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martedì, 29 gennaio 2008

QUELLA VOLTA CHE HO VISTO LA CORSICA 1/2

postato da mauromazzetti alle 14:18 in gente di mare
Si dice che tutte le strade portano a Roma; a Genova basta invece risalire una qualunque delle nostre creuze de ma per guadagnare quota e fare un po’ di dislivello. Si arriverà immancabilmente sul crinale spartiacque che divide le valli genovesi; qualche buontempone megalomane ha definito questa cresta come la Muraglia genovese, perché costellata di fortificazioni e mura medievali a guardia e protezione della città.
Nelle giornate limpide la vista spazia verso la pianura padana da una parte e sul golfo ligure dall’altra. Verso i monti è facile scorgere buona parte della catena alpina occidentale (ma con gran pena). Verso mare c’è solo acqua (se si esclude il promontorio di Portofino, e scusate se è poco…). Il summitwatching, ossia la caccia al riconoscimento delle vette, è sempre aperto: se è abbastanza facile inquadrare il Bianco, il Rosa, il Monviso e più lontano il Vallese, è invece estremamente improbabile individuare il profilo intrigante della Corsica. Eppure, in termini di miglia o di chilometri che dir si voglia, siamo più vicini a Bastia che a Courmayeur. L’inghippo sta nella macaja, citata anche da Paolo Conte nella canzone Genova per noi.
La macaja, scimmia di luci e di follia, connota un tempo meteorologico che ci possiamo permettere solo a Genova, dove riusciamo a farci del male gratuitamente (e ci mancherebbe anche che dovessimo pagare ;-).Pensate a chi vive in pianura, circondato ed assediato dalla nebbia, dove si crede che sia Buontempo (v. Ivano Fossati), quando si scorge una parvenza di sole lattiginoso e schermato da tristi nuvole. Al mare, anche a Genova, è bello quando è bello: tautologicamente parlando non fa una grinza. Se invece ci giochiamo la carta della macaja, saremo avvolti da una impalpabile nebbia grigiolina, con l’igrometro che schizza a tassi di umidità stratosferici, che neanche nella giungla amazzonica.
In tal caso, dalla cresta della Muraglia genovese si vedranno a stento la collina di fronte e la diga foranea del porto. Altro che Dente del Gigante o “dito” della Corsica!
Tant’è, come tutti quelli che tendono ad innalzarsi, escursionisticamente o alpinisticamente parlando, ci si fa vanto di aver visto la Corsica. La frase tipica, scandita con malcelato orgoglio, come se uno ci avesse messo del proprio, suona più o meno così: Una giornata spettacolare. Si vedeva anche la Corsica.
Per dirla alla Camilleri/Montalbano, io mi sono fatto persuaso che spesso questa affermazione è solo millanteria. Mi pare assai arduo presumere che il Corsicawatching abbia buon fine, soprattutto quando occorre il GPS per raggiungere ad esempio il capolinea dell’autobus n. 40 dell’Azienda Mobilità Trasporti di Genova. Altrettanto strano e mendace mi sembra poi il giuramento sulla testa dei bambini di chi afferma di aver addirittura scorto le luci del porto di Bastia alla fine di una gita durante la quale ha invece fatto ricorso ad azimut e punti sulla carta geografica per riguadagnare l’automobile.
Esiste un club, il Club dei 4000, che annovera fra le sue fila quanti hanno salito almeno trenta vette superiori ai 4000 metri; non mi risulta invece che esista il Club dei Guardoni della Corsica, forse più difficile da regolamentare ma altrettanto affascinante.
Comunque, se tale club esistesse, io non ne farei parte, perché la Corsica non sono mai riuscito a vederla. Almeno da in cima ad un monte.
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domenica, 27 gennaio 2008

UNA, DUE, TRE GITE IN VALLE

postato da gpcastellano alle 18:13 in storie, volti al volo

20 gennaio 2008

Incredibile, è la terza volta in un mese che mi capita di salire in Val Sangone. Oggi all’Aquila, qualche giorno fa mi aggiravo sulla Pietraborga e 20 giorni ad oggi sono stato alla Bocciarda.

Val Sangone? Ah, sì, mi ritorna in mente Massimo Mila, nel suo “Capitolo primo ed ultimo di una autobiografia alpina”.

"A meno di 50 chilometri da Torino, incuneata tra la bassa Val di Susa e la Bassa Val Chisone, la Val Sangone è un singolare microcosmo alpino. Salvo i ghiacci, ha tutto quello che ci vuole per costituire un ambiente di montagna autonomo e completo..."

E da qui prende le mosse per raccontarci delle sue prime avventure alpine.

Ma non è questo  il nocciolo della questione.

 

Sempre in quel racconto (esagero a giudicarlo il più felice della sua cospicua produzione?), il nostro delinea le due possibilità esplorative dell’alpinismo: l’estensione e la profondità. Alpinismo” esteso”, come scoperta continua di nuovi gruppi montuosi. Alpinismo “profondo”, ovvero conoscenza dettagliata di una specifica valle. Ed ammette la preferenza per il primo dei due.

