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venerdì, 09 maggio 2008

ADDIO GRANDE VECCHIO

postato da mauroloss alle 12:30 in alpinismo, storia dell alpinismo
Bruno Detassis, il Re del Brenta, il patriarca degli alpinisti trentini si è spento, ieri sera nella sua casa di Madonna di Campiglio.
Bruno nasce a Trento nel 1910 da una famiglia operaia. Inizia a lavorare come fabbro ancora giovanissimo e al contempo frequenta le scuole serali, poi lavora in fonderia e impara il mestiere di idraulico. Sempre giovanissimo, aveva 16 anni, sale da capo cordata la Normale alla cima Paganella e capisce che la sua vita sarà dedicata alla montagna.
Il Gruppo del Brenta diventerà la sua seconda casa prima gestendo il Rifugio 12 Apostoli e poi dal 1949, il Rifugio Brentei. Il Brenta sarà anche il palcoscenico sui cui Bruno disegnerà i suo capolavori e le sue linee logiche e ardite (la via Trento alla parete nord est della Brenta Alta e la via delle Guide alla parete est del Crozzon di Brenta solo per citarne alcune) su cui l'imperativo sarà sempre il cercare "il facile nel difficile" .
Teatro delle sue realizzazioni non sarà solamente il Gruppo del Brenta con Ettore Castiglioni forma un sodalizio che realizzerà numerose nuove aperture sulle parti delle Pale di San Martino e in Marmolada. Nel 1957 partecipa, assieme ad alpinisti del calibro di Marino Stenico e Luciano Eccher alla prima spedizione trentina in Patagonia.
Sarà, nel 1941, il primo direttore del primo corso roccia della neo costituita Scuola di Alpinismo e Scialpinismo Giorgio Graffer e di cui, negli anni successivi, sarà parte attiva dell'organico.
Oggi il mondo della montagna ha perso non solamente un personaggio carismatico ma una persona che amava profondamente la montagna e soprattutto la rispettava.
 
Ciao vecchio Saggio, Ciao Re del Brenta, Ciao Bruno.
giovedì, 24 aprile 2008

56° TrentoFilmFestival Montagna-Esplorazione-Avventura

Si tratta del più antico ed acclamato festival internazionale di film dedicati appunto alla montagna, all'esplorazione e all'avventura. Il programma presenta ogni anno una ricca selezione di film, di fiction e di documentari, di ogni genere e formato, che spaziano dai temi e dalle vicende più strettamente legati alla montagna e all'alpinismo, fino a quelli ambientali, sociali e storici, con una proposta eclettica di opere che hanno come costante e sfondo i paesaggi montani, esotici o estremi. Oltre al programma cinematografico, il festival propone anche incontri, mostre, spettacoli e “MontagnaLibri”, rassegna internazionale dell’editoria di montagna, punto di riferimento per il mercato editoriale del settore.” Così recita il sito ufficiale del 56° Trento Film Festival che si svolgerà a Trento dal 26 aprile al 4 maggio.
 
