IL SACCO DI S.
Dolomiti di Brenta, anni fa.
Stiamo risalendo le scalette infinite del sentiero attrezzato che dal Tuckett porta all’Alimonta. Non è un percorso difficile, pertanto abbiamo lasciato negli zaini imbraghi e moschettoni. Chi di noi, d’altronde, non ha mai salito una scala a pioli per montare in soffitta, o sul ciliegio dei nonni?
Ad un tratto intravedo un’ombra che dall’alto scivola giù e mi accarezza lo zaino. Sento un tonfo sordo, un altro e ancora un altro. E silenzio, dopo.
Tutto attorno il Brenta scintilla nella mattina fresca.
Chi è caduto? Chi c’era sopra di me?
Si sa che le comitive numerose si allungano ed accorciano, per sentieri facili. Acceleri, rallenti, stai al passo per finire un discorso, oppure allunghi per distendere le gambe. Tanto, ci si ritroverà al bivio, o al collo di bottiglia.
Chi c’era sopra di me? S.? Possibile? Proprio lei?
In una parola è impossibile definirla. Con una metafora, forse sì. “Una mezza damigiana di vino aspro”. Così l’aveva classificata un amico, il più faceto della compagnia. Ma c’era invidia nella definizione. Derivante dall’essere stati superati in produzione di arguzie e corrosività di pensiero.
Tenere dietro alla chiacchiera di S. è impossibile. Non c’è competizione. E’ come affrontare il mitologico pernacchiometro a 36 canne con una misera trombetta da Capodanno.
Eppure… come si fa a rinunciare ad una compagna di gita così?
Sono misteriose le interazioni tra le persone. La prima volta con lei ci siamo augurati che la gita finisse presto, senza spargimento di sangue.
Poi ti accorgi che le impressioni ed i ricordi più vivi sono legati alle battute sdrammatizzanti, alle osservazioni infondate che ti fanno scendere dal trono di paladino duro, puro e retorico della Lotta con l’Alpe.
Ed un po’ alla volta ti rendi conto che S. è utile, dilettevole e quasi indispensabile. Perché un mazzo di carte taroccato rende le partite più imprevedibili ed interessanti. Più pragmaticamente, ci vuole qualcuno che al rifugio dica ad alta voce che le razioni sono miserrime, o i cesso laidi da far schifo.
In breve, è necessaria S. come testa d’ariete per scompaginare i luoghi comuni per cui in silenzio si sopportano disagi, fatica e tempo brutto “pour le plaisir”.
Ed ora S. è passata volando dietro la mia schiena, e si è schiantata sotto, al fondo della scaletta.
“Chi è caduto?”
“Io no” “Io no” “Io no”…
Ovvio. All’appello gli assenti non rispondono.
“Io no, perché?”
Ma questa è lei! Ed allora, se siamo tutti qui, sani e salvi, che è successo?
“Il mio sacco a pelo! IL MIO SACCO A PELO! IL MIO PREZIOSISSIMO SACCO A PELO!”
Il mistero è chiarito, possiamo tirare un (breve) sospiro di sollievo. Il sacco di S., male assicurato allo zaino, si è sfilato ed è volato giù per tutta la scaletta. Seguono chiacchiere, brontolamenti, teorie sulla corretta composizione e chiusura di sacchi, bagagli e valigie. Lo strepito sale, possibile che tra tutti i valenti ed eroici alpinisti presenti nessuno sia in grado di recuperare un sacco a pelo di dubbia provenienza e frequentazione? K. si offre di scendere a prenderlo, calandosi alla corda fino alla cengia poco sotto. Ritorna con il sacco ed uno splendido geode di cristalli di calcite.
“Ecco, se non fosse stato per quel sacco, non avreste mai e poi mai trovato i cristalli!”
E’ l’immancabile e imprevedibile chiosa alla rievocazione dell’evento, la sera stessa, seduti alla tavola del Pedrotti. Di chi le parole? Occorre dirlo?
24 aprile 2008, Bolzano. Tra squarci di azzurro la neve si scioglie al favonio.
Disclaimer: come per gli altri racconti della serie “Dolomia in polvere”, tutto ciò che leggete è veramente accaduto. Alcuni nomi di persona sono riportati per intero, altri solo puntati. Non c’è logica o studio in questo, solo differenti rapporti con le persone stesse. Mi auguro che nessuno si senta urtato, sminuito o messo in cattiva luce nel leggere di sé. Il mio intento non è quello.
