I nostri occhi si incontrarono sotto l’Antelao e, solo due settimane più tardi – il 19 del mese azzurro di settembre – cominciammo la vita in comune accanto al laghetto Pradidali. La sorte amica volle che l’unione avvenisse lì, al cospetto di contrapposti giganti come Cima Canali e Pala di San Martino, dove la valle brevemente ripiana prima dell’ultima impennata verso l’Altopiano e il giallo degli appicchi circostanti prende il posto del giallo dei fiori. Sì, proprio lì, in Val Pradidali, dove pochi anni avanti era iniziata veramente la mia vita con la formazione di un luminoso universo di crode su cui proiettare e inscrivere i miei giorni a venire.
Da allora non abbiamo mai smesso di salire le montagne assieme e continuiamo tuttora. Non siamo grandi alpinisti, rimaniamo sui gradi bassi. Hans Steger e Paula Wiesinger, Marino Babudri e Ariella Sain, gli stessi nostri amici Francesco e Gloria, queste ed altre consimili e valentissime cordate di coppia si possono permettere imprese. Noi no. Ci accontentiamo di scalate più abbordabili, possibilmente appartate e non banali, cui dedicare la piccola intimità conseguita accanto agli alti orizzonti aperti e da essi sostenuta. Per comodità e frequenza di accesso siamo molto legati alle Dolomiti d’Oltre Piave e a quelle del Comèlico, montagne di casa, ma non esiste luogo dolomitico che non occupi un posto nel nostro cuore.
Spesso abbiamo sperimentato quanto le pareti e le cime possano acquetare i fatali conflitti che la vita a due trascina con sé. Ci si avvia lungo il sentiero ciascuno per proprio conto, incazzati come bestie, talora, e rinchiusi fra barriere di cieca e pretesa incomprensione. A poco a poco, però, acque valli e profili prendono a raccontare di noi attraverso la loro presenza, e ci sentiamo fluire addosso un inatteso squilibrio di scala. Presto siamo ricondotti a zero, alla merda delle nostre cellulette, assoluto principio di democrazia originaria. Ed ecco che le montagne fanno pulizia, lavano via tutto, semplificano, e noi ritroviamo alla prima sosta negli occhi del compagno i nostri occhi dimenticati.
Ricorderò, ricorderemo quell’arrampicata sulla Pala di San Bartolomeo, la vetta che, dal basso, immette alla lunga, turrita e ascendente Cresta della Val di Roda. Già vent’anni di vita avevamo condiviso e – in quel 1984 – eravamo davvero in crisi e sull’orlo di una definitiva separazione. Perché qualcosa ci spinse proprio sul “Camino degli Angeli”? Forse la prospettiva di una bella via che, ai tempi dei miei esordi sulle rocce, vantava un’ottima reputazione, solido terzo grado con alcuni passi appena più difficili. Ci avviammo a piedi da San Martino, camminando vicini e silenziosi. A volte i nostri sguardi si incrociavano, sembravano interrogarsi e chiedere “perché?”; eppure non c’era animosità in noi mentre ci inoltravamo nel bosco e pareva quasi che – se fosse successo – ci saremmo lasciati solo per una qualche causa di forza maggiore imposta da circostanze ineluttabili. Ma ci credevamo, in fondo? Fin dall’inizio avevamo riposto in noi stessi la sola certezza possibile, costruita nei primi due anni con furia quasi dirompente per tracciare confini da accettare o distruggere o superare, indirizzi esistenziali da seguire, ricerche da intraprendere e continuare nel tempo a venire. Assieme. Non volevamo viverci part-time, come tanti. Arte e montagne erano state elevate a dirittura fondamentale di vita e, forti di tale scelta combattuta e consapevole, avevamo assecondato in pieno il nostro progetto. Pareva davvero assurdo, ora, trovarsi in simile situazione. Non capitava a noi, era un film. E se invece un probabile, imminente distacco avesse amplificato a dismisura una pretesa sensazione di vicinanza? Ogni tanto la mia compagna si volgeva e, senza proferir parola, mi sorrideva in un modo che da sempre le conoscevo, il medesimo di certi suoi parenti di valle e, forse, di qualche suo avo montanaro. Un sorriso d’intesa totale che lei aveva preso, trasformato e assimilato secondo le linee del volto, e riservato a me solo.
Infine cominciammo ad arrampicare. Salivamo fluidi e tranquilli, armoniosamente. La stessa arrampicata, nel suo pacato svolgersi, sembrava affermare con forza eccezionale la sciocchezza che sarebbe stata un’eventuale separazione. Era lì, era quella la nostra vita, e non poteva essere altrimenti, malgrado le convinzioni del momento. A un tratto, quasi a metà, incontrammo due giovani intenti a scendere:
– Perché mai tornate indietro? – chiesi loro – Ci son problemi?
– No, no… ma la via non è attrezzata, e nemmeno le soste – mugugnò uno dei due, il capo – non possiamo continuare a rischiare!
– Ma su, andiamo! È bella la via… Un po’ sporca, d’accordo, ma mettete voi le protezioni, e attrezzatevi le soste! Non è meglio uscire in alto piuttosto che scendere?
– No, no, grazie. Preferiamo scendere… Arrivederci.
Questa, poi… ma cosa si aspettavano, una via di palestra?
Verso la fine la roccia diventa grigia, piena di buchi, tipica delle Pale. Mi attaccai a una bella fessura e poco dopo raggiungemmo la cengia che contorna la cuspide della Pala di San Bartolomeo. Un ultimo strapiombo poi la cresta, e la vetta. La semplice arrampicata aveva nuovamente pulito e rimesso a zero le nostre vite, eliminando incrostazioni e catrame depositati da obblighi presunti, lavori, presenze estranee. Non manifestammo gioia e non prendemmo alcuna decisione là, sulla vetta, ma qualcosa ci bolliva dentro. Guardavamo la Pala col suo pilastro e le altre cime attorno come se tornassimo a casa, ed eravamo noi stessi, la casa. Forse era una verifica necessaria. Forse solo spingendo il rapporto di coppia al limite di rottura se ne può valutare appieno la consistenza. Stavolta le cime, le crode – impassibili specchi – ci avevano salvato, ma certo non lo sapevamo. Senza affrettarci iniziammo la discesa nella calma del mezzogiorno. Nessuno dei due azzardava propositi o pentimenti. Ma nel subconscio si era formata la convinzione che non avremmo potuto lasciarci mai. O non ancora, almeno.
E pensare che anche il “Camino degli Angeli” giaceva su rocce condannate. Pochi anni dopo esso pure sarebbe sprofondato in un ennesimo franamento. Ma possibile che – come avvenne sul Camino Adang del Gran Piz da Cir – io mi sia dovuto avventurare spesso, quanto meno in rapporto alle mutazioni geologiche, su pareti in procinto di crollare? In ogni caso quelle due vie di camino ora non più esistenti segnarono – per me, per noi due – tappe di straordinaria consapevolezza. Avranno per sempre la nostra gratitudine.