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domenica, 06 luglio 2008

AL VAIOLET 8/10

postato da lucavisentini alle 17:05 in il paese

Non capisco perché

tutti quanti continuano

insistentemente a chiamarmi Donatella

oh oh oh oh bella!

 

Scendevo sempre più spesso dalle camere in affitto nel sottotetto all’appartamento del vecchio Jan e delle sue tre figliole che dopo avermi accolto, io ancora sulla porta, con un distante ma famigliare “Sera l’usc!”, subentrato all’iniziale “Chiudi che c’è corrente!”, erano magari intente lungo il balcone della cucina a conteggiare le “oh” del motivo in questione per riuscire a ricantarlo dopo averlo ascoltato alla radio. Aveva ragione la più piccola, Giliola, dieci anni d’età in quella mia terza estate da loro a Vigo di Fassa: erano quattro. Le “oh”. E la Rosy, che insisteva con le sole tre lette in un approssimato testo di “Ragazza In”, inutilmente ci provava. Davo manforte dunque alla prima. Finché la Lore, ritirando le lenzuola per stirarle, ci zittiva e concludeva: «Meglio cento lenzuola che una camicia!».

Le camicie le indossava il papà, frequentemente via con il taxi. La Lore era più facile che fosse giù a San Giovanni, all’asilo. E io negli anni, per cinque mesi all’anno, le avevo oramai passate tutte, le stanze: la 1 della professoressa d’agosto quando non era agosto, la 2 con i letti separati, la 3 con il matrimoniale buono per l’amore, la 4 idem però meno appartata e la 5 con più posti anche per gli amici. Mi ero autoproclamato quindi “Il re delle camere”. Per tutta risposta mi assegnarono ad un certo punto, data la confidenza, un ripostiglio con una rete e un piccolo lucernario che io chiamavo “Il gabbiotto”.

Quando non andavo in montagna o era appena rientrato da un giro di più giorni mi attardavo nel letto, al mattino. E alle 9, immancabile, cominciava la sceneggiata. Le sentivo salire su all’ultimo piano, le due pesti, riconoscevo il brontolio della Rosy e immaginavo lo sguardo perso di Giliola. C’era da rifare le stanze e la prima s’innervosiva ancor di più con la seconda perché mentre lo tiravano ben bene a quest’ultima scappava sistematicamente il lenzuolo dalle mani. Era la volta poi delle docce e Giliola, i guanti gialli sin quasi alle ascelle, tentava un’inutile rivolta per non raccogliere i peli dei clienti, peggio se tedeschi, dagli scarichi. La Rosy a quel punto non ci stava più dentro e nel pieno del battibecco io aprivo allora la porta del gabbiotto e scagliavo le mie espradillas in direzione dei bagni esclamando: «Fate silenzio, il re delle camere sta dormendo!». Dovevo infine richiudere la porta velocemente dato che i proiettili mi sarebbero tornati in un batter d’occhio nel gabbiotto con un corale: «Riprenditi i tuoi ciuzé puzzolenti, re delle camere!». Ma bon, potevo alzarmi. E loro facevano la pace.

Le alleanze cambiavano di continuo e poteva succedere che Giliola ed io staccassimo furtivamente il poster di Alberto Camerini (quello di “Rock’n’roll robot” e di “Tanz Bambolina” tanto per intenderci...) da un muro della stanza della Rosy e lo applicassimo all’asse del cesso di famiglia per godere nel sentirla strillare al momento del fatidico rinvenimento. O che per infierire sui suoi presunti chili di troppo, lei diciottenne, scrivessimo una letterina a Ragazza In spacciandoci per una cicciottela di Vigo in difficoltà nel trovarsi il moroso e la firmassimo “Botticelli ’63”. Altrimenti eravamo io e la Rosy, a pranzo, che alla parola d’ordine “Achtung: Radarino!” smettevamo all’improvviso di ragguagliarci sulle vicende sentimentali di questo o quella, in paese, costringendo Giliola a riabbassare le antenne e a rituffarsi delusissima nel piatto. O che la redarguivamo quando ritardava a tornare dal caseificio e la sorprendevamo lungo la salita di casa, il secchiello del latte in mano, a chiacchierare con le amichette o a guardare le partenze e gli arrivi della funivia del Ciampedìe semplicemente immersa nelle sue fantasticherie. Conservo alcuni biglietti di quel tempo. In uno, firmato “Lola” e rivolto ovviamente anche alla Rosy, sta scritto: «Carogne!». Su un altro, lasciato da me in partenza per le Marmarole nel gabbiotto con l’appunto: «Rosy o Giliola, per favore, potete chiamare Giorgio (il nostro grande amico vetraio...) e prendere le misure del lucernario: s’è rotto», loro stesse hanno aggiunto: «Dì pure: l’ho rotto!».

Riguardo alle mie donne, tutt’e tre le sorelle non sono mai state tanto tenere. Poi si affezionavano, ma sull’inizio si mostravano spietate. E giugno era il mese buono per le donne. Arrivavano le stagionali, nei primi giorni smarrite e vulnerabili. I valligiani single lo sapevano perfettamente e si appoggiavano ai banconi dei locali, spingendosi fino al Vallés o al Falzarego, con il piglio di Giancarlo Giannini nei film della Wertmüller. Io avevo messo gli occhi, un anno, su una certa Nadia. Non dovevo allontanarmi troppo, peraltro. Lavorava al Bar Sport, proprio giù da noi. Un saluto, un caffè, un sorriso, sembrava quasi fatta. Così che nel tardo pomeriggio in cui rientrando la vidi per caso sul balcone della cugina delle tre sorelle – la cugina con lei, le tre sorelle sul loro di balcone, dirimpetto, i cavi della funivia con le cabine avanti e indietro giusto nel mezzo... – decisi di piazzare il colpo. Deviai nella salita e mi portai sotto di lei. Le chiesi: «Questa sera al cinema di Predazzo danno un bel film, vuoi venire con me?». La cugina, discreta, guardò a Vaél. Nadia stette per qualche secondo zitta e poi scuotendo decisamente il capo mi rispose con uno squillante: «No!». Io balbettai: “Ah, non fa niente allora, ciao!» e ripiegando verso casa scorsi il malefico terzetto vigliaccamente rannicchiato dietro la ringhiera e lo sentii sganasciarsi dalle risate.

