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giovedì, 29 novembre 2007

L’UFFICIO DELLE COSE PERDUTE

postato da mauromazzetti alle 15:17 in gente di mare
Tra una cascata di ghiaccio e l’altra, l’inverno a cavallo fra 1999 e 2000 è finito bene. Stanchi di piccozze e ramponi, passiamo allora alla roccia, su quelle che vengono definite “strutture di bassa valle”.
Come se in val Luserna si potessero raggiungere quote vertiginose, da aria sottile.
Intendiamoci: niente di personale nei confronti della val Luserna. Forse bisogna andarci nel periodo giusto, per capirla ed apprezzarla. Forse il periodo giusto non è la fine dell’inverno, quando non è ancora primavera. La neve – quella poca che è venuta – ha preparato un terreno ottimale: stanchi ciuffi d’erba dell’anno passato dividono titubanti le pozzanghere di acqua fangosa, residuo dello scioglimento della neve. Mi pare che in piemontese, almeno il piemontese che conosco io, quell’acqua che non è più neve ma che non è ancora acqua venga detta paciocca. Non conosco l’etimo della parola, ma mi piace; il suono onomatopeico pa-cioc rende perfettamente il concetto e l’azione della scarpa che ingenuamente si appoggia con pesantezza all’apparente solida superficie, sulla crosta tentatrice, per poi sprofondare ineluttabilmente in un liquido denso e sporco. Che inzacchera senza pietà la scarpa, e spesso la calza ed il piede.
Anche in val Luserna è successo così. La paciocca ha colpito, proprio sul ciglio della strada asfaltata che risale questa stretta valle, che si origina dalla val Pellice. Pazienza, tanto la scarpetta la calzo “a pelle”.
In questi luoghi, se appena appena uno non ha gli occhi foderati di salame e fa funzionare a dovere il criceto che possiede al posto del cervello, in questi luoghi dicevo, si respira un’atmosfera particolare. Basta pensare alla storia dei Valdesi, qui arrivati e che qui vivono, ben diversi dagli americani Hamish, ma altrettanto gelosi ed orgogliosi della religione che professano e della cultura che vivono.
Ci si addentra in queste valli, peraltro così vicine a Torino, con un senso di reverenza, come se si entrasse in un mondo parallelo. Come in chiesa, non si alza la voce; i comandi della cordata vengono “parlati” e non gridati. Non si scherza più di tanto alle soste, mentre si guarda intorno il panorama di faggi. E dico panorama nello stretto senso etimologico: tutto quello che si vede è faggio. Faggio spoglio, privo di foglie ma bruno di colore, delle gemme che cominciano a ricoprire i rami, senza peraltro dare il tono di allegria che il verde dell’estate suggerisce.
Saliamo sulla roccia rugosa della Rocca Ciapel, un missile di pietra che fuoriesce dal bosco. Niente a che vedere con il ben più famoso Urlo di pietra (o forse era il Grido?); in cima niente funghi di ghiaccio poroso. Solo una spalla boscosa. E la paciocca.
La brezza del primo pomeriggio ci fa scendere veloci. Per dirla con Gianni Calcagno, anche oggi abbiamo avuto il nostro atomo di libertà.
 
Ed e' un ufficio del vento
cose perdute quelle
che son sparite in fondo
a qualche momento chiuso
Ed e' un ufficio pieno
di vecchie cianfrusaglie
di giorni poco usati e di candeline
di un'altra eta'.
Gino Paoli
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mercoledì, 28 novembre 2007

VERSO META INCOGNITA...

postato da giovannibusato alle 18:20 in recensioni

LA VALLE DI OGNI DOVE di Davide SapienzaDavide Sapienza
“LA VALLE DI OGNIDOVE”
Cda&Vivalda editori – Torino 2007
Pag.161 euro 14.00

