Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
lunedì, 28 aprile 2008

DOLOMIA IN POLVERE 3/X

postato da gpcastellano alle 08:08 in volti al volo

IL SACCO DI S.

Dolomiti di Brenta, anni fa.

Stiamo risalendo le scalette infinite del sentiero attrezzato che dal Tuckett porta all’Alimonta. Non è un percorso difficile, pertanto abbiamo lasciato negli zaini imbraghi e moschettoni. Chi di noi, d’altronde, non ha mai salito una scala a pioli per montare in soffitta, o sul ciliegio dei nonni?

Ad un tratto intravedo un’ombra che dall’alto scivola giù e mi accarezza lo zaino. Sento un tonfo sordo, un altro e ancora un altro. E silenzio, dopo.

Tutto attorno il Brenta scintilla nella mattina fresca.

Chi è caduto? Chi c’era sopra di me?

Si sa che le comitive numerose si allungano ed accorciano, per sentieri facili. Acceleri, rallenti, stai al passo per finire un discorso, oppure allunghi per distendere le gambe. Tanto, ci si ritroverà al bivio, o al collo di bottiglia.

Chi c’era sopra di me? S.? Possibile? Proprio lei?

In una parola è impossibile definirla. Con una metafora, forse sì. “Una mezza damigiana di vino aspro”. Così l’aveva classificata un amico, il più faceto della compagnia. Ma c’era invidia nella definizione. Derivante dall’essere stati superati in produzione di arguzie e corrosività di pensiero.

Tenere dietro alla chiacchiera di S. è impossibile. Non c’è competizione. E’ come affrontare il mitologico pernacchiometro a 36 canne con una misera trombetta da Capodanno.

Eppure… come si fa a rinunciare ad una compagna di gita così?

Sono misteriose le interazioni tra le persone. La prima volta con lei ci siamo augurati che la gita finisse presto, senza spargimento di sangue.

Poi ti accorgi che le impressioni ed i ricordi più vivi sono legati alle battute sdrammatizzanti, alle osservazioni infondate che ti fanno scendere dal trono di paladino duro, puro e retorico della Lotta con l’Alpe.

Ed un po’ alla volta ti rendi conto che S. è utile, dilettevole e quasi indispensabile. Perché un mazzo di carte taroccato rende le partite più imprevedibili ed interessanti. Più pragmaticamente, ci vuole qualcuno che al rifugio dica ad alta voce che le razioni sono miserrime, o i cesso laidi da far schifo.

In breve, è necessaria S. come testa d’ariete per scompaginare i luoghi comuni per cui in silenzio si sopportano disagi, fatica e tempo brutto “pour le plaisir”.

Ed ora S. è passata volando dietro la mia schiena, e si è schiantata sotto, al fondo della scaletta.

“Chi è caduto?”

Io no” “Io no” “Io no”…

Ovvio. All’appello gli assenti non rispondono.

“Io no, perché?”

Ma questa è lei! Ed allora, se siamo tutti qui, sani e salvi, che è successo?

“Il mio sacco a pelo! IL MIO SACCO A PELO! IL MIO PREZIOSISSIMO SACCO A PELO!”

Il mistero è chiarito, possiamo tirare un (breve) sospiro di sollievo. Il sacco di S., male assicurato allo zaino, si è sfilato ed è volato giù per tutta la scaletta. Seguono chiacchiere, brontolamenti, teorie sulla corretta composizione e chiusura di sacchi, bagagli e valigie. Lo strepito sale, possibile che tra tutti i valenti ed eroici alpinisti presenti nessuno sia in grado di recuperare un sacco a pelo di dubbia provenienza e frequentazione? K. si offre di scendere a prenderlo, calandosi alla corda fino alla cengia poco sotto. Ritorna con il sacco ed uno splendido geode di cristalli di calcite.

Ecco, se non fosse stato per quel sacco, non avreste mai e poi mai trovato i cristalli!”

E’ l’immancabile e imprevedibile chiosa alla rievocazione dell’evento, la sera stessa, seduti alla tavola del Pedrotti. Di chi le parole? Occorre dirlo?

24 aprile 2008, Bolzano. Tra squarci di azzurro la neve si scioglie al favonio.

Disclaimer: come per gli altri racconti della serie “Dolomia in polvere”, tutto ciò che leggete è veramente accaduto. Alcuni nomi di persona sono riportati per intero, altri solo puntati. Non c’è logica o studio in questo, solo differenti rapporti con le persone stesse. Mi auguro che nessuno si senta urtato, sminuito o messo in cattiva luce nel leggere di sé. Il mio intento non è quello.

Honi soit qui mal y pense”

link al post | commenti | categoria volti al volo
domenica, 27 aprile 2008

PAESI E AMORI (VOLUME III)

postato da lucavisentini alle 09:57 in il paese

Mi sentivo un drugo alla Kubrick in sella alla gloriosa MV Agusta 350 bicilindrica che tagliava le curve della litoranea in Gallura e puntava le file di suore impaurite nonché sobbalzanti. E pensare che prima di venire a trovarti non mi ero allontanato più di tanto dalle contrapposte sponde del Piave, di qua e di là dov’era un’osteria, un'osteriiiaaa! E che rientrando poi su dalla Marca trevigiana fra le mie dolomie sarei passato addirittura ai Sex Pistols! Ma intanto lì a Santa Teresa con te, giovane e spoglia, ascoltavo Loy e Altomare: «Quattro giorni insieme, a far l’amore come matti, a cucinarci gli spaghetti lalala lala lalalala...».