Benedetta fu invece l’impresa di pulizie “Le tre sorelle” un altr’anno. Avevo preso in affitto un appartamentino, a Vigo, per ben dodici mesi. E alla fine di ogni mese lo riducevo in condizioni igieniche allarmanti. Chiamavo quindi in soccorso la menzionata ditta e loro accorrevano prontamente e lo rendevano di nuovo vivibile in meno di un’oretta. Con Giliola, disponendo sempre di una bottiglia di coca cola famigliare nel mio frigo, me la cavavo poi con una sua breve visita giornaliera e con un bicchiere di conseguenza, come prescritto dal dottore, al dì. La Rosy, priva ancora della patente, la dovetti accompagnare ad un concerto di Edoardo Bennato a Bolzano, ritrovandomi da solo per due ore e mezza di musica tra i ragazzini davanti al palco intanto che lei limonava di brutto nel fondo della piazza con un ulteriore moccioso. E con la Lore ricevevo per una volta alla settimana pure il suo fidanzato, il Giamba, e i numerosi amici del medesimo. Fortuna che venivano di mercoledì, nell’autunno in cui Rai 2 trasmetteva le quattordici puntate di “Berlin Alexanderplatz” di Rainer Werner Fassbinder. Il protagonista di tale affascinante mattonata, tratta da un romanzo di Alfred Döblin, si chiamava Franz Biberkopf. E sebbene fosse un briccone tragico e sconfitto, piaceva a me e ai fassani lì presenti anche perché iniziava ogni sua frase con: «Bisogna che...». Lo adottammo. E non so più per quanto tempo andammo avanti fra di noi a dire: «Bisogna che torniamo giù a Moena», «Bisogna che ridiamo una bella ripulita a questa casa», «Bisogna che la lasci entro l’inverno ché mi sa che non sopporto gli skiatori»...

Della piccola Giliola, in particolare, mi piace ricordare ancora che per un giorno fui suo tutore legale. Successe nell’occasione in cui doveva recarsi per un appuntamento dal dentista a Garmisch, in Baviera. Un po’ fuori mano, ma quel dentista preferiva skiare nelle Dolomiti e lo conoscevano. Il vecchio Jan non poteva accompagnarla, poiché si era impegnato contemporaneamente a riportare con il taxi la professoressa d’agosto ad Ora per riprendere il treno. La Lore stava all’asilo. E l’esame per la patente della Rosy era di là da venire: nella circostanza condurrò quest’altra alle sei del mattino a Falcade in tempo per la prima corriera diretta a Belluno... Restavo dunque disponibile soltanto io. Con il padre, al municipio di Vigo di Fassa, firmammo la delega e le carte ufficiali per l’espatrio. Mi divertii un sacco. Mi sembrava di essere, in viaggio per più Stati sulla Renault 4 con una bambina, in “Paper Moon”. Attraverso Carezza e la Val d’Ega le dissi in partenza: «Sei nelle mie mani per 24 ore: dovrai obbedirmi ciecamente». E lei, sorridente: «Tranquillo, Luchino, conosco un posto a Garmisch dove si mangia da Dio». Ho sempre gradito la cucina tradizionale ed ero incuriosito, non essendo mai stato in Germania... Passammo il Brennero. L’Austria. A Garmisch la aspettai fuori dallo studio e rimirai le nuove montagne. Uscì trionfante. Era andato tutto bene. E mi portò entusiasta, prima del lungo ritorno, in un McDonald’s!

Giliola è venuta a trovarmi lo scorso settembre con la Rosy e i rispettivi mariti e i quattro figli in totale, dopo una visita alla diga del Vaiont, a Cimolais. Il tempo a mala pena per un tè da me e per un gelato in paese. E lo abbiamo poi fatto, del mio attuale paese, un rapido giro. Erano trascorsi tanti di quegli anni... Li avvertivamo, tutti. Però per un istante me la sono ritrovata di fianco ed ho intuito che era partita nuovamente per i suoi pensieri. «Stai considerando che qui c’è poco o nulla, vero?», le ho domandato. E lei, annuendo vistosamente, è scoppiata a ridere al pari di quand’era bimba: «Sì, sì, appunto, non c’è pressoché niente!». Lei là adesso come allora, vicino al Vaiolet. Io non lontano ad ogni modo da quella meraviglia che è il Campanile.

 

Lavati i fanali per favore

cerca finalmente di imparare

qui c’è scritto solo Miss Rettore

e chiamami soltanto Miss Rettore!

Parapapa papa parapaparapa...

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sabato, 05 luglio 2008

VERGÒGNETE … VERGÒGNETE …

postato da gabrielevilla alle 00:16 in storie

Venivamo da un’arrampicata alla Croda Negra (zona Averau), una delle tante descritte nel libretto di scalate scelte di Eugenio Cipriani “Arrampicare nel cuore delle Dolomiti”, Volume primo. Ci era rimasto tempo per fare un salto a Pecol, “… magari troviamo il mio amico Giorgio De Donà, così te lo presento”, dissi al mio amico Alberto.

E Giorgio era in casa come avevamo sperato.

Avèo fat che de bèl?”, chiese con il solito sorriso allegro quando ci presentammo in casa sua.

Avòn fat ’na via de Cipriani in Croda Negra”, risposi tranquillamente.

Giorgio continuò a sorridere ed a guardare, ora verso di me, ora verso il mio amico, forse si stava chiedendo se, visto che era la prima volta che lo vedeva, si sarebbe potuto permettere la massima confidenza, poi improvvisamente sbottò: Vergògnete … vergògnete … “.

Cominciò quindi una disquisizione, una vera e propria accorata filippica, di certo un rimprovero di cui via via forniva dettagliata argomentazione.

Chèl no l’è alpinismo, te và sol drìo ai spit, su per dei spirlòc, gnanca montagne, … vergògnete”.

Alzava la voce Giorgio, si accalorava nel suo parlare, s’infervorava, mentre il mio amico Alberto aveva iniziato a ridere di gusto a quell'inaspettato “spettacolo” che lo stava sorprendendo e divertendo.

Conoscevo troppo bene Giorgio e il suo alpinismo per pretendere di sottrarmi a quell'amichevole e burbero rimprovero, anche se provavo ad abbozzare una qualche scusante, nonostante le risate del mio amico Alberto fossero una implicita conferma di quanto andava asserendo Giorgio.

