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lunedì, 31 marzo 2008

QUELLI CHE STANNO A NORD

postato da davidesapienza alle 18:20 in alpinismo

Dai, no. Non spaventatevi, non è un'incursione della lega a pochi giorni dalle elezioni. E' "solo" il titolo definitivo del film di cui ho parlato nel mio ultimo post - ahi ahi, lo so, era il luglio 2007 ma  ...su Intraisass vedo tanto "alpinismo" e io di alpinismo so poco, preferisco leggere e imparare.
Quello che so invece è che il prestigioso Lab80 di Bergamo ha prodotto il film "Quelli che stanno a Nord" di Maurizio Panseri e Alberto Valtellina. E' la storia della Nord (Ovest) della Presolana e qui, anche se di alpinismo non so, ci abito, in Presolana e sono fiero che questi amici, coinvolgendo guide come il giovane Roby Piantoni di Colere, abbiano saputo tracciare una storia della gente di Scalve che vive all'ombra di quella splendida montagna.
Vi aspettiamo venerdì 4 aprile a Clusone: le info qui - www.orme.tv/presolana/pro.html . Insomma, con 'sta storia delle montagne figlie di un Sasso Minore, direi che sarebbe tempo di cambiare un po' aria, no? Da Ognidove, un Augh.

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sabato, 29 marzo 2008

ALPINISMO MITOLOGICO

postato da gabrielevilla alle 00:42 in storia dell alpinismo

Ci sono vecchi libri di alpinismo che uno non si stancherebbe mai di rileggere, alcuni capitoli di questi anche più volte, soprattutto le biografie degli alpinisti che in seguito sono diventati dei “grandi” e che in quei libri hanno descritto ascensioni ed avventure che sono diventate pagine di storia. Una storia che non è solo fatta dalla difficoltà della scalata o dai dettagli tecnici dell’impresa ma anche dal racconto del prima e del dopo, quando avvicinamenti alla montagna e rientri a casa erano da fare in bicicletta e costituivano parte integrante dell’avventura con il loro supplemento di fatiche.
Alcune di queste pagine sono e rimangono mitiche. 

 

Mi attende una vera e propria tortura: 1100 metri di dislivello su una distanza di 20 chilometri, fino al Passo del Maloja. In capo a due ore ce l’ho fatta: alle 8 di sera mi trovo sul colle. Ora ho dinanzi a me 140 chilometri di stradone. Speriamo che non succeda qualche guaio alla bicicletta, altrimenti dovrei proseguire a piedi…

…La notte stende le sue nere ali sui monti e sulle valli. Seguo la chiara striscia della strada, che si perde nel buio notturno, e accumulo chilometri su chilometri. Così per ore interminabili discendo la valle al ritmo costante del mio motore muscolare. Alle 2 passo la frontiera svizzero-austriaca a Martinsbruck. Continuo a pedalare meccanicamente, come in sogno. Sempre più spesso mi sento vincere dalla stanchezza e solo chiamando a raccolta tutte le energie riesco a tenermi sveglio. A oriente, l’orizzonte si rischiara a poco a poco: sorge un limpido, fresco mattino. Ancora 15 chilometri fino a Landeck! Diritta, in leggera discesa, la strada segue il corso dell’Inn fino al ponte di Pontlatz. Leggere e silenziose le ruote volano sull’asfalto. Ma ecco… uno schianto improvviso, e mi arresto di botto, violentemente. In un batter d’occhio descrivo nell’aria un vasto cerchio, come un luccio preso all’amo, picchio la testa contro un qualcosa di duro, faccio una capriola e mi sento immerso in un elemento umido e freddo. Ancora ubriaco di sonno, spalanco gli occhi. Un’ampia superficie d’acque si stende dinanzi…

…Ora capisco dove sono andato a finire: nell’Inn! L’acqua mi arriva al collo, ed è l’acqua delle grandi piene! Il fresco sgradevole di questo insolito soggiorno mi sveglia in un baleno. Ecco là la mia fedele bicicletta e il sacco. Stanno appunto per svignarsela all’inglese, quando riesco ad afferrarli in extremis…

…Le 4,30 del mattino: un’ora niente affatto propizia per un bagno in un gelido e impetuoso torrente!...

…Ora, bicicletta in spalle m’incammino a piedi. Debbo digerirmi alcuni chilometri per raggiungere la prima casa, l’<Albergo della vecchia Dogana>. Dopo lunghe ore di attesa, durante le quali i miei abiti incominciano pian piano ad asciugarsi, una corriera mi porta a Landeck. La civiltà, il mondo della pianura mi hanno ripreso nel loro grembo. Ma che importanza possono mai avere fatiche e privazioni, un bagno involontario, una bicicletta ammaccata e il raffreddore che ne seguì? Tutte piccolezze in confronto alla indimenticabile esperienza donatami da simile grande impresa. Le sofferenze fisiche, i disagi svaniscono presto; la bellezza invece perdura incancellabile nel ricordo.

 

Era il grande Hermann Buhl a raccontare il rientro dalla “indimenticabile esperienza donatami da simile grande impresa”, conclusasi con quel bagno imprevisto nelle acque del fiume Inn. Aveva allora 28 anni, essendo nato ad Innsbruck il 21 settembre 1924, e l’impresa era stata la prima salita solitaria (e decima assoluta a 15 anni dall’apertura nel 1937) della via Cassin alla parete nord-est del Pizzo Badile, compiuta domenica 6 luglio 1952, dopo essere arrivato in Val Bondasca con la fida bicicletta. Una salita “lampo” che Buhl racconta senza alcuna enfasi ed i cui tempi emergono dal racconto con semplicità.

