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sabato, 29 settembre 2007

QUELLA VOLTA ALLE ZEBRA STRIPED PLATES (2 di 2)

postato da gabrielevilla alle 00:26 in storie

Erano andati all’attacco assieme, al mattino, Gabriel e Mike, l’altro istruttore, perché la Theresita Line e la SuperJane correvano molto vicine. Mike era uno degli istruttori più promettenti, era il più giovane; era solo un po’ acerbo di esperienza. Con i suoi due compagni, Steve e Richard, aveva iniziato ad arrampicare sulla via che Mark gli aveva scritto nel foglietto. 
Ma era un rebus rientrare da quella via, specie dopo aver superato la difficile traversata di quinto grado, e loro l’avevano passata senza porsi il problema della roccia scivolosa e bagnata, precludendosi la possibilità di scendere. Ad un certo punto, si vide evidente dal basso che il primo della cordata stava traversando decisamente a sinistra, fino a giungere ad imboccare il grande Vertical Canyon che incide, come una grande ferita, la parte alta delle Zebra Striped Plates.
Ottima intuizione! – disse qualcuno – Lì è più facile e basterà che seguano la grande spaccatura per sbucare sulla cengia superiore. Da lì riusciranno a scendere anche col buio”. La cordata si muoveva molto velocemente ora. Fin che ci fu un po’ di luce li videro progredire rapidi e regolari. Ma il buio fu altrettanto veloce e li sorprese prima che potessero uscire dal budello del Vertical Canyon. Non era una situazione grave, soltanto un po’ assurda: non si era mai sentito di un bivacco alle Zebra Striped Plates.

 “Possiamo chiamare i Firemen. – dissero quelli dello Zebra Mini StoreSono venuti altre volte: hanno una potente fotocellula in grado di illuminare la parete”. Così fecero. Ma intanto Mark e Gabriel avevano acquistato una torcia elettrica al vicino Service e, prese una paio di corde, si erano incamminati verso le pareti, seguiti da Fabius e Maurice, con l’intento di calarsi fino a raggiungere la cordata ferma nel Vertical Canyon. Erano saliti veloci fino alla cengia sopra le Plates dove sbucano tutte le vie della parete quando, improvvisamente furono investiti da una luce fortissima proveniente dal fondo valle: era la fotocellula dei Firemen. Bisognava sforzarsi di non guardare in direzione della luce per non rimanere abbagliati. Così fecero e proseguirono fin quasi al fondo della cengia per fermarsi ad un chiodo di sosta. Da lì Gabriel aveva potuto calare Mark verso lo sbocco del Vertical Canyon. Poterono comunicare con i tre che si trovavano poco più sotto. “State tranquilli. Qui stiamo bene. – disse MikeAbbiamo trovato un buon posto per bivaccare.” “Ma quale bivacco – rispose Mark, quasi indispettito – adesso vi calo una corda e vi recuperiamo”. Così fecero e, in sicurezza, poterono far loro risalire l’ultimo tratto di venti metri del Vertical Canyon, che li aveva bloccati. Gabriel li recuperò alla cengia e, tutt’insieme, sempre seguiti dal potente fascio di luce proveniente dalla valle, ripercorsero, ancora una volta, la cengia di discesa. Una telefonata alle famiglie (…ceniamo fuori, arriviamo un po’ più tardi…) aveva evitato anche l’incombenza di dare spiegazioni a casa. L’avventura si era conclusa felicemente: nonostante la visibile irritazione di Mark per quel contrattempo indesiderato e un po’ di mortificazione sul volto di Mike e di Steve, gli altri si erano sentiti un po’ più amici e solidali. Gabriel dormì soddisfatto quella notte, anche se sognò ripetutamente quel fascio di luce potente che lo abbagliava.

 

Adesso, rapito dal ricordo, Gabriel non si è quasi accorto di essere giunto alla fine della traversata. Oramai si è fatto buio tutt’intorno, solo quel faro illumina le mura storiche e alimenta i suoi ricordi. Toglie le scarpette da arrampicata, rimette le scarpe da tennis, infila la felpa e torna verso casa soddisfatto. Quel ricordo così intenso lo ha appagato e l’allenamento gli è sembrato lunghissimo. Come se avesse arrampicato alle Zebra Striped Plates.