L’alpinismo e gli sport dell'avventura non mancheranno nel programma di questa 56° edizione di Trentofilmfestival, più di un terzo delle opere in concorso affrontano i temi dell’alpinismo e dello sport dell’avventura, tra cui vale la pena di ricordare una ricostruzione della drammatica ascensione alla parete nord dell'Eiger del 1936 da parte di Toni Kurz e il ritratto dell'alpinista Catherine Destivelle realizzato con spettacolari riprese sulle cime del Gruppo del Monte Bianco.
Ad appuntamenti con temi difficili come la morte in montagna in film che rievocano la tragedia del 1996 sull’Everest o che cercano di far riflettere sul prezzo che si deve, a volte pagare, pur di realizzare una conquista, fanno da contraltare l’impegno di un gruppo di giovani nepalesi non vedenti nel compiere alcune ascensioni attorno all’Everest o documentari sulla storia dello sci estremo con interviste a molti protagonisti o videoclip e filmati in cui l’adrenalina dettata dall’azione, dalle discese di canyoning, dai voli in parapendio, dalle discese in snowboard, si respira a pieni polmoni. Grande spazio hanno pure tematiche di ampio respiro che affrontano i temi dell’inquinamento che colpisce anche le zone più incontaminate dell’Artico e la devastazione ambientale che si sta concretizzando negli immensi spazi ad ovest delle Montagne Rocciose dove l’industria petrolifera, grazie alla compiacente amministrazione Bush, sta letteralmente cambiando il paesaggio di intere aree. Non mancano nemmeno le tematiche naturalistiche con un film in cui l’orso, simbolo del Festival di quest’anno, ne è il protagonista e che si spera possa aprire un’ampia discussione, aperta ad opinioni diverse, sulla questione della convivenza tra l’uomo contemporaneo e la natura selvaggia.
Non ci si può dimenticare dell’importante evento sportivo legato al Trentofilmfestival: la tappa della Coppa del Mondo di arrampicata – velocità, domenica 27 aprile, in Piazza Duomo. Uno spettacolo sportivo che vuole animare il centro di Trento ed a cui parteciperanno i migliori specialisti di questa disciplina. Infine non si possono scordare le tre serate alpinistiche di domenica 27 aprile che vedrà Pietro Dal Prà, polivalente alpinista vicentino condurre una serata sull’Alpinismo in solitaria con ospiti d’eccezione quali Silvia Vidal alpinista catalana specialista di solitarie sulle grandi big wall himalayane, Hansjörg Auer e Rossano Libera. La seconda serata, giovedì 1 maggio, sarà condotta da Simone Moro ed è dedicata all’Alpinismo russo anche qui gli ospiti saranno d’eccezione mentre venerdì 2 maggio, Pietro Crivellaro ci farà conoscere meglio un grande alpinista francese Pierre Mazeaud.
 
Maggiori notizie sul sito ufficiale: www.trentofestival.it
 
lunedì, 31 marzo 2008

QUELLI CHE STANNO A NORD

postato da davidesapienza alle 18:20 in alpinismo

Dai, no. Non spaventatevi, non è un'incursione della lega a pochi giorni dalle elezioni. E' "solo" il titolo definitivo del film di cui ho parlato nel mio ultimo post - ahi ahi, lo so, era il luglio 2007 ma  ...su Intraisass vedo tanto "alpinismo" e io di alpinismo so poco, preferisco leggere e imparare.
Quello che so invece è che il prestigioso Lab80 di Bergamo ha prodotto il film "Quelli che stanno a Nord" di Maurizio Panseri e Alberto Valtellina. E' la storia della Nord (Ovest) della Presolana e qui, anche se di alpinismo non so, ci abito, in Presolana e sono fiero che questi amici, coinvolgendo guide come il giovane Roby Piantoni di Colere, abbiano saputo tracciare una storia della gente di Scalve che vive all'ombra di quella splendida montagna.
Vi aspettiamo venerdì 4 aprile a Clusone: le info qui - www.orme.tv/presolana/pro.html . Insomma, con 'sta storia delle montagne figlie di un Sasso Minore, direi che sarebbe tempo di cambiare un po' aria, no? Da Ognidove, un Augh.

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sabato, 08 settembre 2007

L’ULTIMA FESSURA DELLE DOLOMITI

VIA DELLE GUIDE - Civetta, parete Sud della Torre di Valgrande La storia dell’alpinismo la si legge sui libri che la raccontano o se ne trovano riscontri importanti nelle autobiografie dei “grandi” che ne sono stati protagonisti con le loro imprese, altre volte vi ci si imbatte ripetendo certe vie di arrampicata, sapendone cogliere il significato storico. Giorni fa mi telefona un amico, uno di quelli che “vanno” e che, sapendo della mia buona conoscenza della storia dell’alpinismo, pensa (forse) che io sia in grado se non di dare spiegazioni, almeno di capire i termini della questione che intende propormi. “Siamo andati a fare la fessura sulla parete Sud della Torre di Valgrande. Altro che sesto grado: ma che roba è? Siamo a livello di settimo grado, ma la via è del 1941. Ma allora i “grandi” non sono solo quelli scritti sui libri. Ce ne sono altri cui “ufficialmente” non è stato riconosciuto il giusto valore e sono rimasti emeriti sconosciuti”. Vado a leggere sulla guida CIVETTA di Oscar Kelemina, seconda edizione del 1986: <Parete Sud, “Via delle guide”, sviluppo 250 metri, Mariano De Toni e Cesare Pollazzon, 10-9-1941. E’ una delle più difficili e impegnative vie in arrampicata libera di tutto il gruppo. Le difficoltà nel tratto centrale sono continue ed estreme. La denominazione è dovuta ai primi salitori che sono guide alpine di Alleghe.>