 

“Avevo caricato la sveglia alle 2, ma destandomi m’accorgo con spavento che è già chiaro. Consulto l’orologio: le 4! Non ho udito la sveglia. Mi preparo in fretta e furia, faccio colazione camminando…
…Alle 6 in punto, abbandonando agevolmente la neve, attacco la roccia…

…Viene poi una serie di magnifici passaggi, finchè alle 8 abbordo il nevaio nel mezzo della parete. Mi installo su un masso caldo, vi indugio un poco a riprendere fiato, raccogliendo fresche energie in vista delle prossime difficoltà…
…La vetta è raggiunta! Con un heil! Saluto la schiera di giovani italiani, i quali mi rispondono esclamando <Saluti!> e <Bravo!>. Sono appena le 10,30: ho tutto il giorno davanti a me. Sui volti degli italiani leggo entusiasmo e stupore. Si accostano e si presentano, uno dopo l’altro: Mauri, Ratti… A questo punto, tendo l’orecchio. Questi nomi suonano familiari, appartengono all’èlite dell’alpinismo italiano…
…Un’ora dura il colloquio in sì piacevole compagnia, mentre ho a malapena il tempo di godermi lo stupendo panorama…
…I miei nuovi amici vogliono assolutamente condurmi con loro fino a Lecco, ma debbo spiegare che in ogni caso sono costretto a ridiscendere a Pramontogno, ove ho lasciato la bicicletta. Inoltre domattina ho da essere senza fallo di ritorno ad Innsbruck. Il commiato è affettuoso. Gli amici di Lecco scendono verso sud, mentre il mio cammino porta a nord, lungo lo spigolo del Badile…
…Non conoscendo la via, seguo abbastanza da vicino il filo di cresta. La discesa senza impiego della corda è meravigliosamente bella ed esposta. Proseguo la mia discesa per gli 800 metri di dislivello…
…Traversato un ultimo piccolo nevaio, mi ritrovo allo sperone roccioso d’attacco, vicino alla mia roba, sono appena le 3 del pomeriggio”.

 

Di lì a poco inizierà il viaggio di ritorno in bicicletta che concluderà quel fine settimana alpinistico del grande Hermann Buhl, iniziato il venerdì sera e terminato il lunedì mattina: più di 300 chilometri percorsi in bicicletta con il materiale da scalata al seguito, oltre 2000 metri di dislivello, la ripetizione solitaria della Cassin al Badile a tempo di record, la discesa dallo spigolo nord senza la corda e …il bagno nel fiume Inn dopo essersi addormentato in bicicletta alle 4,30 del lunedì mattina. Credo che questa non sia solamente una pagina di storia dell’alpinismo, ma ne travalichi i confini per sconfinare nella leggenda, vorrei dire nella mitologia. Questo secondo me è alpinismo mitologico.

 

NOTA: Il libro “E’ buio sul ghiacciaio” è stato ristampato nel 2007 dall’editore Corbaccio con l’aggiunta dei diari di Hermann Buhl delle spedizioni al Nanga Parbat, al Broad Peak e al Chogolisa. Curatore dell’edizione è stato Kurt Diemberger che di Buhl fu compagno nella salita al Broad Peak e lo vide cadere e scomparire in seguito alla rottura di una cornice di neve in discesa dal Chogolisa.

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venerdì, 28 marzo 2008

DOLOMIA IN POLVERE 2/X

postato da gpcastellano alle 13:59 in storie, volti al volo

La compagnia C

Lo sono stato anch'io, uno di loro. Senza particolare merito, devo dire. Perché erano più bravi di me. I migliori.

A tirare tardi nelle partenze, a mettere il caffé sul fuoco quando gli altri si caricavano lo zaino in spalla ed il direttore di gita li guardava furibondo.

Sempre pronti allo scarto verso il rifugio. Alla deviazione sulla punta prestigiosa. Alla battuta pronta, od allo sguardo trasognato davanti al Dom che incitava a sbrigarsi.

Il trekking del CAI di Rivarolo Canavese in Dolomiti, nell'anno di grazia 1991, si proponeva di intrecciare le Alte Vie 1 e 2, da San Candido a Listolade. O, se i paesi vi dicono nulla, ed i monti tutto, dalle Lavaredo alla Tofana, Pelmo e Civetta. Dato l'alto numero di iscritti, ci si sarebbe mossi in totale autonomia. Tende e batterie da cucina in spalla, pernottamenti lontani da rifugi e centri abitati.

Zaini immensi e differenti forme fisiche? Il risultato fu una comitiva lunghissima, con molti spazi vuoti. Frammentazione e dispersione tra gruppo di testa, velocissimo e da serie A, un centro abbastanza variegato, nella anonima serie B, e la coda lenta, tranquilla, paciosa, da serie C, appunto. Da qui il nome, e lo stile.

Kiki, Mario, Stefano, Davide, Luca, il Conte, l'altro Mario, Paola, Gian, Elena. Ed altri ancora, con maggiore o minor dedizione alla causa. Ma, sempre, con l'intima certezza di assaporare di più e meglio rispetto a chi stava davanti e correva, correva, correva.

Io ero un ibrido, lo confesso. Mi era piaciuto spingere sulle gambe e guadagnare la testa della comitiva A, all'inizio, ma dopo aver perduto per il troppo correre la deviazione alle gallerie del Paterno, avevo scoperto la piacevolezza di farmi assorbire dalle chiacchiere e dalla lentezza della comitiva C.

Non mi sono mai pentito, di quella decisione. Anche se ancora adesso mi piace correre avanti.

Questione di compagni di gita, direte. E di finalità, insisterete.

Momenti intensi. Come quando sfidammo la canicola infernale della Val Travenanzes trasportando per chilometri un assurdo palo da vigna, che rimase a galleggiare nel torrente in cui ci bagnammo. Ancora, in quella valle dimenticata, ripulimmo il sottotetto della malga da tonnellate di guano di pipistrello, pur di saltare per una volta il montaggio serale delle tende ed il piegarle alla mattina fradice di rugiada.

Sotto le Cinque Torri assalimmo il rifugio in cerca di cibo e bevande, e ne ritornammo a notte fonda ciarlando come merli ed incespicando nei baranci. Urlammo come dei pazzi nelle gallerie del Lagazuoi, cercando di restituire la vista al Kiki, che era entrato senza togliere gli occhiali da ghiacciaio e non capiva, proprio non capiva, cosa gli fosse successo, ma intanto mulinava la torcia come un saracino.

E, l'ultima sera, ci infilammo al Vazzoler a riempirci di polenta e spezzatino, per tenere compagnia alla nostra protetta Elena (ma questa è un'altra storia, la numero 1 di tutte le storie).

Sì, la compagnia C di quel trekking rimase un mito. Anzi, un fulgido esempio di come fosse possibile accordare la prestazione atletica con la curiosità della deviazione ed il piacere dell'ennesimo boccale di birra.

Certo, in qualche momento si esagerò con la mollezza, ma era il naturale complemento alla rigidità di chi dirigeva con un occhio al cronometro ed un altro alla carta topo.