 

Mio caro amore (III) sai che c’azzecca la moto coi monti, con Intraisass? La moto è come il cavallo. È libertà. È da uno e hai presente piuttosto l’effetto di due sopra lo stesso cavallo? Sì, perfino sui monti incontri in processione i cajani che se vai svelto t’inseguono e se rallenti van dentro di testa al tuo zaino. Ma puoi andare anche da solo. Puoi, rischiando il giusto, scartare. E comunque sia pure tu Silia in quell’estate calda e ventosa senza l’obbligo del casco, nel ’76, pressoché in capo alla Sardegna avevi la pelle del mare.

link al post | commenti (9) | categoria il paese
venerdì, 25 aprile 2008

LE FAVE DI GILARDON

postato da gabrielevilla alle 23:09 in storie

Ci sono tanti modi di accorgersi dell’arrivo della primavera. Quest’anno, ad esempio, il primo segnale mi è arrivato dalle violette che l’anno scorso sono comparse per la prima volta nel cortile ghiaiato del mio condominio in piena città e sono rifiorite quest’anno ancora più numerose, quando ancora l’inverno non dava cenni di volersene andare. Ci sono anche altri modi, magari un po’ meno “romantici”, per accorgersi del ritornare della stagione dei fiori, chessò, magari andando a fare la spesa al supermercato o dal verduraio e notando il comparire di certe primizie. Negli ultimi tempi vado abbastanza spesso al supermercato per conto di mia madre che non è più in grado di girare con le sporte della spesa ed anche per conto della famiglia di cui sono “l’incaricato” dei vini e, saltuariamente, del latte e dei sottaceti. E’ stato così che mi sono accorto del richiamo irresistibile che hanno su di me le fave e non manco mai di comprarne un sacchetto per poi mangiarle in olio, pepe e sale e immancabilmente il pensiero ritorna a tanti anni fa ad un ricordo apparentemente insignificante e che pure ritorna ogni volta che vedo i verdi baccelli.

 

Sopra la conca di Cortina d’Ampezzo, salendo verso il Passo Falzarego, si incontra una frazioncina che si chiama Gilardon e proprio lì abitavano lo zio Aldo, la zia Gisa e mia cugina Silvana in una casa grande con più appartamenti ed annesso fienile alla cui porta d’entrata si accedeva attraverso un vòlto in muratura contornato da fiori e rampicanti. Era veramente inconfondibile, tant’è che quando mi capita di ripassare di lì in auto riconosco ancora la casa a quasi cinquant’anni di distanza. Lo zio Aldo aveva un’officina giù, a fianco del Boite, dove lavorava il ferro battuto e dicevano che era un bravo artigiano. Aveva lavorato anche alla costruzione della funivia del Faloria e quando lo sentivo raccontare, a me adolescente, faceva l’effetto di un racconto mitologico tanto che, ancora oggi, “funivia del Faloria” suona mitico, come, chessò, “cannoni di Navarone” o “colonne d’Ercole”. Doveva essere estate ed io ero ospite degli zii assieme a mia madre e ricordo che, verso sera, mandavano Silvana e me a prendere il latte appena munto ad una stalla distante circa un chilometro dalla casa. Passavamo sotto il voltino fiorito e ci avviavamo con la nostra “candolina” lungo la strada bianca in discesa fino alla stalla dove il contadino ce la riempiva e poi ritornavamo. Al ritorno imboccavamo una scorciatoia attraverso i prati che Silvana mi aveva insegnato, per arrivare direttamente a casa senza rifare la strada, ma il fatto è che il viottolo passava al fianco dei campi coltivati e, guarda caso, in uno di questi c’erano le fave di cui, immancabilmente, facevamo una scorpacciata. Ma evidentemente eravamo stati notati ed una sera, appena rientrati in casa, la zia Gisa ci chiese molto insistentemente che strada avessimo fatto, se fossimo passati vicino al campo di fave e se ne avessimo mangiate. Io tacevo e Silvana negava decisamente e più la zia insisteva a chiedere e più lei negava, finchè cominciarono a volare sberle perché era chiaro che il proprietario del campo si era lamentato con la zia per le nostre “sottrazioni indebite”, che lei probabilmente ci aveva tenuto d’occhio nel nostro percorso e quella bugia, quel voler negare l’evidenza, la faceva arrabbiare ancora di più. Nelle sere successive andammo ancora a prendere il latte con la “candolina”, ma non imboccammo più la scorciatoia fra i campi, ritornavamo immancabilmente per la strada bianca e ripassavamo sotto al voltino fiorito, di certo pensando alle fave del campo ed a quanto sarebbe stato piacevole farne un’altra scorpacciata.