Anch’io ho sempre pensato di collocarmi nella prima ipotesi. Esuberanza e curiosità di gioventù, voglia di viaggiare, desiderio di confrontarsi con altri luoghi. Adesso, all’incirca nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovo ad approfondire valli, aspetti e luoghi che avevo sempre solo sfiorato.

Stanchezza e pigrizia nel mettersi in moto per centinaia di chilometri, preferendo le gite sull’uscio di casa?

Non penso, perché il desiderio del viaggio lontano e della scoperta permangono vivi ed intensi.

Forse, emerge la consapevolezza che il tempo è poco, ed allora diventa stringente fermarsi sul particolare, sul luogo vicino al quale rivolgevamo uno sguardo frettoloso, perché “tanto era lì”, pertanto potevamo andare oltre. Urge fermarsi adesso, a guardare, cercare e capire, perché poi il dettaglio  sfugge, e rimane il rammarico di non avergli dedicato la giusta attenzione.

Pertanto, ben vengano i viaggi lontani, le nuove montagne da scoprire e salire. E sia benvenuta anche la  vicinissima Val Sangone, con le sue vette modeste e confortanti, nella luce del sole che tramonta. Mi auguro che siano sempre loro, nel  tempo, a tenermi compagnia.

 

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sabato, 26 gennaio 2008

LA CRODA BIANCA E IL KRISS MALESE

postato da gabrielevilla alle 02:28 in storie

Eravamo tutti più giovani, ma non andavamo come delle bestie, tutt’altro, però eravamo affiatati ed amici e insieme formavamo un bel gruppetto di istruttori e aiuto istruttori che organizzava i corsi di alpinismo e roccia della sezione Cai di Ferrara. Non c’era ancora da noi la “Scuola di alpinismo”, sicché spontaneamente ogni anno auto-organizzavamo uscite di “aggiornamento” tecnico nella palestra dei Colli Euganei, sia per ripassare le tecniche e le manovre di corda per chi non arrampicava abitualmente, che per effettuare simulazioni di lezioni in cui ci impegnavamo a turno di fronte agli altri. Quell’anno però volevamo fare un’esperienza in ambiente, una scalata facile ma che avesse un buon contenuto alpinistico. La scelta cadde sulla via Fanton allo spigolo sud-est della Croda Bianca nel gruppo delle Marmarole che avevo scelto personalmente, estrapolandola dalla guida “Antelao Sorapiss Marmarole”, firmata da Luca Visentini per la editrice Athesia.

La relazione recitava: “Ore 4,30; arrampicata prevalentemente facile, con un passaggio di 3° grado e qualche tratto di 2°, interamente segnalata con minio arancione”. Anche la discesa sembrava interessante, mai banale ma nemmeno troppo difficile, con tratti di rocce anche friabili e traversate in neve. Avevo preventivato di impiegare il doppio del tempo segnato in relazione, fidando sulle lunghe giornate di quel fine giugno. Dopo avere dormito al rifugio Casèra Baion, eravamo in dieci quella mattina a camminare verso l’attacco della via e la giornata prometteva molto bene. La prima difficoltà nacque quando, relazione alla mano, cercammo di individuare la cengia erbosa che conduce all’attacco dello spigolo.
Nella descrizione si leggeva: “Senza percorso obbligato si raggiunge un canale ai piedi della parete orientale della Croda Bianca e, al di là di questo, si può infilare il cengione erboso che corre verso sinistra. Sulla cresta di destra, che si collega a Forcella Peronat, si nota un’ardita guglia a forma di kriss malese”.
Siccome in relazione si accennava anche ad un’altra cengia, ma più friabile, da cui poter raggiungere l’attacco, diventava importante individuare con precisione quel riferimento.
Sicché si sentì chiedere: “Qualcuno di voi sa ‘azzo è un kriss malese?
Fra i primi del gruppetto nessuno seppe rispondere e quindi non si riusciva a capire a quale ardita guglia fare riferimento. Sopraggiunse infine Ruggero (da noi soprannominato “la suocera”) che, compreso quale fosse il problema che si stava dibattendo, con il suo modo quasi cantilenante ci apostrofò con aria un po’ canzonatoria:
Ragazzi… ma mi meraviglio di voi…  non avete mai letto i libri di Salgari? Il kriss malese è il pugnale di Sandokan”.
Solo allora la nostra attenzione cadde su quella guglia dalla forma “strana”, veramente caratteristica, che effettivamente ricordava il famoso pugnale e che ci confermava che eravamo in corrispondenza della cengia giusta. Quello fu solo l’inizio di una giornata dai cento colpi di scena. Ricordo già sul primo camino di 2° grado uno dire che non ce la faceva a passare e un altro commentare: “cominciamo bene…”, poi la rinuncia a procedere in conserva e a salire la cuspide finale perché era già tardi, successivamente la delicata traversata per raggiungere la Cresta degli Invalidi, infine la lunga traversata su neve fino alla forcella Marmarole. Lì i primi si erano fermati perché c’era un canale ghiacciato che risolvemmo improvvisando un corda doppia dopo che mi ebbero calato per 50 metri per valutare la situazione. Scendemmo successivamente per pendio di neve fino a raggiungere il sentiero mentre oramai si era fatto buio e, finalmente, il rifugio Casèra Baion.
Ho trovato un appunto sul mio diario che dice telegraficamente: “25 e 26 giugno 1994. Croda Bianca, via Fanton in cinque cordate. Sveglia alle 5, partenza alle 6, attacco alle 8, vetta alle ore 18, rientro al rifugio alle 23. Discesa friabile e pericolosa; via segnata con bolli, ma comunque alpinisticamente impegnativa”.
Un giudizio certamente condizionato anche dalla scarsa esperienza di qualcuno del gruppo che aveva rallentato il procedere nei tempi canonici. Tuttavia l’obiettivo “dell’aggiornamento” alpinistico era stato raggiunto e quella giornata è rimasta mitica, tanto che ancora succede di riparlarne fra noi quando capita di ritrovarci in compagnia davanti ad un bicchiere di vino.
Ragazzi, ma ve la ricordate la Croda Bianca?”.
Altroché”. Si sente rispondere con decisione da qualcuno.

