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lunedì, 31 dicembre 2007

RACCONTI DI MONTAGNA

postato da giovannibusato alle 17:50 in recensioni
raccontidimontagnaRacconti di Montagna
A cura di Davide Longo
Einaudi 2007 pag.305 foto b/n
Euro 18.50
 
Letteratura della montagna o montagna in letteratura?
 
Raccolta di storie legate in qualche modo alla montagna o, comunque, all’avventura, prodotte in buona parte da scrittori per i quali la montagna non è oggetto di conquista o di imprese memorabili ma semplicemente  luogo, diverso dal mare o dal deserto, del quale riescono tuttavia a isolarne non solo l’anima, ma anche a scrivere di essa, spesso (quasi sempre)molto meglio degli alpinisti stessi.
Forse è proprio la passione totalizzante che coinvolge l’alpinista a impedirgli di scriverne in maniera distaccata, cercando nel profondo o forse è semplicemente che il nostro scrittore è principalmente... un alpinista! tanto che si comprende come la letteratura non si divida tra libri di montagna o di mare ma, semplicemente, in libri buoni o cattivi.
Così sosteneva (ma ci sono anche delle belle eccezioni, vedi i nostri Luca/Mario!!) Maurice Crepaz nel 1974 nell’introduzione al suo racconto “L’Alta Via” (Tararà edizioni): la letteratura della montagna non esiste, forse esiste una letteratura dell’alpinismo, come argomenta da par suo Massimo Mila, che però non ha mai prodotto convincenti opere narrative ma soprattutto una grande quantità di scritti autocelebrativi, autoreferenziali, autoelogiativi senza riuscire per un attimo ad afferrare il sentimento, “le viscere” della montagna.
Non questa raccolta di testi eccellenti. Imperdibile perché riappacifica veramente con la montagna, disintossica dalla prestazione sportiva, vaccina contro le tentazioni di primato.
Ecco allora, tra i molti grandi Scrittori, Mario Rigoni Stern con la sua montagna permeata dei disastri morali della guerra; Hemingway testimone distaccato di una “società alpina” distante e nascosta dalle descrizioni bucoliche e bonarie dei più e poi ancora Buzzati, Levi, Parise, Calvino e non poteva mancare il re deiviaggiatori, Chatwin, filosofo narratore ramingo di uomini e luoghi.
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domenica, 30 dicembre 2007

CIMOLAIS, IN MONTAGNA

postato da lucavisentini alle 22:44 in il paese

Dal giornalino ("Thimolei", Dicembre 2007) che il Comune invia alle famiglie del paese ogni fine anno:

Abitanti   435

Nati   3

Morti   9

Immigrati   8

Emigrati   8.

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sabato, 29 dicembre 2007

PRANZI DI NATALE

postato da gabrielevilla alle 00:18 in storie, storia dell alpinismo

Se mi chiedono qual è il giorno in assoluto che ho vissuto e che sento più lontano dalla montagna non devo stare a pensare molto per rispondere: è il giorno di Natale. L’unico ricordo che mi sovviene di un Natale passato in montagna risale all’infanzia ed è legato all’anno in cui frequentai la seconda elementare nel paese agordino di Piaia, dunque avevo sette anni ed il ricordo vivo che mi è rimasto è legato al presepe che preparammo assieme alla zia Marcella e che aveva una caratteristica straordinaria, profumava di muschio vero, perché eravamo andati nel bosco a raccoglierlo ed a me era sembrata una cosa a dir poco eccezionale. Devo aggiungere che, come tutte le persone “normali”, ho sempre rispettato il detto “Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi”, ma come alpinista ho sempre segretamente desiderato passare un Natale in una baita, o in un bivacco fisso o da qualche parte su di una qualsiasi montagna, adattandomi però sempre al rito del pranzo in ambito familiare. Anche quest’anno non è sfuggito alla consuetudine ed anche quest’anno, così come tante altre volte, tra una portata di pesce e l’altra, la mente è corsa a quel nascosto e mai realizzato desiderio, sicché arrivato a casa dopo avere saziato lo stomaco ho preso un libro dalla biblioteca con l’intento di saziare la fantasia.

 