 

Oggi, quando mangio le fave, oltre a gustarmi il loro sapore ritrovo sempre il piacere di quel lontano ricordo di Gilardon e mi meraviglio di come certi episodi, almeno apparentemente di marginale importanza nel percorso di una vita, siano rimasti così indelebili nella mia mente.

Non trovo una risposta precisa, sento solo il piacere di ripensarli e di ricordare le persone cui mi tengono legato e con cui li ho condivisi.   
link al post | commenti | categoria storie
giovedì, 24 aprile 2008

56° TrentoFilmFestival Montagna-Esplorazione-Avventura

Si tratta del più antico ed acclamato festival internazionale di film dedicati appunto alla montagna, all'esplorazione e all'avventura. Il programma presenta ogni anno una ricca selezione di film, di fiction e di documentari, di ogni genere e formato, che spaziano dai temi e dalle vicende più strettamente legati alla montagna e all'alpinismo, fino a quelli ambientali, sociali e storici, con una proposta eclettica di opere che hanno come costante e sfondo i paesaggi montani, esotici o estremi. Oltre al programma cinematografico, il festival propone anche incontri, mostre, spettacoli e “MontagnaLibri”, rassegna internazionale dell’editoria di montagna, punto di riferimento per il mercato editoriale del settore.” Così recita il sito ufficiale del 56° Trento Film Festival che si svolgerà a Trento dal 26 aprile al 4 maggio.
 
L’alpinismo e gli sport dell'avventura non mancheranno nel programma di questa 56° edizione di Trentofilmfestival, più di un terzo delle opere in concorso affrontano i temi dell’alpinismo e dello sport dell’avventura, tra cui vale la pena di ricordare una ricostruzione della drammatica ascensione alla parete nord dell'Eiger del 1936 da parte di Toni Kurz e il ritratto dell'alpinista Catherine Destivelle realizzato con spettacolari riprese sulle cime del Gruppo del Monte Bianco.
Ad appuntamenti con temi difficili come la morte in montagna in film che rievocano la tragedia del 1996 sull’Everest o che cercano di far riflettere sul prezzo che si deve, a volte pagare, pur di realizzare una conquista, fanno da contraltare l’impegno di un gruppo di giovani nepalesi non vedenti nel compiere alcune ascensioni attorno all’Everest o documentari sulla storia dello sci estremo con interviste a molti protagonisti o videoclip e filmati in cui l’adrenalina dettata dall’azione, dalle discese di canyoning, dai voli in parapendio, dalle discese in snowboard, si respira a pieni polmoni. Grande spazio hanno pure tematiche di ampio respiro che affrontano i temi dell’inquinamento che colpisce anche le zone più incontaminate dell’Artico e la devastazione ambientale che si sta concretizzando negli immensi spazi ad ovest delle Montagne Rocciose dove l’industria petrolifera, grazie alla compiacente amministrazione Bush, sta letteralmente cambiando il paesaggio di intere aree. Non mancano nemmeno le tematiche naturalistiche con un film in cui l’orso, simbolo del Festival di quest’anno, ne è il protagonista e che si spera possa aprire un’ampia discussione, aperta ad opinioni diverse, sulla questione della convivenza tra l’uomo contemporaneo e la natura selvaggia.
Non ci si può dimenticare dell’importante evento sportivo legato al Trentofilmfestival: la tappa della Coppa del Mondo di arrampicata – velocità, domenica 27 aprile, in Piazza Duomo. Uno spettacolo sportivo che vuole animare il centro di Trento ed a cui parteciperanno i migliori specialisti di questa disciplina. Infine non si possono scordare le tre serate alpinistiche di domenica 27 aprile che vedrà Pietro Dal Prà, polivalente alpinista vicentino condurre una serata sull’Alpinismo in solitaria con ospiti d’eccezione quali Silvia Vidal alpinista catalana specialista di solitarie sulle grandi big wall himalayane, Hansjörg Auer e Rossano Libera. La seconda serata, giovedì 1 maggio, sarà condotta da Simone Moro ed è dedicata all’Alpinismo russo anche qui gli ospiti saranno d’eccezione mentre venerdì 2 maggio, Pietro Crivellaro ci farà conoscere meglio un grande alpinista francese Pierre Mazeaud.
 