“...credo che le parole siano tutte già pronte, lì tra il muschio, sotto le pietre del sentiero e i tronchi...”
Metterle insieme ha fatto nascere questo viaggio attraverso mondi diversi, alcuni reali, attraversati, visitati, altri immaginari o meglio immaginati, magari sul filo delle emozioni di libri come questo dove la fantasia corre avanti pagine e pagine, e poi si ferma ad aspettare la mente che si attarda a masticare ogni cosa. E lla fine, è così importante distinguerli? Partire con l’arca significa mollare gli ormeggi anzi, non averne!
Benvenuti allora a bordo di questo libro/vascello che naviga sulle parole fuori dalle nebbie consapevoli che “ ...nessuna acqua rifiuta il navigante….” Alla ricerca della valle di ognidove, quel luogo dove finalmente si recupera un rapporto onesto e umile con la natura, dove la coscienza di essere “ospiti della vita” fa piazza pulita di veli e false sicurezze.
Questa libertà ci sgomenta, vorremmo essere come un bambino, che guarda la montagna dei suoi sogni senza dare importanza a ciò che c’è fra lei e lui.
Ci dice di liberarci delle cose che si amano; “...non possedere le cose che si amano, ecco l’unica strada per non smarrire l’amore e il rispetto...”
A capitoli dove la parola è protagonista assolutoa - è il suono dei pensieri e delle emozioni dell’autore - si affiancano capitoli dedicati a mondi realmente visitati come l’Ortigara sull’Altipiano di Asiago, luogo di sangue della prima guerra mondiale; il dolore scritto in migliaia di pagine è incredibilmente tutto lì, in quelle quattro facciate che ti attraversano come lame...
E ancora “Isacco e la sua contrada”, e la sua lezione: “...siamo stolti Isacco, senza conoscere la terra, la sua importanza, il suo essere in noi, stritoliamo la consapevolezza di essere al mondo. Isacco, tu esci di casa, bevi l’acqua di questa fontana, ti volti la contrada è lì e sai qual è il valore di quest’acqua...”
Che altro dire, un libro per chi è in cammino, passo dopo passo, cosciente che “...senza movimento, senza desiderio, senza il sogno, realizzare e costruire sono aspirazioni impensabili”.
Per ultima ho tenuto una descrizione, una definizione del respiro che ben riassume l’essenzialità del libro: “un respiro è l’azione che raccoglie quel poco che realmente serve. Ogni esploratore lo sa. E’ l’unica regola vitale. Un passo, un respiro. Un passo falso, una piccola morte”.
Alla fine non rimane nulla di quanto di effimero ci circonda e non sia necessario ed è così poco ciò che resta da far paura: “...questo è il momento di dire se te la senti o non te la senti...”
Di partire.

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martedì, 27 novembre 2007

CAI PIACENZA: PROPRIO UNA BELLA SEDE

postato da gabrielevilla alle 20:45 in incontri e manifestazioni

La mattina piovosa di sabato 24 novembre non ha impedito ai soci del Cai di Piacenza di confluire numerosi (circa 200 i presenti nei locali della nuova sede) per il classico taglio del nastro da parte del Sindaco che ha così ufficializzato l'inaugurazione dei locali (600 metri quadrati calpestabili con annessa palestra di arrampicata, in fase di ultimazione), alla presenza del Presidente Generale del Cai, Annibale Salsa. Dopo una visita ai locali della sede, nella sala delle conferenze (90 posti a sedere) si sono succeduti i discorsi di prammatica, alternati da canti del Coro Monte Nero di Ponte dell'Olio. Comprensibile la soddisfazione espressa dal presidente della sezione piacentina Franco Sagner per avere potuto dare ai soci un "contenitore moderno e idoneo allo svolgimento delle tante attività sezionali, grazie alle capacità personali e professionali espresse dall'intero Consiglio Direttivo ed al fattivo lavoro di collaborazione di alcuni generosi soci che hanno lavorato senza risparmio di energie". Soddisfazione ribadita dal Sindaco Roberto Reggi che ha ricordato come "tutto ciò sia stato possibile perchè l'Amministrazione comunale ha creduto nella serietà e potenzialità del Cai e come sia esempio di una positiva collaborazione tra il pubblico (il Comune che era proprietario dell'immobile ma non aveva i fondi per la ristrutturazione) ed il privato (il Cai con la forza di un volontariato convinto e generoso che ha avuto il coraggio, la determinazione e la capacità per farlo)". Il Presidente Generale Annibale Salsa ha avuto parole di elogio per la sezione, i suoi dirigenti ed i soci capaci di tanto impegno, richiamando proprio "nella serietà, nel volontariato disinteressato dei soci e negli ideali che ancora essi rappresentano e portano avanti, il segreto di quel risultato così importante ed al contempo individuando proprio in questa forte e significativa radicazione sul territorio la forza che sa esprimere il Club Alpino Italiano attraverso le sue sezioni". Molto gradevoli gli intermezzi musicali del Coro Monte Nero, infine un affollato rinfresco ha suggellato, tra volti sorridenti e soddisfatti, un'inaugurazione vissuta con grande partecipazione emotiva anche dal sottoscritto, sia come semplice socio del Cai compartecipe all'evento che come istruttore in forza all'organico della Scuola di Alpinismo "Bruno Dodi" di Piacenza.