Ecco, questo è stato per me l'insegnamento più importante di quei momenti: il chiedersi dove porta quel sentiero, cosa si vede da quel colle, quali incontri si possono fare in quel rifugio. Guardare, domandare, sentire e capire. In due parole, gustare la libertà di potersi fermare. Ed emozionare.

Caselle Torinese, marzo 2008. Assaggi di primavera, voli di pettirossi, ed un fiocco di neve.

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mercoledì, 26 marzo 2008

AMORE E PARETI 2

postato da mariocrespan alle 09:03 in ritorni a valle
Un certo sorrisoI nostri occhi si incontrarono sotto l’Antelao e, solo due settimane più tardi – il 19 del mese azzurro di settembre – cominciammo la vita in comune accanto al laghetto Pradidali. La sorte amica volle che l’unione avvenisse lì, al cospetto di contrapposti giganti come Cima Canali e Pala di San Martino, dove la valle brevemente ripiana prima dell’ultima impennata verso l’Altopiano e il giallo degli appicchi circostanti prende il posto del giallo dei fiori. Sì, proprio lì, in Val Pradidali, dove pochi anni avanti era iniziata veramente la mia vita con la formazione di un luminoso universo di crode su cui proiettare e inscrivere i miei giorni a venire.
Da allora non abbiamo mai smesso di salire le montagne assieme e continuiamo tuttora. Non siamo grandi alpinisti, rimaniamo sui gradi bassi. Hans Steger e Paula Wiesinger, Marino Babudri e Ariella Sain, gli stessi nostri amici Francesco e Gloria, queste ed altre consimili e valentissime cordate di coppia si possono permettere imprese. Noi no. Ci accontentiamo di scalate più abbordabili, possibilmente appartate e non banali, cui dedicare la piccola intimità conseguita accanto agli alti orizzonti aperti e da essi sostenuta. Per comodità e frequenza di accesso siamo molto legati alle Dolomiti d’Oltre Piave e a quelle del Comèlico, montagne di casa, ma non esiste luogo dolomitico che non occupi un posto nel nostro cuore.
Spesso abbiamo sperimentato quanto le pareti e le cime possano acquetare i fatali conflitti che la vita a due trascina con sé. Ci si avvia lungo il sentiero ciascuno per proprio conto, incazzati come bestie, talora, e rinchiusi fra barriere di cieca e pretesa incomprensione. A poco a poco, però, acque valli e profili prendono a raccontare di noi attraverso la loro presenza, e ci sentiamo fluire addosso un inatteso squilibrio di scala. Presto siamo ricondotti a zero, alla merda delle nostre cellulette, assoluto principio di democrazia originaria. Ed ecco che le montagne fanno pulizia, lavano via tutto, semplificano, e noi ritroviamo alla prima sosta negli occhi del compagno i nostri occhi dimenticati.
 
Ricorderò, ricorderemo quell’arrampicata sulla Pala di San Bartolomeo, la vetta che, dal basso, immette alla lunga, turrita e ascendente Cresta della Val di Roda. Già vent’anni di vita avevamo condiviso e – in quel 1984 – eravamo davvero in crisi e sull’orlo di una definitiva separazione. Perché qualcosa ci spinse proprio sul “Camino degli Angeli”? Forse la prospettiva di una bella via che, ai tempi dei miei esordi sulle rocce, vantava un’ottima reputazione, solido terzo grado con alcuni passi appena più difficili. Ci avviammo a piedi da San Martino, camminando vicini e silenziosi. A volte i nostri sguardi si incrociavano, sembravano interrogarsi e chiedere “perché?”; eppure non c’era animosità in noi mentre ci inoltravamo nel bosco e pareva quasi che – se fosse successo – ci saremmo lasciati solo per una qualche causa di forza maggiore imposta da circostanze ineluttabili. Ma ci credevamo, in fondo? Fin dall’inizio avevamo riposto in noi stessi la sola certezza possibile, costruita nei primi due anni con furia quasi dirompente per tracciare confini da accettare o distruggere o superare, indirizzi esistenziali da seguire, ricerche da intraprendere e continuare nel tempo a venire. Assieme. Non volevamo viverci part-time, come tanti. Arte e montagne erano state elevate a dirittura fondamentale di vita e, forti di tale scelta combattuta e consapevole, avevamo assecondato in pieno il nostro progetto. Pareva davvero assurdo, ora, trovarsi in simile situazione. Non capitava a noi, era un film. E se invece un probabile, imminente distacco avesse amplificato a dismisura una pretesa sensazione di vicinanza? Ogni tanto la mia compagna si volgeva e, senza proferir parola, mi sorrideva in un modo che da sempre le conoscevo, il medesimo di certi suoi parenti di valle e, forse, di qualche suo avo montanaro. Un sorriso d’intesa totale che lei aveva preso, trasformato e assimilato secondo le linee del volto, e riservato a me solo.
Infine cominciammo ad arrampicare. Salivamo fluidi e tranquilli, armoniosamente. La stessa arrampicata, nel suo pacato svolgersi, sembrava affermare con forza eccezionale la sciocchezza che sarebbe stata un’eventuale separazione. Era lì, era quella la nostra vita, e non poteva essere altrimenti, malgrado le convinzioni del momento. A un tratto, quasi a metà, incontrammo due giovani intenti a scendere:
– Perché mai tornate indietro? – chiesi loro – Ci son problemi?
– No, no… ma la via non è attrezzata, e nemmeno le soste – mugugnò uno dei due, il capo – non possiamo continuare a rischiare!
– Ma su, andiamo! È bella la via… Un po’ sporca, d’accordo, ma mettete voi le protezioni, e attrezzatevi le soste! Non è meglio uscire in alto piuttosto che scendere?
– No, no, grazie. Preferiamo scendere… Arrivederci.
Questa, poi… ma cosa si aspettavano, una via di palestra?
Verso la fine la roccia diventa grigia, piena di buchi, tipica delle Pale. Mi attaccai a una bella fessura e poco dopo raggiungemmo la cengia che contorna la cuspide della Pala di San Bartolomeo. Un ultimo strapiombo poi la cresta, e la vetta. La semplice arrampicata aveva nuovamente pulito e rimesso a zero le nostre vite, eliminando incrostazioni e catrame depositati da obblighi presunti, lavori, presenze estranee. Non manifestammo gioia e non prendemmo alcuna decisione là, sulla vetta, ma qualcosa ci bolliva dentro. Guardavamo la Pala col suo pilastro e le altre cime attorno come se tornassimo a casa, ed eravamo noi stessi, la casa. Forse era una verifica necessaria. Forse solo spingendo il rapporto di coppia al limite di rottura se ne può valutare appieno la consistenza. Stavolta le cime, le crode – impassibili specchi – ci avevano salvato, ma certo non lo sapevamo. Senza affrettarci iniziammo la discesa nella calma del mezzogiorno. Nessuno dei due azzardava propositi o pentimenti. Ma nel subconscio si era formata la convinzione che non avremmo potuto lasciarci mai. O non ancora, almeno.
E pensare che anche il “Camino degli Angeli” giaceva su rocce condannate. Pochi anni dopo esso pure sarebbe sprofondato in un ennesimo franamento. Ma possibile che – come avvenne sul Camino Adang del Gran Piz da Cir – io mi sia dovuto avventurare spesso, quanto meno in rapporto alle mutazioni geologiche, su pareti in procinto di crollare? In ogni caso quelle due vie di camino ora non più esistenti segnarono – per me, per noi due – tappe di straordinaria consapevolezza. Avranno per sempre la nostra gratitudine.
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domenica, 23 marzo 2008