Maggiori notizie sul sito ufficiale: www.trentofestival.it
 
martedì, 22 aprile 2008

LA FOLLIA FA NOVANTA ovvero SCEMI DI GUERRA

postato da mauromazzetti alle 10:14 in cultura
In tutte le guerre esistono quelli che – con eufemismo – sono chiamati “danni collaterali”.
Anche la c.d. grande guerra ha avuto i suoi danni collaterali, silenziosi e mai usciti allo scoperto.
Oggi, a novant’anni esatti dalla fine della guerra 15/18, vengono esplorati campi di battaglia ben diversi da quelli usuali e consueti.
Vince il disagio mentale di combattenti per forza e non per scelta, costretti a vivere la guerra di trincea senza “attrezzatura” psicologica, carichi e gravidi di pastoie impalpabili ma costrittive. Nelle retrovie affluiscono così malati incapaci di muoversi, di ricordare, di comunicare. La psichiatra è impreparata e rapidamente si trasforma in un braccio disciplinare dell’esercito: i medici devono restituire velocemente gli uomini al servizio militare, preoccupandosi solo di soffocare i sintomi. Si diffonde ovunque l’utilizzo di terapie dolorose, in primo luogo il trattamento con la corrente.
Grazie ad un documentario, che sarà in onda sul canale 407 di SKY alle ore 21.00 del 25 aprile (coincidenza? lungimiranza? buco nel palinsesto? sempre di liberazione si tratta), verrà presentata non la grande guerra, bensì la strana guerra.
Grazie ad un lungo lavoro sui campi di battaglia da parte degli autori, durato due anni, e poi di ricerca condotto nei principali archivi audiovisivi italiani ed europei, il documentario porta alla luce le terribili immagini dei filmati scientifici girati dagli psichiatri nelle cliniche: sequenze scioccanti e rare che ritraggono soldati seminudi costretti a vagare nei cortili, nei corridoi degli ospedali e filmati delle sedute di applicazione della corrente.
Per ulteriori informazioni ed approfondimenti, rimandiamo qui.
link al post | commenti | categoria cultura
sabato, 19 aprile 2008

L’UOMO CHE PORTAVA LA PIOGGIA

postato da gabrielevilla alle 00:56 in storie

C’è stato un periodo della mia vita alpinistica in cui le previsioni del tempo erano solo un’indicazione di massima su cosa mettere nello zaino per andare in montagna nel fine settimana. Facevo allora cordata con Stefano, un allievo del corso roccia del 1978 con il quale avevo stretto un’intesa alpinistica veramente perfetta: di dieci anni giusti più giovane di me, aveva una passione per la montagna ed una voglia di andare che non si esauriva mai. Erano gli anni in cui lavoravo in officina meccanica e per me la montagna era anche fuga da un quotidiano che non mi soddisfaceva per nulla. Anche per quello le previsioni del tempo erano diventate solamente un’indicazione di massima, perché comunque noi si sarebbe andati. Bel tempo stabile voleva dire un’arrampicata lunga o un’escursione di ampio respiro se era autunno inoltrato o inverno, tempo variabile equivaleva ad un’arrampicata corta (solitamente in zona Falzarego o in Val Canali), con la pioggia o la neve erano giri in fondo valle o su sentieri in quota con la mantellina, perfino i temporali non ci fermavano perché c’era sempre una baita in cui andare ad accendere un fuoco o un rifugio sconosciuto da andare a scoprire.

 

Un pomeriggio in cui le previsioni erano veramente disastrose e non lasciavano alcuna speranza partimmo con la Fiat 127 blu a gas di Stefano, un carico di legna di varie dimensioni dentro al bagagliaio, la graticola, olio, sale ed aromi, due braciole da cuocere ed un paio di bottiglie di rosso. Allora non era ancora stata realizzata la galleria di Arsiè e per andare nel Primiero dalla Valsugana si salivano le rampe di Primolano e siccome pioveva a “sèci revèrs” (secchi rovesciati) ci fermammo proprio lì, lungo i tornanti, sotto ad un arco delle fortificazioni a fianco della strada, accendemmo il fuoco, facemmo le braci, cuocemmo la carne, bevemmo il vino e infine proseguimmo andando a piantare la tenda in Val Canali. Durante la notte continuò il diluvio e si sentiva il rumore sordo ed inquietante dei massi che rotolavano nel torrente sotto la spinta delle acque in piena.

 

In quegli anni capitava abbastanza spesso quindi di essere sulle Dolomiti e di prendere qualche “lavata”, non potere arrampicare o dover smettere per l’arrivo improvviso della pioggia. Allora diventava naturale andare a Pecol, dove sapevamo di trovare la casa calda ed ospitale dei miei zii e magari avremmo pure trovato a casa Bruno e Giorgio De Donà e, davanti ad un bicchierino di grappa, ci saremmo potuti dilungare a parlare di montagna, di arrampicate e di quella passionaccia per le crode che condividevamo. Forse per quello divenne altrettanto naturale che qualcuno abbinasse la mia presenza alla pioggia ed, assieme ai saluti, divenne abituale la domanda: “Esto vegnù su a portà la piòva?” All’inizio la cosa un po’ mi infastidiva anche se capivo che era una battuta scherzosa e cercavo di giustificarmi dicendo (quasi con un gioco di parole) che “no l’è la piòva perché son qua mi, ma son qua mi perché l’è la piòva”. Per quanto mi premurassi di spiegare che non ero io ad aver portato la pioggia, ma la pioggia ad avere portato me, mi resi conto che era una difesa inutile e che la volta successiva che fosse nuovamente accaduto mi sarei sentito ripetere la stessa identica domanda: “Esto vegnù su a portà la piòva?”. Mi rassegnai così ad essere indicato come l’uomo che portava la pioggia e badavo solo a gustarmi il bicchiere di grappa e quel rilassante piacere di essere in montagna con amici a parlare di montagna e di arrampicate.     
link al post | commenti (1) | categoria storie
giovedì, 17 aprile 2008