giovedì, 22 novembre 2007

SOGNI E MONTAGNE

postato da marcoconte alle 23:38 in recensioni
civetta3Parlare e scrivere di una montagna come la Civetta al giorno d'oggi può essere un'impresa pericolosa. Molti sono i rischi che attendono l'aspirante cronista o scrittore che osasse mettere il naso dalle parti dei Cantoni di Pelsa, o addirittura volesse proseguire il cammino fino a scorgere da lontano il profilo delle cime Su Alto e Terranova. La prima seria minaccia è costituita dalla mai troppo sopravvalutata retorica della "parete delle pareti", seguita a ruota dalle chiacchiere su questa o quella "impresa leggendaria" che fra un secolo nessuno ricorderà. Si tratta, ribadisco ancora, di incidenti di percorso da non trascurare: il sottoscritto ci è cascato più di una volta in passato e, giuro, non mi beccano più.

E poi... e poi un bel giorno può invece capitare di trovarsi tra le mani un libro intitolato Tra le pieghe della parete, nel quale l'autrice Paola Favero sembra intendere al volo l'azzardo insito in certi luoghi comuni e la necessità di dirigersi verso altre strade. Ecco dunque che per raccontare la storia della nord - ovest della Civetta Paola si ritaglia un ruolo a lei congeniale, quello di un personaggio fiabesco impegnato a raccogliere i sogni rimasti impigliati nei mitici fili d'argento che avvolgono i Monti Pallidi. Il viaggio di Paola Favero ha inizio proprio qui: dal sogno. E forse intende proprio suggerire che la materia che compone il materiale onirico è la stessa che ci rende innegabilmente umani, sebbene in fin dei conti le nostre vicende personali siano un'inezia di fronte ai tempi lunghi dell'universo.

«Sì, perché sono proprio i nostri sogni a tenerci vivi, e accade che nel momento in cui riusciamo a realizzarli essi perdono quella loro carica ideale, e noi quell'ansia che ci teneva come sospesi, quella forza che fino a prima ci spingeva, ci aizzava, ci caricava...»

Non vorrei che la nostalgia mi offuscasse la memoria, ma credo di aver letto concetti simili anche su un @periodico d'alpinismo comparso in libreria cinque anni addietro, e sparito poco dopo: «[...] oltrepassando il limite della comunicazione tecnica per inoltrarsi nelle regioni sommerse della motivazione e del vissuto che spingono l'alpinista verso mete spesso imponderabili e contrarie alla ragione umana». Qualcuno ricorda?

Ad ogni modo, la raccoglitrice di sogni interpretata da Paola Favero racconta storie vecchie e recenti. I protagonisti si nascondono dietro nomi di fantasia come il Mago delle nuvole, il Drago, il Cavaliere solitario o il Guerriero dello specchio, e il lettore potrà provvedere da solo a scoprirne l'identità sulle pagine del libro. Molti di costoro hanno narrato in prima persona le proprie peripezie nel grembo della nord - ovest, mentre altri non sono più con noi: sono entrati nel sogno per non uscirne più.

Proprio a uno di questi ultimi l'autrice riserva un posto particolare. Si tratta dell'Artista senza rete, che cinquant'anni fa inaugurò sulla Punta Tissi un'innovativa e difficile via di salita: «Se mai tu vuoi diventar vecchio», disse costui a se stesso una volta sopravvissuto ad un brutto incidente, «bisogna che tu la smetta di arrampicare, e ti dia piuttosto alla matematica». Non aveva tutti i torti. I sogni sono belli ma prima o poi, è una verità alla portata di tutti, bisogna pure svegliarsi.
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Paola Favero
CIVETTA - TRA LE PIEGHE DELLA PARETE
Priuli & Verlucca, Ivrea, giugno 2007
375 pagine, foto a colori e b/n
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ORIETTA BONALDO AD ARSIERO

postato da giovannibusato alle 11:35 in incontri e manifestazioni
Domani, venerdì 23 novembre alle ore 20.45, presso la sala conferenze della Biblioteca Comunale, Orietta Bonaldo racconterà attraverso musica e immagini la sua esperienza alpinistica tra arrampicate sulle vie classiche e in falesia; dall'alta montagna alle cascate di ghiaccio passando per una breve esperienza sportiva.
Presenterà anche "Vie e vicende delle Dolomiti", il libro scritto assieme a Ivo Rabanser.
... ci vediamo...
mercoledì, 21 novembre 2007