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giovedì, 27 settembre 2007

IN ATTESA DI "OLTRE LE VETTE" (#2)...

postato da marcoconte alle 21:38 in incontri e manifestazioni
belluno2... riprendiamo il discorso dove ci eravamo fermati qualche giorno fa e, approfittando dell'ultimo comunicato stampa diffuso dall'organizzazione di Oltre le Vette, ci dilunghiamo un attimo sulle diverse mostre al nastro di partenza nell'ambito della manifestazione bellunese sull'alpinismo e sulla cultura di montagna.

Si comincia sabato 29 settembre alle 17 quando, in contemporanea con l'inaugurazione ufficiale di tutta la rassegna, sarà aperta la mostra La montagna illustrata di Gino Buscaini, in collaborazione con la sezione di Valmadrera del CAI. «Si tratta di un'esposizione che ricostruisce l'attività di un personaggio poliedrico e davvero prezioso per la cultura della montagna», si spiega nel comunicato: «Alpinista ed esploratore (in senso autentico) di montagne e luoghi selvaggi, scrittore, fotografo, disegnatore, autore e curatore per molti anni della prestigiosa collana delle Guide dei Monti d'Italia del CAI - TCI, Buscaini è scomparso improvvisamente pochi anni fa, lasciando davvero un vuoto importante». Durante la presentazione sarà presente anche Silvia Metzeltin, compagna di Buscaini in moltissime delle sue imprese.

Ancora nella giornata di sabato, a partire dalle ore 12.30 apriranno i battenti presso l'auditorium comunale in piazza Duomo due diversi spazi espositivi. Al piano terra ci sarà Dolomiti - Acquerelli e pastelli di Riccarda de Eccher, «pittrice friulana che riunisce nelle sue opere rigore espositivo e delicatezza di rappresentazione [...]. Il passato di alpinista guida infatti l'artista nel disegnare rocce e nevai quasi in modo utilitaristico, individuando le possibilità di salita care allo scalatore». Al primo piano sarà invece ospitata la collezione di Mario Solazzo La luce dei monti, «affermato pittore residente a Udine, autore di opere dalla grande forza espressiva. I suoi quadri ad olio riportano una visione non statica o formale della montagna, qui spesso ritratta coperta di neve, con le luci basse dell'inverno».

Una mostra filatelica incentrata sui temi della montagna verrà inaugurata domenica 30 settembre alle ore 10 (apertura solo pomeridiana) alla sala De Luca di Borgo Pra, a due passi dal centro cittadino: all'appuntamento interverrà lo scrittore Vittorino Mason che parlerà del suo recente viaggio in Mongolia. Nei giorni 12-13-14 ottobre, ultimo fine settimana di Oltre le Vette, consueto ritorno ancora in auditorium della Mostra mercato del libro di montagna, a cura della Libreria Campedel di Belluno. Le mostre sono aperte tutti i giorni dalle 16 alle 19, mentre il sabato e la domenica anche dalle 10 alle 12.30. L'ingresso è gratuito.

Se tuttavia non ne aveste ancora abbastanza, e vi trovaste per caso a transitare dalle parti di palazzo Crepadona, a questo punto potrebbe anche venirvi voglia di acquistare un biglietto d'ingresso alla mostra di un tale
Tiziano Vecellio. Un altro che di montagna, da quanto si sente commentare in giro, se ne intendeva (la mostra è aperta nelle due sedi di Belluno e Pieve di Cadore dal 15 settembre 2007 al 6 gennaio 2008).

ALPI365 EXPO: una montagna di opportunità da scoprire

postato da carlocaccia alle 17:05 in incontri e manifestazioni

Riceviamo e pubblichiamo.