Beh, intanto bisogna dire “erano” perché sono passati più di vent’anni e il Mariano e il “Ceci” hanno concluso il loro percorso di vita. Fa pensare quel “più difficili ed impegnative vie in arrampicata libera di tutto il gruppo” quando questo è il Civetta con una parete nord-ovest che racchiude vie storiche della lunghezza di oltre 1000 metri che ha visto passare tutti i grandi dell’alpinismo dolomitico. A volte certe risposte non si trovano sui libri, ma può aiutare la memoria di chi è stato sul “luogo del delitto”, cioè ha ripetuto la via, affrontato quelle stesse difficoltà. Sicchè l’amico comincia una ricerca personale che passa anche attraverso un colloquio telefonico con uno che ne sa qualcosa, Alberto Peruffo, il quale gli racconta di Giacomo Albiero, espertissimo alpinista e Accademico del Cai, che gli ha raccontato di quella fessura salita con due giovani e forti arrampicatori di Vicenza, qualche decina di anni fa. I giovani non se la sentirono di passare e fu l’esperto Accademico a prendere il comando della cordata, venendo a capo del problema facendo ricorso a sofisticati funambolismi, anche di arrampicata artificiale, sotto gli occhi increduli e spaventati dei giovani, per niente avvezzi a protezioni aleatorie. Un’altra informazione che arriva a voce è quella di Renato De Zordo, gestore del Rifugio Coldai, che ha detto loro che la fessura “non è da tutti” e che parecchie cordate sono tornate senza essere riuscite a passare.


Sicché la ricerca prosegue e così si trova anche chi ne ha scritto: è Alessandro Gogna nel suo libro “SENTIERI VERTICALI” edito dalla Zanichelli nel 1987, che non a caso fa la storia dell’alpinismo nelle Dolomiti vista attraverso gli itinerari tracciati sulle pareti. Leggiamo insieme: <La bella Torre di Valgrande aveva in serbo per i valligiani più volonterosi una bellissima fessura sul versante meridionale. Mariano De Toni, custode del Coldai e Cesare “Ceci” Pollazzon, entrambi di Alleghe, con l’uso di 12 chiodi salirono la fessura. Questa, dopo un periodo di indifferenza, nel 1951 fu valutata dai ripetitori per quello che è, cioè un’estrema arrampicata di fessura. Dopo Tissi, dopo Vinatzer, furono ancora i valligiani a spingere oltre il limite. La via delle Guide, come fu chiamata in seguito, ebbe la prima ascensione totalmente in libera (rotpunkt) nel 1977 (Heinz Mariacher e Luisa Jovane). Con ciò si scoprì che si era nel 7° grado. Il passaggio chiave, secondo loro, è più difficile della Pumprisse in Kaisergebirge, inizio ufficiale del 7°grado. Dato che il tiro più duro è stato salito da De Toni e Pollazzon con soli otto chiodi, si può facilmente dedurre che essi toccarono certamente il 7° grado della nostra odierna scala UIAA. Il capocordata De Toni si trovò ad improvvisare un off-width ante litteram, praticamente l’unico sistema per superare fessure che non permettono al corpo di entrare ma nello stesso tempo sono troppo larghe per l’uso del solo braccio: la più faticosa delle sofisticate  tecniche di arrampicata ad incastro perfezionate in America! E’ pur vero che De Toni usò un cordino per staffa e che anche gli altri sette chiodi furono usati per progressione, ma chi ha fatto quella fessura è in grado di testimoniare quanta forza, resistenza e coraggio siano ancora oggi necessari. Un autentico capolavoro di arrampicata libera, l’ultima fessura delle Dolomiti.>

 