E, subito dopo. “… e vi ricordate anche il kriss malese?

Segue una risata generale, e ride anche chi quel giorno non c’era, perché quella storia l’hanno sentita raccontare tutti. Almeno una volta.

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giovedì, 24 gennaio 2008

MUSICA DAL VIVO

postato da mariocrespan alle 10:45 in ritorni a valle
Ciaccona 132-137, dallNon dimenticherò mai quella mattina di maggio, a Venezia. Traversando la città per linee interne capitai per caso in Campo San Boldo, minuscolo. Alla sommità del ponte che vi immette, obliquo sull’omonimo rio, fui raggiunto e bloccato da una sequenza di accordi di violino che non mi giungeva del tutto nuova. Mi accoccolai sui gradini del ponte, continuando ad ascoltare, estasiato. Ben presto riconobbi la Ciaccona di Bach, che allora mi era nota solo nella trascrizione per chitarra di Andrès Segovia, e che ignoravo fosse stata composta per violino solo. Intanto seguitava la fantastica progressione della musica, che usciva da una finestra in ombra, ma aperta sul sole pieno del campiello. Il violinista non era male e stava studiando. Ogni tanto si fermava e riprendeva alcune sequenze. Al confronto, la versione per chitarra mi apparve povera, stentata, muta addirittura. Il violino invece era dolce e avvolgente, perentorio, sconvolgente e totale. Niente di più, niente di meglio. Quell’ascolto compì il miracolo e dissotterrò il violino che rimaneva sepolto in me dagli anni teneri dell’infanzia.     
 
Quante scelte operate in tempi diversi avrebbero potuto cambiare il corso della nostra intera esistenza? Spesso guardo il buio ad occhi aperti e sono sopraffatto dai ritardi che ho accumulato negli anni, dalle occasioni perdute e non più ritrovate.
Così andò col violino. Ho cominciato, anzi ricominciato, quando per i violinisti veri è quasi ora di smettere. Da bambino avevo talento ma non sopportavo imposizioni. Lasciai colpevolmente trascorrere gran parte della vita senza considerare che sarebbe stato meraviglioso, invece, dedicarla a questo diabolico, piccolo strumento. Circa ottanta pezzi di legno – abete, acero, ebano – assemblati con maestria e verniciati poi con altrettanta alchemica sapienza. Un organismo vivo della stessa vita del legno, che si alimenta della sua spinta di torsione ma la contiene, mentre le note stesse si stendono nei secoli a legare e amalgamare tavola armonica, fasce, controfasce e catena. E l’anima, infine. Sì, perché nel violino l’anima – di sicuro venduta al diavolo – non è solo un’entità astratta ma un’asticciola cilindrica di abete, appena incastrata fra tavola armonica e fondo in un punto più o meno vicino al piede destro del ponticello. Basta spostare l’anima di un nonnulla perché il suono si trasformi. Nelle infinite permutazioni di infiniti parametri ogni violino risulta diverso dall’altro, ha una sua propria voce, umana o argentina, ma incredibilmente potente se lo strumento è di qualità. Protagonista assoluto nell’orchestra, nei concerti esso si impone con prepotenza da primadonna, domina lo spazio sonoro in ogni passaggio, delicato o violento che sia. Dalla liuteria all’interpretazione, nel dominio ristretto di grammi e millimetri, di biscrome e colpi d’arco, quello del violino è un universo invasivo e totalizzante.
 
