Prima o dopo ci sarei andato, da sempre lo sapevo e finalmente, luglio 1987, infilai la via di Saint-Moritz e del Julierpass – luoghi segantiniani – giusto itinerario per l’Alsazia. Mi sarebbe bastato uno sguardo di passata – dicevo tra me – niente più che una fugace impressione. Speravo di poter avere ugualmente l’opportunità di cogliere, in linee d’orizzonte e profili di montagne, una scossa, un brivido, una vibrazione. E subito, al passaggio di Pontresina, il pensiero andò a quel pomeriggio del 28 settembre 1899, su alla capanna dello Schafberg. Il miglior commiato dalla vita che si possa immaginare.
Da dieci giorni si trovava lassù – a più di 2700 metri di quota – il più geniale dei pittori di montagne. Assieme a un gruppo di volonterosi, tra i quali il figlio Mario e Baba, la governante di casa, si era portato fin là in alto (mille metri di dislivello!) il secondo dei tre grandi quadri del Trittico della Natura, un enorme telaio di quattro metri per due e mezzo – la natura, il divenire – e lo aveva collocato, con opportuni ripari, proprio sulla cresta nord-ovest del Piz Muragl. Forse – chi lo sa? – uscito a notte per una puntata su, verso la cima del monte, a oltre tremila metri, dove voleva studiare ancora e ancora i riflessi iridescenti dell’alba sulla neve per carpirne il segreto e trasfonderlo nel colore scomposto in filamenti elementari, forse lì una violenta sferzata di gelo lo aveva colto e ne aveva segnato la fine. Non era semplice pittura en plein air, la sua, era molto di più. Meditazione e rivolta umanitaria, passione senza limiti, voglia di verità. E quasi non bastandogli la tecnica divisionista – strati su strati di colori primari pervasi da candide linee di forza – vi aggiungeva oro e bianco, e scatenava contrasti violenti per esaltare la luce. Ma da lassù, dallo Schafberg, eccezionale punto panoramico sull’Engadina, non cercava il drammatico dialogo di nubi e sole già presente in altre opere e in uno stesso episodio del Trittico. Stavolta il cielo era assoluto e raggiante, immediato, occupava più di metà della tela e rimbalzava addosso alla terra popolata di montagne ma già oscurata nei colori dell’autunno. Egli aveva voluto il quadro lì, accanto a sé, giorno e notte, e forse, oltre che dalle sue pennellate, intendeva farlo compenetrare direttamente dalla fiammeggiante energia risucchiata in quota. Morì lassù, dopo pochi giorni, guardando le montagne dalla finestra – toccante epilogo degno di un film, ma del tutto reale – cogliendo l’ultimo tramonto sulle creste di oltrevalle che, nel dipinto, rimasero incompiute. Non riesco a pensare a sorte più generosa.
Da Pontresina salii al vicino Museo Segantini, a ritrovare nel Trittico quel medesimo paesaggio, il vasto cielo aperto e totale. E quindi, tralasciando la strada del Julierpass, volli spingermi fino al Passo del Maloja, e poi ancora giù fino alle porte di Soglio, allo sbocco di Val Bondasca, per riconoscere i profili di Sciòra – Torri del Vajolet di granito – scenografia della prima composizione del Trittico appena ammirata e dedicata alla Vita, all’essere. Alla fine, ripreso l’itinerario stabilito, il transito per Savognin concluse quel primo, e finora unico, contatto con luoghi, forme, orizzonti, colori dell’ultima dimora segantiniana. Nella sala del museo mi era rimasta impressa una nuvola, terribile presenza nella terza opera del Trittico, intitolata alla Morte. Una nuvola grande e densa, greve, scura sui lati e ancora più scura al di sotto di un rigonfiamento pressoché sferico e luminosissimo, una nuvola che sparge un’ombra errante al piede delle montagne innevate, esaltando il sole dell’alba. Una nuvola pesante che sembra gravare addosso a una cima che invano tentai di identificare, poi, guardandomi attorno nel breve e troppo rapido andirivieni in quell’angolo di Engadina. Una nuvola che non mi è più uscita di mente, e che ogni tanto si riaffaccia con incredibile forza a muovere dubbi e ad insinuare commiati.
Oggi – 2008 – a più di vent’anni di distanza, permane negli occhi quella medesima nuvola nei sussulti di un aprile instabile e inusuale. Nel cielo insiste l’oro del primo abbozzo di primavera che, dalla fine di febbraio, riprende a scaldare il cielo nel tardo pomeriggio, una luce abbagliante che nei quadri di Segantini è sovente protagonista. Ma insistono anche nubi in violento controluce, bordi chiari e bruciati a isolare masse scure e minacciose, la temperatura ondeggiante tra le code di un magro gelo tardivo e gli abbandoni del rigoglio annunciato. Ecco riaffiorare i motivi simbolici del Trittico – la luce, la natura, i ritorni, il divenire, le passioni, il tempo, la vita, la morte – le tematiche dell’opera che accompagnarono Segantini fino al limite del grande salto; le stesse della sua vita d’artista che ora – trasportate da nuvole nere – continuano a giungermi dai cieli del Grappa e del Tomàtico come stilettate o lacerazioni, l’uomo in bilico, intento a reggere il cammino su insidiosi crinali. Nuvole nere sospinte da rutilanti sfere di luce dorata qui a riproporre il colmo della felicità o la tragedia dell’indifferenza. Nuvole nere d’aprile che mi hanno trasmesso segnali precisi, la necessità, l’urgenza di rimettere lo sguardo in Engadina. Sarà per la prossima estate, ho deciso. Per rivivere la nuvola del Trittico, per ripercorrere la vicenda esistenziale di Segantini prendendomi il tempo necessario, poco importa se troverò strade, seggiovie, funivie a devastare il luogo del suo solenne trapasso. Vanno, vengono, ritornano – le nuvole – come ci ricorda un altro poeta. Sono il visibile respiro dei nostri giorni terreni.