AL VAIOLET 5/10

postato da lucavisentini alle 17:34 in il paese

C’è stato un tempo in cui avevo la testa altrove – fra i rivoltosi dei quali si celebra un quarantennale inviso ai pentiti di adesso e a chi allora perdette il treno – e il corpo rimaneva sui soliti gradini del piedistallo che sostiene nei giardinetti di Via Sidoli a Milano il monumento raffigurante l’imperatore Costantino. Presto, pur non essendo io Carlo Michelstaedter, la vita riunì il corpo alla testa. Il corpo, alla testa... Sull’esito della rivolta, se abbia poi vinto o se sia stata sconfitta, si sono formate due opinioni, ma già il fatto che possa essere espresso al riguardo non un unico pensiero mi fa propendere per la prima ipotesi. E i vecchi amici comunque non li persi. Andai anche in montagna, ancora. In un altro mio “posto delle fragole”, all’Alpe Veglia, preparai l’esame di maturità leggendo “Il sentiero dei nidi di ragno” d’Italo Calvino. Qualche ulteriore puntata non la mancai nelle Dolomiti. Amai nuovamente. Furono gli anni della cognizione dei baci e del Castoro. Lottai e non entrai in banca. Mi salvai. Finché la testa non ritornò altrove. Intanto che il corpo stava sotto la naia, cioè dentro una caserma, nel 1977. Per l’anno dopo dovevo inventarmi un mestiere. Mi rivenne in mente il Catinaccio.

 

Quand’ero quattordicenne avevo scritto un primo libro sul raggruppamento. Il testo riportava gli itinerari diversificando ingenuamente i tempi di percorrenza in base a un passo lento, oppure medio, o addirittura veloce, con tanti altri inutili orpelli come i dislivelli che nelle guide abbondano tuttora e che però ognuno può dedurre da sé. I disegni in china erano neri, neri. Le cartine sfumavano anche troppo a pastello. Le foto, beh, facevan tenerezza, scattate con una piccola Kodak Istamatic! Mio padre ne andava ciononostante fiero e in qualche modo me lo rilegò. Io poi lo regalai. Se non è finito in un cassonetto delle immondizie deve trovarsi nella cantina o nel solaio di un “volume” non ancora pubblicato, il XII.

 

Nel ’78 a giugno, appena congedato, presi di corsa la funivia del Ciampedìe. Avevo uno zaino abnorme, sembrava fatto da un boy-scout e da un tesserato CAI al contempo. Una tendina, la pesantissima Moretti del K2 italiano, sopra. Uno zainetto con il materiale fotografico e cartaceo, davanti. Avevo anche due baffi incolti, retaggio della ribellione... Un bambino, nella cabina, disse alla mamma, additandomi: «Che brutto quell’uomo!». Mi accampai verso la sera in mezzo alla Gran Busa di Vaél. E benché avessi le stringhe rosse ai Galibier Grand Guide, feci così una stupidaggine. Di notte, nel disgelo, veniva giù di tutto. Botti e frastuoni. Scariche e ventate. «Se scampo», mi ripromisi, «ripiego al rifugio». All’alba richiedevo una cuccetta per l’intera settimana a Rino Rizzi. Cominciai a salire le cime dai bei nomi. Le Coronelle, i Mugoni. Il Testolón del Vaiolón. Poi mi portai più addentro al gruppo. Dal Vaiolet passavo ripetutamente. Lo gestiva allora la vecchia guida Tullio Pederiva, figlio di Marino, l’allievo di Piaz. Gli domandai una prima volta della Cima delle Pope e lui dopo tante stagioni che più non lo faceva volse le spalle, per fornire un’indicazione, alla Gola delle Torri. Gli domandai in un’altra occasione della Grande e della Piccola Valbona e mi rispose che erano percorribili e collegabili, che c’era stato, sì, ma da ragazzo. Gli domandai in un’ulteriore circostanza della Torre Nord... e lui sbottò: «Senti, tu non me la conti giusta, che cosa ci vai a fare in questi posti?». Io lo temevo e rivelando le mie intenzioni di pubblicare un libro pensavo di risultare ridicolo agli occhi di una tale gloria dell’alpinismo fassano. Invece lui mi prese sotto l’ala. Mi accompagnò la primavera successiva, il manoscritto pronto, da un altro mostro sacro: Arturo Tanesini.