Mesi dopo l’ascolto di Campo San Boldo cominciai davvero a capire, ma era tardi. Ugualmente mi applicai allo studio per alcuni anni, pur sapendo che gli automatismi di base si acquisiscono al meglio da bambini. Guardavo con invidia i loro polpastrelli già un po’ ricurvi all’insù. Facevo progressi, ma sulla certezza di riuscita mantenevo riserve. Troppo forti l’abitudine al dubbio sistematico, le complesse stravaganze della mente cui la vita costringe giorno dopo giorno. Continuai tuttavia, sordo alle leggi del tempo.
Si scrive, si dipinge, si suona per confrontarsi con gli altri. La musica vera non è il disco, è dal vivo. Ma l’esibizione in pubblico, per il musicista, è rischiosa come un’arrampicata in free solo: vietato sbagliare. Perciò i futuri concertisti sono messi assai per tempo su un palcoscenico: devono abituarsi alla terribile pressione della folla. Quando un violinista è là, solo con il suo strumento, di fronte a tremila persone, lo aspetta un esercizio di agghiacciante difficoltà: dispone di quattro corde più o meno accordate per quinte, di una tastiera d’ebano lunga poco più di una spanna perfettamente liscia e capace di contenere ben quattro ottave, e di un archetto. Nient’altro. Nessun apparato elettronico o informatico gli sarà d’aiuto e dovrà compiere le più insidiose acrobazie sonore sapendo che se un dito appoggia anche pochi decimi di millimetro fuori posizione vi sarà una stonatura. Un volo mortale dalla parete.
Certo com’ero che fosse assurdo – per me, violinista tardivo – pensare a un pubblico di persone, a poco a poco ritornai alle amate montagne. Un pubblico di montagne, perché no? Molto comprensivo e disponibile, in apparenza. Come l’ignoto violinista di Campo San Boldo, avrei potuto provare e riprovare, fermarmi e riprendere. Mentre continuavo gli esercizi sui vari Kayser, Mazas, Dont, Kreutzer mi sorpresi a fantasticare: quale brano avrei potuto eseguire dal proscenio di un teatro di rocce e precipizi se non la Ciaccona di Bach? Da quella remota mattina veneziana essa mi era rimasta dentro, viveva in me con un sapore di semplicità e grandezza, di sonorità calde anche negli acuti. E, in fondo, non avevo forse ripreso a studiare per essere in grado di interpretare soprattutto quel brano?
Intuii che il luogo ideale per esibirsi in montagna doveva essere un landro, o una cengia a volta, che si trovassero vicini e di fronte a pareti ulteriori. Subito riandai alle Dolomiti d’Oltre Piave e rividi la cengia ad anello che, da Forcella della Croda e a livello di questa, gira in quota l’intera Croda Cimoliana. Quando la cengia si porta a nord-est, oramai sopra il canale di Forcella Cimoliana, essa presenta dei tratti a volta che – nel mio ricordo – mi pareva si prestassero perfettamente alla bisogna. Mi vedevo arrivare lassù, sedermi, posare lo zaino e l’astuccio, e acquetare le pulsazioni. Cavare infine il violino, verificare l’accordatura e quindi – momento supremo – procedere con il primo accordo in re minore della Ciaccona. Dalla balconata, altissima su Val Monfalcon di Cimoliana, la melodia si sarebbe magicamente diffusa riflettendosi sui prospicienti contrafforti meridionali del Monfalcon di Montanaia per poi arrivare, rimbalzando di forra in forra, di cresta in cresta, fino al Campanile e lievemente accarezzarlo.
Dopo aver enunciato il tema in otto battute, Bach prende a svilupparlo attraverso variazioni ininterrotte che conducono, dopo un’incalzante successione di arpeggi, a una pausa di respiro. E qui, dove cambia la tonalità passando in re maggiore, qui – dalla battuta 132 alla 137 – vi è la chiave, per me, dell’intera composizione. Quattro battute che segnano e dichiarano il riposo raggiunto, il diritto supremo all’ozio breve, ma assoluto. Non a caso gli alpinisti ricercano proprio tali attimi di appagamento totale, dai quali rilanciare la corsa sempre e sempre.
 
Sogni ad occhi aperti. Di sicuro non ero, né sarei mai stato, all’altezza di una simile prova: level is level, dicono adesso per l’arrampicata, ma per la musica – e per il violino, specialmente – vale lo stesso principio. La mia illusione non era che l’amaro rimpianto per una vita da violinista irrimediabilmente perduta. Forse le mie capacità tardivamente coltivate potevano bastare per quelle quattro battute, niente di più. Ma non si può estrapolare, in musica. Le “piccole frasi”, come qualcuno profondamente ha scritto, finiscono per restare là, quasi prive di significato, come un fiore secco. E poi, a guardar bene, un pubblico di crode dolomitiche è molto più difficile da affrontare di quanto si possa pensare. Perché le montagne, nel loro silenzio, nella loro implacabile indifferenza, sono assai più esigenti del più esigente consesso di ascoltatori.
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lunedì, 21 gennaio 2008