Sai bèn che no l’è alpinismo… te sa che se fa sol par divertimento, per el piazèr de rampegàr…”

Vedevo il suo scuotere la testa, il suo tacere momentaneo, ma dissenziente, poi appena tacevo riprendeva il ritornello “Vergògnete, ostia, vergògnete”.

Continuava Giorgio, imperturbabile, ad arringarmi con decisione: “... te va sòt a ‘na parete, te vàrda ‘na linea che te piàs e te va su... così l’è bel, così se fa, chèl l’è alpinismo…

Avevi un bello spiegare che noi “pianuricoli” pur di passare una giornata in montagna ad arrampicare, (dopo averla decurtata di almeno sei ore di tempo da dedicare al viaggio e di 500 chilometri percorsi con l’auto) molto spesso ci dovevamo accontentare anche delle vie addomesticate di Cipriani e di pareti, o anche solo di contrafforti, minori.

Più parlavo e più risuonava il suo intercalare: “Vergògnete … vergògnete".

Sapevo ben di non avere nulla di cui vergognarmi, ero ben conscio degli ambiti e dei limiti della mia attività in montagna, e di cosa significava andare ad arrampicare seguendo le dritte di Eugenio Cipriani e delle sue raccolte di arrampicate denominate “Oltre la folla”.

Del resto lui stesso non ne faceva mistero scrivendo in prefazione di “Arrampicare nel cuore delle Dolomiti”, riferendosi al precedente volume stampato “Oltre la folla”:

< Mille copie vendute in poco più di tre mesi è un risultato abbastanza raro nell’editoria di montagna, specie se la pubblicazione è una semplice guida alpinistica >.

E poco più avanti proseguiva < … ad uno “zoccolo duro” di amanti dell’alpinismo più tradizionale si contrappone oramai una schiera sempre più vasta di alpinisti in cerca non solo di vie classiche o storiche ma anche di itinerari più moderni per concezione e punti di sicurezza… …una tendenza di quanti, dopo una settimana di lavoro in città, durante il week-end optano per itinerari sicuri piuttosto che vagare in cerca d’improbabili ripetizioni di vie misconosciute o piuttosto mettersi in coda sulle oramai consumate iperclassiche >.

Era quasi un’apologia dell’antialpinismo che evidenziava un abbozzato progetto “commerciale”, consistente nell'attrezzare vie di arrampicata per descriverle in relazioni stampate su libretti - raccolta a cura della propria Casa Editrice. Un progetto successivamente ostacolato “sul campo” da chi non voleva vedere la falesia trasportata in montagna e rimuoveva sistematicamente gli spit che erano stati infissi, non solo a protezione, ma anche a segnare la via.

Personalmente avevo apprezzato il Cipriani “prima maniera” (quello delle linee tracciate sul cosiddetto Trapezio al Piccolo Lagazuoi, per intenderci) le cui vie avevano logica alpinistica e pochi chiodi normali nei punti chiave.

Avevo in seguito trovato comodo ripetere le vie del “secondo” Cipriani, quello degli spit sistematici e ridondanti, ma comodi e sicuri da seguire, tuttavia su linee sempre più forzate e meno logiche alla ricerca di quantità (da stampare e commercializzare) piuttosto che di qualità alpinistica, intesa come intuizione e logica di tracciato.

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lunedì, 30 giugno 2008

POVERTA'

postato da mariocrespan alle 19:30 in ritorni a valle
Nel tiro che segue vi sono nove chiodi ma Checo, il compagno delle mie – poche – scalate difficili, ha solo sei rinvii, fatti in casa collegando i moschettoni con cordini di risulta. Non ne ha più a disposizione, ora, per finire il tiro, e così gli ultimi rinvii sono improvvisati alla meglio: un logoro avanzo di fettuccia, il moschettoncino del magnesio sul cordino di un nut. Perfino il cordino del martello, col martello attaccato, ora penzola da un chiodo e rinvia le corde. Alle mie spalle, le Torri del Vajolet sembrano sorridere, riportandomi al giorno della mia prima arrampicata, avvenuta qui sotto, sulla Punta Emma. Anche Checo, come me, fin dall’inizio si è imbevuto di uno spirito di povertà che sembrava l’ingrediente-chiave per identificarci al meglio nelle condizioni di vita in montagna. Per dare maggior credibilità all’inutile impulso a salire le pareti, a cercare la luce della vetta per vie scomode.     
 