Al mattino del 25 dicembre, un martedì, la sveglia al campo III è alle cinque. La giornata è bella e sento che i miei compagni si preparano con entusiasmo. Decidiamo di suddividerci in due gruppi: inutile partire tutti insieme perché, prima di arrivare dove avevo deciso di installare il quarto campo, si dovevano attrezzare altri duecento metri di un canale di ghiaccio con una pendenza di circa settanta gradi…
…Qui inizia la salita vera e propria. Ci si arrampica nel diedro per tutta la sua lunghezza (lasciamo due staffe, una di dieci metri metallica e una da due metri di legno) e, raggiunto il nevaio, lo si risale in verticale per due lunghezze di corda, fino ad arrivare sotto a una paretina liscia, che non offre appigli. Si obliqua allora verso destra, su una cengia nevosa, per tre lunghezze di corda scarse e si arriva sotto un tratto verticale di rocce rotte. Si risale per circa venti metri questa paretina di roccia mista a ghiaccio, nella quale lasciamo una staffa metallica da dieci metri…
…le tre cordate che ci hanno preceduto sono impegnate un centinaio di metri sopra di noi, ma siamo oramai al primo pomeriggio, fa caldo e la parete inizia a scaricare: proseguire sarebbe pericoloso, per cui ridiscendono alla tendina che frattanto abbiamo piazzato.
“Ora che siamo tutti insieme – dice Sandro Liati – possiamo finalmente mangiare qualcosa”, ma ci accorgiamo che avevamo portato con noi soltanto materiale alpinistico e tende: solo io avevo nel sacco un po’ di viveri , perché avevo programmato di fermarmi in quel punto con Mariolino. Sandro ha in mano un sacchetto di frutta secca e dice: “Beh, mangiamoci questa, vorrà dire che il Natale lo faremo a casa”. Scoppiamo in una grande risata. Mentre penso che, anche rimanendo solo in due al campo IV, i viveri che avevo portato erano scarsi, vedo Corti girato di spalle che sta succhiando qualcosa. Sospettoso gli chiedo: “Cosa stai mangiando di buono?” Claudio si gira e mi dice: “La dentiera. Posso offrire?”. Altre risate contribuiscono a tenere alto il morale.
Mentre i compagni iniziano allegramente la discesa verso il campo III, io e Mariolino ci attrezziamo per la notte, fissando la tenda il più saldamente possibile. E’ ormai sera e, dopo avere mangiato una minestrina e del gorgonzola, mi metto in contatto radio con i compagni al campo III. Mimmo mi dice di aver preparato dolci per tutti per festeggiare il Natale. Incuriosito gli chiedo come fosse riuscito a farli e mi risponde: “Con il pane ammuffito che c’era; per togliergli l’odore gli ho messo delle acciughe!”. “Chissà che porcheria!” gli dico ridendo. Ci scambiamo ancora una volta gli auguri e ci infiliamo nei sacchi a pelo: fuori c’è nebbia e pioviggina. Speriamo che domani migliori.

 

Quello fu il Natale del 1973 nel racconto di Casimiro Ferrari su “Cerro Torre. Parete Ovest” (Collana “Exploits” della Dall’Oglio editore – 1975). Il 13 gennaio del 1974 Casimiro Ferrari, Mario Conti, Pino Negri e Daniele Chiappa, del Gruppo dei Ragni di Lecco, arrivarono a mettere piede sulla vetta del Cerro Torre in uno dei giorni più memorabili dell’alpinismo patagonico. 

venerdì, 28 dicembre 2007

AUGURI & FRAMMENTI

FRONTE DELLA CULTURA di Alberto Peruffocari amici & bloggerS
> dopo gli ultimi post resto sempre + meravigliato di questa nostra creatura
> nessuna deriva
> ma, per usare parole + grandi di noi, la sub_limazione di ogni direzione
> sub_terraneo, anche se non sembra, io ci sono, seduto in disparte ad osservare i colpi di coda a cui sottoponete il timone della nostra blog-nave con i vostri imprevedibili, e a volte straordinari, contributi [quali altitudini il tuo ultimo, Luca!]
> grazie a voi tutti
> il 2008 sarà ricco di assenze-presenze
> questa è la nostra magia
> nessuna im-posizione
> bensì comunione
> libera e indeterminata
> come la nostra riunione
> presto ci ritroveremo
> io ritornerò [così scriveva il Galinòt pensando alla madre di tutte le cascate sul libro che più di ogni altro è stato il mio libro]
> in vece
> a breve uscirà l'INTRAISASSblog cartaceo, l'evoluzione delle precedenti edizioni
> sarà qualcosa di forte
> in fatti
> NIENTE E' COME SEMBRA, a cominciare dal primo appuntamento della nuova edizione di A UN PASSO DAL CONFINE
> con Franco Battiato e l'intrablog a fronteggiarsi sul palco per parlare di arte, cinema e impegno civile
> il primo febbraio
> io, pur troppo, continuo a costruire reti
> il
FRONTE DELLA CULTURA è nato da poco
> e già un altro anno sta per iniziare
> nessun programma
> solo progetti e determinazione nel portarli a termine
> a presto
> vi abbraccio, fluente
< albertoperuffo
domenica, 23 dicembre 2007

LA GRANDE ESTATE

postato da lucavisentini alle 00:22 in il paese

Entravamo di continuo in valle sulla mia Renault 4 rossa o sulla sua Uno bianca. Due auto fatalmente evocative... ma tant’è! Volavamo sopra le pozzanghere, a tavoletta lungo lo sterrato, conoscevamo ormai a memoria il fondo ed eravamo sempre soli in quei lontani mattini, decisamente sul presto.

Glissai per tutto giugno: «Tu sei un fuoriclasse ed io un escursionista, lasciamo perdere». «No, sono stufo dell’estremo, voglio finalmente divertirmi e scoprire con te le vie normali».