UN’ALTRA MAGIA

postato da mauromazzetti alle 08:54 in varia
Tutto è cominciato ieri nel tardo pomeriggio.
Un mio amico, compagno di scalate e residente a Finale, mi chiama e mi urla attraverso il telefonino un nome, una zona geografica, un titolo (se ho capito bene), infine un numero ai confini con il 10.
E allora? penso tra me e me, stando ben attento a non far trasparire una marcata indifferenza ed un sottile fastidio, come di volo di zanzara che ti ronza intorno.
Dio bon, mi ripete per la terza o quarta volta nella telefonata successiva, facendo sicuramente vibrare i tralicci dei ripetitori telefonici con la forza delle sue onde sonore.
Ed io mi congratulo, anche se non afferro tutto quello che mi spara.
Pare però di capire che la sua libidine arrampicatoria non sia ancora finita; magari è uno di quei tipi da multi-orgasmo, da poli-piacere, da mega-estasi. Un Casanova dell’imbrago. Un Don Giovanni della sosta. Un Rocco Siffredi della magnesite.
Quando si accorge del mio tiepido interesse, riparte da capo e mitraglia nuovamente la notizia: Manolo ha liberato Bimbaluna, 9a nella falesia di Saint Loup a Losanna. Nessun’altra specifica tecnica, al momento.
Ed ancora, dopo l’ennesima telefonata, vengo a sapere dal mio “erotico” amico che Manolo ha dato il placet alla pubblicazione della sua prestazione (sempre per restare a luci rosa).
Se fossi un giornalista, più o meno professionista/professionale, non perderei un momento: stare sulla notizia è condizione necessaria, ancorché non sufficiente, per mettersi in mostra e per fare bella figura. E magari qualche soldo.
Ma un bel echissenefrega ce lo mettiamo o no?
Non sembra un genere di news che mi possa interessare.
Dopo matura e profonda riflessione, ho deciso di non mettercelo (il echissenefrega).
 
Perché Manolo è Manolo, come Sanremo è Sanremo. Perché Manolo sembra (è) diverso da tanti altri che concorrono a formare questa variopinta e variegata corte dei miracoli arrampicatoria. Perché Manolo è sempre stato un po’ al di là – oltre – il normale, usuale, omologato e stereotipato sentimento del vivere la roccia. Se volete, e grazie ad Intraigiarun, qui potete trovare qualcosa in più su Manolo. Il “mio” Manolo, naturalmente.
A parte l’età, che condividiamo splendidamente ;-), ci dividono ferocemente circa quattro gradi (francesi) e spietatamente una decina di chili. In più io non ho mai posseduto o indossato un orologio “senza limiti” come lui…
Eppure, la cosa che più mi infastidisce è la stessa che mi induce a non mollare.
Lui è un gran bell’esempio di costanza, longevità e di fantasia. Magari chissà, la prossima settimana, con impegno e dedizione, potrò anch’io fare la mia magia, chiudendo in libera e senza resting il secondo (grado UIAA) che mi tormenta e mi respinge da più di un anno.
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domenica, 20 gennaio 2008

MI ASPETTATE?

postato da lucavisentini alle 13:45 in il paese

Lo scorso anno non ci badavo. Benché già corressero per quei trenta metri in tutto, di marciapiede e di corridoio, dalle auto delle mamme allo spogliatoio.

Parlo dei bambini dell’”artistico”. Cioè del corso di pattinaggio sul ghiaccio in alta Val Cellina. Ventuno femmine e tre fortunatissimi maschi. Una maestra dell’Europa dell’Est, brava e severa, che vive a Caralte: «Non voglio vedere nemmeno un capello fuori posto!»...

L’anno passato Marinella era in prima elementare ed anche al suo primo anno del corso in questione. Andavo a prenderla a scuola, a Claut, per due pomeriggi alla settimana. L’accompagnavo al palaghiaccio, la cambiavo e l’acconciavo, le allacciavo le stringhe dei pattini e durante l’ora della sua lezione m’imboscavo dietro la tribuna o al bar, talvolta in macchina, per non distrarla con la mia presenza e per leggere qualcosa in santa pace. Altrimenti mi gustavo i Viéres, il Magòr (il Col Nudo), le misteriose Cime di Pino...

Non ci speravo. Ma adesso lei, non potendo aspirare dalle nostre parti a diventare una Eleonora Abbagnato, ovvero l’etoile dell’Opéra Garnier di Parigi, mi parla del salchow, del toe-loop e dell’axel, come del pane e del latte.

 

Quest’anno gli allenamenti sono aumentati: tre. E per le mamme, lì, sarebbe un lusso il leggere, il guardare. Così che mi hanno coinvolto negli spostamenti. Io ne accompagno attualmente altri due, di bimbi. Loro, più tardi, li riportano indietro, a Cimolais.

Il martedì, alle sedici, sono di nuovo alle scuole. A Claut. Ho la delega, ritiro pure Silvia e Luca. Di quinta elementare! La Marinella gongola. Coi grandi... Scendiamo al palaghiaccio. Ho soltanto due portiere nell’auto e, a turno, uno dei due bimbi grandi al mio fianco. Ci avviciniamo. Luca davanti? Silvia, da dietro: «Mi aspetti?». «Certamente!». Arriviamo. Fshhht! Lui via di corsa. Mai una volta che per davvero l’aspetti.

Poi io, con calma, risalgo in paese. Da un parente preparo la piccola. Lei fa la merenda e la cacca. Ridiscendiamo in tempo per le diciassette, c’è un’ulteriore lezione.

Al giovedì tocca a Silvia, star davanti. «Mi aspetti?». «Senz’altro!». Lei scende per prima. Fshhht! Via di corsa ai salti e alle trottole. Alle reverenze. Agli incrociati e agli angeli. Luca, più grosso, si attarda incastrato. Fra borsa, cartella, la portiera e a mia figlia: «Ciao Mavi».