VAGABONDO PER SEMPRE

postato da mariocrespan alle 09:43 in ritorni a valle
Mi sono avvicinato alle montagne perché mi pareva un mondo di vagabondi e di sognatori, di nobili avventurieri colmi di ideali, di filosofi straccioni alla ricerca del sapido diritto all’ozio, clochard delle altezze che vivevano all’ombra delle pareti, generosi nel profondo e pronti a prendere le parti dei deboli, degli affamati, dei poveri cristi. Quasi una setta i cui adepti erano legati da vincolo di mutuo soccorso nel nome del comune rito dell’ascesa. Ricchissima povertà dell’alpinismo. Ammalato e ammaliato da un sublime scenario di rocce, ogni scalata mi apparve come un luminoso cammino iniziatico superato il quale mi sarebbe spettato in premio un progressivo avvicinamento a quel consesso di esseri superiori – gli alpinisti – poveri e valorosi. Le montagne da subito assursero a simbolo di universale fratellanza. Dichiaravano semplicità e grandezza nella perfetta armonia di natura e umanità, contro ogni tirannia e ogni ingiustizia, di qualunque origine. Tornavo dalle mie prime escursioni tra le pallide Dolomiti percorrendo a piedi, nel tardo pomeriggio, lunghi tratti della Val di Fassa nell’animazione del turismo estivo. Passavo tra gli alberghi e i ristoranti dove le tavole imbandite con dovizia aspettavano gli ospiti all’appuntamento del pranzo serale. Mi sentivo già allora lontano dalle comodità, dalla ricchezza puramente materiale che già puzzava di imbroglio, di torpido egoismo, di rapporti umani orchestrati sullo spartito della servile convenienza, del pagamento in contanti. Già avevo messo distanza tra me e quanto rappresentavano quegli alberghi, che a me parevano tutti di lusso. Altra cosa erano le montagne e la ristretta compagine di cavalieri che ne percorrevano le cime. Ce n’era abbastanza per sedurre un sedicenne. La strada chiaramente si mostrava davanti a me e mi inoltrai, sicuro. E le montagne rimasero, rimangono. 
 
Martedì, 15 aprile 2008.
Con le montagne rimase, e rimane, la medesima aspirazione a sostenere la causa della sempre più affollata schiera degli emarginati, di ogni pelle e di ogni contrada. So che l’esigenza di giustizia che da giovane – con l’intatta purezza di un sedicenne – accompagnò la mia corsa verso le montagne, quella esigenza non potrà mai morire. E nemmeno oggi lo potrà, oggi che dal parlamento è stato estromesso il poco che rimaneva di una corrente politica oramai stanca e priva di strategia ma che, bene o male, avrebbe continuato a dar voce ai poveri contro gli insultanti privilegi di una minoranza troppo ricca e volgare. Corruttele, ricatti, delinquenze di stato, infiltrati, conflitti di interesse, eclissi della ragione hanno avuto buon gioco. Ora si alzano i peana starnazzanti dei corifei del vincitore, dei suoi lustrascarpe e del cospicuo codazzo che gli fa corona, dagli omuncoli ai lacchè, le cui donne vanno a fare la spesa col suv. L’inquinamento da ricchezza arriva dappertutto, irretisce le masse, intride e logora anche le motivazioni di lotta che fino a ieri sembravano incorruttibili. Come quando passavo nei panni di vagabondo tra gli alberghi, orgoglioso della mia diversità, così ora – per fortuna – continuo a sentirmi nauseato dalla cieca euforia dei giocondi, sbornia da babbei, che puzza di televisione e di lingua inglese, la lingua dei padroni del mondo, di chi ha inventato le guerre preventive e si ritiene in diritto di calpestare ogni presunto oppositore con la tracotanza dei tiranni, legittimando tortura e pena di morte. Non riesco a sopportare i titoli dei film sempre più in inglese, le insegne dei negozi in inglese, gli spacci aziendali che si sono trasformati in factory outlet e le osterie che sono diventate pub. Il “Caffè di Porta San Tommaso” scioccamente riciclato in St. Thomas’s Gate. Se insorgo al pensiero della civiltà tibetana violentata perché dovrei soggiacere a una identica operazione condotta ai danni del mio paese e della mia cultura, pur secondo i metodi più sottili e seducenti del consumismo giulivo? La FAO lancia appelli, intanto: attenti – dice – il prezzo delle derrate alimentari sta salendo paurosamente. Ma niente, la gente telefona, tranquilla, e approfitta dell’ultima offerta per l’auto full optional – e dài! – cinque anni di garanzia inizio rate nel 2009 taeg 6.53 percento. Poi via, in vacanza, a Malindi.
Forse questo martedì di dopo-elezioni mi ha risucchiato dentro, lasciandomi un vuoto senza confini, simile a un mare in bonaccia. Carne morta, dicono i veneziani quando ti vedono preda di una stanchezza infinita. Mastico aria stantia che non sa di rivolta – magari fosse! – e nemmeno di dolore, ma di tragica apatia. In effetti, pur sapendo che quanto provo è condiviso da una moltitudine di persone, da stamattina è come mi trovassi da solo contro le ingiustizie del mondo. Siamo in tanti ma ognuno per sé, e ridotti al silenzio. Rimangono le montagne, certo, sono sempre lì. Ma oggi anch’esse mi sembrano diverse, grigie, lontane. Dove sono i cavalieri senza macchia e senza paura che ne correvano le cime? Forse dirottati da volontà stranianti su vie moderne, dimentichi di Re Laurino e più inclini – appunto, che so? – al dry-tooling. Perduti. O non sarà che d’ora in avanti mi debba accontentare dei terreni di mezzo, riservati ai cammini di contemplazione e di riflessione, alle malinconie, alle soste della sera, non più le galoppanti cime del Sassolungo ad attendermi nelle limpide mattine d’agosto oltre il costone del Ponsìn, ma il bosco, le casere, le ultime chiazze di verde, il silenzio? 
link al post | commenti (6) | categoria ritorni a valle
domenica, 13 aprile 2008