A luglio, per prima, Cima Stalla. «Permetti?»: mi soppesò lo zaino e ne eliminò metà del contenuto, mi autorizzò la tavoletta del cioccolato e sostituì i miei scarponi con un paio di sue miracolose “tennis” buone fino al IV grado ed eccellenti addirittura sui ghiaioni. Lì a Pian Meluzzo. Poi, sulla cima, una goduria. Saliva e ad alta voce faceva la cronaca in diretta. Tra i mughi, pardon, le mughe: «Senti che caldo che buttan fuori... ’ste troie!». «Ho cinque o sei vie su questa parete ma non sono mai stato in vetta, che bello!» (e mi ringraziava persino). Lungo il versante orientale, dove insistendo assieme ad un compagno di cordata cittadino mi ero incrodato in un precedente tentativo con la relazione del Berti: «Vuoi che mi sposti sul difficile o non stai invece cercando l’itinerario più semplice?».

E la corda filava, per uno straordinario intuito, velocissimamente.

Tornavamo spesso giù, con più cime nel sacco talvolta, nel pieno ancora della luce.

Sulla sommità del Toro, mentre io seduto al sole miravo beatamente il Castello di Vedorcia, lui s’agitava dai bordi e si sbracciava urlando al gestore del distante Rifugio Padova: «Ferruccio, siam qua – qua! – mandaci su due fighe». Fingeva, portandosi una mano all’orecchio, di avere ottenuto risposta e replicava: «Come? Hai soltanto delle tedesche? Mandaci su le tedesche!».

Su Punta Pia. Sopra il Rifugio Pordenone avevamo abbandonato ad un certo momento il canalone risolutivo per la stessa Forcella Pia, tratti in inganno ancora dal Berti che suggeriva di affrontare la cuspide dalla parte della Forcella Scura. Avevamo guadagnato una minuscola spalla vincendo un salto impegnativo. Mi disse: «Tu intanto fumati una sigaretta e riposa, io vado in avanscoperta per quell’accenno di cengia verso il Padova». Guardavo nuovamente allo sfarzo di Vedorcia. Erano passati tre minuti appena e mi prese un colpo. Da dietro, alle mie spalle, dodici metri al di là di un’interruzione ricomparve d’un tratto gridando: «La cengia gira tutt’attorno! La cengia gira tutt’attorno!». Felice quanto un bambino. Nei comodi landri che tale cengia incredibilmente sospesa occultava, lui avrebbe molto volentieri abitato.

Sui Frati. Io stanco, mi aveva trainato in conserva per la lastronata terminale come una bestia da tiro. Sul culmine, poi, aveva rinvenuto il bolo dell’aquila con dentro le unghiette di un roditore. Me ne porse un pezzo entusiasta: «Porta fortuna, porta (indovinate, indovinate...) la figa!».

Presso il Bivacco Granzotto-Marchi, di sera, alla vigilia della Cresta del Leone, aveva rimediato le legne per scaldare la pastasciutta dal cartello che ammoniva di riportare tutti i rifiuti a valle. E in seguito con Ruggero Petris, il responsabile del CAI di Pordenone che si doleva in piazza a Cimolais per il medesimo cartello chissà da quali visitatori bruciato, si mostrò solidale: «Bastardi!» (Ruggero non prendertela, siamo a questo punto prescritti...).

Un’altra sera, un’ulteriore vigilia presso il Bivacco Baroni, la legna di certo non scarseggiava in alta Val Montina. Dopo l’immancabile pastasciutta ci attardammo di notte accanto al fuoco e lui di tanto in tanto entrava da solo, al buio, nella fitta macchia. Lo sentivo sgolarsi con gli spiriti del bosco: «Non mi fate paura! Eh! Avete capito! Eh! Attenti!», lo scorgevo tornare sommerso di fascine. E l’indomani era uno spettacolo vederlo zampettare su per le leggendarie Torte, esperto e lieve, un camoscio.

La sua familiarità con il Campanile era d’antologia. La cosa più difficile? Con le corde ed il materiale d’arrampicata, l’ora e mezza di sentiero fino all’attacco. E alla seconda sosta, prima di entrare nel camino-diedro: «Questo appiglio prendilo così, alla rovescia, altrimenti resti lì di nuovo per un’ora e mezza come Rolly Marchi».

Sulla Forcella Vacalizza mi aspettava in settembre con il gradito calore d’un falò. Sulla Cima Vacalizza, lui nella nebbia innanzi, ad ogni anticima mi preannunciava erroneamente: «Sono in cima!», per poi concludere dopo le tante anticime, sulla vera cima: «Adesso siamo in cima, eh, perché se no io continuo di anticima in anticima sino ad arrivare in Austria!».

Anche sulla Sella del Turlón mi preparò affettuoso, per riscaldarmi, un fuocherello. E incontro al monte omonimo, sull’esile filo del crinale, si liberò di uno stambecco che non voleva scansarsi con delle grosse sassate.