PIACENZA: NUOVA SEDE PER IL CAI E INCONTRO CON SIMONE MORO

postato da gabrielevilla alle 16:27 in incontri e manifestazioni

Si prevede una giornata intensa in quel di Piacenza, sabato prossimo, dove la locale sezione del Club Alpino Italiano inaugurerà la nuova sede sociale. I locali sono stati ricavati in un capannone della Cavallerizza assegnato da parte dell’Amministrazione Comunale in concessione d’uso ventennale, in cambio dei lavori di ristrutturazione affrontati ed ultimati grazie al lavoro volontario di alcuni soci ed il ricorso ad un finanziamento presso le banche, da ripianare nei prossimi cinque anni. Sede anche di prestigio perché la zona della Cavallerizza è destinata a diventare nei prossimi anni uno dei poli di maggiore aggregazione del centro storico piacentino, con la realizzazione di un enorme parcheggio interrato di due piani, una piazza con aree verdi ed attrezzate sulle quali si affacceranno tutti i capannoni attualmente presenti, che saranno ristrutturati ed adibiti ad uso commerciale. L’inaugurazione avverrà alle ore 11 di sabato 24 novembre alla presenza dei massimi dirigenti del Club Alpino Italiano nelle persone del Presidente Generale Annibale Salsa e del Vicepresidente Valeriano Bistoletti, delle autorità cittadine, in primis il Sindaco Roberto Reggi e il Vicesindaco Francesco Cacciatore, dei responsabili della sezione piacentina in testa il presidente Franco Sagner. Previsto il classico taglio del nastro cui seguirà la visita e benedizione dei locali della nuova sede, i canti del Coro Monte Nero di Ponte dell’Olio, inframmezzati ai discorsi di prammatica delle autorità convenute ed infine il rinfresco.

 

Nella sera della stessa giornata di sabato 24 novembre, alle ore 21:00, presso il Centro Studi della Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza in Piacenza via S. Bartolomeo n. 40 è previsto l’incontro con l’alpinista bergamasco Simone Moro che presenterà la conferenza 8000 METRI DI VITA”, con immagini delle sue imprese commentate in diretta. La serata sarà ad ingresso gratuito.

lunedì, 19 novembre 2007

IL [GRAN] PARADISO PUO’ ATTENDERE (2 di 2)

