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venerdì, 16 maggio 2008

UNA MOLECOLA DI ALPINISMO

postato da gabrielevilla alle 23:02 in storie

Per vent’anni eravamo andati con i corsi di alpinismo e roccia ai “Sassi”, quei tre affioramenti di trachite (la roccia di origine vulcanica tipica dei Colli Euganei), difficili da arrampicare e su cui avevano messo le fondamenta della loro capacità di arrampicata decine di allievi. Sembrava impossibile, ritornandovi a distanza di tempo, che su quel microcosmo vi si fossero potuti muovere contemporaneamente e in maniera utile e proficua fino a 30 allievi e 20 loro istruttori, cioè dieci gruppi didattici ognuno formato da tre allievi e due istruttori. I gruppi venivano preventivamente organizzati e coordinati in modo che ognuno potesse svolgere il proprio programma di tecnica del movimento nella varie “aule”, cioè i settori con caratteristiche differenti su cui imparare le tecniche di parete, di camino, di diedro, di opposizione in tutte le varianti possibili. Sulla parte sinistra della parete nord del Sasso1 (la più alta con i suoi venti metri) avevamo cementato diversi ancoraggi per fissare il cavo metallico per la via ferrata (…”la più difficile di tutti i Colli Euganei”…, scherzavamo spesso con gli allievi) e tracciato un paio di vie, scavando varie prese nella trachite con tanto di scalpello e mazzetta. Però nel tratto centrale di quella parete del Sasso1 nessuno aveva mai messo le mani, nessuno era mai salito, nemmeno con la corda dall’alto. C’era una “partenza” che provavamo spesso, si trattava di una fessura diagonale da affrontare con tecnica dulfer, pochi metri “secchi” con difficoltà di 5°+, da cui ci si lasciava poi cadere sotto prima di andare troppo in alto, atterrando su di un cuscino di soffice erba.

Quella mattina ero con Marco, il mio compagno di cordata di quella primavera del 2006 in cui la stagione arrampicatoria sembrava essere partita con il piede giusto: nel giro di dieci giorni, in quell’inizio aprile, avevamo inanellato tre belle vie, diverse fra loro, andando dalla libera spinta ma protetta delle Placche Zebrate in quel di Arco, fino all’artificiale della Maestri-Alimonta alla Rupe di San Leo. Lì, ai Sassi, avevamo cominciato quella mattina facendo un po’ di potatura ed estirpo a contrastare la rigogliosità della macchia mediterranea che, senza quel paziente ed improbo nostro lavoro, avrebbe finito con l’inglobare anche le rocce in quel suo abbraccio verde e spinoso. Finalmente ci eravamo poi imbragati, mettendo in cintura una quantità di materiale che avrebbe ben figurato in un’ascensione dolomitica… invece c’era in programma un tour del Sasso1, con arrampicata a tiri alterni, senza mai scendere a terra, protezioni naturali e rapide posizionate da noi, compresi i punti di sosta, il tutto creando le linee a piacimento e fino ad esaurimento della voglia. Era un giocare all’alpinismo e se io conoscevo ogni tratto di quel Sasso1, per il mio compagno era invece anche una scoperta di quanti passaggi e di quante situazioni potesse nascondere e riservare quel sassone di trachite alto appena venti metri. Era proprio un gioco divertente quello che stavamo facendo, terminato il quale ci trovammo sotto la parete nord del Sasso1 e, vista la fessura obliqua, sentii la voglia di salire, ma non per lasciarmi poi cadere a terra, bensì per procedere oltre, verso l’alto. Una via nuova? Avrebbe avuto senso chiamarla così in quel contesto? Forse no, eppure… avrei potuto facilmente buttare una corda dall’alto e salire senza rischiare nulla, ma la voglia era proprio quella di provare a salire dal basso, l’istinto era quello di scoprire, di provare, di intuire il modo di procedere oltre quei pochi metri iniziali conosciuti e faticosi, di riuscire a creare una linea. Non sarebbe stata una via, ma più semplicemente un tiro di corda che avrei salito con dentro di me tutte le sensazioni, pur se applicate su scala ridottissima, di quel tutto che viene chiamato alpinismo. Più tardi, ritornato sotto la parete guardavo dov’ero riuscito a passare, notavo lo spuntoncino attorno a cui avevo posizionato un buon cordino di sicura, la nicchia nella quale avevo incastrato un grosso friend (grosso sì, ma dalla tenuta dubbia, il classico sostegno morale), più sopra l’alberetto su cui avevo rinviato più sicuramente, lo strapiombo aggirato all’esterno e, infine, la paretina e il camino finale.

Mi venne alla mente il professore dell’Istituto Tecnico Industriale che si sforzava di farci capire con esempi alcuni principi base di quella materia fatta di neutroni, elettroni, molecole che si chiama Chimica… “una briciola di pane è pane, non vi sfama, ma dal punto di vista chimico le molecole che la compongono sono le stesse…”. Era come se fosse lì con me il buon vecchio e simpatico professor Giovannini, sembrava dovesse spiegarmi ancora qualcosa: “… questa salita che hai fatto è come una briciola di alpinismo, ne è una molecola, perché salendo ne hai assaporato tutti gli ingredienti che lo compongono…”. Già, una molecola di alpinismo... dev’essere proprio per quello che la ricordo con tanta intensità ed intima soddisfazione.     