La stagione avanzava e alla Casera Pramaggiore trovammo la neve. Trovammo inoltre due contenitori pressoché pieni di grappa, vino e cibi vari, i resti del decennale della ristrutturazione festeggiato pochi giorni prima. Esclamò: «Ah, da qui non scendiamo finché non abbiamo consumato tutto!». Ed io: «Ma a casa non ti aspetteranno, non staranno in pensiero?». Ribatté: «No, è proprio quando non mi vedono che vivono tranquilli, sanno che sono in montagna». Così che ci fermammo. Portammo due letti nel vano di sotto, dove stava la stufa. E sul tardi, di ritorno dalle vette, cucinava al solito le sue amate pastasciutte condendole con ogni sorta di alimento, pomodori, salami, formaggi, peperoncino, tutto ciò che insomma pescava dallo straordinario fondo dei contenitori. Nei letti quindi, con la stufa ben carica, discorrevamo di donne, dei monti, della letteratura. Fino a che uno dei due più non rispondeva e per primo russava.

Ed oltre a queste scalate combinammo altre novanta avventure. Nel corso di quell’estate grande, nel 1993.

Ai rientri nel fondovalle rinvenivamo regolarmente, sul parabrezza, un messaggio d’Icio. Diceva, di norma, così: «Ciao, vi aspetto alla Rosa per le birre». Ne ho conservato uno di questi messaggi, scritto sul lembo di una busta.

E alla Locanda alla Rosa, dove a suo tempo avevano bevuto von Glanvell e von Saar, Cozzi e Zanutti, abbracciavamo il nostro comune amico. L’uomo che aveva perso l’albergo, i soldi, la famiglia. Senza più fissa dimora, era la sola persona in paese a possedere un casella postale insieme all’AVIS e al Club Alpino. Non stava più nella pelle, rivedendoci sani e salvi, vittoriosi. E concludeva, l’amico buono ed il pastore di pecore, lo scapestrato Icio del Duranno: «Sono talmente contento per voi che se avessi ancora la moglie vi farei dormire con lei».

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sabato, 22 dicembre 2007

1924: I PRIMI CHIODI DA GHIACCIO

postato da gabrielevilla alle 00:07 in storia dell alpinismo

Di certo ad inizio del secolo scorso le notizie giravano meno veloci rispetto ad oggi, ma nemmeno correvano il rischio di confondersi in un grande calderone onnicomprensivo, come succede in questo nostro secolo ventunesimo dominato dalle tecnologie e da internet, nel quale sembra sempre dover prevalere la velocità (se non la fretta) anche a scapito della precisione e della qualità dell’informazione. Sarà probabilmente proprio per questo che certi “passaggi” evolutivi della storia dell’alpinismo sono rimasti così perfettamente tramandati nelle precise descrizioni fatte su diari scritti di pugno, relazioni tecniche e su carta stampata? E’ interessante notare come certe fasi evolutive dell’alpinismo siano dovute a uomini di indubbio talento e capacità nelle cui azioni prevale la passione piuttosto che la pur comprensibile ambizione, si riconosce l’intuizione creativa piuttosto che l’ambizione personale, si vede la spontaneità delle azioni piuttosto che il calcolo e magari s’intuisce come la fortuna di un incontro casuale fra due uomini di questo tipo favorisca il maturarsi delle condizioni perché si realizzi l’evento storico. Allora la cronaca di quell’evento non è più solo storia, ma diventa “avventura umana”, patrimonio di tutta una comunità. Bella da leggere e da rivivere, stimolante da (ri)raccontare, con le parole di Eric Roberts tratte dal libro Willo Welzembach – La vita, gli scritti, le imprese – Collana “I licheni” della Vivalda Editori - 1994.

 

Un fortunato casuale incontro. Era l’agosto del 1923 quando all’hotel Monte Cervino di Zermatt, di ritorno dalla traversata Cervino-Dent d’Herens, Willo Welzembach fu presentato da Hans Pfann a Fritz Rigele. Un incontro casuale dal quale doveva nascere una fruttuosissima collaborazione. Rigele, rappresentante della vecchia scuola particolarmente avventuroso nonostante la cecità da un occhio e Welzembach, emblematico uomo di spicco nella schiera dei giovani e ambiziosi rappresentanti della cosiddetta scuola di Monaco, erano uniti dal medesimo interesse per lo sviluppo della tecnica di ghiaccio. Così ne scrive Welzembach nel suo diario: “La prima volta incontrai Fritz Rigele a Zermatt e sebbene avesse quasi il doppio dei miei anni (*) riconobbi subito in lui una di quelle persone eternamente giovani, rappresentante della vecchia scuola sì ma interessato ai giovani scalatori e alle loro innovazioni ed entusiasta di affrontare le vie più dure. Interessi e opinioni comuni saldarono ben presto il nostro legame e Rigele suggerì una scalata assieme. …mi parlò di una parete ancora vergine a causa della tremenda ripidezza e dei suoi strapiombi di ghiaccio, una muraglia inviolata che aveva fino ad allora respinto ogni tentativo.” Quella parete era la nord ovest del Grosses Wiesbachhorn nella regione del Glockner ed entrò nei loro piani per l’estate del 1924.