postato da mauromazzetti alle 13:09 in gente di mare
…La valle Soana è forse la Cenerentola del Gran Paradiso, anche se è una delle più selvagge e suggestive. La causa è forse da ricercare nello spopolamento che la valle ha subito in questi ultimi anni (inizio degli anni ottanta, n.d.r.) e nello scarso richiamo verso un turismo di massa. Una valle solitaria, direi antica, dove stranamente vanno convergendo gli interessi degli arrampicatori di oggi (v. nota precedente), alla ricerca non tanto di montagne famose, quanto soprattutto di nuovi campi di attività per potersi esprimere su roccia e su ghiaccio…
Con queste parole, tratte dalla sua guida Ghiaccio dell’Ovest, Gian Carlo Grassi presentò questa valle, i suoi silenzi e le sue solitudini.
Quando si arriva sulla piazzetta di Forzo, difficilmente si trovano macchine posteggiate. Forse al sabato pomeriggio, davanti all’automobile al ritorno da una cascata “da casello a casello”, qualcuno arriva, per aprire una finestra nel fine settimana.
L’unica presenza costante nei nostri ripetuti viaggi in val Soana è stata una anziana signora, probabilmente una contadina [avete notato che i contadini sono una razza che non va mai in pensione? Uno o una è contadino per sempre, come i Carabinieri sono Carabinieri per tutta la vita]. La prima volta ci siamo limitati ad un cenno del capo; la seconda ci siamo salutati; la terza abbiamo parlato del più e del meno; la quarta poco ci mancò che ci invitasse in casa sua per un caffè. Certo eravamo ben strani, ai suoi occhi. Partire da Genova, ogni venerdì notte, per quattro settimane di seguito. E tutto per arrivare in un posto dimenticato dal mondo, ai confini della Terra. Ed in più, per scalare su ghiaccio, attività effimera ed utile ai suoi occhi come una mostra sulle raccolte di stuzzicadenti nel Basso Impero Cinese.
Eppure, risalendo i tornanti della bassa valle, prendendo quota tra i muri bianchi che lo spazzaneve aveva nottetempo creato, slittando ad ogni curva sulla carrozzabile ghiacciata, a noi quel posto piaceva.
Forse perché era border line, sul confine di una normalità artefatta e costruita. Magari appena un poco oltre la nostra normalità. Però ci piaceva.
Sarebbe bastato sprofondare fino all’inguine nella neve, alla ricerca delle combe ghiacciate; sarebbe bastato fermarsi a guardare i boschetti spogli di faggi, color marrone come la terra dura dei pochi orti; sarebbe bastato parlare con un guardaparco, che ci aveva chiesto educatamente ma fermamente se avevamo bisogno di aiuto, essendo noi letteralmente in mutande, a metà del cambio di indumenti.
Era l’atmosfera strana e triste di paesi depressi, e non solo in senso giuridico-economico. Era comunque un’atmosfera vera.
Basta alzare gli occhi verso le montagne più alte, dalla Rosa dei Banchi alla Torre di Lavina, per rimanere quasi increduli: basta attraversare il colle di Bardoney, per tornare nella valle di Cogne ed al Parco così come lo conosciamo ed immaginiamo. Da questa parte invece, solo le paline ed i cartelli ci testimoniano che siamo in territorio protetto.
Allora mi dico che preferisco lasciar perdere la normale al Gran Paradiso, a favore di una sconosciuta Guglia Ciapei di Pratofiorito, salita magari per la Via del camoscio fuggente.
Meglio soli che male accompagnati.
Molto meglio.
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giovedì, 15 novembre 2007

IL [GRAN] PARADISO PUO’ ATTENDERE (1 di 2)

postato da mauromazzetti alle 10:26 in gente di mare
Ormai parecchi anni fa, Francesco Nuti ed Ornella Muti salivano e scendevano per i sentieri del Parco del Gran Paradiso, inseguendo i loro sogni e le loro illusioni in un film di non grande successo ma di grande semplicità narrativa.
In verità, la pellicola era stata girata in val d’Ayas, sotto il monte Rosa. Ma tant’è, la finzione cinematografica aveva stabilito diversamente: lo stambecco bianco inseguito da Nuti doveva per forza vivere nel Parco del Gran Paradiso. Questioni quindi di apparenza, più che di sostanza. Questioni di opportunità, prima ancora che di cuore.
Quando si arriva a Cogne, nei fine settimana d’estate come d’inverno, non si è mai soli. Anzi, non sembra neanche di aver lasciato la città. Traffico, semafori, sensi unici, segnaletica orizzontale e verticale, eleganza ostentata. E tanta gente, per una località famosa, per LA località del Parco.
La valle di Cogne, con le perpendicolari Valnontey, valle di Lillaz e vallone dell’Urtier, è crocevia di turismo, alpinismo, escursionismo e voyeurismo [e questo in tutti i sensi, anche in quello più becero e maleducato].
D’estate si fa a gara a calpestare il prato di Sant’Orso e ad avvistare lo stambecco delle 17.30, la cui presenza è frutto di una consolidata partnership fra Pro Loco, Ente Parco, Comune e Regione autonoma.
D’inverno poi, schivando i fondisti o calpestando malamente le loro piste tracciate, sarà quasi impossibile non mettersi in coda lungo i sentieri per “ghiacciatori”. Tutti in fila, a ripetere quella manciata di cascate alla moda, o meglio formate, o più comode nell’avvicinamento.
 