 

Il manoscritto era in realtà un dattiloscritto. Battuto con una macchina da scrivere dai caratteri credibili e piccini. I titoli, li avevo composti con i trasferibili. Le diapositive stampate in cibachrome. Gli schizzi, le carte, erano decenti e leggibili. La rilegatura, importante. Se non è finito in un cassonetto delle immondizie deve trovarsi nella cantina o nel solaio di un “volume” già pubblicato, il V... Tanesini, il mio secondo Maestro, ne fu entusiasta: «Che belle foto a colori! Con le ragazze! Avessi avuto io queste possibilità ai miei tempi!». M’incoraggiò e sponsorizzò, mi avrebbe dato una sua prefazione. Io intanto giravo per le case editrici che una dopo l’altra mi bocciavano: «Per le guide di montagna ci vuole piuttosto un formato ridotto. Abbiamo troppi titoli del genere in catalogo. Magari l’anno prossimo». Tanesini mi spronava a non arrendermi. Lui era l’autore del volume della Guida dei Monti d’Italia dedicato al Sassolungo, al Catinaccio, al Latemàr. L’aveva pubblicato nel 1942. Era un vecchio ingegnere elegante, colto e sereno. Andavo spesso a trovarlo nel suo studio in Via Rosmini, a Bolzano. Mi voleva proprio bene. Era un piacere ascoltarlo. Mi raccontò di quando aveva attaccato i camini Schmitt alle Cinque Dita nel pomeriggio tardi e si era lassù incrodato con una tipa appena conosciuta al Passo Sella. In capo ai ghiaioni, per tener loro compagnia durante il bivacco notturno, era salito dalla Val Gardena il suo amico Emilio Comici a suonar la chitarra. Mi raccontò tante altre storie non banali, mi diede tanti consigli preziosissimi. Infine andai all’Athesia. Il tentativo ultimo. Mi chiese, il direttore, se potevo lasciargli il materiale per una settimana. E perché no, a quel punto? Il lunedì seguente, alle otto e un minuto, squillò il mio telefono a Milano. Andai a rispondere mezzo addormentato e mi sentii dire: «Lo pubblichiamo!». E poi: «Non è che ci farebbe, delle Dolomiti intere, una collana?».

 

Il libro stava per uscire. E il Castoro voleva che glielo dedicassi. Inutilmente obiettavo che per una guida tecnica, geografica, un’eventuale dedica sarebbe apparsa fuori luogo. Lei insisteva, per otto anni aveva amato insieme a me i monti intensamente. E in un periodo in cui la coppia sembrava che dovesse scoppiare frequentandosi eccessivamente, un periodo nel quale lei passava i sabati e le domeniche con le amiche e gli amici delle amiche a giocare a Risiko, se gliela avessi concessa quella benedetta dedica, sarebbe venuta via di nuovo con me nell’imminente ponte fino al primo maggio. Salii in giornata a Bolzano per chiedere per noi una pagina, il direttore dell’Athesia me l’accordò gentilmente, rientrai la sera stessa del 24 aprile, il Castoro era già partito da Milano. Via per il Lago di Como con un amico delle amiche, un insegnante dotato di tanto tempo libero, del brevetto d’istruttore di vela, dei carri armati in Europa, nell’Asia, nelle due Americhe e mi sa pure in Oceania. Della telefonata giusta, dell’invito giusto, allorché in Italia si superava esattamente il punto di non ritorno del riflusso. Level!

Il Castoro non so più neanche se sia vivo. Mio padre era morto il 16 novembre del ’77 , mentre ancora assolvevo il servizio militare, non facendo in tempo a sapere che sarei diventato per davvero uno scrittore di montagna. Io avrei seguito Re Laurino nella sua lunga rotta in cerca di sollievo tra le crode.

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venerdì, 21 marzo 2008

LA TENEREZZA DI ANGELO URSELLA

postato da gabrielevilla alle 23:08 in storia dell alpinismo

Una delle pagine più intense che mi ricordi di avere letto su di un libro di alpinismo si trova in “Montagne … e volontà” (Diario alpinistico di Angelo Ursella) edito a cura di Beppe ed Italo Zandonella che possiedo nella sua terza edizione del maggio 1977.
Si tratta di un breve capitolo, il numero XXVII e si chiama “Tenerezza”.

 

Fra le varie lettere che mi giungono, trovo anche quella di una ragazza di Cavedine, un paese nei pressi di Trento. Trovo tanta gentilezza nelle sue parole e l’invito a trascorrere una domenica assieme. Il suo nome è Graziella.
Un giorno trovo in una lettera la sua foto: è veramente molto carina!

Domenica 9 novembre 1969. Alle cinque del mattino lascio Buia alle mie spalle con l’intenzione di portarmi a Cavedine.
Alcune ore di viaggio e raggiungo il paese.

Un giovane mi accompagna all’abitazione di Graziella.

Mi batte il cuore.

Ecco, vedo una ragazza, è molto bella, è Graziella.

Mi fa entrare in casa, vuole che mi fermi per il pranzo.

Mi sento un pò imbarazzato. Per fortuna Giovanni, il fratello, alpinista come me, avvia la conversazione parlando di montagna.
Graziella parla poco, forse è timida, come lo sono io.

Nel pomeriggio mi porta a scoprire le tiepide rive del lago di Toblino che si apre all’ombra della vertiginosa parete del Piccolo Dain. Rimango impressionato alla vista di tale poderosa lavagna. Il viaggio prosegue poi verso Riva del Garda.
Di qui raggiungiamo un paesino dove c'è in programma una piccola festa.

Un buon profumo di castagne riscalda l’atmosfera. Mostro a Graziella alcune foto delle mie scalate. Lei guarda a lungo. E tace.

La osservo mentre cambia i dischi; è sempre silenziosa. Lo è da sempre?

Mi sento impacciato, vorrei ballare con lei, ma è impossibile.

Non so ballare!

E penso alle mie montagne. Lassù posso essere ben grande, grandissimo, ma qui, in questo momento, mi sento tanto piccolo, incapace di reagire alla mia timidezza.
Devo andare via è troppo umiliante.

Credo che lei abbia capito.

“Quando ci rivediamo?”

“Forse ai campionati mondiali in Val Gardena”.

“Allora aspetto la tua lettera”.

”Si, va bene”.

“Mi dispiace, Graziella, sai non sono il tipo, devi scusarmi”.

“Neppure io ho la parola facile”.

E’ tutto. Salgo in macchina.

Ed ecco l’imprevedibile… il suo viso vicinissimo, il bacio.

Rimango attonito. Dopo tanto silenzio, il suo gesto ha voluto dire tutto?

Oppure che si tratti di commiserazione?

Sono sconvolto.

Faccio il viaggio di ritorno come in un sogno, pensando solo a quell’attimo.
Dovrei incontrarmi a Trento con Sam e Tarcisio Pedrotti, ma sono troppo sconvolto per farlo.

Era “troppo sconvolto” il tenerissimo Angelo Ursella che si sentiva “grandissimo lassù sulle montagne ma piccolo e incapace di reagire alla mia timidezza” di fronte ad una ragazza, al punto da temere di essere commiserato piuttosto che riconoscere in un bacio la timida promessa di un possibile amore. Alla fine però aveva trovato la forza di scriverle “per dirle tutto ciò che in quella sera il nostro silenzio aveva nascosto”.