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venerdì, 09 maggio 2008

ADDIO GRANDE VECCHIO

postato da mauroloss alle 12:30 in alpinismo, storia dell alpinismo
Bruno Detassis, il Re del Brenta, il patriarca degli alpinisti trentini si è spento, ieri sera nella sua casa di Madonna di Campiglio.
Bruno nasce a Trento nel 1910 da una famiglia operaia. Inizia a lavorare come fabbro ancora giovanissimo e al contempo frequenta le scuole serali, poi lavora in fonderia e impara il mestiere di idraulico. Sempre giovanissimo, aveva 16 anni, sale da capo cordata la Normale alla cima Paganella e capisce che la sua vita sarà dedicata alla montagna.
Il Gruppo del Brenta diventerà la sua seconda casa prima gestendo il Rifugio 12 Apostoli e poi dal 1949, il Rifugio Brentei. Il Brenta sarà anche il palcoscenico sui cui Bruno disegnerà i suo capolavori e le sue linee logiche e ardite (la via Trento alla parete nord est della Brenta Alta e la via delle Guide alla parete est del Crozzon di Brenta solo per citarne alcune) su cui l'imperativo sarà sempre il cercare "il facile nel difficile" .
Teatro delle sue realizzazioni non sarà solamente il Gruppo del Brenta con Ettore Castiglioni forma un sodalizio che realizzerà numerose nuove aperture sulle parti delle Pale di San Martino e in Marmolada. Nel 1957 partecipa, assieme ad alpinisti del calibro di Marino Stenico e Luciano Eccher alla prima spedizione trentina in Patagonia.
Sarà, nel 1941, il primo direttore del primo corso roccia della neo costituita Scuola di Alpinismo e Scialpinismo Giorgio Graffer e di cui, negli anni successivi, sarà parte attiva dell'organico.
Oggi il mondo della montagna ha perso non solamente un personaggio carismatico ma una persona che amava profondamente la montagna e soprattutto la rispettava.
 
Ciao vecchio Saggio, Ciao Re del Brenta, Ciao Bruno.

ARRAMPICATA METROPOLITANA

postato da gabrielevilla alle 00:24 in storie

“Scusi, signore…”.

La vocina veniva dall’alto dei cinque metri di quell’angolo di mura storiche su cui andavo ad allenarmi abitualmente all’arrampicata ed apparteneva ad un bambino di una decina d’anni o poco più che si sporgeva a guardare. Io ero più sotto, a circa metà altezza, e distolsi lo sguardo dall’interstizio tra un mattone e l’altro, per rivolgerlo verso l’alto, non appena vi si infilarono le dita della mia mano per fare presa.

“Ma lei si allena per fare l’alpinismo?”.

“Certamente, così quando vado in montagna sono più sicuro” – risposi esplicativo.

“Non sporgerti che altrimenti potresti cadere” – disse una voce, autoritaria ed affettuosa al tempo stesso che proveniva da sopra.

“Vieni a vedere, nonno; c’è un alpinista che si arrampica” – disse il bambino, mentre dietro a lui comparve la figura di un anziano.
Stettero un po’ a guardare, nonno e nipote, mentre io continuai la mia traversata sulle mura storiche. Avevano cominciato i ragazzi più giovani del CAI ad arrampicare su quelle mura, agli albori dell’arrampicata sportiva, prima del boom delle palestre artificiali e dei muri indoor, proprio all’inizio degli anni ’80. Ne parlavano in sezione del luogo dove andavano (un lungo tratto di traversata a fianco del campetto di calcio chiamato della Fulgor) ed un giorno mi ci recai a curiosare e mi piacque quell’allenamento che faceva “acciaiare” gli avambracci. In tempi successivi iniziai ad andare in un tratto di mura vicino a casa, prima ancora che arrivasse il Comune a pulire il sottomura con i fondi ottenuti da un finanziamento statale per la riqualificazione e valorizzazione della cinta muraria medievale della città di Ferrara. Un giorno vi incontrai anche Luigi, un amico arrampicatore del CAI, pure lui lì ad allenarsi visto che abitava proprio di fronte a quel tratto di mura. Ci si divertiva insieme e ci si aiutava a pulire il sotto-traversata dalle erbe, dai rampicanti, e dai rovi che allora crescevano rigogliosi, fino a che ricavammo una traversata della lunghezza di una quarantina di metri che elessi a luogo abituale di allenamento. Quando, in anni successivi, vennero le imprese a riqualificare anche quel tratto di sottomura, il luogo perse tutta la sua riservatezza e quando, infine, fu realizzata la pista ciclabile imparai a scegliere le ore di minore passaggio e al contempo dovetti abituarmi ad essere osservato dai passanti. Un pomeriggio si affacciò da sopra una vecchietta che, vistomi faticare, mi chiese se volevo che mi allungasse una mano per aiutarmi a salire. Un’altra volta si affacciò un ragazzo e rimase lì, seduto sopra la mura, a parlare a me che ero sotto ad arrampicare, invisibile a chi passeggiava sopra che, certamente, lo avrà preso per matto. Altre volte ancora erano i ragazzini che venivano a giocare a tennis nel campetto adiacente che mi chiedevano se potessi rilanciare su le palline che finivano accidentalmente nel sottomura, evitando loro di fare tutto un lungo giro. Spesso spuntava la testolina del bambino assieme al nonno e, a volte, con gli amichetti con i quali giocava a pallone sui giardini ed a cui mi indicava spiegando loro che ero un alpinista che “si allenava per andare sulle montagne”.
Un giorno aspettò che mi avvicinassi verso di lui e poi, timidamente, disse:
“Scusi signore, potrebbe mica venire a darmi un aiuto?”.
Arrivai fino all’angolo e salii nel diedro fino ad uscire nel sopra mura e mi feci spiegare in cosa potevo aiutarlo.
“Il mio pallone è rimasto impigliato nei rami di un albero, ma lei sicuramente riesce ad arrivarci a prenderlo”.
Non potevo certo deludere tanta fiducia, così lo seguii nel prato dove attendeva il nonno. Il pallone era a circa quattro metri da terra, impigliato nei rami dell’albero di cui non conoscevo il nome, ma la cui forma mi agevolava in quanto i rami risalivano quasi verticali a fianco del tronco, avrei solo dovuto afferrarmici ed issarmi verso l’alto fino ad arrivare al pallone. Fu sufficiente dare un colpetto al pallone da sotto in su perché di disincastrasse e cadesse terra. Ridiscesi mentre il bimbetto cominciò a ringraziarmi visibilmente soddisfatto di avere risolto il suo problema con il mio aiuto. Mentre mi allontanavo, a mia volta soddisfatto di essermi reso utile, sentii la voce del bambino che diceva allegra:

“Hai visto, nonno, che fortuna avere un amico alpinista?”.

Beh, l’allenamento al “magnifico inutile”, una volta tanto, si era rivelato utile a recuperare un pallone ed a far felice un bambino.

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mercoledì, 07 maggio 2008

NUVOLE NERE

postato da mariocrespan alle 11:54 in ritorni a valle
Prima o dopo ci sarei andato, da sempre lo sapevo e finalmente, luglio 1987, infilai la via di Saint-Moritz e del Julierpass – luoghi segantiniani – giusto itinerario per l’Alsazia. Mi sarebbe bastato uno sguardo di passata – dicevo tra me – niente più che una fugace impressione. Speravo di poter avere ugualmente l’opportunità di cogliere, in linee d’orizzonte e profili di montagne, una scossa, un brivido, una vibrazione. E subito, al passaggio di Pontresina, il pensiero andò a quel pomeriggio del 28 settembre 1899, su alla capanna dello Schafberg. Il miglior commiato dalla vita che si possa immaginare.
Da dieci giorni si trovava lassù ­– a più di 2700 metri di quota – il più geniale dei pittori di montagne. Assieme a un gruppo di volonterosi, tra i quali il figlio Mario e Baba, la governante di casa, si era portato fin là in alto (mille metri di dislivello!) il secondo dei tre grandi quadri del Trittico della Natura, un enorme telaio di quattro metri per due e mezzo – la natura, il divenire – e lo aveva collocato, con opportuni ripari, proprio sulla cresta nord-ovest del Piz Muragl. Forse – chi lo sa? – uscito a notte per una puntata su, verso la cima del monte, a oltre tremila metri, dove voleva studiare ancora e ancora i riflessi iridescenti dell’alba sulla neve per carpirne il segreto e trasfonderlo nel colore scomposto in filamenti elementari, forse lì una violenta sferzata di gelo lo aveva colto e ne aveva segnato la fine. Non era semplice pittura en plein air, la sua, era molto di più. Meditazione e rivolta umanitaria, passione senza limiti, voglia di verità. E quasi non bastandogli la tecnica divisionista – strati su strati di colori primari pervasi da candide linee di forza – vi aggiungeva oro e bianco, e scatenava contrasti violenti per esaltare la luce. Ma da lassù, dallo Schafberg, eccezionale punto panoramico sull’Engadina, non cercava il drammatico dialogo di nubi e sole già presente in altre opere e in uno stesso episodio del Trittico. Stavolta il cielo era assoluto e raggiante, immediato, occupava più di metà della tela e rimbalzava addosso alla terra popolata di montagne ma già oscurata nei colori dell’autunno. Egli aveva voluto il quadro lì, accanto a sé, giorno e notte, e forse, oltre che dalle sue pennellate, intendeva farlo compenetrare direttamente dalla fiammeggiante energia risucchiata in quota. Morì lassù, dopo pochi giorni, guardando le montagne dalla finestra – toccante epilogo degno di un film, ma del tutto reale – cogliendo l’ultimo tramonto sulle creste di oltrevalle che, nel dipinto, rimasero incompiute. Non riesco a pensare a sorte più generosa.
Da Pontresina salii al vicino Museo Segantini, a ritrovare nel Trittico quel medesimo paesaggio, il vasto cielo aperto e totale. E quindi, tralasciando la strada del Julierpass, volli spingermi fino al Passo del Maloja, e poi ancora giù fino alle porte di Soglio, allo sbocco di Val Bondasca, per riconoscere i profili di Sciòra – Torri del Vajolet di granito – scenografia della prima composizione del Trittico appena ammirata e dedicata alla Vita, all’essere. Alla fine, ripreso l’itinerario stabilito, il transito per Savognin concluse quel primo, e finora unico, contatto con luoghi, forme, orizzonti, colori dell’ultima dimora segantiniana. Nella sala del museo mi era rimasta impressa una nuvola, terribile presenza nella terza opera del Trittico, intitolata alla Morte. Una nuvola grande e densa, greve, scura sui lati e ancora più scura al di sotto di un rigonfiamento pressoché sferico e luminosissimo, una nuvola che sparge un’ombra errante al piede delle montagne innevate, esaltando il sole dell’alba. Una nuvola pesante che sembra gravare addosso a una cima che invano tentai di identificare, poi, guardandomi attorno nel breve e troppo rapido andirivieni in quell’angolo di Engadina. Una nuvola che non mi è più uscita di mente, e che ogni tanto si riaffaccia con incredibile forza a muovere dubbi e ad insinuare commiati.
 