C’è però un’altra faccia del Parco. Nella sua area non si parla patois valdostano, non ci sono le agevolazioni fiscali di cui invece usufruiscono i residenti della Valleé. Addirittura, ci va persino poca gente; pochi i paesi e le contrade, ancor meno gli abitanti effettivi.
Anche geograficamente, la parte piemontese del Parco nazionale del Gran Paradiso vive di [stentata] vita propria. Già la logistica e l’accesso non vengono in soccorso. Per andare a Cogne basta imboccare l’autostrada, mettere il pilota automatico, uscire al casello e seguire la strada statale (o regionale?) che conduce agevolmente e rapidamente al capoluogo. State sicuri che, in caso di frana e/o valanga, passerà pochissimo tempo prima che la strada sia resa nuovamente agibile.
Provate invece a recarvi in val Soana. Armatevi di cartina e, dopo essere usciti al casello di Ivrea, dovrete inventarvi a braccio l’itinerario. Passate Castellamonte, Cuorgnè, Pont Canavese, fate finta di andare in valle dell’Orco ad arrampicare sulle tracce del Nuovo Mattino; prendete rade e rare indicazioni per la val Soana, e infine decidete. Si può puntare verso Valprato e raggiungere la fine della carrozzabile [occhio al termine: carrozzabile, non strada statale/regionale], proprio nel paese di Piamprato Soana; oppure si può risalire la valle principale fino alla località Bosco, prendere un’altra carrozzabile a sinistra e traversare lungamente fino a Forzo. In entrambi i casi, fate atto di fede e di speranza quando è nevicato: in questo pezzo del [Gran] Paradiso, Onda verde non arriva.
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mercoledì, 14 novembre 2007

POMERIGGI D’INCONTRO IN MALGA SORGAZZA

postato da gabrielevilla alle 15:58 in incontri e manifestazioni

“Nella magica cornice invernale, fra monti e boschi, nell’ampia e confortevole Malga Sorgazza, abbiamo organizzato tre incontri con altrettanti ospiti illustri.”
Recita così la locandina di una interessante iniziativa promossa da Maurizio e Carla, gestori della Malga Sorgazza, in Val Malene nel Tesino che prevede tre incontri con altrettanti personaggi legati al mondo della montagna e dell’alpinismo.
Un’iniziativa che coniuga in maniera intelligente le intenzioni promozionali nei confronti della Malga come punto non solo di ristoro ma anche d’incontro con personaggi che hanno in comune la frequentazione dei luoghi e i rapporti di amicizia instaurati con Maurizio che li ha “riuniti” idealmente in questa iniziativa.
Ecco allora arrivare Heinz Steinkotter, noto alpinista (che in Val Malene ama fare escursioni, raccogliere mirtilli e far volare i suoi aquiloni), poi Francesco Cappellari, autore della recente guida “Ghiaccio Verticale” (contattato da Mauri che a suo tempo gli segnalò le cascate della Val Malene), infine Paola Favero, alpinista e articolista bassanese, recente autrice di un bel libro sulla nord-ovest della Civetta (frequentatrice della Val Malene come scialpinista).  


Ecco il calendario degli incontri presso Malga Sorgazza:

 

Sabato 24 novembre 2007     ore 17:00     

Heinz Steinkotter con “La montagna del vecchio Heinz

 

Sabato 01 dicembre 2007      ore 17:00     

Francesco Cappellari con “I sogni di cristallo di Francesco

 

Sabato 22 dicembre 2007      ore 17:00     

Paola Favero con “Paola e le pieghe della Civetta

 

Per ulteriori informazioni e/o prenotazioni vedere la locandina dell’iniziativa.

sabato, 10 novembre 2007

UN PRIMATO CHE NON HA CLASSIFICA

postato da gabrielevilla alle 00:29 in storia dell alpinismo

Ci sono primati che non hanno classifica, nemmeno sono misurabili con numeri o con tempi, eppure possono avere un grande significato per chi ne voglia cogliere i valori morali. Fra quelli che io considero “primati”,  uno in particolare attribuisce grande valore all’uomo che lo detiene, ne dà misura dell’alto profilo morale, della forza fisica e caratteriale. Leggetene il racconto fatto dal protagonista in un suo libro e, se conoscete un po’ la storia dell’alpinismo, non faticherete a riconoscere chi è, né quando e dove ciò che racconta è avvenuto.