Prima ancora di toccare la roccia, prima ancora di innamorarmi della montagna avevo intuito che da quel mondo di formazioni lanciate dalla terra al cielo era escluso ogni agio o comodità, ogni virulento potere del danaro. L’alpinismo doveva essere povero – così mi dicevo – allo stesso modo di come lo erano i montanari. Non nel senso di vivere nell’indigenza, ma in semplicità di mezzi e di costumi, di obiettivi e di parole, di silenzi che seguivano come meditazioni sulle stagioni, sui lavori, sul bosco, gli animali domestici e selvaggi. Una semplicità che accomunava destini e implicava come immediato corollario un senso originario di universale fratellanza. Era usanza nella nostra piccola patria che le porte delle case rimanessero aperte.
“Se tirón casa!”, dicono gli amici agordini quando è tempo di rientrare. Tirarsi, ritirarsi dentro. Diventa un raccogliersi, il ritorno a casa, e forse tutto comincia da lì, alla sera, nell’ora di polenta. In montagna la casa non è solo rifugio verso climi avversi e difficili, rappresenta il quotidiano respiro, il ritmo dei giorni, la certezza del fuoco, i racconti dei vecchi, la storia stessa. La nostalgia delle veglie, di quando lì si radunavano tutti a raccontare le loro storie. Alcuni anni dopo, proprio nelle pagine della Storia di Tönlequest’uomo dallo spirito libero che osserva la vita e il mondo e le sue vicende correre via nel tempo quasi con staccata saggezza ma anche con tanta partecipazione – trovai conferma che povertà, in rapporto alla montagna, era condizione profondamente educativa, prezioso presupposto per formare corrette prospettive di valori, pulizia interiore. Un universo elementare e totale, continuamente riportato a zero da quella stessa povertà. Avvalendomi di altri elementi attinti dalla storia, dal costume e dalla letteratura, cercavo l’immedesimazione in un mondo mitico e romantico (nel senso letterale) che mi attraeva e affascinava: vi trovavo qualcosa che sapeva di ignoto e di sfida, di avventura ma anche di lotta contro l’ingiustizia. Senza che mai venisse meno il sapore di autentico, anima collettiva di uomini, di lavoro, di solitudini e lontananze. 
Il montanaro, ancora in epoca relativamente recente, usava i piedi per raggiungere i luoghi più disparati, le città vicine o un qualunque paese europeo. Piedi, bastone, zaino. “Camìnesto?” mi chiedono tuttora i comeliani quando sto per lasciare la valle, “cammini?”, cioè “parti?”. Adesso, oramai, tutti hanno un’auto ma l’uso del termine è rimasto – partire uguale camminare – e il ricorso ai piedi per viaggiare rimane al fondo come una estrema risorsa, come un’amorosa zia sempre lì presente, pronta a soccorrerti con la semplicità di soluzioni suggerite dalla natura per preservare l’uomo nella sua integrità.
Questa globale condizione oggettiva degli abitanti delle montagne diventò così, per me, una sorta di costante riferimento ideale, di regola non scritta. Tale istanza fu talora accolta anche da coloro che, grazie alle loro ricchezze, passavano intere stagioni in montagna lussuosamente installati in grandi alberghi. In tal caso la situazione poteva rasentare il grottesco quando, con funambolico gioco delle parti, il ricco alpinista decideva una temporanea immersione nella povertà dell’alpinismo: la vita del signore fatta di agiatezza e privilegi era sospesa per la sola durata dell’ascensione e, in uno slancio romantico-umanitario, egli recuperava – ma solo per poco! – una diversa dimensione umana, uguale a quella delle sue guide. Vere e proprie acrobazie interclassiste. Perché i signori, sia Italia sia Austria, sono sempre signori e per la povera gente, sia l’uno o sia un altro a comandare, non cambia niente. A lavorare toccava sempre a loro, a fare i soldati anche e a morire in guerra anche.
 
Certo, l’alpinismo è cambiato moltissimo negli ultimi quarant’anni. Adesso, dietro agli uomini-guida vi sono pubblicità, libri, mass-media, pubbliche relazioni e una preparazione fisica condotta in modo scientifico e spinta a livelli estremi. Ora il regime alimentare raccoglie una scrupolosa attenzione, e si tiene sotto controllo l’alcolismo benché si sia accentuato il ricorso al doping, non solo con mire allucinogene; per non parlare dei materiali, che hanno subìto uno straordinario perfezionamento. E l’influenza della Grande Industria Della Montagna è talmente massiccia da doverla per forza considerare come componente imprescindibile dell’alpinismo del nostro tempo: c’è chi la rifiuta in blocco, i puri a 24 carati, coloro che continuano a vivere una povertà ideale nel loro modo di fare montagna. Poi ci sono gli altri, quelli più o meno normali, che accettano la presenza della tecnica a un grado intermedio tra utopia e alienazione.
Comunque vorrei tanto che l’etica dell’alpinismo povero potesse giungere fino ai giovani d’oggi come riferimento ideale tuttora valido, pur ovviamente mediato dai costumi del Duemila e dal diffuso benessere attuale.
Come me, e come altri di quelle generazioni, anche Checo acquisì i salutari valori di povertà nell’alpinismo. Ancora oggi, talvolta egli si porta una coperta per bivaccare al piede di una parete, adopera indumenti vetusti e rattoppati e, quando arrampica, invece del casco indossa un basco. Teniamo d’occhio le liquidazioni e siamo felici se qualcuno ci regala un friend per la nostra festa. Hermann Buhl, alpinista povero esemplare, continuerà sempre a camminarci accanto – vecchi o giovani – e ad illuminarci la strada, se riusciremo a ricordarci di lui come si conviene.

[Alcune righe tratte da Storia di Tönle, di Mario Rigoni Stern]  
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sabato, 28 giugno 2008

INCONTRO CON L’UOMO NERO DELLE FAVOLE

postato da gabrielevilla alle 15:17 in storie

Non ricordo come fossimo finiti lì, sotto la parete sud della Torre Grande d’Averau, alle 5 Torri, probabilmente per salire la classica Miriam, in quel fine maggio del 1981.
Ricordo però che c’era un brulicare di climbers indaffarati a salire su per ogni angolo di parete e le difficoltà erano indubbiamente molto alte. Lo si capiva dai movimenti spinti, atletici ed elaborati: grandi spaccate, molta mobilità articolare, dita ad appigliarsi su prese assolutamente irrilevanti, corpi che si adattavano alle prese con sbilanciamenti controllati a creare apposizioni di forze utili ed indispensabili per proseguire. Ci perdemmo, noi alpinisti della domenica con i pantaloni alla zuava (pur se elasticizzati), la camicia a scacchi con il rinforzo in pelle per resistere allo sfregamento della corda durante le “doppie” alla Comici, gli scarponcini a suola rigida ai piedi, a guardare ammirati il circo multiforme ed allegro di quei funamboli dai pantacollant colorati. Non conoscevamo nessuno, ma capimmo ben presto che lì doveva esserci il fior fiore degli arrampicatori locali della valle di Cadore, agordina e anche, probabilmente, di quelle limitrofe e quello doveva essere uno dei centri di allenamento, incontro e confronto fra i più in voga.

Ad un certo punto a turbare quell’equilibrio vociante ci fu un saluto gridato dall’alto all’indirizzo di qualcuno che stava arrivando lì scendendo dal sentiero soprastante. Guardammo in alto e, contro luce, vedemmo una sagoma scura, vestita di nero e con una barba folta e ispide, pure nera, che gli scuriva il volto coperto da una bandana a sua volta nera. “Visibile come una mosca nel latte” direbbe un mio amico cui non manca mai la battuta. La sagoma scura rispose ad alta voce a quel saluto che arrivava dall’alto e poi a quelli che arrivarono successivamente, quasi a gara fra loro. Iniziò un parlottare fitto con il nuovo venuto mentre si avvicinava al piede della parete e presto capimmo che era Mauro Corona, non ancora famoso, ma sufficientemente conosciuto per poterlo riconoscere. Fu quando qualcuno gli propose un’arrampicata per i giorni successivi e lui rispose che era impegnato perché avrebbe dovuto lavorare per “…finire una statua”.