Oggi – 2008 – a più di vent’anni di distanza, permane negli occhi quella medesima nuvola nei sussulti di un aprile instabile e inusuale. Nel cielo insiste l’oro del primo abbozzo di primavera che, dalla fine di febbraio, riprende a scaldare il cielo nel tardo pomeriggio, una luce abbagliante che nei quadri di Segantini è sovente protagonista. Ma insistono anche nubi in violento controluce, bordi chiari e bruciati a isolare masse scure e minacciose, la temperatura ondeggiante tra le code di un magro gelo tardivo e gli abbandoni del rigoglio annunciato. Ecco riaffiorare i motivi simbolici del Trittico – la luce, la natura, i ritorni, il divenire, le passioni, il tempo, la vita, la morte – le tematiche dell’opera che accompagnarono Segantini fino al limite del grande salto; le stesse della sua vita d’artista che ora – trasportate da nuvole nere – continuano a giungermi dai cieli del Grappa e del Tomàtico come stilettate o lacerazioni, l’uomo in bilico, intento a reggere il cammino su insidiosi crinali. Nuvole nere sospinte da rutilanti sfere di luce dorata qui a riproporre il colmo della felicità o la tragedia dell’indifferenza. Nuvole nere d’aprile che mi hanno trasmesso segnali precisi, la necessità, l’urgenza di rimettere lo sguardo in Engadina. Sarà per la prossima estate, ho deciso. Per rivivere la nuvola del Trittico, per ripercorrere la vicenda esistenziale di Segantini prendendomi il tempo necessario, poco importa se troverò strade, seggiovie, funivie a devastare il luogo del suo solenne trapasso. Vanno, vengono, ritornano – le nuvole – come ci ricorda un altro poeta. Sono il visibile respiro dei nostri giorni terreni.
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sabato, 03 maggio 2008

GIORNI PIENI DI SOLE, LUCE E FUMO

Cari amici di intraisass e intotherocks,

i nostri meteorologi, classici e culturali, preannunciano giorni pieni di sole, luce e fumo.

Eccovi due date fondamentali per il nostro futuro:

Cervino SMoKy by foto Carlo Paschetto - Grafica LorenzoLivioSgrevaDomenica 11 maggio: prima accensione simultanea di The Sad Smoky Mountains. Dal sito ufficiale trascrivo le modalità di esecuzione al momento ipotizzate: ACCENSIONE PRINCIPALE SIMULTANEA - DOMENICA 11 MAGGIO ORE 13.00 l.t. - Come per ogni evento culminante con un grado massimo (l'accensione principale simultanea), sono consentiti preludi ed epiloghi, pre-accensioni e post-accensioni, a seconda delle condizioni alpinistiche, meteorologiche e organizzative dei numerosi gruppi impegnati sulle diverse montagne. Pre-accensioni e post-accensioni sono quindi possibili in prossimità della data indicata se non si può fare altrimenti o ci si trova in zone remote raggiungibili in un determinato periodo (alcuni alpinisti sono impegnati in questo momento in montagne difficili da raggiungere e programmate per questo periodo): importante è documentare e veicolare le accensioni avvenute scrivendo e inviando il materiale al centro di raccolta dati
sadsmoky@antersass.it. Prevediamo, dopo consultazioni avvenute, alcune PRE-ACCENSIONI DI AVVERTIMENTO nelle zone cittadine, collinari o pedemontane di facile accesso come nelle Colline attorno a VICENZA dove è prevista una pre-accensione persabato 10 maggio ore 19.00 l.t. (orario di ottime condizioni di luce e di grande visibilità dalla città).
Perciò, per chi vuole partecipare alla prima accensione (che ha avuto una partecipazione e un coinvolgimento nazionale e internazionale davvero imprevedibile e straordinario), datevi da fare, iscrivetevi nella lista: sarà un'accensione crediamo memorabile e non parteciparvi, col senno di poi, potrà risultare un'occasione persa, non più ripetibile.