Ritorna a Torino il salone della montagna. Una formula del tutto nuova. Il salone, che parte dall’esperienza dei Giochi Olimpici Invernali 2006, mette al centro la montagna come ricchezza, come innovazione, come esperienza e si sviluppa nel contesto dell’Euroregione Alpi Mediterraneo. È Alpi365 Expo – Biennale delle montagne che si svolgerà nel Terzo Padiglione del Lingotto Fiere di Torino da giovedì 4 a domenica 7 ottobre 2007.

Alpi365 Expo è un progetto promosso dalla Regione Piemonte. L’organizzazione dell’esposizione è a cura della Fondazione per il Libro, la Musica e la Cultura con la collaborazione di Biella Intraprendere spa. Il progetto culturale è stato realizzato da Federica Beux, Enrico Camanni, Francesca Panero e Pierangela Piazza. Il comitato scientifico che ha discusso e coordinato gli eventi è composto da Aldo Audisio, Stefania Belmondo, Mauro Carena, Ines Cavalcanti, Giuseppe De Matteis, Antoniotto Guidobono Cavalchini, Daniele Jallà, Luca Mercalli, Silvio Mondinelli, Pietro Passerin d’Entreves, Carlo Petrini, Teresio Valsesia, ed è stato presieduto da Rinaldo Bontempi. Alpi365 Expo intende far scoprire al visitatore le infinite opportunità che la montagna offre. Un nuovo punto di riferimento per chi promuove la montagna in ogni sua dimensione. Per mostrare i nuovi modelli di sviluppo della montagna, Alpi365 Expo si presenta con un inedito modello espositivo, che conduce il visitatore ad interagire con i quattro temi centrali della manifestazione: Cultura, Abitabilità, Risorse e Sapori.

Il percorso espositivo si struttura attraverso tre livelli:

Informazione – I Tunnel

Nei Tunnel il visitatore ha un primo approccio di tipo emozionale alle realtà della montagna. Il visitatore è sollecitato da immagini video, oggetti, ricostruzioni scenografiche, rumori, profumi per cogliere i diversi aspetti della realtà montana. Ogni tunnel è dedicato a uno dei quattro temi centrali: Cultura, Abitabilità, Risorse e Sapori.

Approfondimento – Le Piazze

Le Piazze di Alpi365 Expo sono luoghi da vivere lentamente dove il visitatore approfondisce i temi centrali ed entra in contatto con i progetti di eccellenza, sostenuti da istituzioni pubbliche e soggetti privati. In mostra oltre un centinaio di progetti-pilota che mostrano l’innovazione e la creatività dei territori montani in tutti i campi, dall’ambiente alla produzione, spesso in modo trasversale.

Vetrina commerciale – Il Mercato

Nel Mercato che copre un’area di 1783 m2, la vetrina ospita 45 tra servizi, aziende ed attività commerciali, grazie alla preziosa collaborazione con le Comunità montane, le Camere di Commercio e le Province. In quest’area è possibile non solo scoprire, ma anche acquistare ciò che viene prodotto in montagna e per la montagna: dall’attrezzatura sportiva all’abbigliamento, dagli oggetti artigianali ai prodotti enogastronomici, dai pacchetti turistici ai libri e ai video dedicati alle montagne. Tecnologia, innovazione e originalità sono le caratteristiche comuni dei prodotti esposti.

Il benvenuto dell’Euroregione

In quest’area il visitatore entra in contatto con l’Euroregione Alpi Mediterraneo, che Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta, Rhône-Alpes e PACA hanno costituito il 10 luglio 2006. Un contesto di straordinario interesse e rappresentativo di 17 milioni di cittadini con un ruolo strategico in ambito europeo.

L’area esterna

Alpi365 Expo si estende nell’area esterna del Lingotto. Questa immensa piazza all’aperto è identificata da forti elementi di spettacolarità dedicati a prototipi di sport, simulazioni di attività di soccorso e di tutela del territorio montano realizzate da Soccorso Alpino, Anticendio Boschivo, Protezione Civile e Arpa. Tra un’esibizione e l’altra, è possibile gustare un pasto di montagna in un vero e proprio rifugio gestito dall’Agrap.