(*) Nell’agosto del 1923 Fritz Rigele aveva 45 anni, Willo Welzembach appena 23.

 

Il contesto “storico” di quell’incontro. Negli anni fra il 1860 e il 1870 erano state effettuate con sorprendente audacia alcune notevoli vie di neve e ghiaccio come il Couloir Pallavicini sul Grossglockner e la est del Rosa. In un periodo che vedeva respinti molti dei tentativi su difficili pareti rocciose la tecnica del gradinamento unita a eccezionali prestazioni psicofisiche rendeva così possibili queste belle imprese su ghiaccio. Negli anni seguenti però dovevano avvenire giganteschi progressi nella tecnica di roccia. L’introduzione del chiodo da roccia e la rapida diffusione di questo e del moschettone a cavallo del secolo e prima della Grande Guerra avrebbero radicalmente rivoluzionato le vecchie concezioni. Il chiodo usato anche per la progressione rese possibili passaggi prima impensabili senza contare la sicurezza ottenuta nelle soste e per il primo di cordata. Per contro la tecnica di ghiaccio ristagnava. Eckenstein aveva prodotto ramponi più leggeri e un tipo di piccozza più corta ma, come osservava Rigele <anche con questa attrezzatura i tratti verticali o comunque di pendenza superiore a 75° non possono essere superati>. La tecnica di ghiaccio andava reinventata. Già molti anni prima Rigele aveva avuto l’idea di piantare direttamente nel ghiaccio – per assicurazione e progressione - i chiodi come si faceva sulla roccia. Questo pensiero determinò la nascita del chiodo da ghiaccio che Rigele iniziò a costruire dopo una fraintesa conversazione con Hermann Angerer nel 1922. Sorpreso dalla notte sulla parete nord ovest del Schrammacher nelle Alpi di Zillertal, Angerer aveva piantato un chiodo in una roccia emergente dal pendio per appendervi la lanterna e poter così intagliare ancora gradini. Rigele capì invece che il chiodo era stato piantato nel ghiaccio e fu stimolato da questo episodio a mettere in atto la sua vecchia idea. Col colonnello Georg Bilgeri provò dei prototipi su un muro di ghiaccio sul ghiacciaio Krimmler nella regione del Venediger, e con piacevole sorpresa si accorse che un chiodo di acciaio piantato nel ghiaccio si salda immediatamente. Per il Wiesbachhorn Rigele aveva tre chiodi (forgiati su sua indicazione dal fabbro locale Hilzensauer nella cittadina natale di Saalfelden) lunghi circa venti centimetri a sezione rettangolare cava con testa svasata e di acciaio più duro di quello usato per i chiodi da roccia; disponeva inoltre di un certo numero di chiodi convenzionali. Così equipaggiati Rigele e Welzembach potevano applicare al ghiaccio la tecnica di roccia.

La nascita di una tecnica. Così descrive Welzembach nel suo diario le fasi cruciali della scalata: “…Un muro si ergeva quasi verticale per una decina di metri per poi adagiarsi ma molto gradualmente. Alla sosta sotto il tratto verticale dovevamo aderire alla parete per non perdere l’equilibrio (*). Il primo di diversi chiodi entrò nel ghiaccio e gradino dopo gradino e tacca dopo tacca ci innalzammo sul muro; le dita intirizzite afferravano quegli appigli minimi sollevando lentamente il corpo. Forzavamo la via metro dopo metro e ho ancora vividi in mente i particolari: sopra di me Rigele sostava aderendo alla parete; con cautela per non farsi sbilanciare dal movimento della piccozza, intagliava un gradino dopo l’altro aprendosi la via da vero maestro. Con attenzione totale osservavo i suoi movimenti senza perdere di vista lo scorrere della corda che guardavo ansioso sperando ardentemente che riuscisse ad arrivare alla sosta seguente. La corda non bastava cosicché Rigele mi ordinò di seguirlo. A passi felpati mi innalzai saggiando guardingo ogni gradino, conscio che la posizione di Rigele richiedeva un grandissimo sforzo. Urlò concitato <presto non posso rimanere così a lungo!>. Un pensiero mi attraversò come un lampo la mente <se adesso cade che Dio ci aiuti>. Raggiunto il chiodo seguente e assicuratomi vidi più chiaro e urlai <vai avanti>. Rigele riprese immediatamente ad avanzare e sparì subito dopo alla mia vista causa una cornice che chiudeva il campo visivo sulla destra. Ancora pochi metri e il passaggio chiave era superato. Mi urlò entusiasta <Sali quando sei pronto>. Il compito che mi aspettava non era semplice, dovevo estrarre i chiodi saldamente piantati e il braccio destro soffriva di violenti crampi nel brandire la piccozza con una sola mano, mentre le dita della sinistra intirizzivano e divenivano insensibili al contatto col ghiaccio gelido. Alfine riuscii, il peggio era passato anche se ci aspettavano ancora diverse lunghezze”.