 

Chi avrebbe mai immaginato quel giorno che in quel variopinto circo di climbers ci fosse anche uno che sarebbe diventato scrittore di successo e scultore di fama? E se anche ce lo avessero detto chiedendoci di indovinare dall’aspetto esteriore chi avrebbe potuto essere, credo che l’ultimo che avremmo indicato sarebbe stato quel “selvaggio” barbuto vestito di nero la cui apparenza ben nascondeva l’animo dell’artista. Avrebbe piuttosto fatto pensare “all’uomo nero” delle favole, ma… mai fidarsi delle apparenze.   

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domenica, 22 giugno 2008

AL VAIOLET 7/10

postato da lucavisentini alle 13:29 in il paese

È venuto il momento di parlare della Lore. Cioè della mia padrona di casa, o meglio di stanza, per una mezza dozzina di volumi, o meglio di amori. Veri? Inventati? Be quiet, please!

La Lore era la maggiore delle tre sorelle rimaste in casa del vecchio Jan, taxista a Vigo di Fassa. La mamma, la moglie, bella e dolcissima, l’avevano persa ancor giovane. Così che mentre io mi aspettavo una signora e lei un professore, in cima alle scale per consegnare le chiavi c’imbattemmo in una sbarbata, in un capellone. La stanza? La 2, quell’anno. E: «Potrei accompagnarla qualche volta in montagna, sa, piace anche a me?». «Sì, certo, ma, passiamo al tu». Gite allora, montagne? Cento e più assieme. Prima, a lungo, soltanto con lei. Poi pure col Giamba, fidanzato e marito. Alla fine, ottima aggiunta, con Thomas, loro figlio. Una vita, po’!

La Lore da bimba, ammalata, nel letto, immaginava il profilo dei monti. Dei suoi. Ne riproduceva la forma nell’aria, col dito. Partiva dalla Cima Dodici e quando arrivava a Vaél lo spostava un attimo indietro e poi decisamente in avanti, per scavare la finestra di Santa Giuliana, del Croz. Il pensiero diceva “toc” ed il buco era bell’e fatto.

Durante gli studi magistrali a Rovereto, in collegio, ascoltava le canzoni alla radio. E nelle occasioni in cui Lucio Battisti desiderava di far l’amore nelle vigne, lei scambiava dentro le camerate uno sguardo d’intesa con le proprie compagne. Intanto che le suore più severe attraversavano i lunghi corridoi.

Da Suor Cammello soprattutto, delle onnipresenti religiose trentine, non doveva assolutamente farsi scorgere, più avanti, nell’auto in cui si accucciava sorpassando l’asilo di San Giovanni per raggiungere Fuciade, cioè l’attacco della via di salita alla Cima dell’Uomo. Anche se l’indomani si sarebbe ripresentata al lavoro nello stesso asilo rossa di sole e si sarebbe trovata in imbarazzo a giustificare l’indisposizione del giorno precedente. La Lore, infatti, era diventata l’amata maestra dei bimbi, a Vigo. Andavo a visitarla sul posto, talvolta, le mattine che restavo in paese. Fingevamo fossi un nuovo maestro. E i bambini, pur mangiando la foglia, stavano al gioco. Erano appena tornati dal mare – ché i fassani fanno ferie di giugno – e sollevavano la maglia per mostrarmi l’abbronzatura: «Varda che scura, la schena!».

Le sere che scendevo dall’ultimo piano delle camere in affitto nel suo appartamento, guardavo un film alla tele con tutta la famiglia. Il capo, Jan, approntava una sorta di abat-jour con un giornale attorno al lampadario. E si metteva a cavalcioni di una sedia, al centro della sala, i gomiti sullo schienale. In fondo, lungo il divano, in ordine crescente, ci piazzavamo le tre sorelle ed io, come nella galleria di un cinema. Crollava per prima Giliola. Si appoggiava alla Rosy. Quindi anche la Rosy si addormentava. Sul fianco della Lore. Noi due, infine, resistevamo. Delle colonne! E non ci perdevamo così il mite Jan che durante la scena de “I peccatori di Peyton Place” in cui le anziane benpensanti danno addosso nella riunione del consiglio comunale alla povera protagonista, divenuta ragazza madre, esclamava indignato: «Veje bastarde!».

Un’estate era giù di morale. Non aveva ancora trovato il ragazzo. La convinsi a cambiare un po’ l’aria, ad andare in vacanza. L’accompagnai al treno e guidò lei fino ad Ora, con il suo foglio rosa. A Palinuro, in spiaggia, sentì parlare ladino. Una compagnia di Moena... Tornò su col moroso.

Di maggio, due anni dopo, fui testimone alle nozze. E per la circostanza mi sistemò non più nelle stanze di sopra, bensì nella camera in casa dove ospitava a ferragosto un sacerdote: un locale che restava perciò spesso chiuso e che io chiamavo “la ghiacciaia”. Me la cavai in ogni caso. Mi divertii un mondo. E come in una commedia con Julia Roberts partecipai dal di dentro, nel gran gineceo di sorelle, zie, amiche e cugine, ai preparativi della sposa. Ricordo il brevissimo viaggio dalla parrucchiera di Pozza, per l’ultimo tocco ai capelli prima della cerimonia. Mi diceva: “Scappiamo Luca, ho il panico, scappiamo in Austria!”. Il Giamba invece, al solito, era tranquillo. Con il suo testimone Ottavio, il giorno seguente, a Carezza, invitai un laconico Jan. Pioveva. Bevemmo. Intuii comunque il cammino dell’uomo.

Andavo allora a trovarla nella nuova abitazione a Moena e la beccavo impegnata nelle immancabili pulizie. Alla radio, stavolta, ascoltava De Andrè. Mi diceva: «Non capisco tutto, ma sento che si sta rivolgendo anche a me, nel profondo».

Della nostra amicizia ho mille ricordi. E, di più, ho lei ancora. Potrei chiamarla anche adesso. Ma concludo, qui, con noi due sulla Stabeler. Un pomeriggio di luglio. La sua prima scalata. Arrivò in vetta svelta e leggera, uno scoiattolo! Non voleva più scendere, però. Temeva le doppie. S’incastrava la corda, per giunta. Ci attardammo e venne quasi la notte. Giù poi, al Vaiolet, Bruno Pederiva se la rise e ci canzonò a modo suo: «Sulle Torri non avrei avuto problemi: al buio, con qualsiasi condizione del tempo, sarei giunto fin là a prendervi».