Io e Marinella risaliamo un momento in paese...

Fino a che è lunedì. Una lezione soltanto. Assieme i grandi e i piccini. Alle sette, di sera.

Partiamo stavolta da casa. Prendiamo su Luca, la Silvia. E anche lei, dietro o avanti: «Ciao Mavi». Sono otto chilometri. Poi c’è il palaghiaccio. Fshhht! Via di corsa, con le borse a tracolla. Per quei trenta metri a diventar Carolina. Egveni Plushenko. E la mia Marinella, la Mavi ormai loro: «Mi aspettate?».

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sabato, 19 gennaio 2008

ALPINISTI E BICICLETTE

postato da gabrielevilla alle 00:11 in storie, storia dell alpinismo

Me lo ricordo bene Kurt Diemberger nel 1997 quando venne a Ferrara all’Assemblea Nazionale dei Delegati per ritirare l’attestato di Socio Onorario del Club Alpino Italiano. Allora ero Vicepresidente della sezione CAI di Ferrara che organizzava ed ospitava quell’assemblea, per questo mi avevano affidato il compito di “addetto di sala”, cioè davo informazioni ai Delegati e accompagnavo autorità e ospiti ai posti loro riservati. Lo facevo più che volentieri perché così potevo seguire nel contempo lo svolgersi dell’assemblea ed ascoltare gli interventi che si susseguivano; in particolare ricordo quello di Kurt che mi aveva piacevolmente colpito. Ricordo il suo volto soddisfatto mentre raccontava concisamente i suoi inizi alpinistici ed in particolare il suo primo peregrinare fra Alpi e Dolomiti con la bicicletta del nonno inizialmente per andare a cercare cristalli ed in seguito per raggiungere le montagne da scalare. Nel mio immaginario il massimo dell’avventura alpinistica era rappresentato proprio da quegli alpinisti che avevano vissuto i tempi in cui la bicicletta era un mezzo di locomozione, faticoso fin che si vuole, indispensabile per raggiungere le montagne da scalare e credo che nessuno mai l’abbia saputo raccontare magistralmente come Kurt Diemberger. Il capitolo “La bicicletta del nonno”, nel libro “Tra zero e ottomila” credo sia uno dei più godibili che siano mai stati scritti ed uno di quelli che non ti stancheresti mai di rileggere. Ci sono brani da cui senti trasudare pura passione e le emozioni descritte sembrano “entrare in te”.      

 

Mio nonno m’ha regalato una bicicletta. Un pezzo da museo, anno di costruzione 1909. E’ un fatto che quella bicicletta mi aprì nuovi orizzonti ed insperate possibilità. Cosa importava se questo esemplare era uno dei primi fabbricati dopo gli antidiluviani modelli con la ruota anteriore altissima? E che fosse ancora un po’ più alta delle biciclette normali e che il suo uso richiedesse una tecnica particolare? Tutto questo, anzi, contribuiva a conferirle una ben spiccata personalità. …

 

Paracarri, paracarri, paracarri, e pioggia, pioggia, pioggia… Strade bagnate… pioggia… basse nuvole grigie in cui s’immergono oscuri colossi calcarei… Sono bagnato fino al midollo… Solo… le Dolomiti… grondanti come le mie pedule… di nuovo scendere e spingere la bici… chissà se arriverò oggi a Cortina? …   … Due giorni dopo lascio Cortina. Ho ancora 3000 lire in tasca. Spingo in su verso il Falzarego. Pioviggina. Colossi scuri di calcare che svaniscono nel grigiore delle nubi. Tutto è bagnato, io pure. Le Dolomiti. Finalmente ecco apparire qualcosa. Le Cinque Torri. Le riconosco dalle cartoline illustrate. Sono riuscito finalmente a vedere una cima. Qualche ora dopo le nuvole si rompono e vedo crescere l’enorme Tofana. Che parete, che montagna! E lì, quella candida cupola che emerge dalle nebbie ad occidente! La Marmolada, dev’essere certamente la Marmolada! Il solo monte di ghiaccio, nel regno dei castelli di roccia. Inforco la bici e scendo dal Passo. Una discesa veloce, entusiasmante. Larghe curve a serpentina… Una splendida strada. Pian piano mi asciugo. Sprofondo sempre di più. Il sole è basso all’orizzonte. Gli corro dritto incontro. Ora la pendenza è diminuita. Altri banchi di nubi oscurano il cielo. Qualche persona sulla strada. Davanti a me un paio di case. Alla mia sinistra una profonda vallata. Ecco… un’immensa montagna emerge, stagliandosi contro il cielo scuro, rossa, nella luce della sera. Un’immane schiena di drago con scaglie, pinnacoli… la distinguo sempre più chiaramente. Che grandiosa parete color fuoco… mi manca il respiro, freno, butto la bicicletta al margine della strada! Sono tutto stordito. La montagna sorge a sud, come una visione fantastica. Un organo rovente che sbarra tutta la valle. Un vecchio contadino avanza con passo lento. “Cos’è?” gli chiedo. “E’ la Civetta” risponde con tono indifferente e prosegue la sua strada. La Civetta, non la dimenticherò mai. Anni dopo sarei ritornato per salire la sua grande parete. Ma non la rivedrò mai più così come in quell’istante. …

 

… E dovunque andassi, dovunque giungessi, la gente dimostrava un vivo interesse, a me nuovo, per il ciclismo. Erano davvero tutti molto gentili. Evidentemente nelle Dolomiti, un ciclista era considerato una personalità. Anche se andava in giro con la bicicletta del nonno.