(*) La pendenza di questo rigonfiamento cui la parete deve molta della sua fama fu stimato da Welzembach di 75/80 gradi, come si rileva dalla sua relazione per il Club Alpino Accademico di Monaco nell’annuario 1923/24. La fascia è al giorno d’oggi molto ridotta e misura circa 50/60 gradi.

Il piacere e la consapevolezza dell’impresa. Così conclude Willo Welzembach nel suo diario il racconto di quella scalata divenuta storica: “Poco dopo i due avventurosi sedevano felici sulla sommità del Wiesbachhorn. Costantemente ai limiti della resistenza per tutta la salita potemmo alfine rilassarci godendo con comodo del panorama. Le ore sulla cima appena raggiunta come questa sono momenti di perfetta gioia nella vita di un alpinista. La felicità dell’altezza combinata con il piacere di una battaglia vittoriosa determinano un senso di armonia nei nostri cuori. Sono soddisfazioni inscindibili dalla pratica dell’alpinismo estremo e ne costituiscono la mira e il fine. A malincuore iniziammo la discesa”.

 

Considerazione finale: “… a malincuore iniziammo la discesa…”. Io credo che una conclusione più bella non potesse esserci per questa avvincente pagina della storia dell’alpinismo.

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lunedì, 17 dicembre 2007

DON SOLERO

postato da gpcastellano alle 08:12 in storie
DON SOLERO: chi era costui?
Correvano i primi anni '80 quando, studentello liceale, mi dedicavo ad escursioni letterarie nella biblioteca paterna, ed ascensioni alpinistiche con i compagni di scuola.
Le prime erano iniziate molti anni prima delle seconde. Rovistando tra gli scaffali, mi era capitata in mano una antologia alpina. Si parlava di scalate, bivacchi, malghe e pastori. Era soprattutto un libro zeppo di riflessioni, ricordi, racconti che richiamavano altri eventi, luoghi, persone. Citazioni in francese e latino.
Il primo incontro non fu un idillio, affatto. Non andavo in montagna, non pensavo neppure che l’avrei mai frequentata.
Le stelle decisero altrimenti. Passarono gli anni, e venne il tempo in cui le domeniche trascorrevano tra le valli Orco e Soana, le uniche raggiungibili da noi studenti canavesani, imbarcati a bordo delle gloriose corriere SATTI.
Mi ricordai allora di un libro che narrava di Valsoera e Gran Paradiso. Delle Alpi di Motta, di Goi, del Broglio. Lo (ri)trovai e lo feci girare tra gli amici ed i compagni di gita.
I pastori non esistevano più, le baite erano crollate. Ma i racconti di quel libro irradiavano vita e colore. La stessa carta si consumava sotto le nostre dita, con grave costernazione paterna.
Ognuno aveva il suo racconto preferito, quello che lasciava il segno perché narrava di un luogo dove già si era stati, oppure dove assolutamente bisognava andare. Per vedere, sentire, capire.
Ci trovavamo d’accordo su sensazioni che anche noi avremmo descritto “proprio così”. Senza magari le citazioni in latino, però.
E le fotografie?
Una su tutte si imponeva alla mia attenzione: i Becchi della Tribolazione, dal vallone di Noaschetta. Quando li vidi, da quel versante, erano “proprio così”. Come il Gran Paradiso, dal lago di Gay. E la vetta della Becca di Monciair, ove invano cercammo la croce di vetta, come da fotografia. Salvo poi scoprire, rientrati a casa, che anche nella foto la croce mancava. Scherzi della festa notturna al bivacco Giraudo, la sera prima della salita.
 
Arrivato a questo punto, scopro di aver fatto un grave errore:  non ho risposto alla domanda che dà il titolo al racconto.
Don Solero, chi era costui? Facile rispondere, ora. L’autore del libro di cui ho parlato, “Gran Paradiso ed altre montagne”, edito nel 1975 dalla Sezione del CAI di Rivarolo Canavese.
Da un Notiziario dell’epoca, poche parole,a cura di Maurizio Quagliolo.
“Don Piero Solero, 1911-1973. Era nato a Tonengo di Mazzé il 30 novembre 1911. Seminarista in Canavese, fu poi vice curato in alcune parrocchie, tra le quali Castellamonte. Approdò infine alla sede che gli fu congeniale e che gli diede notorietà in campo alpinistico: Rosone di Piantonetto. Da quella base percorse in lungo ed in largo, per anni, il versante meridionale del Gran Paradiso…”
 
Non è facile raccontare di una persona che non si è mai conosciuta, se non attraverso le sue opere, i suoi scritti ed i ricordi di altri. Il metodo più semplice consiste nel raccontare e ricordare quale traccia ha lasciato in noi la testimonianza dell’uomo.
E’ ciò che ho fatto, modestamente ed immeritatamente.
Dopo aver rubato il titolo del racconto all’eccelso Manzoni, concludo, riportando dal libro di Don Solero stesso, la citazione iniziale.
 