Ecco allora delinearsi con precisione i contorni dell’impresa di Mariano De Toni e Cesare Pollazzon in quel lontano 1941, con gli scarponi e il materiale a disposizione a quei tempi che certamente oggi possiamo definire “rudimentale”. Un altro importante tassello di comprensione lo offre una testimonianza “a voce”, frutto di una recentissima chiacchierata con il mio amico “quasi” d’infanzia Bruno De Donà, a sua volta guida alpina. Gli racconto del quesito posto dal mio amico alpinista e chiedo della fessura, se l’ha salita e se può dirmi qualcosa in proposito. “Ostis! – è il suo intercalare caratteristico – L’ho fatta sì, cinque volte, anche con clienti. Più che di grado bisogna parlare di “estremo”. Ne trovi di quei tratti se giri per le Dolomiti. Quanti si sono trovati in una situazione in cui l’unica soluzione era andare avanti per non cadere? Allora fai l’estremo, quello è la fessura della Valgrande. Io parlai con entrambi i salitori e ti posso dire che il Mariano era uno forte come un toro, molto resistente e lì lui ce l’ha messa tutta la sua forza e la sua resistenza, altrimenti sarebbe caduto. Non aveva alternative. Mica come oggi che fanno il 10° grado ma con tutte le protezioni. Quello è un gioco, mica alpinismo. Lo avevano capito di sicuro i tedeschi che fecero la prima ripetizione della via e andarono ad Alleghe a cercare Pollazzon per complimentarsi per la salita. Il 7° grado l’hanno fatto ben prima degli anni ’70 e basta girare per le Dolomiti per accorgersene.>

 

Sono soddisfatto della ricomposizione di questo piccolo mosaico. Non ho voluto fare una ricerca storica ma solamente cercato di rispondere ad una curiosità naturale ed istintiva. E la risposta ottenuta mi conferma un’idea che si è andata sempre più rafforzando in me: negli ultimi anni non è evoluto l’alpinismo, ma la tecnologia legata ad esso e soprattutto ai mezzi propri utilizzati nell’arrampicata.

 

VIA DELLE GUIDE - Civetta, parete Sud della Torre di Valgrande

VIA DELLE GUIDE - Civetta, parete Sud della Torre di Valgrande

VIA DELLE GUIDE - Civetta, parete Sud della Torre di Valgrande

VIA DELLE GUIDE - Civetta, parete Sud della Torre di Valgrande

Torre di Valgrande

Protagonisti della ripetizione: Michele (Chicco) Scuccimarra, Riccardo (Gago) Barbieri, Michele (Mike) Ghelli, Paolo (Doc) Gorini
martedì, 31 luglio 2007

ORME DI NORD SULLA PRESOLANA

postato da davidesapienza alle 17:28 in cultura, alpinismo

Non solo non sono che un semplice escursionista che a volte "rampa" per roccette, un attraversatore su e giù per la terra, ma devo anche dire che questa posizione dentro Intraisass riesce a non intimidirmi quando leggo delle bellissime e romantiche imprese alpinistiche dalle Alpi al Mondo nel nostro splendido blog. Però oggi sorrido - così: eh eh eh - perché posso finalmente trovare una chiave per presentarvi La Presolana. Essa mi guarda ogni mattina quando vado in cucina a preparare il caffé. Essa mi spiega come sarà la giornata che arrivo. Io qui a 650 metri di quota, lei lassù a 2500 metri (e rotti) con le sue tre cime principali, chiuse a est dal Visolo (2368 metri, o rotti...).

Diffusamente ho spremuto succo di cielo, prati, boschi e calcare prealpino ne I Diari di Rubha Hunish, tre anni fa e allora questa volta ecco perché, come dicevo più sopra - abbiate pazienza un attimo - oggi sono felice di parlarvi di un progetto nato per aggregazione spontanea e lunghezze d'onda orobiche tra alpinisti bergamaschi. L'idea viene da Maurizio Panseri, alpinista e vasto conoscitore di emozioni montane: alpinista capace di amare talmente la Sud e la Nord di questa montagna meraviglia da aver pensato di far vedere un vecchio filmato ad Alberto Valtellina. Il filmato era un ricordo amatoriale di una difficile nuova via - ripetuta pochissime volte dal 1978 - sulla Nord della Presolana.