Marmolada, Pale, Civetta mi passarono accanto, ed anche la fortezza del Pelmo, che si erge sopra il piccolo borgo di Santa Lucia… Ed a me l’immagine di quel giardino fatato diventò sempre più nitida, con le sue grandi pietre colorate, le sue formazioni fantastiche, le sue bizzarrie senza limiti. Le Dolomiti, scoperte e conquistate in bicicletta. E l’avventura sempre nuova dello sguardo che si spinge oltre il passo, sull’altro versante. L’avventura di quell’attimo, conseguito dopo ore di sforzi faticosi. Ma chi ama l’avventura, non indietreggia davanti alla fatica, perché evitando l’una, perderebbe l’altra. Che sensazione meravigliosa, quella di scendere poi sull’altro versante, liberi come gli uccelli, senza nessun motore, gustando il vento inebriante della discesa, curva dopo curva! Una gioia tanto maggiore, quanto più grande era stata la fatica per salire dall’altra parte. Anche il ciclista ha un suo perché, come l’alpinista. E nessuno dei due sa spiegarlo.

 

Io posseggo una bici da corsa e sono un modestissimo ciclista, saltuario e scostante, cui piace pedalare soprattutto in salita. Sono pure alpinista, altrettanto modesto, ma accanito quanto basta per riconoscermi nelle sensazioni descritte da Diemberger. E una risposta al perché posto dal grande Kurt io personalmente l’azzardo: ciò che muove il ciclista e l’alpinista, accomunati dalla fatica legata alle due attività, è la passione. Quello che non si riesce a capire è il perché hai dentro di te quella passione, ma la risposta è insignificante perché ciò che conta è averla, la passione, mica capirne il perché.

venerdì, 18 gennaio 2008

A CRAVASCO NON CASCO 2/2

postato da mauromazzetti alle 14:04 in gente di mare
Quando uno vuol cominciare ad arrampicare, magari anche con le pedule da escursionista, viene ancor oggi depositato ai piedi di queste placche di serpentino. Dopo un veloce bignami di nodi e manovre, il “buono” del gruppo comincia a far sicura in moulinette.
Qui c’è un buon appoggio; appena sopra trovi un’ottima maniglia come appiglio, mentre il malcapitato novizio ha ben altri problemi che quello di abbinare concettualmente appoggio ed appiglio a piede ed a mano.
Chi passa l’esame e non patisce il vuoto ci ritorna, magari meglio attrezzato e con amici pari neofiti.
Come è capitato a me, tanti anni fa.
A Cravasco ci torno come l’assassino torna sul luogo del delitto. Circospetto, guardingo, incapace di starne lontano, magari da solo, per salire qualche tiro in autoassicurazione. Ci torno da allenato e fuori forma.
Attorno tutto è bucolico: il verde delle piante, il cinguettare degli uccellini, d’estate il frinire delle cicale. C’è anche l’odore del letame delle cascine dei terreni circostanti.
I nomi delle vie la dicono lunga: Primini per chi comincia, Van Loon per chi ha problemi esistenziali, Il diedro per chi ama la geometria, Decalcomania per chi preferisce i traversi esposti sui quali spalmarsi senza pietà, Guàrdati i piedi per chi non fa della forza una virtù ineluttabile.
Uno dei tiri più estetici si chiama A Cravasco non casco. Elegante, mai banale, tecnico e non braccioso; buchetti, tacchette e reglettes per un’arrampicata delicata e di soddisfazione.
Dopo una giornata estiva di lavoro, si riesce anche a dimenticare lo stress; quando il sole tramonta, i tiri rubati alla roccia ed al buio ristabiliscono frequenze e ritmi assonanti con i nostri tempi frenetici.
Tutto bello, tutto perfetto.
Anche se mia moglie, con fare sarcastico, una volta mi ha fatto notare come la strada che porta alla Rocca si chiami “via Caduti di Cravasco”. A buon intenditor…
La prossima volta ci torno con mio figlio. Così, tra un tiro e l’altro, giocheremo con i Gormiti, inventando caverne e ponti di roccia nei buchetti e sulle reglettes.
Ogni occasione è buona per tornare un po’ bambini. Anche sulla roccia.
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giovedì, 17 gennaio 2008

SCHIEVENIN, TUTTI A VENEZIA

postato da marcoconte alle 21:40 in varia
schieveninQuali novità sul fronte delle cave di Schievenin, dopo la manifestazione del maggio 2007? Riportiamo un estratto dal programma per il prossimo fine settimana pubblicato sul sito del CAI - TAM:

100mila PASSI PER LA MONTAGNA E LE SORGENTI

Sabato 19 e domenica 20 gennaio 2008 a piedi da Schievenin e dal Col del Roro a Venezia. Dopo la manifestazione in Col del Roro e Valle Schievenin del maggio 2007 e la presentazione in Regione da parte di 9.000 residenti veneti delle "Osservazioni" contro il devastante progetto di miniera che vuole estrarre 8 milioni di metri cubi di materiali nella straordinaria val Schievenin sul versante bellunese-trevigiano del monte Grappa.