PAESI E AMORI (VOLUME VII)

postato da lucavisentini alle 14:13 in il paese

Il blu, il giallo, il verde e di nuovo il blu e lo spumeggiante salmastro nell’aria delle Cinque Terre. Sembrava quasi fatta, monterossina e nobile Lucia. Lucia d’oro e di pelle del mare, a me non familiare. Dicesti: «Va bene, facciamo ancora un giro fin sopra al vicino crinale dov’è il santuario della Madonna di Soviore e poi io vengo a letto con te, quaggiù in paese». Ma come direbbero gli americani, non funzionò più di tanto. Non nacque propriamente uno Stato, alla prima.

 

Mio caro amore (VII), restammo allora amici? Sì, lo restammo. Ma sotto le gelide coperte dell’antico Albergo Monte Leone lassù all’Alpe Veglia, a 1761 metri d’altezza oltre il livello per te abituale, quando mi richiedesti al fine di addomentarti se potevi infilare una delle tue gambe tra le mie e procedesti, io non è che poi riposai... più di tanto. Sarebbe stata magari buona la seconda? Vabbé, ’fanculo agli yankee e già che ci siamo anche a Francesco Alberoni! All’amicizia, pure, ’fanculo!

link al post | commenti (27) | categoria il paese
sabato, 12 aprile 2008

AVVICINAMENTI (… AL CAMPANILE LUIGI NEGRELLI)

postato da gabrielevilla alle 00:28 in storie

Come si fa ad aprire una via nuova? Me l’ero chiesto molte volte in quei primissimi anni in cui avevo iniziato ad arrampicare. Leggendo i libri dei “grandi” avevo imparato che inizialmente si erano cercate le linee “logiche ed ideali” di salita, che successivamente era esistita la ricerca della linea della “goccia cadente”, che erano da individuare i “problemi della parete” cioè le scalate che risolvevano la salita più diretta ad una cima famosa, poi c’erano stati gli “ultimi problemi” delle Alpi, ma si parlava sempre dell’alpinismo d’elite, di un qualcosa che per me era impensabile ed irraggiungibile. Leggendo la rubrica delle prime ascensioni sulla Rivista del Club Alpino Italiano invece mi rendevo conto di quante salite continuassero ad essere realizzate su cime diversissime, anche non tanto “importanti”, da alpinisti a me sconosciuti, forse più “normali” di quanto non potessero apparirmi i grandi fuoriclasse di cui leggevo avidamente i libri. Dunque potevo immaginare che ci potesse essere da qualche parte una cima “minore”, con una linea logica di salita che ancora non fosse stata affrontata, sulla quale riuscire ad aprire una via nuova? Mi risposi di sì e che di certo, vista la notevole quantità di alpinisti che frequentava la montagna, questa sarebbe stata probabilmente lontana dal fondo valle, in qualche luogo sperduto, difficilmente e faticosamente raggiungibile, quanto meno fuori vista e in zone scarsamente frequentate. Bisognava avere la fortuna di scovarla.

 