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venerdì, 20 giugno 2008

L’INVENTORE DELL’ALPINISMO MODERNO (2 di 2)

postato da gabrielevilla alle 17:14 in storia dell alpinismo

Un libretto con copertina in cartoncino di un colore che sembra di carta ingiallita, 142 pagine edite da Savelli Editori in Milano nel settembre del 1981, un titolo “Le prime ascensioni al Monte Bianco” e un sottotitolo in corsivo minuscolo “le avventurose scalate di un naturalista del ‘700 al gigante delle alpi”. E’ la storia di “Horace Benedict De Saussure (1740–1799), naturalista, professore di Filosofia naturale, ginevrino, che dà avvio alla gara per la conquista del Monte Bianco, ma è anche l’inventore dell’alpinismo moderno, il fine osservatore di usi e costumi e geografia umana, lo scienziato e il romantico, lo scrittore infine che ci ha regalato un’autentica gemma che sono i suoi “Voyages dans les Alpes”.

Quello stimolo “economico” era di certo servito a dare incentivo ai tentativi di salita per trovare infine la strada di accesso alla vetta del Monte Bianco, quella stessa che Horace Benedict De Saussure avrebbe avuto in animo di seguire a sua volta non appena ne avesse avuto certezza.
Dovette attendere non poco De Saussure perché ciò potesse avvenire: qualcosa come 26 anni!

E dopo 26 anni di attesa (ed a 46 anni di età) aveva ancora la stessa voglia di quando ne aveva 20 di anni? Voleva ancora raggiungere quella cima così inaccessibile e lontana? E’ lui stesso a fornire la risposta attraverso le parole del suo diario:

“Varie opere periodiche hanno fatto sapere al pubblico che nel mese di agosto del 1786 due abitanti di Chamouni, il Signor Paccard, dottore in medicina, e la guida Jaques Balmat, avevano raggiunto la cima del Monte Bianco, che fino ad allora era stata considerata inaccessibile. Lo venni a sapere il giorno dopo e partii immediatamente per tentare di seguire le loro tracce. Ma sopraggiunsero delle piogge e delle nevi che mi costrinsero a rinunciare per quella stagione. Lasciai a Jaques Balmat l’incarico di visitare la montagna fin dall’inizio di giugno e di avvertirmi appena il cedimento delle nevi l’avrebbe resa accessibile. Nel frattempo me ne andai in Provenza a fare, sulla riva del mare, degli esperimenti che dovevano servire da termine di paragone con quelli che mi ripromettevo di tentare sul Monte Bianco”.

Questo conferma che lo scopo scientifico stava alla base dell’interesse di De Saussure per la vetta del Monte Bianco, ma tanta determinazione rivela certamente anche un interesse più propriamente “alpinistico”, anche se l’alpinismo, come noi lo intendiamo oggi, allora ancora non esisteva e fu proprio lui ad “inventarlo” e nel 1787 lo concretizzò:

“Nel mese di giugno Jaques Balmat fece due tentativi inutili; comunque mi scrisse per dirmi che era certo che ci si potesse arrivare nei primi giorni di luglio. Partii allora per Chamouni. A Sallenche incontrai il coraggioso Balmat, che veniva a Ginevra ad annunciarmi i suoi nuovi successi; il 5 luglio era salito sulla vetta della montagna con altre due guide. Pioveva quando arrivai a Chamouni e il cattivo tempo durò circa quattro settimane. Ma ero deciso ad aspettare fino al termine della stagione, piuttosto che mancare il momento favorevole. Questo momento desiderato arrivò infine ed io mi misi in cammino il 1° agosto, accompagnato da un domestico e da diciotto guide, che portavano i miei strumenti di fisica e tutta l’attrezzatura di cui avevo bisogno. … Benché in linea retta ci siano soltanto due leghe e un quarto da Prieuré di Chamouni alla vetta del Monte Bianco, quella scalata ha preteso sempre almeno diciotto ore di cammino, perché ci sono dei brutti passaggi, delle deviazioni e all’incirca mille e novecentoventi tese da salire”.

Non credo che il termine “scalata” potesse essere parte del vocabolario di fine settecento, più probabilmente lo si deve al traduttore degli scritti, tuttavia la frase nel suo insieme non sembra tanto appartenere ad uno scienziato soddisfatto dei suoi esperimenti, quanto ad un alpinista orgoglioso della sua impresa e lo si percepisce anche nella descrizione delle fasi della salita che De Saussure offre con dovizia di particolari, anche di contenuto “tecnico”, sensazione che viene infine confermata da quanto lo stesso de Saussure scrive durante il ritorno dalla cima.

“Più tardi cenammo allegramente e di ottimo appetito; dopodiché trascorsi sul mio piccolo materasso una notte eccellente. Soltanto allora mi rallegrai per aver portato a termine quel progetto che aveva preso forma ventisett’anni prima; progetto che avevo così spesso abbandonato e poi ripreso e che era per la mia famiglia una continua fonte di apprensioni e di ansie. Ne avevo fatto quasi una malattia: i miei occhi non potevano cadere sul Monte Bianco senza che fossi preso da una sorta di doloroso trasporto”.