Tra questi alpinisti di Colere, paese situato al displuvio della Presolana Nord e principalmente conosciuto per gli impianti sciistici dai turisti ma per gli accessi alla suddetta maestosa Nord (a Colere ho fatto la festa del mio matrimonio, sotto una splendida nevicata di aprile...), c'era il compianto Livo Piantoni, scomparso nel 1981. Il filmato é stato mostrato da Roby Piantoni, trentenne guida alpina scalvina, salitore dell'Everest senza ossigeno nel 2006 e figlio sincero di una terra splendida - la Valle di Scalve (www.scalve.it) appunto.

Roby mostra il video a Maurizio Panseri che grazie al volano del suo vorticoso sito Orme (www.orme.tv) decide di girare "qualcosa" che diventerà un film documentario sulle "Facce da Nord": nord come la parete, nord come gli scalvini di Colere, paese dove il sole non batte per tutto l'inverno, nord come il taciturno modo di essere degli abitanti di montagna, nord come "idea". Non voglio rovinarvi il gusto, fatevi un regalo, cliccate qui e se volete, siete tutti invitati a trovarci tra Cima Verde e Cima Bianca nel prossimo weekend e in quello dopo ancora... C'é molto movimento da queste parti. Ne vedremo di belle, bizzarre, e molto Nord Coleresi ...  www.orme.tv/presolana/pro.html

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mercoledì, 09 maggio 2007

TUTTI I COLORI DELLA VERTE

postato da mauromazzetti alle 08:15 in alpinismo
Verte - Verde
E’ il nome dato a questa vetta nel gruppo del Monte Bianco; alta 4122 m, isolata e fiera, lontana dalle autostrade di massa delle vie normali a cime più famose e più facili da salire. In realtà, vista dal col de Grand Montets, la Verte sembra solo bianca, con una calotta nevosa che si intravede anche da Chamonix paese. Spunta timida dietro il Dru, già teatro di epiche salite da parte di un certo Walter Bonatti.
 verte
Giallo
Come le nostre giacche a vento che spiccano tra i piloni della funivia a circa 3000 m, punto di arrivo della moltitudine di sciatori e sci-alpinisti che discendono piste e fuori pista per tutti i gusti e ogni difficoltà. E’ un giallo strano, giallo antiruggine di alta quota; giallo come le insegne del bar alla stazione finale dell’impianto, che implacabile tende suadente la sua rete commerciale ad alpinisti ed a “merendoni” con ciabatte infradito, saliti a provare il brivido della montagna.
 
Nero
Per scalare la Verte, anche dalla via più facile, si parte di notte. Ovvio quindi che il colore dominante sia il nero, trafitto solo dalle insignificanti lame di luce delle frontali. C’è da dire un’altra cosa, tanto per essere precisi. Anche la cosiddetta “via normale” alla Verte, ossia il canalone Whimper [proprio lui, quello del Cervino], non è banale, ma al contrario racchiude difficoltà e pericoli oggettivi assai importanti. Non a caso, la guida chamoniarda Armand Charlet ammoniva a non intraprendere alla leggera salita e discesa del Whimper; secondo lui, una persona poteva definirsi “alpinista” solo dopo aver scalato la Verte.
 DSC04187
Grigio
Attorno ai canaloni ed alle lingue di ghiaccio, quasi come il possente e rassicurante imballaggio per oggetti fragili o preziosi, il granito grigio di Chamonix occhieggia e troneggia sui differenti versanti della montagna. Si tratta di scalata mai banale, spesso di potenza e di astuzia, tecnicamente di soddisfazione ed eticamente di pregio. Le tonalità di grigio si sprecano, intervallate da chiazze più rossicce e giallastre. Chi può, ne approfitti: la roccia è sana, a meno che non ci si ingaggi sulle creste che hanno fatto la storia della Verte – e dell’alpinismo: Jardin, Moine, Sans Nom ci ricordano che gli appigli utilizzati vanno frequentemente rimessi al loro posto, perché altri alpinisti ne possano usufruire…
goulotte
Arancione/Blu
Il cielo cobalto dà la vertigine, come quando si affonda lo sguardo dentro gli “orridi abissi” della montagna. All’alba il sole smorza la tensione, anche se alla vetta mancano ancora centinaia di metri di dislivello, da guadagnare con attenzione e precisione. Migliaia di raggi arancioni colpiscono il ghiaccio e la neve, rifrangendo inimmaginabili toni luminosi che rimbalzano al di là delle montagne del possente bacino di Argentiere. Dolent, Droites, Courtes. E Verte. A raccontare uno spicchio di storia dell’alpinismo.
 scivolo
alba
Azzurro
Quando si traversa sotto, ma proprio sotto, i seracchi a due terzi della via, si ha appena il tempo e la voglia di cogliere le sfumature di azzurro del ghiaccio incombente. Ci si fa leggeri, impalpabili ed eterei, perché il seracco non si accorga di noi e non ci venga incontro, travolgendoci in un abbraccio senza futuro. E ci si fa veloci, impegnati ad imprimere nella neve una traccia sicura con passi pignoli, quasi ragionieristici, contabilizzando il percorso già fatto e quello ancora davanti a noi.
 