“Les morts, ne meurent pas à l’heure qu’ils descendent dans la terre, mais à mesure qu’ils descendent dans l’oubli, et l’oubli seul rend la séparation irréparable.”
Gianpaolo Castellano
 
Rivarolo Canavese, 29 gennaio 1998
Roma, 26 novembre 2006
Caselle Torinese, 15 dicembre 2007
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domenica, 16 dicembre 2007

SOME GIRLS

postato da lucavisentini alle 21:18 in il paese

Delle ragazze poi ci lasciano. Dopo che ci hanno amato. Delle ragazze, poi, ci dimenticano. Dopo, quando le ricordiamo. Ovviamente vale pure per il genere contrario ma, dato che ci siamo già dichiarati maschi ed eteroaffettivi e come concluderebbe il suo trito discorso un esponente del CAI o di CL parlando di sinergie o sussidiarietà, tant’è!

(Mai capita del tutto, io, questa faccenda del ma tant’è ed ho intuito soltanto che fa colpo e vi si ricorre quando non si sa bene come portare a termine un periodo.)

Il Castoro ad ogni modo mi aspettava in settembre alla stazione ferroviaria di Verona. Lei, da Milano. Io dal Catinaccio a quel punto quasi interamente esplorato. Potevamo finalmente concederci il romantico week-end. Affacciarci, neh, al balcone di Giulietta. Dormire nel meublé e mangiare nei ristorantini riportati con tanto di mappa della città nella scheda del settimanale Grazia, di cui lei era abbonata. Fare magari l’amore.

Ripartimmo. Il Castoro con il suo assassino, un destino in Fininvest. Io lungo la Val d’Adige, con i suoi vigneti maturi ed i suoi spalti luminosi, verdi, gialli. La tipica valle a U della mia cara professoressa di geografia Cardoso...

In fondo, Bozen. Ancora il Rosengarten.

Ogni mio gruppo montuoso ha la sua colonna sonora e quell’anno, il ’78, gli Stones avevano pubblicato un album intitolato “Some Girls”. Lo canticchiavo di continuo e in particolare tornavo sul ritornello di un brano: “Just my imagination”.

Mi rimaneva da spingermi oltre il Molignon, le mie Colonne d’Ercole muovendomi da Vigo. Fin sullo Sciliar.

Spaziavo e cantavo.

“It was just my imagination, once again

Running away with me

It was just my imagination

Running away with me...”.

 

A patto di rinnovarsi, di vivere anche le Marmarole e il Brenta, le Pale e l’Oltrepiave ad esempio, ho sempre pensato che alla lunga chi viene lasciato sia più fortunato. Tutto ricorda infine. Delle ragazze peraltro. Non delle vecchie d’ora. O viceversa, degli uomini, fosse nel caso femmina ed eteroaffettiva. E leggendo di recente il Corriere della Sera ho trovato questo spunto in un articolo di Sebastiano Grasso dedicato all’ottantanovenne pittrice Carol Rama, amica di Pavese e di Calvino, di Mollino e Mila: «A Lola Bonora che, in un’intervista, le chiedeva della solitudine, Carolina da Torino ha risposto: – È una condizione che dovrebbe essere astratta, ma non lo è. Però la solitudine ti permette di pensare al passato, ai ragazzi che hai baciato al ginnasio, al liceo e anche dopo, durante la tua vita. Se ti capita di non dormire, allora cominci a contare. Una sera, tra quelli che ho baciato e quelli che ho scopato, ne ho contati settantuno. Ho avuto vergogna, ma mi è piaciuto molto».

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sabato, 15 dicembre 2007

LA PRIMA CENTURIA

postato da gabrielevilla alle 00:42 in intraisass

Pubblica il post”. Quando sento il click del tasto del mouse al momento dell’invio, provo sempre un piccolo brivido di soddisfazione, poi passo ad archiviare il file da cui ho fatto il copia/incolla da trasferire sulla piattaforma di splinder e lo colloco nella cartella che raccoglie i “post inviati”. Stanno diventando una bella fila, con le piccole icone ordinate in linee da dieci e giù a seguire per dieci righe. Solo nell’ultima di queste manca un’icona a completarla, dunque, i post pubblicati sono novantanove. Mentre realizzo la cosa mi viene alla mente la centuria romana, schierata in dieci file da dieci uomini e non so perché, forse solo per il ricordo dei disegni che accompagnavano gli scritti de “La giostra dei sette savi”, l’enciclopedia dei ragazzi in due volumi della Principato Editore, stampata in Torino nel novembre del 1951. Ci sono cresciuto con quei due volumi la cui forza di attrazione era proprio in quei disegni che, precorrendo l’attuale civiltà dell’immagine, ti facevano venire la voglia di leggere le righe che vi giravano intorno e scatenavano la fantasia del ragazzo che ero allora ed imparavo divertendomi. Strani percorsi mentali: forse proprio la fantasia mi ha portato al pensiero della centuria romana perché, come allora era bello fantasticare e leggere le righe scritte attorno a quei disegni che raffiguravano i soldati romani con scudo e gladio in mano, oggi trovo altrettanto bello scrivere e fantasticare inseguendo esperienze vissute e ricordi ed il blog di intraisass ne rappresenta per me un’occasione splendida.