E ancora, una volta rientrato nella sua casa di Ginevra, “… da dove rividi il Monte Bianco con un vero piacere e senza provare quel sentimento di turbamento e di dolore che mi procurava prima”. E queste non sono le parole di uno scienziato, ma (mi piace ripeterlo) proprio quelle di un alpinista, anzi di più: dell’inventore dell’alpinismo moderno, Horace Benedict De Saussure.    
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martedì, 17 giugno 2008

MARIO RIGONI STERN

postato da intrablog alle 19:32 in cultura

Mario Rigoni SternCiao Mario :-(
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IN MORTE DI IGNAZIO

postato da mariocrespan alle 09:02 in ritorni a valle
È la pietra una fronte su cui gemono i sogni

 

Tempo di addii, tempo di nostalgie. A poco a poco se ne vanno gli ultimi cavalieri senza macchia e senza paura dediti a un alpinismo degli antichi, oramai in dissolvenza. Un alpinismo che, ai tempi della mia giovinezza – anni ’60 – era ancora uno specchio sul quale noi tutti potevamo riconoscere la nostra immagine nobilitarsi sullo sfondo di uno scenario condiviso di montagne e di valori. Ora – parafrasando un noto commentatore politico – quello specchio è andato in frantumi e nei cocci sparpagliati in ogni direzione ciascuno, forse, potrà certo riconoscere il proprio piccolo ambito e la relativa deontologia ma, nel contempo, potrà non accorgersi di aver smarrito il senso complessivo di una attività che non si prefigge più solo il fine di ascendere in semplicità e con mezzi leali le cime. Sì, le montagne sono lì, al solito, ma sono scadute ad anonimi oggetti di fondo, da consumare e da sfruttare secondo una qualsiasi di quelle tante schegge di specchio, ciascuna sorretta da etica, tecnica, direttive, abilità diverse.
L’alpinismo cui faccio riferimento era il mondo di Lorenzo Massarotto, di Bruno Detassis e di Ignazio Piussi, tre figure guida di una eletta schiera cui molti di noi si sono ispirati – con ansia leggera da giovani innamorati – mettendo le mani sulla roccia delle pallide Dolomiti. L’alpinismo cui faccio riferimento permetteva a tali figure di emergere e diventare dei modelli ideali per gli oscuri salitori di montagne che eravamo e siamo. Gli spiriti immortali di Preuss, di Comici, di Buhl, di Cozzolino – assieme a quelli di Lorenzo, di Bruno, di Ignazio e di altri grandi maestri – sono ancora al nostro fianco mentre puntiamo lo sguardo in alto attaccando una parete, sia pure di modesta difficoltà.
Credo che l’alpinismo attuale – uno dei cocci di specchio rimasti – sempre meno sia portato ad isolare protagonisti di spicco, a dispetto delle apparenze e delle dimensioni ampie e globalizzate che ha assunto. O forse proprio per questo, perché troppi e troppo bravi sono i protagonisti di spicco. L’alpinismo attuale ha scovato montagne meravigliose e difficilissime in ogni angolo del pianeta. Annovera tra le sue file numerosi alpinisti fortissimi, eccezionali, veri superuomini, capaci di imprese straordinarie e impensabili fino a poco tempo addietro. Ma ora il livello delle prestazioni, assai più vicino all’asintoto limite delle umane possibilità, sembra appiattito e svuotato. Nella folta compagine dei superuomini di adesso non riesco a intravvedere personalità in grado di affiancarsi a Lorenzo, a Bruno, a Ignazio e agli altri grandi, e contribuire così a illuminare i nostri piccoli cammini tra le rocce. Di “ultimi problemi” da risolvere ne rimangono pochi, forse nessuno. O, al contrario, essi si stanno moltiplicando senza tregua. L’esito non cambia, in fondo. Ma, pensando ai giovani d'oggi, vorrei tanto che nuove figure sorgessero e parlassero loro con la medesima voce dei maestri che hanno dato alimento, ali e sogni ai miei primi anni sulle cime, e che ora ci lasciano per sempre.       
Perché, più che di linee invisibili tracciate sulle pareti delle montagne o dei dati tecnici più clamorosi, soprattutto di terra e cielo si compone e si nutre quell’alpinismo degli antichi. Camminateci accanto, amici, sali al nostro fianco, Ignazio. Affinché possiamo – inquieti e felici di una tale inquietudine – continuare sempre alla ricerca di una risposta lungo l’aerea e affilata cresta, perennemente in bilico tra merda e infinito.

 

È la pietra una spalla per portare il tempo


[versi di Federico García Lorca, da Compianto per Ignacio Sánchez Mejías]

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lunedì, 16 giugno 2008

INCONTRI INTRAISASS

postato da lugopaola alle 11:10 in intraisass

meeting LORENZO MASSAROTTOPer i nostri lettori milanesi che non sono potuti venire a Malga Sorgazza (tra parentesi uno dei rari giorni di bel tempo in questa primavera scozzese):

MARTEDI' 17 GIUGNO ALLE ORE 21 PRESSO LA LIBRERIA LIBRI DI VETTA A MILANO, IN VIA STRADELLA 1, Carlo Caccia presenterà INTRAISASSBLOG3.

Altro momento da non perdere:

DOMENICA 22 GIUGNO ALLE ORE 18 IN VALLE SANTA FELICITA (Bassano)  AL 3° MEETING ALPINISTICO LORENZO MASSAROTTO presenteremo la nostra “Strana creatura” (come l’ha chiamata Michele di Libri di Vetta nel suo comunicato) con una piccola proiezione e letture di alcuni post.

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sabato, 14 giugno 2008

L'AZIONE FINALE + ALPINISTI RARI O RADI

postato da intrablog alle 15:59 in intraisass

cari amici & blogger di intraisass e intotherocks,

era mia intenzione scrivere un'editoriale per presentare le novità previste per i blog dopo l'incontro di Malga Sorgazza e annunciare i nuovi blogger che entreranno nei prossimi giorni tra le nostre fila, con una provocazione sugli scrittori di montagna, una forte provocazione, quindi presentare l'azione finale dell'8 agosto di Sad Smoky Mountains. Mi limiterò a quest'ultima e mi riserverò il resto per la prossima settimana. E' morto infatti Ignazio Piussi. E vorrei dedicare queste poche righe e in parte, anche l'accensione finale, a lui, visto che di fuochi in montagna se ne intendeva... Chi non ricorda o non ha letto l'avventura della prima invernale sulla Nord Ovest della Civetta non conosce la Storia dell'alpinismo. Ho un grande ricordo di Ignazio Piussi. L'ultima volta l'ho vidi a Valdagno. La sua intelligenza fuori dalle regole mi sorprese. Parlava poco, ma raramente ho sentito una persona così incisiva e netta, senza maschere, specie tra chi scala le montagne. Forse mai. Ecco, vorrei che la sua intelligenza e la sua abilità nell'accendere fuochi, anche simbolici, dentro alle nostre coscienze, ci accompagnasse nella nostra azione finale, di cui sotto. Datevi da fare, il Tibet sta scomparendo (pochissima gente è a conoscenza delle atrocità commesse contro i tibetani), la maggior parte degli alpinisti tace e pensa ai propri giochi. Tempo fa scrivevo: «Questa è un’azione collettiva internazionale che non ha bisogno di nomi famosi, bensì di motivazioni autentiche che spesso gli alpinisti professionisti hanno perso perché schiavi della propria passione o degli interessi ad essa legati. Così esistono alpinisti che piuttosto di fare la voce grossa e di compromettere i rapporti con la Cina, preferiscono chiudere un occhio contro le nefandezze che stanno accadendo in questi giorni sull’Everest (la zona è militarizzata) e in Tibet (repressione con fucilazioni). Alcuni infatti paventano la possibilità di perdere l’intera loro passione per il fatto di avere restrizioni in un’aerea specifica, per quanto “alpinisticamente” importante, come ha dichiarato recentemente Simone Moro in un intervista. Vedete voi cosa scegliere». Insomma, cari amici alpinisti, se continuiamo a pensare ai nostri giochi tra pochi anni il vero Tibet, la "dimora delle nevi", non esisterà più, resterà il folklore, l'immondizia culturale con cui si alimenta le menti dei turisti ben pensanti. Ai cavoli propri. La dimora di chi ha chiuso i propri occhi entro l'inquadratura dei propri scarponi_