COPERTINA intraisassblog3Domenica 1 giugno: riunione dei blogger di intraisass e presentazione ufficiale di intraisass3 a Malga Sorgazza, in Lagorai. E' uscito infatti dalle stampe in questi giorni e sarà presto distribuito l'atteso nuovo volume cartaceo di intraisass, con un nuovo formato e dedicato alle due piattaforme blog in cui il progetto originale si è evoluto. Scritti di Maria Luisa Nodari, Franco Michieli, Mauro Corona, Mario Crespan, Luca Visentini, Gabriele Villa, Mauro Mazzetti, Davide Sapienza, inediti di Paola Favero, Leopoldo Roman, Lorenzo Massarotto, Valery Babanov, Luca Matteraglia, Alessio Roverato, Alessandro Baù, Daniele Geremia, Orietta Bonaldo, Hans Peter Eisendle, le news di Carlo Caccia, il tutto coordinato dai nostri Paola Lugo e Lorenzo Livio Sgreva, con la copertina costruita su due celebri scatti di Loris De Barba e che in anteprima pubblichiamo qui a fianco. Insomma, un alpinismo che resiste e una rete resistente, giunta oramai al 9° anno di vita. Ecco, questa volta niente presentazioni teatrali, niente palcoscenici artificiali, ma un ritrovo in ambiente, quasi una festa che cercheremo di costruire su uno dei luoghi simbolo della nostra passione, nel cuore del Lagorai ospitati da Maurizio ICE Caleffi e Carla tra le pieghe del loro sogno, Malga Sorgazza, a cavallo del fine settimana che ha come centro DOMENICA 1° GIUGNO e che potrà avere come prologo, per stare ancora di più insieme, il sabato prefestivo e come epilogo lunedì 2 giugno, giorno di festa nazionale.
Che altro dire, se non "citare la citazione" che chiude la prefazione del nuovo volume, tratta da Il libro dell'inquietudine: «la vita è un viaggio sperimentale fatto involontariamente». Così fu, così sia.

Vi aspetto numerosi sulle tristi montagne fumanti e nel gioioso weekend di Malga Sorgazza.

LA CORRENTE DI PASSO

postato da gabrielevilla alle 00:27 in storie, varia

Venivamo da una settimana di arrampicate, io e il mio amico Alberto ed era l’inizio di agosto del 1999. Avevamo fatto base all’alberghetto La Baita presso Andraz e da lì partivamo per le nostre arrampicate giornaliere verso il Piccolo Lagazuoi, le Torri di Falzarego, la zona del Nuvolau, il Pissadù verso Corvara. Arrampicavamo rigorosamente a comando alternato su vie di difficoltà fino al quarto grado superiore e l’intento era di “irrobustire” un po’ il curriculum alpinistico del mio amico Alberto che intendeva presentare la domanda per partecipare alla selezione per aiuto-istruttori organizzato dalla nostra Scuola di alpinismo intersezionale. Fummo abbastanza fortunati con il tempo meteorologico ed avevamo messo insieme sei viette e stavamo andando, ultimo giorno di quella vacanza, verso i Lastoni di Formin per una via corta e semplice perché le previsioni davano temporali in arrivo e non volevamo correre rischi con i fulmini. L’avvicinamento avrebbe richiesto però almeno un’ora e mezza e ciò non ci avrebbe favorito. Partimmo da Passo Giau, raggiungemmo l’omonima forcella e scendemmo nella verde conca che porta a Mondeval mentre già le nuvole cominciavano ad annerirsi ed ammassarsi sempre più minacciose. Passammo nelle vicinanze delle placide mucche che pascolavano o se ne stavano stese a ruminare, ognuna di loro con il proprio campanaccio al collo in modo che il malgaro le possa trovare con facilità nel caso si dovessero allontanare dal pascolo perchè ad ogni movimento anche minimo dell’animale il campanaccio fa sentire il rumore del batocchio che sbatte. Ho sempre pensato che le mucche fossero animali veramente pacifici per poter sopportare quel rintoccare continuo che farebbe saltare i nervi a qualsiasi essere umano in men che non si dica. Quando le mucche sono al pascolo, dunque, non c’è un solo momento in cui non si senta il rumore contemporaneo di decine di campanacci, è impossibile poter percepire anche un solo secondo di silenzio. Ci avvicinammo dunque alle rocce accompagnati da quello scampanio continuo facendo finta che le nuvole non diventassero sempre più nere e minacciose, imperterriti ci imbragammo e preparammo il materiale d’arrampicata e, inevitabilmente, iniziarono a cadere le prime gocce di pioggia. Seguì una fuga precipitosa a cercare ricovero sotto ad una roccia sporgente, mentre i brontolii del tuono cominciarono a farsi sentire. Fu lì, seduti sotto la roccia sporgente, che vedemmo le mucche giù sui prati e ci colpì quel silenzio totale mentre notammo tutte le mucche ferme immobili come impietrite tanto che non si sentiva un solo rumore di campanaccio. Era uno spettacolo spettrale e per noi incomprensibile. Poi la pioggia divenne battente e la nostra roccia cominciò a sgocciolare, ma fu un torrentello che cominciò a rumoreggiare improvviso sopra di noi portando acqua e sassi verso valle che ci fece abbandonare quell’insufficiente ricovero per avviarci al rientro rassegnati ad inzupparci fino alle ossa, mentre le mucche sul prato restavano sempre immobili come impietrite nell’assoluto silenzio.