“Honi soit qui mal y pense”
Mi sentivo un drugo alla Kubrick in sella alla gloriosa MV Agusta 350 bicilindrica che tagliava le curve della litoranea in Gallura e puntava le file di suore impaurite nonché sobbalzanti. E pensare che prima di venire a trovarti non mi ero allontanato più di tanto dalle contrapposte sponde del Piave, di qua e di là dov’era un’osteria, un'osteriiiaaa! E che rientrando poi su dalla Marca trevigiana fra le mie dolomie sarei passato addirittura ai Sex Pistols! Ma intanto lì a Santa Teresa con te, giovane e spoglia, ascoltavo Loy e Altomare: «Quattro giorni insieme, a far l’amore come matti, a cucinarci gli spaghetti lalala lala lalalala...».
Mio caro amore (III) sai che c’azzecca la moto coi monti, con Intraisass? La moto è come il cavallo. È libertà. È da uno e hai presente piuttosto l’effetto di due sopra lo stesso cavallo? Sì, perfino sui monti incontri in processione i cajani che se vai svelto t’inseguono e se rallenti van dentro di testa al tuo zaino. Ma puoi andare anche da solo. Puoi, rischiando il giusto, scartare. E comunque sia pure tu Silia in quell’estate calda e ventosa senza l’obbligo del casco, nel ’76, pressoché in capo alla Sardegna avevi la pelle del mare.
Ci sono tanti modi di accorgersi dell’arrivo della primavera. Quest’anno, ad esempio, il primo segnale mi è arrivato dalle violette che l’anno scorso sono comparse per la prima volta nel cortile ghiaiato del mio condominio in piena città e sono rifiorite quest’anno ancora più numerose, quando ancora l’inverno non dava cenni di volersene andare. Ci sono anche altri modi, magari un po’ meno “romantici”, per accorgersi del ritornare della stagione dei fiori, chessò, magari andando a fare la spesa al supermercato o dal verduraio e notando il comparire di certe primizie. Negli ultimi tempi vado abbastanza spesso al supermercato per conto di mia madre che non è più in grado di girare con le sporte della spesa ed anche per conto della famiglia di cui sono “l’incaricato” dei vini e, saltuariamente, del latte e dei sottaceti. E’ stato così che mi sono accorto del richiamo irresistibile che hanno su di me le fave e non manco mai di comprarne un sacchetto per poi mangiarle in olio, pepe e sale e immancabilmente il pensiero ritorna a tanti anni fa ad un ricordo apparentemente insignificante e che pure ritorna ogni volta che vedo i verdi baccelli.
Sopra la conca di Cortina d’Ampezzo, salendo verso il Passo Falzarego, si incontra una frazioncina che si chiama Gilardon e proprio lì abitavano lo zio Aldo, la zia Gisa e mia cugina Silvana in una casa grande con più appartamenti ed annesso fienile alla cui porta d’entrata si accedeva attraverso un vòlto in muratura contornato da fiori e rampicanti. Era veramente inconfondibile, tant’è che quando mi capita di ripassare di lì in auto riconosco ancora la casa a quasi cinquant’anni di distanza. Lo zio Aldo aveva un’officina giù, a fianco del Boite, dove lavorava il ferro battuto e dicevano che era un bravo artigiano. Aveva lavorato anche alla costruzione della funivia del Faloria e quando lo sentivo raccontare, a me adolescente, faceva l’effetto di un racconto mitologico tanto che, ancora oggi, “funivia del Faloria” suona mitico, come, chessò, “cannoni di Navarone” o “colonne d’Ercole”. Doveva essere estate ed io ero ospite degli zii assieme a mia madre e ricordo che, verso sera, mandavano Silvana e me a prendere il latte appena munto ad una stalla distante circa un chilometro dalla casa. Passavamo sotto il voltino fiorito e ci avviavamo con la nostra “candolina” lungo la strada bianca in discesa fino alla stalla dove il contadino ce la riempiva e poi ritornavamo. Al ritorno imboccavamo una scorciatoia attraverso i prati che Silvana mi aveva insegnato, per arrivare direttamente a casa senza rifare la strada, ma il fatto è che il viottolo passava al fianco dei campi coltivati e, guarda caso, in uno di questi c’erano le fave di cui, immancabilmente, facevamo una scorpacciata. Ma evidentemente eravamo stati notati ed una sera, appena rientrati in casa, la zia Gisa ci chiese molto insistentemente che strada avessimo fatto, se fossimo passati vicino al campo di fave e se ne avessimo mangiate. Io tacevo e Silvana negava decisamente e più la zia insisteva a chiedere e più lei negava, finchè cominciarono a volare sberle perché era chiaro che il proprietario del campo si era lamentato con la zia per le nostre “sottrazioni indebite”, che lei probabilmente ci aveva tenuto d’occhio nel nostro percorso e quella bugia, quel voler negare l’evidenza, la faceva arrabbiare ancora di più. Nelle sere successive andammo ancora a prendere il latte con la “candolina”, ma non imboccammo più la scorciatoia fra i campi, ritornavamo immancabilmente per la strada bianca e ripassavamo sotto al voltino fiorito, di certo pensando alle fave del campo ed a quanto sarebbe stato piacevole farne un’altra scorpacciata.