seracco
Rosso
Quando si vedono le piccole e suggestive carrozze rosse del trenino di Montenvers, solo allora si capisce che la salita e la discesa della Verte sono finite. Sono finite bene: per fortuna, per abilità, per destino. Lasciando un indelebile ricordo cromatico.
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venerdì, 27 aprile 2007

MEGLIO DI EL CAPITAN

postato da marcoconte alle 19:15 in alpinismo
gognaCi troviamo ormai in zona FilmFestival, e sulla stampa di questi giorni hanno inizio le passerelle degli astri di prima grandezza. Sul Corriere delle Alpi di oggi esordisce ad esempio Mauro Fattor con un'intervista ad Alessandro Gogna che ci permettiamo di citare in qualche passo.

Alpinismo ed impegno sociale: «Due cose, per me. Impegno degli alpinisti per l'ambiente, inteso come bene collettivo da tutelare; e sicurezza. La sicurezza è un bene sociale, e non potrebbe essere altrimenti. Oggi prevale un falso concetto di sicurezza completamente ripiegato sulla tecnologia. Sbagliato. La montagna non è un parco giochi. La sicurezza va costruita dentro di sé, bisogna allenarsi a "negoziare" con la natura e con se stessi».

Oggi in quale via si riconosce Alessandro Gogna? [l'amico Adriano del rifugio Casera Ditta sarà di sicuro entusiasta di questa risposta - N.d.R.] «È una via del 2005, sulla quasi sconosciuta Cima di Pino Meridionale, in fondo alla valle del Vajont, difficoltà di sesto e anche qualcosina di più. Una parete di oltre 500 metri mai percorsa prima, probabilmente perché ci vogliono 4 ore solo per arrivare all'attacco. L'ho fatta con alcuni amici e con la benedizione di Mauro Corona [...] Sicuramente la più bella salita della mia vita».

Se lo dice Alessandro, ci fidiamo.
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(Nella foto, Alessandro Gogna insieme a Franco Miotto al Mazzotti 2005)
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lunedì, 05 marzo 2007

DIGRESSIONI A VICENZA

[un abbraccio a Carlo Caccia e ai ragazzi di Eupilio]

Pubblichiamo il post previsto ancora per i primi di marzo.

 

Groenlandia di Cecilia CarreriMarzo e aprile saranno due mesi molto impegnativi, che ci vedranno impegnati su diversi fronti.

Bando alle chiacchiere, passiamo subito ai fatti, alcuni dei quali imminenti.

Da sottolineare l'appuntamento di martedì 6 marzo [domani sera], alle ore 21,00 presso l'Auditorium Canneti in via Levà degli Angeli. Cecilia Carreri, nostra conoscenza di vecchia data, porterà in città non solo le splendidi immagini del suo ultimo viaggio in Groenlandia, ma anche un pezzo di storia dell'alpinismo italiano, Rinaldo Carrel, la mitica guida alpina di Valtournenche, primo tra gli italiani a mettere il piede sull'Everest insieme a Mirko Minuzzo. E tutto questo per ricordare il grande alpinismo esplorativo di Guido Monzino. Io stesso, a tal riguardo, potrei svelarvi montagne e imprese salite sotto la sua guida che ancora oggi terrebbero testa alle spedizioni esplorative dei nostri giorni. Non certo di matrice italiana, non c'è dubbio, dove c'è stata un'involuzione rispetto allo spirito di quei tempi. Chi di voi ad esempio conosce il Kanjut Sar? Per dettagli sulla serata una bella pagina si trova in PM.