 

La spiegazione di quella scena cui avevamo assistito venne fornita in seguito da un fascicoletto del Soccorso Alpino scaricato da internet e si chiama “corrente di passo”. In termini tecnici così è spiegato. <A partire dal punto d’impatto del fulmine si formerà un campo di tensione con forte gradiente in diminuzione verso l’esterno. Tra un cerchio concentrico ed il prossimo, a causa della resistenza del terreno, vi è una sensibile differenza di campo elettrico. Se tocchiamo perciò due punti del terreno con tensione differente vi sarà della corrente che attraverserà il corpo, la “corrente di passo”. La corrente minima si avrà toccando un solo punto del terreno, cioè stando fermi a piedi uniti, mentre è maggiore per chi è in cammino. Gli animali subiscono una “corrente di passo” ancora superiore e ciò si rispecchia in un maggior numero di incidenti>. Il disegnino esplicativo che raffigurava un uomo in movimento ed una mucca era più eloquente di qualsiasi altro discorso e spiegava perfettamente la scena cui avevo assistito assieme al mio amico Alberto: le mucche erano perfettamente immobili per sfuggire agli effetti della “corrente di passo”. Ed un conto è leggerlo sul manuale di meteorologia, altro è vederlo raffigurato in una scena silente che ha dell'incredibile.

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lunedì, 28 aprile 2008

DOLOMIA IN POLVERE 3/X

postato da gpcastellano alle 08:08 in volti al volo

IL SACCO DI S.

Dolomiti di Brenta, anni fa.

Stiamo risalendo le scalette infinite del sentiero attrezzato che dal Tuckett porta all’Alimonta. Non è un percorso difficile, pertanto abbiamo lasciato negli zaini imbraghi e moschettoni. Chi di noi, d’altronde, non ha mai salito una scala a pioli per montare in soffitta, o sul ciliegio dei nonni?

Ad un tratto intravedo un’ombra che dall’alto scivola giù e mi accarezza lo zaino. Sento un tonfo sordo, un altro e ancora un altro. E silenzio, dopo.

Tutto attorno il Brenta scintilla nella mattina fresca.

Chi è caduto? Chi c’era sopra di me?

Si sa che le comitive numerose si allungano ed accorciano, per sentieri facili. Acceleri, rallenti, stai al passo per finire un discorso, oppure allunghi per distendere le gambe. Tanto, ci si ritroverà al bivio, o al collo di bottiglia.

Chi c’era sopra di me? S.? Possibile? Proprio lei?

In una parola è impossibile definirla. Con una metafora, forse sì. “Una mezza damigiana di vino aspro”. Così l’aveva classificata un amico, il più faceto della compagnia. Ma c’era invidia nella definizione. Derivante dall’essere stati superati in produzione di arguzie e corrosività di pensiero.

Tenere dietro alla chiacchiera di S. è impossibile. Non c’è competizione. E’ come affrontare il mitologico pernacchiometro a 36 canne con una misera trombetta da Capodanno.

Eppure… come si fa a rinunciare ad una compagna di gita così?

Sono misteriose le interazioni tra le persone. La prima volta con lei ci siamo augurati che la gita finisse presto, senza spargimento di sangue.

Poi ti accorgi che le impressioni ed i ricordi più vivi sono legati alle battute sdrammatizzanti, alle osservazioni infondate che ti fanno scendere dal trono di paladino duro, puro e retorico della Lotta con l’Alpe.

Ed un po’ alla volta ti rendi conto che S. è utile, dilettevole e quasi indispensabile. Perché un mazzo di carte taroccato rende le partite più imprevedibili ed interessanti. Più pragmaticamente, ci vuole qualcuno che al rifugio dica ad alta voce che le razioni sono miserrime, o i cesso laidi da far schifo.

In breve, è necessaria S. come testa d’ariete per scompaginare i luoghi comuni per cui in silenzio si sopportano disagi, fatica e tempo brutto “pour le plaisir”.

Ed ora S. è passata volando dietro la mia schiena, e si è schiantata sotto, al fondo della scaletta.

“Chi è caduto?”

Io no” “Io no” “Io no”…

Ovvio. All’appello gli assenti non rispondono.

“Io no, perché?”

Ma questa è lei! Ed allora, se siamo tutti qui, sani e salvi, che è successo?

“Il mio sacco a pelo! IL MIO SACCO A PELO! IL MIO PREZIOSISSIMO SACCO A PELO!”

Il mistero è chiarito, possiamo tirare un (breve) sospiro di sollievo. Il sacco di S., male assicurato allo zaino, si è sfilato ed è volato giù per tutta la scaletta. Seguono chiacchiere, brontolamenti, teorie sulla corretta composizione e chiusura di sacchi, bagagli e valigie. Lo strepito sale, possibile che tra tutti i valenti ed eroici alpinisti presenti nessuno sia in grado di recuperare un sacco a pelo di dubbia provenienza e frequentazione? K. si offre di scendere a prenderlo, calandosi alla corda fino alla cengia poco sotto. Ritorna con il sacco ed uno splendido geode di cristalli di calcite.

Ecco, se non fosse stato per quel sacco, non avreste mai e poi mai trovato i cristalli!”