Sad Smoky Mountains & SkyscrapersTHE SAD SMOKY MOUNTAINS
& SKYSCRAPERS 
 

L'azione finale

Nella parte finale della nostra azione le Tristi Montagne Fumanti incontreranno le
Città. È giunto il momento degli Urban Climbers, degli "alpinisti cittadini"! Insieme alle montagne, alle colline, accenderemo di colore rosso il cuore delle città e dei loro abitanti ritornando all’origine delle colonne di fumo che abbiamo scelto come simbolo invariabile della nostra opera. Quelle colonne sono infatti una manipolazione cromatica del fumo eruttato l’11 settembre del 2001 dalle Torri Gemelle e il loro colore manifesta la vergogna-tristezza-indignazione contro la violazione dei diritti umani. Oggi in Tibet, Sudan, Birmania, Afghanistan, Iraq, Palestina; ieri in Africa, Europa e USA; domani chissà dove tra Oriente e Occidente, nel Sud o nel Nord del mondo.

Le Tristi Montagne Fumanti fumeranno insieme con i grattacieli delle Città per ristabilire una necessaria alleanza tra l’uomo e l’ambiente, tra l’uomo e l’altro da sé, tra l’uomo e i suoi simili. I monumenti, come vulcani assopiti da tempo e risvegliati dal dolore del mondo, torneranno a rendere esplicito la loro antica funzione: servire da monito, avviso a coloro che hanno dimenticato cosa si custodisce tra le loro architetture. Noi li faremo parlare con il linguaggio del fumo, «evanescenza colore del sangue», nel giorno in cui la torcia olimpica, simbolo bicefalo, di pace e ipocrisia, accenderà le Olimpiadi di Pechino. A sessant’anni esatti dalla stesura della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo la repressione in Tibet, durante un evento di portata globale, è divenuta il simbolo del fallimento e del tradimento dei governi mondiali: i princìpi allora ratificati sono stati e continuano ad essere, più o meno diplomaticamente, rinnegati.

Io e il mio gruppo di amici, insieme con attivisti francesi, agiremo nei pressi, a vista, sopra, sotto, di fianco, a lato... della Torre Eiffel, nel cuore della città in cui ha sede il Palazzo dell’UNESCO e che più di ogni altra ha consegnato cultura e intelligenza per le libertà fondamentali dell’uomo. Le altre città in giro per il mondo, montagne, colline, gli altri punti panoramici, naturali o urbani, saranno lì, nel loro immutabile posto, ad aspettare. Voi.

Come per le montagne e le colline, basta poco: un fumogeno rosso, una dose di buona volontà e – nel caso mancasse l’ascensore o qualche possibilità creativa di scalata per vie esterne –  alcuni piani di classiche e semplici scale per raggiungere le terrazze sommitali degli edifici.

«Servirà, questa azione civile e artistica, a far muovere i governi?» -  qualcuno ha chiesto. Non so e non è un problema. L’unica certezza che percepisco forte e reale, soprattutto dopo la straordinaria prima accensione, è che la nostra azione servirà, eccome, «per dare alimento a chi resiste», per non farlo sentire più solo ma circondato da una rete di umanità. Non è cosa da poco. Se noi ci muoviamo, qualcos’altro si muove. Le conseguenze non sono prevedibili, ma sono sempre conseguenze.

Per dare inizio alla seconda fase dell’opera ho deciso di accendere in questi giorni un campanile, il monumento per eccellenza che già contiene in sé la capacità di parlare - le campane - ma che spesso tace perché manovrato dal potere. Inizierò dal mio paese con il Triste Campanile Fumante. Da un piccolo centro della provincia italiana un primo campanello d’allarme affinché la memoria torni definitivamente a parlare.

Prendi un fumogeno e tingi il cielo di rosso!

Io sarò con te.

Alberto Peruffo [ Italy ]


Nota tecnica: come già spiegato nella
pagina progetto, l'accensione finale avverrà nel giorno ufficiale dell’inaugurazione olimpica, l'8 agosto 2008, a prescindere dalle condizioni atmosferiche. Si agirà su cime di montagne, colline, città, monumenti, cercando di accendere i fumogeni in contemporanea (ore 13.00 l.t.), se possibile, ma non necessariamente sui luoghi di difficile accesso.

Come centro di raccolta dati, nonché delle coperture montane e cittadine, sarà a disposizione il sito
www.sadsmokymountains.net che coordinerà eventuali referenti di zona (città e gruppi montuosi) nell'apposita pagina LISTE/LISTA/LIST/AUFLISTUNG FINAL IGNITION. Adesioni multiple possono comparire sotto lo stesso obiettivo, specie per le città.

>> Sottoscrizioni sempre all'indirizzo
sadsmoky@antersass.it (eventuali ripetizioni o riattivazioni di cime non salite durante la prima accensione a causa del brutto tempo vanno comunicate e reinserite nella nuova LISTE/LISTA/LIST/AUFLISTUNG FINAL IGNITION).

>> Informazioni e press office all'indirizzo
info@antersass.it.
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