Oggi, quando mangio le fave, oltre a gustarmi il loro sapore ritrovo sempre il piacere di quel lontano ricordo di Gilardon e mi meraviglio di come certi episodi, almeno apparentemente di marginale importanza nel percorso di una vita, siano rimasti così indelebili nella mia mente.
C’è stato un periodo della mia vita alpinistica in cui le previsioni del tempo erano solo un’indicazione di massima su cosa mettere nello zaino per andare in montagna nel fine settimana. Facevo allora cordata con Stefano, un allievo del corso roccia del 1978 con il quale avevo stretto un’intesa alpinistica veramente perfetta: di dieci anni giusti più giovane di me, aveva una passione per la montagna ed una voglia di andare che non si esauriva mai. Erano gli anni in cui lavoravo in officina meccanica e per me la montagna era anche fuga da un quotidiano che non mi soddisfaceva per nulla. Anche per quello le previsioni del tempo erano diventate solamente un’indicazione di massima, perché comunque noi si sarebbe andati. Bel tempo stabile voleva dire un’arrampicata lunga o un’escursione di ampio respiro se era autunno inoltrato o inverno, tempo variabile equivaleva ad un’arrampicata corta (solitamente in zona Falzarego o in Val Canali), con la pioggia o la neve erano giri in fondo valle o su sentieri in quota con la mantellina, perfino i temporali non ci fermavano perché c’era sempre una baita in cui andare ad accendere un fuoco o un rifugio sconosciuto da andare a scoprire.
Un pomeriggio in cui le previsioni erano veramente disastrose e non lasciavano alcuna speranza partimmo con
Il blu, il giallo, il verde e di nuovo il blu e lo spumeggiante salmastro nell’aria delle Cinque Terre. Sembrava quasi fatta, monterossina e nobile Lucia. Lucia d’oro e di pelle del mare, a me non familiare. Dicesti: «Va bene, facciamo ancora un giro fin sopra al vicino crinale dov’è il santuario della Madonna di Soviore e poi io vengo a letto con te, quaggiù in paese». Ma come direbbero gli americani, non funzionò più di tanto. Non nacque propriamente uno Stato, alla prima.
Mio caro amore (VII), restammo allora amici? Sì, lo restammo. Ma sotto le gelide coperte dell’antico Albergo Monte Leone lassù all’Alpe Veglia, a 1761 metri d’altezza oltre il livello per te abituale, quando mi richiedesti al fine di addomentarti se potevi infilare una delle tue gambe tra le mie e procedesti, io non è che poi riposai... più di tanto. Sarebbe stata magari buona la seconda? Vabbé, ’fanculo agli yankee e già che ci siamo anche a Francesco Alberoni! All’amicizia, pure, ’fanculo!
Come si fa ad aprire una via nuova? Me l’ero chiesto molte volte in quei primissimi anni in cui avevo iniziato ad arrampicare. Leggendo i libri dei “grandi” avevo imparato che inizialmente si erano cercate le linee “logiche ed ideali” di salita, che successivamente era esistita la ricerca della linea della “goccia cadente”, che erano da individuare i “problemi della parete” cioè le scalate che risolvevano la salita più diretta ad una cima famosa, poi c’erano stati gli “ultimi problemi” delle Alpi, ma si parlava sempre dell’alpinismo d’elite, di un qualcosa che per me era impensabile ed irraggiungibile. Leggendo la rubrica delle prime ascensioni sulla Rivista del Club Alpino Italiano invece mi rendevo conto di quante salite continuassero ad essere realizzate su cime diversissime, anche non tanto “importanti”, da alpinisti a me sconosciuti, forse più “normali” di quanto non potessero apparirmi i grandi fuoriclasse di cui leggevo avidamente i libri. Dunque potevo immaginare che ci potesse essere da qualche parte una cima “minore”, con una linea logica di salita che ancora non fosse stata affrontata, sulla quale riuscire ad aprire una via nuova? Mi risposi di sì e che di certo, vista la notevole quantità di alpinisti che frequentava la montagna, questa sarebbe stata probabilmente lontana dal fondo valle, in qualche luogo sperduto, difficilmente e faticosamente raggiungibile, quanto meno fuori vista e in zone scarsamente frequentate. Bisognava avere la fortuna di scovarla.
