gli bastava per tirare avanti da un giorno all’altro, era un uomo tranquillo e sicuro di sé; ma per lo stesso motivo nient’affatto presuntuoso. È l’immaginazione che rende il superiore suscettibile, autoritario e difficile da contentare; ogni spedizione comandata dalla guida alpina Bruno Brunelt era invece la dimora imperturbabile dell’armonia e della pace. In verità, fare un volo con la fantasia era per lui altrettanto impossibile quanto per un orologiaio montare un cronometro avendo come utensili un martello da un chilo e una sega da tronchi. Nel caso della guida alpina Bruno Brunelt, per esempio, era impossibile capire che cosa mai avesse potuto indurre a scappare per darsi alla vita della alte quote quel figlio tanto ossequiente di un piccolo falegname di Venezia. Eppure aveva compiuto quel passo, improvviso, a diciott’anni. Il che, a pensarci su, era sufficiente a suggerire l’idea d’una mano immensa, potente e invisibile che s’introduce nel formicaio del mondo, afferra gli uomini per le spalle, sbatte le teste fra di loro, e dirige i volti incoscienti della moltitudine verso inconcepibili mete e impensate direzioni.

Il padre non gli aveva mai perdonato quella sciocca disobbedienza. «Avremmo potuto tirare avanti anche senza di lui, - soleva dire più tardi, - ma c’è il laboratorio. E poi, un figlio unico!». La madre pianse molto per la sua scomparsa. E poiché non gli era venuto in mente di lasciar parola dietro di sé, fu pianto come morto fin quando, dopo otto mesi, arrivò la sua prima lettera da Skardu. Era molto succinta, conteneva questa informazione: «Durante l’avvicinamento al campo base del K2 abbiamo avuto tempo bellissimo». Ma senza dubbio, nell’animo dello scrivente, la sola notizia degna di rilievo era che il capo-spedizione, quel giorno stesso, lo aveva inaspettatamente scelto per la cordata di punta che avrebbe tentato l’ascensione l’indomani. La madre pianse di nuovo abbondantemente, mentre il padre espresse la sua emozione commentando: «Bruno è uno stupido». Era un uomo corpulento, con una tendenza all’ironia maliziosa, tendenza che esercitò sino alla fine dei suoi giorni nel rapporto con il figlio, con una venatura di compatimento, come avesse a che fare con una persona un po’ deficiente.

Le visite di Bruno Brunelt a casa furono necessariamente rare, e nel corso degli anni inviò altre lettere ai suoi, informandoli delle successive ascensioni e dei suoi movimenti per il vasto globo. In tali missive si potevan trovare frasi di questo genere: «Qui fa un gran freddo». Oppure: «Il giorno di Natale alle 4 del pom. siamo stati bloccati da grandi seracchi». I vecchi finirono per imparare una gran quantità di nomi di spedizioni, e dei capi che le comandavano, nomi di sostenitori inglesi e tedeschi, nomi di gruppi montuosi, catene, passi, colli, nomi esotici di villaggi lontani dove ci si ferma per caricare i portatori, nomi di montagne remote, e il nome della ragazza del figlio. Si chiamava Luisa. Non gli venne mai in mente di dire se trovava carino quel nome. E poi i vecchi morirono.

A tempo debito giunse il giorno del matrimonio di Bruno Brunelt, seguendo di poco il gran giorno in cui prese il primo comando di una spedizione.

Tutti questi avvenimenti erano accaduti anni prima di quella mattina in cui Bruno Brunelt, in piedi nella tenda mensa della spedizione Thanghla, osservava la discesa di un barometro di cui non aveva ragione di dubitare. La discesa - considerata l’eccellenza dello strumento, la stagione dell’anno e la posizione degli alpinisti sulla montagna - era di cattivo augurio; ma la faccia abbronzata dell’uomo non lasciava trapelare alcun segno di agitazione interna. I presagi per lui non esistevano affatto, ed era incapace di cogliere l’avvertimento di un indizio finché il fatto compiuto non gli avesse aperto proprio gli occhi. «È in discesa, non c’è dubbio, - pensò. - In giro dev’esserci un brutto tempo non comune».

[to be continued... probABILmente...la prossima settimana]

link al post | commenti (3) | categoria bruno brunelt