E l’aveva rivista e frequentata, pur se tra un’arrampicata e l’altra.

Di una breve vacanza di fine aprile 1970 scrive: “A casa ci troviamo tutti e quattro per le foto di rito. Poi mi congedo dagli amici e trascorro un magnifico pomeriggio con Graziella. Ho passato come in un sogno questi quattro giorni. Vorrei che questa felicità durasse mille anni!

Ma il destino aveva ben altri progetti per “il ragazzo di Buia” e lo attendeva di lì a pochi mesi sulla parete nord dell’Eiger, lungo la via aperta nel 1938 da Anderl Heckmair, Ludwig Vorg, Heinrich Harrer, Fritz Kasparek.
Scrive con profonda tristezza Beppe Zandonella:

“Angelo è caduto a 30 metri dal nevaio sommitale mentre era fermo in sosta pronto per assicurare il compagno. Niente volo, niente appiglio che resta in mano: solamente un terrazzino che crolla improvvisamente sotto i piedi oppure i chiodi di auto-assicurazione i quali, sollecitati verso l’esterno, fuoriescono. A quale capocordata non è capitato di affidarsi a dei chiodi per poter sporgersi a controllare la partenza o la progressione del compagno?”


Così finì la vita del “puro, semplice, generoso” Angelo Ursella, il pomeriggio del 16 luglio 1970: aveva appena 23 anni ed avrebbe meritato molto di più dalla vita.

martedì, 18 marzo 2008

QUANDO ARRIVA IL SOLE

postato da mauromazzetti alle 18:01 in gente di mare
Io sono una persona fortunata. Almeno così mi ritengo. Vivo a Genova, città di mare ma anche di monti; ho un buon lavoro ed una famiglia felice. La vita mi sorride. Fine dei luoghi comuni.
Però.
Però sono appassionato di montagna. E questo mi porta ad un continuo conflitto fra quello che vorrei fare e quello che faccio in realtà. Scalare o non scalare, questo è il problema. Mollare la famiglia per macinare centinaia di chilometri in macchina, e solo al fine di appendermi da qualche parte. Oppure sognare, sognare dove andare per rendersi conto che non ci si andrà.
La mia casa è esposta a nord ovest, ed il poggiolo si affaccia sulla valle di fronte e sulla corona delle fortificazioni costruite a difesa della città.
Il fatto dell’esposizione ha la sua importanza. A Genova, la tramontana, tesa e fredda da nord, spazza le nuvole e porta tempo buono. Abbassa decisamente la temperatura, creando mulinelli di polvere (e di rumenta), degni della location dei migliori film western. Sul mio poggiolo, ripeto esposto a nord ovest, il sole colpisce forte solo in estate e nel pomeriggio. A me piacerebbe il contrario; la casa è sottotetto, quindi calda d’estate e fredda d’inverno, come ben sa chi vive all’ultimo piano.
Dato che non posso girare la casa, faccio buon viso a cattivo gioco. Allora prendo nota di quando il sole arriva radente a colpire le mattonelle del terrazzo (di solito proprio in questa stagione di fine inverno/inizio primavera) seguendo mentalmente i progressi costanti ed implacabili della luce.
Ed a ogni tacca corrisponde un sogno alpinistico.
Con le prime tacche penso a canali di neve e di ghiaccio in Alpi Marittime e Cozie, o magari a qualche vietta di roccia a Finale, tanto per togliersi di dosso la ruggine dell’inverno.
Con l’aumentare delle tacche c’è un innalzamento di quota, direttamente proporzionale al numero delle tacche stesse. Sempre più in alto, come diceva Mike Buongiorno. Le tacche segnalano mete più ambiziose; vie di montagna, con sviluppo e dislivello che diventano man mano più importanti e significativi.
Negli anni le tacche ed i sogni si sono sovrapposti e mescolati. A volte si sono ricomposti autonomamente, soddisfacendo alle aspettative; molto spesso l’emulsione non ha dato vita alle salite desiderate.
Però continuo a fare le tacche.
Un giorno sarò costretto a cambiare le piastrelle.
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domenica, 16 marzo 2008

AL VAIOLET 4/10

postato da lucavisentini alle 18:02 in il paese

Avevamo oramai le stringhe rosse agli scarponi, le più eleganti, quelle da esperti.

 

E se le nostre colonne d’Ercole, ai limiti del mondo conosciuto, restavano le due quinte rugose e speculari del Principe e del Molignón, avevamo però visto il sole delle otto di sera, d’oro e d’arancio, di rosa, proprio in faccia alla svolta appartata del Bergamo. Lungo la Val del Ciamìn. Con Re Laurino già in fuga per un altro Catinaccio possibile.

 

Cominciavamo anche a pensare alle ragazze diversamente. In particolare a due sorelle di Milano, delle quali non sapevamo il nome. Rimarranno per noi, per sempre, “le milanesi”. La loro famiglia era la sola foresta, oltre alla mia in vacanza nel 1967, a Vigo. Sicché le notavamo. La più carina delle due era la più giovane. Direi nostra coetanea. Ma mai le conoscemmo. Non dovevamo essere allora del tutto grandi se un pomeriggio, ancora attratti dall’innalzare dighe per gioco nel Ruf de Pantl, attrezzati di assi, carriole, vanghe, chiodi e martelli, onde evitare brutte figure c’incamminammo da Valle su per un viottolo a monte del paese e le incontrammo fatalmente nei prati a ridosso del cimitero austriaco mentre leggevano dei libri e ascoltavano dal mangiadischi, sopra un bel plaid scozzese, “Un mondo d’amore” di Gianni Morandi: dalla vergogna per il modo in cui eravamo combinati non rispondemmo nemmeno al loro primo e unico, storico, “ciao”. Le milanesi... Un mito! L’estate scorsa i locali mi hanno confidato che la più giovane, la più carina, era tornata. La milanese... È tuttora graziosa e simpatica, dicono. Ha quarant’anni e passa in più. Due figli adulti. È affezionata come me, di me verosimilmente ignara, al posto. Ricordo il suo volto. Il suo ciao. La mia inadeguatezza. Oh, quanto l’amammo!