Non sono uno “
storico blogger stanco d'Intraisass” come il lucavisentini seduto ai tavolini in ferro dell'antica Liquoria Garibaldi nella piazza di Agordo, in un momento di cazzeggio e chiacchiere. Nel 2004 declinai il primo invito fattomi da Alberto perché non mi sentivo all’altezza del compito e quindi sono un blogger di “seconda generazione”, quella dell’anno 2005 (di Melania Lunazzi, di Maria Luisa Nodari, di Andrea Gabrieli, di Giovanni Busato) forse per questo non sono ancora stanco di scrivere e di impegnarmi. Ricordo bene la fase di “trasformazione” nell’attuale intraisassblog, l’avvio un po’ difficile, le esortazioni ai blogger via mail di Alberto (…insomma, se volete conservare questo spazio libero bisogna darsi da fare, tutti, scrivere, proporre, recensire, criticare, esporsi e imporsi…) pur nella consapevolezza delle difficoltà, anche per averle sperimentate lui stesso prima di noi ( …capisco che è difficile trovare argomenti, tempo e, a volte, coraggio di esporsi… …io, per molti anni, facendo i salti mortali attraverso il lavoro di ogni giorno che assilla tutti noi, sono riuscito a compilare una news al giorno… ).

Ricordo con piacere l’incontro di aprile del 2006 al Filmfestival di Trento in cui ci siamo incontrati tra noi blogger potendo dare, finalmente, un volto ai nostri nomi; ricordo ancora più piacevolmente l’incontro di Cimolais, lo spirito di squadra che ne ho sentito nascere e la gratificante sensazione di essere tra amici con cui condividere un progetto culturale anche ambizioso ma ricco di stimoli. Mi ci sono calato in quell’avventura e nei limiti delle mie (in)capacità intendo continuare: mi sta bene questa “bicicletta” e continuerò a pedalare, anche se ogni tanto la strada è in salita e un po’ si fatica. E’ per questo preciso motivo che non appena avrò archiviato il file di questo post (il decimo della decima fila) aprirò una nuova cartella e la chiamerò “seconda centuria”. E la speranza è quella di poter arrivare a completare pure questa.

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domenica, 09 dicembre 2007

TRE 903

postato da lucavisentini alle 00:25 in il paese
La sera dell'ultimo 14 agosto nella piazza di Àgordo, "Cuore delle Dolomiti", io lucavisentini, storico blogger stanco d'Intraisass, siedo ai tavolini in ferro dell'antica Liquoria Garibaldi con la ML e la sua amica Isotta. Isotta è rossa, bella, ascolta. Un po' la temo, dato che quando ho chiesto in una precedente telefonata alla ML di presentare le sue amiche ai miei Ragazzacci quest'altra blogger stufa mi ha risposto: «Guarda che le mie amiche li mangerebbero per colazione i tuoi Ragazzacci...». Parliamo d'amore, di sesso, cazzeggiamo, noi che siamo anche alpinisti. Addirittura iscritti al CAI! Noi che siamo d'altronde gli uomini e le donne delle nostre idee, come direbbe il narratore proustiano a Robert di Saint-Loup... Arriva la mitica gestrice, la Lucia, in questo bar dove la gente si vuole ancora bene. In questo bar immortalato da una via di Lorenzo Massarotto, del 1987, su in Moiazza. Chiediamo tre grappe, possibilmente secche, meglio private. «Ah, in passato facevo la genziana, ora non più se no la bevo tutta io!», risponde la Lucia. Allora? Consiglia, da un po' di tempo, la 903. «Tre 903», ordiniamo. Buone! Parliamo, parliamo. Sì, ma poi cosa scriviamo su Intraisass? Quello che ci succede, che facciamo. Che vediamo e sappiamo. Siam qui e nella stanza sopra il locale, la Lucia, ricoverò la sera del 6 gennaio dell'89 il potente Mass che ritornava dai quattro giorni della prima ripetizione solitaria ed invernale del diedro Philipp-Flamm alla Civetta. Dormì per ventiquattro ore, di filato. Proprio quassù. Vicino. «Tre 903», di nuovo. E che s'attacchino certi commentatori anonimi del blog, gli scalatori che si prendono troppo sul serio, i trekkisti. I cajani. Qui al Mass, dopo che è morto su quello che per lui era uno scoglio nelle Dolomiti Vicentine, han dedicato un'amichevole mostra ed il Marampa ha appeso una sua vecchia corda lungo la facciata. Un ultimo giro: «Tre 903». Buonissime! Isotta pure se la ride, non mangerebbe alcuno. Ci alziamo infine e ci sembra che al duomo di Àgordo sia spuntato un secondo campanile.
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