Venerdì 18 gennaio: ore 20.00 a Schievenin, fiaccolata di apertura della Manifestazione.

Sabato 19 gennaio: ore 8.20, partenza dalla stazione di Fener dopo l'arrivo dei treni da Feltre e Treviso; ore 9.20 a Pederobba, sosta breve con Comitati davanti alla CementiRossi; ore 11.00 a Cornuda; ore 12.30 a Montebelluna piazza Municipio, ristoro e incontro con i Sindaci contrari alla miniera; ore 14.20 Falzè; ore 16.00 Porcellengo, sosta breve con i comitati contro le cave di pianura; ore 17.00 Castagnole; ore 17.40 Monigo all'imbrunire, accensione delle fiaccole; ore 18.00 Treviso, viale Monte Grappa, Porta Santi Quaranta; ore 18.30 Palazzo della Provincia, incontro con consiglieri regionali, provinciali e comunali delle province di Treviso e Belluno.

Domenica 20 gennaio: ore 8.20 partenza dalla stazione di Treviso dopo l'arrivo dei treni da Feltre, Conegliano, Mestre e Portogruaro, col saluto dei Comitati di Treviso e provincia; ore 10.00 Preganziol, sosta breve in piazza con comitati contro le cave; ore 11.00 Mogliano, sosta in piazza con comitati Rifiuti Zero contro inceneritori di Silea e Mogliano; ore 12.30 Mestre Piazza Ferretto, ristoro e incontro con artisti, pittori e musicisti; ore 13.00 partenza per Piazza Barche, via Forte Marghera, cavalcavia S.Giuliano, Ponte della Libertà; ore 16.20 arrivo a Venezia Piazzale Roma; ore 16.30 conclusione sul Piazzale della Stazione; lettura della mozione "No Miniere" per la Regione.
 
Mercoledì 23 gennaio: ore 11.00 a Venezia, Consiglio Regionale, incontro di una rappresentanza della Marcia con i capigruppo e i consiglieri regionali del Veneto per sostenere le Mozioni contro l'attività di miniera che minacciano la Valle di Schievenin.

Per maggiori dettagli si può visitare il sito del
Comitato Col de Roro.
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mercoledì, 16 gennaio 2008

A CRAVASCO NON CASCO 1/2

postato da mauromazzetti alle 09:12 in gente di mare
Dove si va/a far l’amore dove si va? cantavano gli Stadio vent’anni fa, poco più poco meno.
Loro m[andavano] allo stadio, in mezzo ad un concerto rock. Solo lì il piacere era assicurato al centopercento.
A Genova c’è lo stadio di calcio Ferraris; ci sono poi altri stadi, magari con piste di atletica e, udite udite, con muri di arrampicata. Se uno vuole, in sacrosanto regime di libero arbitrio, prende le sue scarpette sante e volteggia acrobaticamente su prese artificiali di ogni tipo.
E’ un po’ come il gioco della battaglia navale. 5-c: niente! 6-b: colpito! 7-a: colpito ed affondato! Tra sinfonie di incastro e litanie per voli, qualche ora la si passa piacevolmente.
Però.
Però ci sono alternative migliori, almeno a mio giudizio.
Ora, per chi non conosce Genova, si impone una precisazione di carattere geografico. Genova, come si dice con tono aulico, è adagiata a semicerchio sulla costa, come una “T” con doppio braccio rovesciato e puntato verso l’interno. Allora, si prende l’automobile e si risale il braccio di sinistra della “T” fino a sconfinare nel Comune viciniore (per dirla burocraticamente).
Attorno ci sono verdi colline non d’Africa, sovrastate dal Santuario della Guardia; anche qui fece irruzione Giovanni Paolo II, durante la sua infinita serie di viaggi alla ricerca dei luoghi mariani, come testimonia la targa apposta all’ingresso della chiesa.
Proprio di fronte alla Guardia, teatro di escursioni generazionalmente reiterate, e sulla sinistra orografica del già nominato braccio sinistro della “T”, si incunea una valletta laterale, che mena al paesino di Cravasco.
Appena fuori ed appena sopra le case bianche, con i tetti rossi e le persiane verdi, ci si para davanti un bivio; sacro e profano qui si dividono. Il sacro ci porta al luogo dell’eccidio di Cravasco, dove numerosi partigiani vennero ammazzati dai nazi-fascisti; il profano ci conduce ed induce fino ad una manciata di roccioni, alti da 15 a 25 metri.
Se si guarda con attenzione ed in favore di propizia luce riflessa, si vedranno scintillare al sole placchette e fittoni.
Eccoci così alla Rocca di Cravasco, luogo iniziatico di molte carriere alpinistiche ed arrampicatorie.
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