E’ l’immancabile e imprevedibile chiosa alla rievocazione dell’evento, la sera stessa, seduti alla tavola del Pedrotti. Di chi le parole? Occorre dirlo?

24 aprile 2008, Bolzano. Tra squarci di azzurro la neve si scioglie al favonio.

Disclaimer: come per gli altri racconti della serie “Dolomia in polvere”, tutto ciò che leggete è veramente accaduto. Alcuni nomi di persona sono riportati per intero, altri solo puntati. Non c’è logica o studio in questo, solo differenti rapporti con le persone stesse. Mi auguro che nessuno si senta urtato, sminuito o messo in cattiva luce nel leggere di sé. Il mio intento non è quello.

Honi soit qui mal y pense”

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domenica, 27 aprile 2008

PAESI E AMORI (VOLUME III)

postato da lucavisentini alle 09:57 in il paese

Mi sentivo un drugo alla Kubrick in sella alla gloriosa MV Agusta 350 bicilindrica che tagliava le curve della litoranea in Gallura e puntava le file di suore impaurite nonché sobbalzanti. E pensare che prima di venire a trovarti non mi ero allontanato più di tanto dalle contrapposte sponde del Piave, di qua e di là dov’era un’osteria, un'osteriiiaaa! E che rientrando poi su dalla Marca trevigiana fra le mie dolomie sarei passato addirittura ai Sex Pistols! Ma intanto lì a Santa Teresa con te, giovane e spoglia, ascoltavo Loy e Altomare: «Quattro giorni insieme, a far l’amore come matti, a cucinarci gli spaghetti lalala lala lalalala...».

 

Mio caro amore (III) sai che c’azzecca la moto coi monti, con Intraisass? La moto è come il cavallo. È libertà. È da uno e hai presente piuttosto l’effetto di due sopra lo stesso cavallo? Sì, perfino sui monti incontri in processione i cajani che se vai svelto t’inseguono e se rallenti van dentro di testa al tuo zaino. Ma puoi andare anche da solo. Puoi, rischiando il giusto, scartare. E comunque sia pure tu Silia in quell’estate calda e ventosa senza l’obbligo del casco, nel ’76, pressoché in capo alla Sardegna avevi la pelle del mare.

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venerdì, 25 aprile 2008

LE FAVE DI GILARDON

postato da gabrielevilla alle 23:09 in storie

Ci sono tanti modi di accorgersi dell’arrivo della primavera. Quest’anno, ad esempio, il primo segnale mi è arrivato dalle violette che l’anno scorso sono comparse per la prima volta nel cortile ghiaiato del mio condominio in piena città e sono rifiorite quest’anno ancora più numerose, quando ancora l’inverno non dava cenni di volersene andare. Ci sono anche altri modi, magari un po’ meno “romantici”, per accorgersi del ritornare della stagione dei fiori, chessò, magari andando a fare la spesa al supermercato o dal verduraio e notando il comparire di certe primizie. Negli ultimi tempi vado abbastanza spesso al supermercato per conto di mia madre che non è più in grado di girare con le sporte della spesa ed anche per conto della famiglia di cui sono “l’incaricato” dei vini e, saltuariamente, del latte e dei sottaceti. E’ stato così che mi sono accorto del richiamo irresistibile che hanno su di me le fave e non manco mai di comprarne un sacchetto per poi mangiarle in olio, pepe e sale e immancabilmente il pensiero ritorna a tanti anni fa ad un ricordo apparentemente insignificante e che pure ritorna ogni volta che vedo i verdi baccelli.

 

Sopra la conca di Cortina d’Ampezzo, salendo verso il Passo Falzarego, si incontra una frazioncina che si chiama Gilardon e proprio lì abitavano lo zio Aldo, la zia Gisa e mia cugina Silvana in una casa grande con più appartamenti ed annesso fienile alla cui porta d’entrata si accedeva attraverso un vòlto in muratura contornato da fiori e rampicanti. Era veramente inconfondibile, tant’è che quando mi capita di ripassare di lì in auto riconosco ancora la casa a quasi cinquant’anni di distanza. Lo zio Aldo aveva un’officina giù, a fianco del Boite, dove lavorava il ferro battuto e dicevano che era un bravo artigiano. Aveva lavorato anche alla costruzione della funivia del Faloria e quando lo sentivo raccontare, a me adolescente, faceva l’effetto di un racconto mitologico tanto che, ancora oggi, “funivia del Faloria” suona mitico, come, chessò, “cannoni di Navarone” o “colonne d’Ercole”. Doveva essere estate ed io ero ospite degli zii assieme a mia madre e ricordo che, verso sera, mandavano Silvana e me a prendere il latte appena munto ad una stalla distante circa un chilometro dalla casa. Passavamo sotto il voltino fiorito e ci avviavamo con la nostra “candolina” lungo la strada bianca in discesa fino alla stalla dove il contadino ce la riempiva e poi ritornavamo. Al ritorno imboccavamo una scorciatoia attraverso i prati che Silvana mi aveva insegnato, per arrivare direttamente a casa senza rifare la strada, ma il fatto è che il viottolo passava al fianco dei campi coltivati e, guarda caso, in uno di questi c’erano le fave di cui, immancabilmente, facevamo una scorpacciata. Ma evidentemente eravamo stati notati ed una sera, appena rientrati in casa, la zia Gisa ci chiese molto insistentemente che strada avessimo fatto, se fossimo passati vicino al campo di fave e se ne avessimo mangiate. Io tacevo e Silvana negava decisamente e più la zia insisteva a chiedere e più lei negava, finchè cominciarono a volare sberle perché era chiaro che il proprietario del campo si era lamentato con la zia per le nostre “sottrazioni indebite”, che lei probabilmente ci aveva tenuto d’occhio nel nostro percorso e quella bugia, quel voler negare l’evidenza, la faceva arrabbiare ancora di più. Nelle sere successive andammo ancora a prendere il latte con la “candolina”, ma non imboccammo più la scorciatoia fra i campi, ritornavamo immancabilmente per la strada bianca e ripassavamo sotto al voltino fiorito, di certo pensando alle fave del campo ed a quanto sarebbe stato piacevole farne un’altra scorpacciata.