In quel giugno del 1979 durante un’escursione che ci avrebbe portato dal fondo della Val Canali a pernottare al Bivacco fisso Carlo Minazio avevamo notato una linea di fessure che solcava la parete della Pala Cristoforo e, molto più in quota, un’altra linea, prevalentemente di camini, sul Campanile Negrelli (*), che si trova nel gruppo di Cima Sedole. Erano cime “secondarie” e sufficientemente lontane da far sperare di avere trovato la possibilità di realizzare la “nostra” via nuova. Al ritorno a casa avviai subito le ricerche nella mia biblioteca, ma la vecchia Guida delle Pale Centrali di Samuele Scalet, Giulio Faoro e Lionello Tirindelli tagliò subito a metà le speranze perché la fessura della Pala Cristoforo risultava salita nel 1963 dai padovani Sandi e Grazian. Mi consolò solo il fatto di avere avuto “occhio” sia per l’individuazione della linea di salita che per la valutazione delle difficoltà che venivano date di terzo e quarto grado. Rimaneva invece speranza per il Campanile Negrelli, salito la prima volta per spigolo e parete est dalla cordata Michele Gadenz, Lallo Gadenz e Giorgio Gilli il 23 giugno 1955, sulla cui parete nord la cordata Timillero–Trevisiol aveva tracciato una difficile via di 5° e 6° grado, solamente due anni prima. Fu lo stesso Renzo Timillero “Ghigno”, indimenticato gestore del rifugio Treviso, ad assicurarmi che quei camini che delimitavano a destra la parete nord non risultavano ancora saliti e me lo disse in un fine settimana che trascorsi al rifugio, armato di macchina fotografica e teleobiettivo con cui andai a fotografare i camini del Negrelli per carpirne i “segreti“ alpinistici. In seguito mia moglie aveva stampato la sequenza di foto in bianco e nero con le quali avevo realizzato un collage che evidenziava tutta la linea di salita di cui avevo cercato di studiare logica e difficoltà. Non che avessi allora grande esperienza: arrampicavo da poco più di tre anni ed il mio compagno, Stefano, nemmeno andava da capocordata, quindi le responsabilità della cordata sarebbero state completamente mie. La prematura scomparsa di un giovane socio del Cai Ferrara, cui ero legato da una grande simpatia, fu la molla che mi decise, ancora più dell’ambizione personale, per la volontà di dedicargli la via. Continuavo a guardare il mio collage fotografico cercando di capire quale e quanto materiale sarebbe stato necessario per avere ragione della parete ed alla fine decidemmo di partire con una “dotazione” di una trentina di chiodi, alcuni cunei di legno, una corposa serie di dadi e, immancabili, le staffe. Allora non ci dava troppo fastidio uno zaino pesante sulla schiena e nemmeno tre ore di avvicinamento, men che meno quel giorno che ci apprestavamo ad aprire una via nuova. Durante la scalata mi resi conto di quanto avevo sbagliato nel valutare quei 200 metri di parete che superammo in tre ore incontrando difficoltà prevalenti di terzo grado superiore, un breve tratto di quarto grado e solamente un passaggio in strapiombo di quinto superiore: di tutto il materiale che avevamo portato con noi per la scalata usammo due chiodi e tre dadi.

 

Tra gli avvicinamenti che ricordo questo è quello più carico di intensità e di affetto, quello più denso di sapore di avventura, di fascino dell’ignoto, perché non conoscevamo nulla della salita, ma nemmeno della discesa (dove trovammo i cordini con gli anelli di calata lasciati da Renzo Timillero). Quel giorno per me fu come essermi guadagnato sul campo “l’attestato di alpinista”. Non avevamo compiuto un’impresa, ma vissuto e concretizzato un grande sogno: aprire una via nuova tutta nostra.

 

(*) Luigi Negrelli era un ingegnere dei trasporti nato a Fiera di Primiero il 23/1/1799. Autore del progetto dell’intera rete ferroviaria e fluviale svizzera, lavorò in Austria e Ungheria. I suoi progetti fornirono a Ferdinand Marie De Lesseps la base di lavoro per la costruzione del Canale di Suez. Morì a Vienna il 1/10/1858.

 

NOTA: La via “Claudio Sani” al Campanile Negrelli, aperta il 14 luglio 1979 da Gabriele Villa e Stefano Battaglia è relazionata sulla guida alpinistica “Pale di San Martino – Arrampicate ed escursioni nel Vallone delle Lede”, edita nel giugno 2004 da CIERRE Gruppo Editoriale (Verona) e firmata da Silvio Campagnola, Accademico del CAI e profondo conoscitore della zona, prematuramente scomparso all’inizio del 2005.

link al post | commenti (1) | categoria storie
martedì, 08 aprile 2008

ARIA AZZURRA

postato da mariocrespan alle 22:18 in ritorni a valle
Montagne di casa di Mario CrespanArrivò in un pomeriggio ventoso e assolato. Lo invitai a salire in casa ma lui preferì rimanere all’aperto, nell’aria azzurra, là, sui tre scalini dove spesso ci sediamo Luca ed io, “a fumarcene una” secondo il detto, cogliendo il dolce sapore dell’ozio rubato. Passando sulla strada aveva adocchiato la piccola roulotte parcheggiata sotto il pioppo e aveva deciso di fermarsi e chiedere se avessi intenzione di venderla.
Zvonko – un rom originario del Montenegro – aveva occhi azzurrissimi e intensi, capelli neri e ricci, pelle olivastra e corporatura robusta, quasi rotonda, ma senza alcun impaccio. L’impressione, al contrario, era di autentica leggerezza, pronta ad animare ogni frase con gesti di mimo – delle mani e del corpo. Attaccammo con la roulotte e poi discorremmo di tutto. I precetti del quotidiano e le donne, i controlli della polizia, ma anche – sfiorandole appena nelle cronache familiari – la vita e la morte. Suscitavano, i suoi discorsi, luoghi e cieli provvisori, nessun contorno definito, né di casa né di paese, nemmeno di colline o montagne, e nessuna nostalgia. Solo i confini del giorno, talvolta delle ore o persino dei minuti, quando una folata di vento, un attimo bruciato possono racchiudere l’intera esistenza. Per noi pure è così, ma di rado; per loro invece – faceva intendere Zvonko – è più che abitudine, è pelle e sangue. Non mostravano risentimento le sue parole ma, quasi fossero danza, di questa mantenevano lievità e incoscienza acerba.
 
