C’è stato un tempo in cui avevo la testa altrove – fra i rivoltosi dei quali si celebra un quarantennale inviso ai pentiti di adesso e a chi allora perdette il treno – e il corpo rimaneva sui soliti gradini del piedistallo che sostiene nei giardinetti di Via Sidoli a Milano il monumento raffigurante l’imperatore Costantino. Presto, pur non essendo io Carlo Michelstaedter, la vita riunì il corpo alla testa. Il corpo, alla testa... Sull’esito della rivolta, se abbia poi vinto o se sia stata sconfitta, si sono formate due opinioni, ma già il fatto che possa essere espresso al riguardo non un unico pensiero mi fa propendere per la prima ipotesi. E i vecchi amici comunque non li persi. Andai anche in montagna, ancora. In un altro mio “posto delle fragole”, all’Alpe Veglia, preparai l’esame di maturità leggendo “Il sentiero dei nidi di ragno” d’Italo Calvino. Qualche ulteriore puntata non la mancai nelle Dolomiti. Amai nuovamente. Furono gli anni della cognizione dei baci e del Castoro. Lottai e non entrai in banca. Mi salvai. Finché la testa non ritornò altrove. Intanto che il corpo stava sotto la naia, cioè dentro una caserma, nel 1977. Per l’anno dopo dovevo inventarmi un mestiere. Mi rivenne in mente il Catinaccio.
Quand’ero quattordicenne avevo scritto un primo libro sul raggruppamento. Il testo riportava gli itinerari diversificando ingenuamente i tempi di percorrenza in base a un passo lento, oppure medio, o addirittura veloce, con tanti altri inutili orpelli come i dislivelli che nelle guide abbondano tuttora e che però ognuno può dedurre da sé. I disegni in china erano neri, neri. Le cartine sfumavano anche troppo a pastello. Le foto, beh, facevan tenerezza, scattate con una piccola Kodak Istamatic! Mio padre ne andava ciononostante fiero e in qualche modo me lo rilegò. Io poi lo regalai. Se non è finito in un cassonetto delle immondizie deve trovarsi nella cantina o nel solaio di un “volume” non ancora pubblicato, il XII.
Nel ’78 a giugno, appena congedato, presi di corsa la funivia del Ciampedìe. Avevo uno zaino abnorme, sembrava fatto da un boy-scout e da un tesserato CAI al contempo. Una tendina, la pesantissima Moretti del K2 italiano, sopra. Uno zainetto con il materiale fotografico e cartaceo, davanti. Avevo anche due baffi incolti, retaggio della ribellione... Un bambino, nella cabina, disse alla mamma, additandomi: «Che brutto quell’uomo!». Mi accampai verso la sera in mezzo alla Gran Busa di Vaél. E benché avessi le stringhe rosse ai Galibier Grand Guide, feci così una stupidaggine. Di notte, nel disgelo, veniva giù di tutto. Botti e frastuoni. Scariche e ventate. «Se scampo», mi ripromisi, «ripiego al rifugio». All’alba richiedevo una cuccetta per l’intera settimana a Rino Rizzi. Cominciai a salire le cime dai bei nomi. Le Coronelle, i Mugoni. Il Testolón del Vaiolón. Poi mi portai più addentro al gruppo. Dal Vaiolet passavo ripetutamente. Lo gestiva allora la vecchia guida Tullio Pederiva, figlio di Marino, l’allievo di Piaz. Gli domandai una prima volta della Cima delle Pope e lui dopo tante stagioni che più non lo faceva volse le spalle, per fornire un’indicazione, alla Gola delle Torri. Gli domandai in un’altra occasione della Grande e della Piccola Valbona e mi rispose che erano percorribili e collegabili, che c’era stato, sì, ma da ragazzo. Gli domandai in un’ulteriore circostanza della Torre Nord... e lui sbottò: «Senti, tu non me la conti giusta, che cosa ci vai a fare in questi posti?». Io lo temevo e rivelando le mie intenzioni di pubblicare un libro pensavo di risultare ridicolo agli occhi di una tale gloria dell’alpinismo fassano. Invece lui mi prese sotto l’ala. Mi accompagnò la primavera successiva, il manoscritto pronto, da un altro mostro sacro: Arturo Tanesini.