 

A UN PASSO DAL CONFINE 2007Una maggiore "deviation from the main point", ossia una digressione ancora più forte in fatto di serate è il programma della seconda edizione di A UN PASSO DAL CONFINE, rassegna di scritture contemporanee. I protagonisti di quest'anno sono:
LUIGI MENEGHELLO - GIOVANNI KEZICH - UMBERTO PETRIN - LUCREZIA DE DOMIZIO DURINI - MASSIMO CARLOTTO - RICHY GIANCO - MAURIZIO CAMARDI - PATRIZIO FARISELLI - ENRICO BRIZZI - FRIDA X.

Si parte venerdì 16 marzo. La regia e il luogo sono sempre gli stessi. Dettagli cliccando qui.

Vi aspetto numerosi.

lunedì, 01 gennaio 2007

BADILE, UN UOMO SOLO SULLA NORD-EST

postato da carlocaccia alle 19:57 in alpinismo

Ci sarà da combattere… ma c’è chi ha già combattuto e ha vinto. Fabio Valseschini da Ballabio (Lecco) è nella storia. Perché l’uomo solo (il primo? la vox populi dice di sì) della nord-est del Badile in inverno, di quell’inferno di placche e fessure ghiacciate che degli alpinisti non sanno proprio cosa farsene, è lui. Il sogno grandioso è diventato realtà: l’impresa è riuscita allo scadere del 2006 sulla Via del Fratello, quella dei valmadreresi Gianni e Antonio Rusconi, che l’avevano spuntata al limite del delirio dal 14 al 20 marzo 1970 (prima ascensione e prima invernale). Trentasette anni dopo, la seconda invernale: Fabio ha attaccato la mattina del 26 dicembre ed ha agguantato la cresta sommitale alle 16.10 del 31, dopo sei giorni di odissea e cinque bivacchi sulla leggendaria lavagna della Bondasca. Sesto bivacco in cima e impresa conclusa soltanto un paio d’ore fa.

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lunedì, 11 dicembre 2006

PI-OLE’-T D’OR

postato da mauromazzetti alle 09:39 in alpinismo
Venghino, siore e siori, alla fiera delle vanità.
Venghino venghino: troveranno pane di-strutto per i loro denti, acuminati, incisivi, arrotati e digrignanti. In fondo, ma proprio in fondo, denti s-puntati e limati, imbavagliati e protervi.
 
Ecco, di primo acchito, cosa salta in mente all’estensore di questo post, a leggere sul sito russianclimb delle nomination per l’assegnazione del Piolet d’or 2006.
Grandi imprese, se vogliamo usare una parola importante e forse un po’ retro; imprese certo, che danno vita a sogni di esplorazione sulle montagne del mondo, alla ricerca di arche perdute. Sono arche particolari, però, che non contengono filtri magici e pozioni mirabolanti, e nemmeno il sacro Graal dell’immortalità; al contrario, sono arche colme di idee e di fantasia, alpinisticamente parlando, con salite di cui abbiamo dato conto - nella maggior parte dei casi – anche sulle colonne di questo blog.
Perché parlare dunque di fiera delle vanità e di denti etc. etc.?
L’incipit del post è nato da uno scambio di mail con Alberto Peruffo, mail da cui ho tratto queste sue righe, che riporto e condivido integralmente: “L'alpinismo italiano, come sempre, fa ridere, nonostante le autocelebrazioni e le autoreferenzialità di premi come il Grignetta d'Oro, che non sanno andare oltre la punta del proprio naso e hanno perso la capacità di riconoscere quale siano le autentiche peculiarità dell'alpinismo, tant'è che la presenza di appassionati di alpinismo era davvero esigua e spaventosamente magra se si pensa alle star della montagna (reali, ipotetiche e fittizie) ivi presenti. Sì, non c'è che dire, tutto questo conferma la grande crisi che sta passando l'alpinismo italiano in questi ultimissimi anni... Tanti auguri agli editori che si avventurano in esso (me compreso)”.
 
Pi-olè-t quindi; come se fossimo ad una corrida. Decidete voi chi è il toro e chi è il torero.
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