 

Le donne, quelle che separano, sarebbero venute più tardi avrebbe scritto Cesare Pavese. E infatti Rita non ci allontanò. Arrivò da Reggio Emilia, per due estati consecutive in Via Valle, a partire dal 1968. Una rivoluzione! Battei sul tempo Giorgio, Rudy, mio fratello maggiore e tutti gli altri. Loro, alle spalle, si ritenevano in guardia giù per Larzonéi. Lei davanti con me, mi dichiarai. Poi la baciai, un mese più tardi, alla vigilia della sua prima partenza. Nel bosco fitto fitto, di fianco al Massogrosso. Sbuffò: «Era ora!». Sostenne di avere avuto comunque un orgasmo. Come? Che cosa? L’anno dopo io saltai l’agosto a Vigo di Fassa e lei baciò stavolta Giorgio. Lui ricevette poi da lei delle lettere. Inutilmente gli chiesi di mostrarmele. Erano finite dentro ad un’antologia in cantina. Lei scriveva da Dio, lo sapevo. Avrebbe potuto comporre ancor bimba, assieme a François Truffaut, la sceneggiatura di quel capolavoro che è “Jules et Jim”. Mi sarei arricchito. Benché più piccola di noi stava un millennio avanti. Era rossa. Bella, ribelle. Una poesia. Quanto l’amammo! Di Rudy, che dire? Che solamente lui tra gli italiani stringeva l’eschimo verde con la cintura a mo’ di Sheridan (il Tenente) e che con la sua Lambretta finì una volta in fondo al Ruf de Vaél. Di lei, ancora, so che è passata recentemente da Vigo. Ha chiesto di noi. Lei è lei. Noi, informati, abbiamo glissato e non siamo probabilmente più noi.

 

Con i suoi tredici anni d’età Rita a Vigo di Fassa nel ’68, i Beatles troppo fighetti, c’iniziò ai Rolling Stones. Mio nipote a diciotto adesso, a Claut guarda “Naruto”. Diventeranno come per Martin Scorsese, gli Stones, la colonna sonora della nostra esistenza. A fine estate comprammo dall’Elettricista Póllam io e Giorgio, in ricordo di lei, Rita, il disco a quarantacinque giri “Piccola Katy”. La sola canzone decente, mi sa, del repertorio dei Pooh. Comprammo anche un trentatre giri, “Between the buttons”, lo ascolteremo per tutta la vita...

 

Nel 1970 assistemmo in giugno, a Vigo, alla semifinale dei mondiali di calcio trasmessi dalla televisione. Esultammo dopo il memorabile 4 a 3 inflitto dalla Nazionale alla Germania nello stadio Azteca di Città del Messico, intanto che il panettiere tedescofilo Ottone, papà dell’emergente fuoriclasse dell’arrampicata Tita Weiss, si disperava. Ci deprimemmo poi al 4 a 1 subìto dal Brasile in finale, mentre il vecchio Ottone – grrr! – si consolava. Decidemmo di reagire e partimmo a piedi nel cuore della notte per vedere sorgere il sole dallo Sciliar. L’avremmo attraversato interamente al buio, il Rosengarten, per rifarci della delusione degli Azzurri! Alla Sella di Ciampàz, tuttavia, sentimmo degli strani versi. Nitrivano i cavalli al pascolo, liberi e nervosi, ci avvertivano. Meglio tornare. Cascavamo dal sonno ed eravamo dei ragazzi, dei mona, delle seghe. Non ancora delle bestie... Ripiegammo per i prati e il bosco al Passo di Costalunga e per la Grande Strada delle Dolomiti ideata da Theodor Christomannos, felici di tagliare le curve senza il traffico a quell’ora, di respirare l’aria montanina e di essere almeno a un passo dai campioni, rientrammo smaltendo la sconfitta prima dell’alba a casa.

 

Poi aprì l’ufficio della neocostituita Azienda di Soggiorno. Sotto al campo da tennis dell’Albergo Corona. S’intravedeva dalla vetrina un tradizionale costume ladino e uno chignon bellissimo, erano di Marugiana, sorella di Tita e morosa al momento di mio fratello, il maggiore. Ci regalò, Marugiana, il manifesto della prima Marcialonga in programmazione. Io lo guardai storto, m’insospettii. Preferivo il Dottor Zeni e il Fachiro, la Roda non ancora ferrata e i prati verdi o bianco immacolati. Già, i prati... Negli anni ’60 valevano mille lire al metro quadro, nei ’70 si vendevano a quarantamila. E negli ’80, dopo diversi fienili bruciati non più a causa dei fulmini, a me che di tanto in tanto ritornavo in paese e domandavo: «Cos’è ’sto nuovo schifo?», rispondevano: «Luca, guarda che quassù adesso non viene più da fuori soltanto chi amava la montagna come voi, ma arrivano anche e soprattutto quelli che in passato andavano a Rimini!». Quelli che s’ammassano e consumano. Che hanno e non sono. Lo scenario si stava modellando d’altronde e ovunque, in Italia, attorno a un tale Silvio Berlusconi...

 

Aprì a Vigo di Fassa la pizzeria La Grotta, niente di che ma era quasi come da Arnold’s. Aprì Salìn a Pera, un ristorante per giovani insaziabili. Aprì la Cantinetta a Campitello per le birre, per i maccheroncini alle due della notte. Della discoteca Le Streghe verso Canazei, a una generazione che succedeva alla Legge Merlin e che tuttora è ricalcitrante al trentennale riflusso, gliene importava poco.

 

A diciott’anni Giorgio prese la patente. Suo padre nel contempo cambiò la macchina e portò a Vigo una K70, l’ultimo modello della Volkswagen di un arancione fiammante. Gli chiedemmo di farcela provare per un giretto di mezz’ora a Carezza. Lui acconsentì e a quel lago c’era la solita ressa, c’erano i turisti a fotografare un Latemàr che ancora si specchiava e c’eravamo noi che lì ci tuffavamo fin da bambini e avremmo voluto spiccare il volo. Ci spingemmo avanti un altro po’, lungo la Val d’Ega rinserrata nel porfido, sino alla nostra Bolzano. Quindi al Lago di Garda per trovare un’amica. Alla mia Milano. A Valtournenche per salutare il Castoro. Le Grandes Murailles innevate, il Breuil, il Cervino. Tornammo il giorno appresso dopo due piccoli tamponamenti in coda, in autostrada, perché distratti ascoltavamo all’autoradio una cassetta di Cat Stevens. Il padre di Giorgio ci fulminò con gli occhi ma non ci disse nulla. Altro che i Cesaroni!