 

Oggi, quando mangio le fave, oltre a gustarmi il loro sapore ritrovo sempre il piacere di quel lontano ricordo di Gilardon e mi meraviglio di come certi episodi, almeno apparentemente di marginale importanza nel percorso di una vita, siano rimasti così indelebili nella mia mente.

Non trovo una risposta precisa, sento solo il piacere di ripensarli e di ricordare le persone cui mi tengono legato e con cui li ho condivisi.   
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giovedì, 24 aprile 2008

56° TrentoFilmFestival Montagna-Esplorazione-Avventura

Si tratta del più antico ed acclamato festival internazionale di film dedicati appunto alla montagna, all'esplorazione e all'avventura. Il programma presenta ogni anno una ricca selezione di film, di fiction e di documentari, di ogni genere e formato, che spaziano dai temi e dalle vicende più strettamente legati alla montagna e all'alpinismo, fino a quelli ambientali, sociali e storici, con una proposta eclettica di opere che hanno come costante e sfondo i paesaggi montani, esotici o estremi. Oltre al programma cinematografico, il festival propone anche incontri, mostre, spettacoli e “MontagnaLibri”, rassegna internazionale dell’editoria di montagna, punto di riferimento per il mercato editoriale del settore.” Così recita il sito ufficiale del 56° Trento Film Festival che si svolgerà a Trento dal 26 aprile al 4 maggio.
 
L’alpinismo e gli sport dell'avventura non mancheranno nel programma di questa 56° edizione di Trentofilmfestival, più di un terzo delle opere in concorso affrontano i temi dell’alpinismo e dello sport dell’avventura, tra cui vale la pena di ricordare una ricostruzione della drammatica ascensione alla parete nord dell'Eiger del 1936 da parte di Toni Kurz e il ritratto dell'alpinista Catherine Destivelle realizzato con spettacolari riprese sulle cime del Gruppo del Monte Bianco.
Ad appuntamenti con temi difficili come la morte in montagna in film che rievocano la tragedia del 1996 sull’Everest o che cercano di far riflettere sul prezzo che si deve, a volte pagare, pur di realizzare una conquista, fanno da contraltare l’impegno di un gruppo di giovani nepalesi non vedenti nel compiere alcune ascensioni attorno all’Everest o documentari sulla storia dello sci estremo con interviste a molti protagonisti o videoclip e filmati in cui l’adrenalina dettata dall’azione, dalle discese di canyoning, dai voli in parapendio, dalle discese in snowboard, si respira a pieni polmoni. Grande spazio hanno pure tematiche di ampio respiro che affrontano i temi dell’inquinamento che colpisce anche le zone più incontaminate dell’Artico e la devastazione ambientale che si sta concretizzando negli immensi spazi ad ovest delle Montagne Rocciose dove l’industria petrolifera, grazie alla compiacente amministrazione Bush, sta letteralmente cambiando il paesaggio di intere aree. Non mancano nemmeno le tematiche naturalistiche con un film in cui l’orso, simbolo del Festival di quest’anno, ne è il protagonista e che si spera possa aprire un’ampia discussione, aperta ad opinioni diverse, sulla questione della convivenza tra l’uomo contemporaneo e la natura selvaggia.
Non ci si può dimenticare dell’importante evento sportivo legato al Trentofilmfestival: la tappa della Coppa del Mondo di arrampicata – velocità, domenica 27 aprile, in Piazza Duomo. Uno spettacolo sportivo che vuole animare il centro di Trento ed a cui parteciperanno i migliori specialisti di questa disciplina. Infine non si possono scordare le tre serate alpinistiche di domenica 27 aprile che vedrà Pietro Dal Prà, polivalente alpinista vicentino condurre una serata sull’Alpinismo in solitaria con ospiti d’eccezione quali Silvia Vidal alpinista catalana specialista di solitarie sulle grandi big wall himalayane, Hansjörg Auer e Rossano Libera. La seconda serata, giovedì 1 maggio, sarà condotta da Simone Moro ed è dedicata all’Alpinismo russo anche qui gli ospiti saranno d’eccezione mentre venerdì 2 maggio, Pietro Crivellaro ci farà conoscere meglio un grande alpinista francese Pierre Mazeaud.
 
Maggiori notizie sul sito ufficiale: www.trentofestival.it