“Scusi, signore…”.
La vocina veniva dall’alto dei cinque metri di quell’angolo di mura storiche su cui andavo ad allenarmi abitualmente all’arrampicata ed apparteneva ad un bambino di una decina d’anni o poco più che si sporgeva a guardare. Io ero più sotto, a circa metà altezza, e distolsi lo sguardo dall’interstizio tra un mattone e l’altro, per rivolgerlo verso l’alto, non appena vi si infilarono le dita della mia mano per fare presa.
“Ma lei si allena per fare l’alpinismo?”.
“Certamente, così quando vado in montagna sono più sicuro” – risposi esplicativo.
“Non sporgerti che altrimenti potresti cadere” – disse una voce, autoritaria ed affettuosa al tempo stesso che proveniva da sopra.
“Vieni a vedere, nonno; c’è un alpinista che si arrampica” – disse il bambino, mentre dietro a lui comparve la figura di un anziano.
Stettero un po’ a guardare, nonno e nipote, mentre io continuai la mia traversata sulle mura storiche. Avevano cominciato i ragazzi più giovani del CAI ad arrampicare su quelle mura, agli albori dell’arrampicata sportiva, prima del boom delle palestre artificiali e dei muri indoor, proprio all’inizio degli anni ’80. Ne parlavano in sezione del luogo dove andavano (un lungo tratto di traversata a fianco del campetto di calcio chiamato della Fulgor) ed un giorno mi ci recai a curiosare e mi piacque quell’allenamento che faceva “acciaiare” gli avambracci. In tempi successivi iniziai ad andare in un tratto di mura vicino a casa, prima ancora che arrivasse il Comune a pulire il sottomura con i fondi ottenuti da un finanziamento statale per la riqualificazione e valorizzazione della cinta muraria medievale della città di Ferrara. Un giorno vi incontrai anche Luigi, un amico arrampicatore del CAI, pure lui lì ad allenarsi visto che abitava proprio di fronte a quel tratto di mura. Ci si divertiva insieme e ci si aiutava a pulire il sotto-traversata dalle erbe, dai rampicanti, e dai rovi che allora crescevano rigogliosi, fino a che ricavammo una traversata della lunghezza di una quarantina di metri che elessi a luogo abituale di allenamento. Quando, in anni successivi, vennero le imprese a riqualificare anche quel tratto di sottomura, il luogo perse tutta la sua riservatezza e quando, infine, fu realizzata la pista ciclabile imparai a scegliere le ore di minore passaggio e al contempo dovetti abituarmi ad essere osservato dai passanti. Un pomeriggio si affacciò da sopra una vecchietta che, vistomi faticare, mi chiese se volevo che mi allungasse una mano per aiutarmi a salire. Un’altra volta si affacciò un ragazzo e rimase lì, seduto sopra la mura, a parlare a me che ero sotto ad arrampicare, invisibile a chi passeggiava sopra che, certamente, lo avrà preso per matto. Altre volte ancora erano i ragazzini che venivano a giocare a tennis nel campetto adiacente che mi chiedevano se potessi rilanciare su le palline che finivano accidentalmente nel sottomura, evitando loro di fare tutto un lungo giro. Spesso spuntava la testolina del bambino assieme al nonno e, a volte, con gli amichetti con i quali giocava a pallone sui giardini ed a cui mi indicava spiegando loro che ero un alpinista che “si allenava per andare sulle montagne”.
Un giorno aspettò che mi avvicinassi verso di lui e poi, timidamente, disse:
“Scusi signore, potrebbe mica venire a darmi un aiuto?”.
Arrivai fino all’angolo e salii nel diedro fino ad uscire nel sopra mura e mi feci spiegare in cosa potevo aiutarlo.
“Il mio pallone è rimasto impigliato nei rami di un albero, ma lei sicuramente riesce ad arrivarci a prenderlo”.
Non potevo certo deludere tanta fiducia, così lo seguii nel prato dove attendeva il nonno. Il pallone era a circa quattro metri da terra, impigliato nei rami dell’albero di cui non conoscevo il nome, ma la cui forma mi agevolava in quanto i rami risalivano quasi verticali a fianco del tronco, avrei solo dovuto afferrarmici ed issarmi verso l’alto fino ad arrivare al pallone. Fu sufficiente dare un colpetto al pallone da sotto in su perché di disincastrasse e cadesse terra. Ridiscesi mentre il bimbetto cominciò a ringraziarmi visibilmente soddisfatto di avere risolto il suo problema con il mio aiuto. Mentre mi allontanavo, a mia volta soddisfatto di essermi reso utile, sentii la voce del bambino che diceva allegra:
“Hai visto, nonno, che fortuna avere un amico alpinista?”.
Beh, l’allenamento al “magnifico inutile”, una volta tanto, si era rivelato utile a recuperare un pallone ed a far felice un bambino.