 

Ci fermiamo su un piccolo spallone di neve: sono le 16,45. Tra due ore il sole tramonterà. La cima è ancora lontana. Il breve tratto, oltre la forcella, ci è costato due ore di fatiche e di sforzi. Con ogni probabilità, potremo raggiungere la vetta soltanto a notte fonda. Se la raggiungeremo. E dopo? Dobbiamo constatare tristemente che è troppo tardi. Il pensiero della rinuncia è amaro… Ma a questo ritmo sarebbe pazzesco proseguire oltre. E se ce la facessi da solo? Prego Hermann di lasciarmi tentare. Lui acconsente, sa quanto desideri raggiungere la cima. Gli sono grato, non avrà molto da spettarmi, voglio essere di ritorno il più presto possibile. E poi discenderemo insieme. Vorrei dire ancora una buona parola al mio amico. Ma so che non riuscirei a consolarlo. Sta seduto sulla neve e guarda lontano… Parto. Devo salire alla svelta. Forse avrò ancora il tempo sufficiente ed oggi mi sento proprio in forma! Il pendio che porta all’anticima è erto. Ansimo. Ora la cima di mezzo è sotto di me. Stringo i denti, il mio ritmo è troppo veloce! Però sono deciso a non rallentare il passo. Mi appoggio sui bastoncini da sci e prendo fiato. Ho come un capogiro. Però ho fatto molto presto. Vedo laggiù Hermann seduto: sta sempre guardando da quella parte. Tra breve sarò di ritorno. Avanti, lì è la vetta! Molto lontana ancora? Diciamo un’ora. Dove sono ora Fritz e Markus? Certamente stanno già scendendo. Chissà se li incontrerò presto? Ecco due puntini sul pendio della cima! Sono loro! Procedono verso l’alto! Adesso sono quasi arrivati in vetta! Che cosa sto a guardare? Non ho un attimo da perdere! Vado all’assalto delle grandi gobbe con una feroce decisione. Ora il terreno è orizzontale, la roccia cede alla neve. Procedo il più velocemente possibile, aiutandomi coi bastoncini. Non guardo quasi né a sinistra né a destra, tutta la mia attenzione è rivolta all’itinerario che devo percorrere, gli occhi fissi pochi metri davanti ai miei piedi. La cima si avvicina sensibilmente. Respiro a scatti, sbuffo come una locomotiva. Ma non devo fermarmi ora, altrimenti mi sentirei in preda al capogiro, come prima. Eccomi giunto all’ultimo pendio che porta in vetta. Sento le ginocchia molli. Avanti! Ancora un breve tratto! L’inclinazione aumenta. Il mio cuore batte come impazzito. Ma ecco le ultime rocce, ecco lì il nevaio sommitale, lì stanno Markus e Fritz… Hanno giusto finito di scattare le foto della cima e stanno per ridiscendere. E così, poco dopo, mi ritrovo solo. Guardo indietro, esausto, verso l’anticima: ho impiegato solo mezzora per giungere fin qui, posso ben permettermi una piccola sosta. Salgo ancora un paio di metri, fino alle orme più alte: lì comincia la grande cornice sommitale. Butto lo zaino sulla neve. Ben presto il ritmo del respiro ritorna regolare, e poco dopo non ho nemmeno più la sensazione che l’aria sia tanto rarefatta. Tutt’intorno a me, ovunque guardo, un mare di cime… Una solitudine immensa. Vi è qualcosa di incomprensibile in questo paesaggio. Non saprei definirlo. Poi il mio sguardo si abbassa, ritorna alla linea di neve, davanti ai miei occhi. Qui ha termine il Broad Peack. Accarezzo l’arco bianco con il bastoncino. Non vi salgo sopra. E’ ora di ritornare, Hermann sta aspettando. Ed eccomi di nuovo sul nevaio sommitale. Sto per scendere. Ma improvvisamente mi fermo. Mi guardo intorno. Che vuoi ancora? Hai visto tutto. Sei stato su. Cosa aspetti? Non lo so… Sono davvero felice? Era questo il momento che avevo sognato sin da quando avevo incominciato a salire sulle montagne? Giù, sulla cresta c’è Hermann col quale avevo pensato e desiderato di raggiungere la cima. E la vetta? Sì, ha suscitato in me grandi impressioni, il panorama è stato indimenticabile: ma quanto più luminosa era l’immagine della mia fantasia! Mi fermo. Guardo indietro la cima. Vedo distintamente le orme nella neve. Sì, è finito. Stavo su. E’ stato il momento culminante della mia vita d’alpinista, è stata la realtà. Quanto diversa! Peccato! L’immagine di sogno sbiadisce. Tutto è così silenzioso, qui; ed io sono stanco, solo…   

 