In quel giugno del 1979 durante un’escursione che ci avrebbe portato dal fondo della Val Canali a pernottare al Bivacco fisso Carlo Minazio avevamo notato una linea di fessure che solcava la parete della Pala Cristoforo e, molto più in quota, un’altra linea, prevalentemente di camini, sul Campanile Negrelli (*), che si trova nel gruppo di Cima Sedole. Erano cime “secondarie” e sufficientemente lontane da far sperare di avere trovato la possibilità di realizzare la “nostra” via nuova. Al ritorno a casa avviai subito le ricerche nella mia biblioteca, ma la vecchia Guida delle Pale Centrali di Samuele Scalet, Giulio Faoro e Lionello Tirindelli tagliò subito a metà le speranze perché la fessura della Pala Cristoforo risultava salita nel 1963 dai padovani Sandi e Grazian. Mi consolò solo il fatto di avere avuto “occhio” sia per l’individuazione della linea di salita che per la valutazione delle difficoltà che venivano date di terzo e quarto grado. Rimaneva invece speranza per il Campanile Negrelli, salito la prima volta per spigolo e parete est dalla cordata Michele Gadenz, Lallo Gadenz e Giorgio Gilli il 23 giugno 1955, sulla cui parete nord la cordata Timillero–Trevisiol aveva tracciato una difficile via di 5° e 6° grado, solamente due anni prima. Fu lo stesso Renzo Timillero “Ghigno”, indimenticato gestore del rifugio Treviso, ad assicurarmi che quei camini che delimitavano a destra la parete nord non risultavano ancora saliti e me lo disse in un fine settimana che trascorsi al rifugio, armato di macchina fotografica e teleobiettivo con cui andai a fotografare i camini del Negrelli per carpirne i “segreti“ alpinistici. In seguito mia moglie aveva stampato la sequenza di foto in bianco e nero con le quali avevo realizzato un collage che evidenziava tutta la linea di salita di cui avevo cercato di studiare logica e difficoltà. Non che avessi allora grande esperienza: arrampicavo da poco più di tre anni ed il mio compagno, Stefano, nemmeno andava da capocordata, quindi le responsabilità della cordata sarebbero state completamente mie. La prematura scomparsa di un giovane socio del Cai Ferrara, cui ero legato da una grande simpatia, fu la molla che mi decise, ancora più dell’ambizione personale, per la volontà di dedicargli la via. Continuavo a guardare il mio collage fotografico cercando di capire quale e quanto materiale sarebbe stato necessario per avere ragione della parete ed alla fine decidemmo di partire con una “dotazione” di una trentina di chiodi, alcuni cunei di legno, una corposa serie di dadi e, immancabili, le staffe. Allora non ci dava troppo fastidio uno zaino pesante sulla schiena e nemmeno tre ore di avvicinamento, men che meno quel giorno che ci apprestavamo ad aprire una via nuova. Durante la scalata mi resi conto di quanto avevo sbagliato nel valutare quei
Tra gli avvicinamenti che ricordo questo è quello più carico di intensità e di affetto, quello più denso di sapore di avventura, di fascino dell’ignoto, perché non conoscevamo nulla della salita, ma nemmeno della discesa (dove trovammo i cordini con gli anelli di calata lasciati da Renzo Timillero). Quel giorno per me fu come essermi guadagnato sul campo “l’attestato di alpinista”. Non avevamo compiuto un’impresa, ma vissuto e concretizzato un grande sogno: aprire una via nuova tutta nostra.
(*) Luigi Negrelli era un ingegnere dei trasporti nato a Fiera di Primiero il 23/1/1799. Autore del progetto dell’intera rete ferroviaria e fluviale svizzera, lavorò in Austria e Ungheria. I suoi progetti fornirono a Ferdinand Marie De Lesseps la base di lavoro per la costruzione del Canale di Suez. Morì a Vienna il 1/10/1858.
NOTA: La via “Claudio Sani” al Campanile Negrelli, aperta il 14 luglio 1979 da Gabriele Villa e Stefano Battaglia è relazionata sulla guida alpinistica “Pale di San Martino – Arrampicate ed escursioni nel Vallone delle Lede”, edita nel giugno 2004 da CIERRE Gruppo Editoriale (Verona) e firmata da Silvio Campagnola, Accademico del CAI e profondo conoscitore della zona, prematuramente scomparso all’inizio del 2005.
Arrivò in un pomeriggio ventoso e assolato. Lo invitai a salire in casa ma lui preferì rimanere all’aperto, nell’aria azzurra, là, sui tre scalini dove spesso ci sediamo Luca ed io, “a fumarcene una” secondo il detto, cogliendo il dolce sapore dell’ozio rubato. Passando sulla strada aveva adocchiato la piccola roulotte parcheggiata sotto il pioppo e aveva deciso di fermarsi e chiedere se avessi intenzione di venderla.Per alcuni mesi continuai a sperare che Zvonko tornasse a trovarmi. Ma non lo rividi più.