 

Al Vaiolet continuavamo comunque ad essere di casa. Ci salivamo due o tre volte alla settimana, nel corso dell’estate, caricando gli zaini di qualche libro scolastico. Eravamo rimandati a settembre in alcune materie, infatti, regolarmente. Io in lingua inglese, ad esempio. Giorgio in tedesco, ovviamente. Ci piazzavamo sopra il Re Alberto, lungo la gradinata ai piedi della Stabeler e della Winkler. Ci preparavamo agli esami di riparazione e ammiravamo gli scalatori impegnati sullo spigolo della Delago. Giorgio chiedeva a me, che non capivo un’acca di alemanno, di controllare sul suo testo se ripeteva correttamente a memoria un certo brano: Friedrich Schiller. Er war ein deutscher Klassiker. Er wurde im Jahre siebzehnhundertneunundfünfzig geboren... Era la volta degli arrampicatori: – Molla tutto! Recupero! Parti! –. Ritornavamo necessariamente ai libri e lui replicava l’arduo pezzo a raffica. Alzavamo di nuovo la testa e sognavamo di essere lassù in cordata. Diventeremo, addirittura per mestiere, degli alpinisti. Tuttora ricordo quel brano impronunciabile: Friedrich Schiller. Er war ein deutscher Klassiker...

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sabato, 15 marzo 2008

LE “CANNE” DELLO SPIGOLO BARBIERO

postato da gabrielevilla alle 00:47 in storie

Tra le vie classiche più ripetute della parete est di Rocca Pendice di Teolo sui Colli Euganei vi è certamente lo spigolo sud-est, meglio conosciuto da tutti come “spigolo Barbiero”. L’itinerario aperto l’8 aprile 1940 da Gastone Scalco e Libero Livotti consta di quattro tiri di corda per uno sviluppo di ottanta metri con difficoltà di terzo e quarto grado. In anni recenti sono stati aggiunti alla via due tiri di corda che dalla cima del pilastro sud-est raggiungono la vetta di Rocca Pendice, prima superando un compatto pilastrino, poi uno spigolo che diventa cresta via via più facile: le difficoltà sono decisamente più sostenute rispetto alla via originale e superano il quinto grado. Chi non se la sente di affrontare il pilastrino difficile, segue la vecchia traccia che consente di salire facilmente nella vegetazione superando brevi saltini di roccia, in assenza di esposizione. Tanti anni fa (quando si arrampicava ancora con gli scarponi a suola semirigida), soprattutto ad inizio stagione e quindi poco allenati di fisico ma soprattutto “di testa”, si andava ad affrontare quelle vie di palestra con grande deferenza perchè non regalavano niente, alpinisticamente parlando. Non regalavano niente perché, allora non si foravano sistematicamente le rocce con i trapani a batteria per mettere i “resinati” a distanza regolare, ma ci si assicurava ai chiodi piantati dai primi salitori e nei tratti dove le rocce erano compatte e quindi non era stato possibile piantare chiodi di protezione, la sicurezza la si doveva trovare dentro se stessi e nella buona tecnica di arrampicata.

Due sono i passaggi caratteristici dello “spigolo Barbiero”: una “iniziale placca molto liscia” (che ancora ricordo di avere “rigato” con le unghie alla gatto Silvestro in una scivolata durante il mio primo tentativo di salita da capocordata) e soprattutto un tratto che si trova al terzo tiro di corda che così veniva descritto nella relazione della vecchia guida del 1963:
<Ad una quindicina di metri (sopra la sosta) la roccia liscia e panciuta è solcata da due caratteristiche fessurina parallele dette “le canne”, distanti l’una dall’altra circa un metro ed alte tre-quattro metri circa che conducono ad un piccolo terrazzino. Raggiuntolo, su altri cinque metri molto verticali fino ad un terrazzo ove lo spigolo attenua la sua pendenza>.
Dunque “le canne” erano la chiave della via ed a proteggere il delicato tratto stava un cuneo di legno abilmente piantato a cui però, (non si sa da chi, forse da qualche oltranzista della lotta con l’alpe) veniva rotto il cordino a martellate per cui era d’abitudine, quando si andava per ripetere la via chiedere a chi era sotto la parete se il cordino delle canne fosse stato risistemato da qualche “anima buona”, più sensibile alla sicurezza degli alpinisti piuttosto che ad una rigida etica dell’arrampicata. Questo perché l’ultimo chiodo di protezione (un cementato con anello tutt’oggi presente perché sopravvissuto al moderno restiling della via) era almeno tre metri sotto le canne e quindi sbagliare il passaggio avrebbe significato un volo di una certa rilevanza, forse non esente da conseguenze. 

Un problema che oggi nemmeno si pone, sia perché la sicurezza del passaggio è garantita da un paio di sicuri fix resinati, sia per le scarpette d’aderenza in luogo degli scarponi a suola semirigida in uso una volta con cui il passaggio risultava assai più delicato. Oggi si va “di rinvio rapido”, si apre in ampia spaccata sapendo di poter contare sull’aderenza delle suole gommate e quel “brividino” che percorreva la schiena mentre si superava quel tratto posizionando con attenzione la punta degli scarponi sulle minime escrescenze delle “canne”, non lo sente più nessuno.
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venerdì, 14 marzo 2008

LHASA, REGIONE AUTONOMA TIBETANA, REPUBBLICA POPOLARE CINESE

postato da mluisanodari alle 21:14 in storie dal tibet

Da una settimana si hanno notizie di disordini a Lhasa, di oggi notizie più gravi, scontri si sono registrati non solo a Lhasa, ma anche nelle province interne della Cina con minoranza tibetana, come il Gansu ed il Sichuan. Non voglio riportare qui notizie che si possono trovare facilmente sui giornali. Solo una brevissima riflessione 'professionale'. Se per lo stato cinese è (relativamente) semplice bloccare le sommosse, è difficile bloccarle nella sua globalità, poichè sono 'rizomatiche' e prive di un capo politico di riferimento da poter incarcerace per stroncare la sommossa. Dato di fatto è che la Repubblica Popolare Cinese non mollerà mai la Regione Autonoma. Soprattutto alla vigilia delle Olimpiadi.

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