Il manoscritto era in realtà un dattiloscritto. Battuto con una macchina da scrivere dai caratteri credibili e piccini. I titoli, li avevo composti con i trasferibili. Le diapositive stampate in cibachrome. Gli schizzi, le carte, erano decenti e leggibili. La rilegatura, importante. Se non è finito in un cassonetto delle immondizie deve trovarsi nella cantina o nel solaio di un “volume” già pubblicato, il V... Tanesini, il mio secondo Maestro, ne fu entusiasta: «Che belle foto a colori! Con le ragazze! Avessi avuto io queste possibilità ai miei tempi!». M’incoraggiò e sponsorizzò, mi avrebbe dato una sua prefazione. Io intanto giravo per le case editrici che una dopo l’altra mi bocciavano: «Per le guide di montagna ci vuole piuttosto un formato ridotto. Abbiamo troppi titoli del genere in catalogo. Magari l’anno prossimo». Tanesini mi spronava a non arrendermi. Lui era l’autore del volume della Guida dei Monti d’Italia dedicato al Sassolungo, al Catinaccio, al Latemàr. L’aveva pubblicato nel 1942. Era un vecchio ingegnere elegante, colto e sereno. Andavo spesso a trovarlo nel suo studio in Via Rosmini, a Bolzano. Mi voleva proprio bene. Era un piacere ascoltarlo. Mi raccontò di quando aveva attaccato i camini Schmitt alle Cinque Dita nel pomeriggio tardi e si era lassù incrodato con una tipa appena conosciuta al Passo Sella. In capo ai ghiaioni, per tener loro compagnia durante il bivacco notturno, era salito dalla Val Gardena il suo amico Emilio Comici a suonar la chitarra. Mi raccontò tante altre storie non banali, mi diede tanti consigli preziosissimi. Infine andai all’Athesia. Il tentativo ultimo. Mi chiese, il direttore, se potevo lasciargli il materiale per una settimana. E perché no, a quel punto? Il lunedì seguente, alle otto e un minuto, squillò il mio telefono a Milano. Andai a rispondere mezzo addormentato e mi sentii dire: «Lo pubblichiamo!». E poi: «Non è che ci farebbe, delle Dolomiti intere, una collana?».
Il libro stava per uscire. E il Castoro voleva che glielo dedicassi. Inutilmente obiettavo che per una guida tecnica, geografica, un’eventuale dedica sarebbe apparsa fuori luogo. Lei insisteva, per otto anni aveva amato insieme a me i monti intensamente. E in un periodo in cui la coppia sembrava che dovesse scoppiare frequentandosi eccessivamente, un periodo nel quale lei passava i sabati e le domeniche con le amiche e gli amici delle amiche a giocare a Risiko, se gliela avessi concessa quella benedetta dedica, sarebbe venuta via di nuovo con me nell’imminente ponte fino al primo maggio. Salii in giornata a Bolzano per chiedere per noi una pagina, il direttore dell’Athesia me l’accordò gentilmente, rientrai la sera stessa del 24 aprile, il Castoro era già partito da Milano. Via per il Lago di Como con un amico delle amiche, un insegnante dotato di tanto tempo libero, del brevetto d’istruttore di vela, dei carri armati in Europa, nell’Asia, nelle due Americhe e mi sa pure in Oceania. Della telefonata giusta, dell’invito giusto, allorché in Italia si superava esattamente il punto di non ritorno del riflusso. Level!
Il Castoro non so più neanche se sia vivo. Mio padre era morto il 16 novembre del ’77 , mentre ancora assolvevo il servizio militare, non facendo in tempo a sapere che sarei diventato per davvero uno scrittore di montagna. Io avrei seguito Re Laurino nella sua lunga rotta in cerca di sollievo tra le crode.
