“E’ stato lo sforzo più duro che abbiamo mai sopportato in montagna”. Con queste parole il trio anglo-americano comprendente Jim Lowther, Mark Richey e Mark Wilford ha sintetizzato lo sviluppo e l’esito di una mini spedizione nella parte più orientale del Tibet. I tre speravano infatti di scalare per la cresta est [e per la prima volta] il Denang (6860 m), la vetta più alta della zona.
Caratteristica della montagna è quella di avere una parete verticale di oltre 3000 m di altezza, raggiunta dopo sei giorni di avvicinamento, l’attraversamento di due ghiacciai ed il superamento di due cascate di ghiaccio, il tutto inframmezzato da trasferimenti in profonda neve polverosa. Ma, 300 metri sotto la vetta, la loro progressione è stata fermata da un crepaccio che tagliava in due la cresta. Visto ormai che si era fatto tardi, i tre hanno tenuto un consiglio di guerra dentro il crepaccio: neanche la traversata tirolese che avevano attrezzato li ha convinti a proseguire. Le condizioni meteo “artiche” hanno invece suggerito loro di non rischiare, considerata inoltre la lontananza dal ogni fonte di soccorso [il termine inglese remoteness rende ancor meglio la distanza dalla civiltà n.d.r.].
Anche l’attesa di due giorni al campo alto (6200 m) non ha dato i frutti sperati: il cattivo tempo non ha consentito neanche di cercare una via alternativa. Meno male che l’humour anglosassone ha contribuito ad allentare la tensione: Richey ha infatti commentato come anche i viveri fossero alla fine, e come l’ultima razione giornaliera fosse rappresentata da tre colpi di tosse.
Nonostante il disappunto per la non riuscita della spedizione, i tre hanno aperto la via all’esplorazione di questa incontaminata ed affascinante regione, dove solo tre vette sono state salite, a fronte di oltre un migliaio mai scalate. Richey ha infine commentato come l’avvicinamento attraverso foreste primordiali e gorge scolpite da profondi flussi di acqua turchese li abbia portati veramente in una terra prima del tempo.