Dopo due ore buone risalii in casa e mi sedetti presso la finestra aperta della cucina, da dove mi piace guardare la linea delle montagne che, nel luminoso e terso pomeriggio lavato dal vento, si disegnavano con precisione, i profili appena accennati dalle nevi residue di primavera. Azzurre le montagne, azzurra l’aria. La stessa del canto rom che – a metà tra citazione e rimpianto – conclude come uno struggente addio una delle più belle creazioni di De Andrè e Fossati.
Fin da ragazzo amo cantare e a poco a poco, negli anni, ho imparato – per quanto possibile, con la mia voce imperfetta – a pulire la linea melodica appoggiandola alla scansione dei versi, e a sostenerla con qualche accordo di chitarra. Così avviene che certi passaggi acquistino particolare intensità tanto da provocarmi, a volte, un’emozione tale da incrinarmi la voce ed accasciarmi. Succede spesso con Khorakhanè. Il ritmo, in tre quarti, è un semplice adagio e chi canta lo può ulteriormente rallentare o sospendere, lo può trascinare in accorato sussurro appena tinto di disperazione fino a farlo raggelare nel tumulto di un arcano dolore.
Forse Zvonko apparteneva proprio al gruppo rom Khorakhanè, “lettori del Corano”, che copre giusto la sua area dichiarata di provenienza. Zvonko – con le sue storie, la sua diffidenza atavica, la sua letizia, la sua affascinante e velata reticenza, il suo eterno vagare affinché l’aria azzurra diventi casa – era venuto qui a danzare e intridersi nei versi assolati e assoluti di De Andrè e Fossati. Se avevo bisogno di una conferma, essa era giunta piena e toccante.
Ma, ora più che mai, assieme all’errabondo destino dei rom ritrovo in questa canzone – molto meglio del più violento canto di protesta e con la forza sovrumana della poesia ­– la sorte vergognosa e ignorata di ogni emarginato, di ogni povero, di ogni dannato della terra. Storia antica o contemporanea non fa differenza. Mi affanno a cercare una spiegazione a tanto abominio e non riesco ad aggrapparmi a nulla se non al momentaneo ristoro di una magra condivisione. Purtroppo non basta un sollievo di lacrime a invadere gli occhi per distogliermi dalla dissoluzione di ogni speranza, dalla sclerosi in agguato all’affacciarsi di ogni battaglia. Ma il canto non muore, per fortuna, né morirà mai, anima e rianima la sete di giustizia dell’uomo.
La rivolta dei rom – poco importa se indotta o spontanea – è il viaggio. Non sottomettersi a nessuna stabile realtà e perciò riuscire ad affrancarsi da essa e da tutte le possibili prevaricazioni. Il viaggio, sempre il viaggio, eterno paradigma della nostra esistenza. E allo stesso modo paradigma di ogni avventura in montagna, di ogni non indifferente alpinismo. Mi piace pensare che ciò mi apparenti ai fratelli rom. Nomadismo dell’anima e delle cime.
 
– Non vendere la roulotte se non ne sei convinto! – mi raccomandò più volte Zvonko – È in buono stato ma non ne ricaveresti molto. E vedo che ti dispiace separartene...
– Hai ragione – risposi – ma, se cambio idea, sarai il primo a saperlo. Lasciami il tuo telefono.
– No, no… non ce n’è bisogno. Passo spesso di qua, ci vedremo ancora…
Dalla strada aveva capito al volo che dalla mia roulotte promanava lo spirito del nomade, del viaggio perpetuo. Tale è stato l’uso cui la destinammo al momento dell’acquisto. Ci faceva inorridire l’avvilente definitivo parcheggio subìto, come una prematura condanna, da molte caravan in un qualche camping di mare o di montagna. Per un totale di un anno distribuito su venti l’abbiamo abitata, la nostra, portandola in giro per paesi e contrade, della Francia soprattutto.
Nei giorni che seguirono mi convinsi che – se Zvonko fosse tornato alla carica – il nostro guscio l’avrei venduto a lui molto volentieri, o glielo avrei anche regalato. E non mi sarebbe dispiaciuto trascorrere altri pomeriggi modulati su ritmi di epos allegro e danzato come quell’unico volato in sua compagnia, seduto sui tre scalini con lui davanti a me come su un palcoscenico, a trascinarmi sull’onda calda e avvolgente dei suoi racconti, vivaci gli occhi azzurri e liberi come l’aria libera e azzurra. Passò il tempo e, da allora, le note e i versi di Khorakhanè si arricchirono di una linfa vitale profonda e partecipe che prima non avevano avuto.

Per alcuni mesi continuai a sperare che Zvonko tornasse a trovarmi. Ma non lo rividi più.

link al post | commenti (2) | categoria ritorni a valle