Così scriveva il venticinquenne Kurt Diemberger dopo avere raggiunto la vetta del Broad Peack il 9 giugno 1957, con quel senso di insoddisfazione che l’avere lasciato l’amico Hermann solo ed esausto gli aveva procurato. Ma Hermann Buhl, dopo essere rimasto per un po’ seduto sullo spallone di neve, si era sentito meglio ed aveva deciso di salire con quell’incredibile tenacia che era nel suo carattere, fino ad incontrare i due compagni che stavano scendendo. Da loro aveva saputo che poco più di un’ora lo separava dalla cima e lui decise che l’avrebbe raggiunta, a costo di arrivare su a notte, come già aveva fatto al Nanga Parbat e pure quella volta da solo. Chissà se aveva pensato all’amico Kurt che era andato avanti da solo e che di certo in vetta ci era già arrivato... Lui lo avrebbe atteso rischiando un bivacco nella notte che oramai stava per arrivare incipiente? Ma forse non pensò a nulla Hermann, come nemmeno Kurt, oramai in discesa, s’immaginava di incontrare il suo amico Hermann deciso ad andare in vetta …

8000 metri! Il respiro è pesante. Inspiro più volte ad ogni passo. Ecco le rocce: ora scorgo di nuovo l’anticima. E alto sopra di essa il K2. Me ne rendo conto con indifferenza, lo sguardo prosegue oltre la gobba della cresta, davanti ai miei piedi. Ma cosa c’è? Resto inchiodato. Illusione dei sensi? Quel punto giallo? Ma sta muovendosi, è una giacca a vento!... ”Hermann!”… Come è riuscito a farlo? In quelle condizioni? Sono stupefatto! Mi sento percorso da un brivido di fronte a tanta forza di volontà. Ora sì che andremo ancora insieme in cima!... … Salire ancora in cima? Non è una pazzia? L’ultimo campo si trova 1100 metri più in basso. E noi camminiamo verso la notte! Ma davanti a me c’è Hermann Buhl. Egli ha già trascorso una notte a 8000 metri. E perché non questa? Certo, allora egli era stato molto fortunato. Ed ora lo saremmo stati di nuovo noi due? E se non fosse… in fondo cosa importa… Per un attimo mi meraviglio di questo pensiero. Strano, tutto all’improvviso mi sembra semplice, naturale, ora posso sorridere, di ogni cosa, sorridere della paura di tutti quelli laggiù, della paura di morire, posso sorridere anche della mia paura di poco prima. Solo adesso sono completamente quassù, il mondo, sotto, giace, infinitamente lontano ed è senza significato. Non appartengo più ad esso. Anche la mia salita di prima alla vetta mi sembra molto remota. Cosa è stato? Un sentimento di stupore, perché tutto era diverso, deludente. Ma tutto questo oramai è passato. E’ dimenticato. E sopra di me splende luminosa - irreale come un sogno – la cima, la vera cima! Tutto è vita e davanti a me la lunga ombra di Hermann avanza sopra la superficie nevosa, s’incurva, s’allunga, fa dei salti. In un silenzio di morte. Il sole è molto basso. Potrà mai la vita essere così bella? Pesantemente mi appoggio un momento ai bastoni, mi fermo. Poi riprendo sorridendo. Davanti a me c’è Hermann. Camminiamo insieme verso la vetta. E’ vero andiamo verso la notte; ma prima di essa s’irradia una luce che tutto sovrasta, che racchiude in sé ogni desiderio della vita, la vita stessa.

(“Tra zero e ottomila” di Kurt Diemberger – Zanichelli editore – Bologna 1970)

 

Con quei pensieri e sorridendo il giovane Kurt raggiunse la cima del Broad Peack per la seconda volta assieme all’amico Hermann, in uno slancio spontaneo di amicizia e di ammirazione. La storia dell’alpinismo non ricorda di nessuno che abbia salito due volte un “ottomila” nella stessa giornata, oltretutto senza bombole di ossigeno, e questo è un primato che non è registrato in nessun libro ma che rende onore non solo all’alpinista ma anche e soprattutto all’uomo Diemberger. Questo episodio ho ricordato al pubblico della Sala Estense di Ferrara presentando il grande alpinista salisburghese prima della sua serata “Passi verso l’ignoto”. Mentre parlavo lui annuiva sorridendo ed alla fine il pubblico aveva applaudito calorosamente di certo comprendendo a pieno di che pasta fosse fatto quell’arzillo settantacinquenne definito a piena ragione “leggenda vivente dell’alpinismo”.