Il programma degli eventi

Alpi365 Expo si configura come un eccezionale momento di confronto a disposizione di tutti i visitatori. Un calendario di appuntamenti diviso tra eventi in piazza, seminari, workshop, concerti e reading. Sbarcheranno a Torino alcune tra le “star” degli sport di montagna. Innanzitutto l’alpinismo rappresentato dal grande himalayista e cineasta Kurt Diemberger che dialogherà con l’alpinista Umberto Pellizzari sui due aspetti del verticale: il su e il giù. Poi lo straordinario ghiacciatore Patrick Gabarrou che racconterà il suo rapporto con il Cervino e Maurizio Manolo Zanolla che ha vissuto in prima persona tutte le evoluzioni dell’arrampicata libera durante la sua ormai trentennale carriera. La giornata di domenica sarà colorata di rosa con la presenza di due importanti rappresentanti del mondo delle gare di arrampicata di ieri e di oggi: Catherine Destivelle e Jenny Lavarda. Sarà ospite dell’Expo anche Silvio “Gnaro” Mondinelli, reduce dalla conquista del quattordicesimo Ottomila senza l’ausilio dell’ossigeno. L’alpinismo verrà inoltre raccontato da Kay Rush, showgirl che ha conosciuto questo mondo appassionandosene attraverso gli occhi della profana.

Quattro grandi convegni

Ogni giorno un tema, un’analisi, una sfida per la montagna, che trova sintesi in un convegno promosso dal comitato scientifico di Alpi 365, con la partecipazione di molte e illustri personalità del mondo accademico, politico, culturale, e rappresentanti della società civile. In apertura, giovedì 4 ottobre, un dibattito istituzionale sulle nuove politiche per la montagna con esponenti del Governo e i Presidenti delle regioni facenti parte dell’Euroregione Alpi-Mediterraneo e delle altre regioni italiane. Venerdì 5 ottobre è la giornata dedicata ad ambiente e montagna. Sabato invece nel segno della promozione sportiva in montagna, con un evento tra talk-show, workshop e spettacolo, dal titolo Sport in montagna nelle quattro stagioni. Al convegno della domenica, Città e montagna, un solo mondo, il compito di sviluppare il tema che lega l’intera programmazione di Alpi365 raccogliendo le suggestioni e gli spunti delle giornate precedenti.

I grandi scalatori della storia del ciclismo

Le grandi montagne, i grandi campioni. Da sempre l’epopea del ciclismo si crea in salita: così nascono le memorabili imprese al Tour de France e al Giro d’Italia. Accadeva nell’epoca eroica e accade ancora oggi, nonostante gli scandali e i problemi chimici ed etici di questo popolarissimo sport. Dall’unione tra ciclismo e montagne nasce "Quando la strada sale", una serie di incontri con protagonisti di ieri e di oggi. Per ricordare, ma soprattutto per raccontare.

L’accostamento propone quattro testimoni di rilievo e quattro figure memorabili. Il 4 ottobre (Lingotto, Sala Azzurra, ore 17) Francesco Moser parlerà degli scalatori puri da Gaul ai giorni nostri. Il 5 ottobre (Sala Azzurra, ore 18,30) Davide Cassani rivivrà i giorni di Marco Pantani. Il 6 ottobre (Spazio Incontri B, ore 18.30) Nino Defilippis racconterà Fausto Coppi. Infine, il 7 ottobre (Spazio Incontri B, ore 18.30) Giancarlo Astrua, insieme a Beppe Conti, ricorderà Gino Bartali. Gli incontri saranno condotti da Maurizio Crosetti, inviato speciale di Repubblica.

I pionieri dell’alpinismo

I giornalisti Leonardo Bizzaro e Roberto Mantovani curano una retrospettiva con reading e documenti di repertorio su alcune delle figure più celebri dell’alpinismo degli albori quali: A.F. Mummery, Eric Shipton, Harald Smith e Luigi Amedeo di Savoia “Duca degli Abruzzi”.

Le minoranze linguistiche

Da venerdì a domenica ogni giorno è dedicato a una comunità e alla relativa lingua minoritaria presente sul territorio piemontese e valdostano (franco-provenzali, occitani e walser). Gli interventi sono di vario genere: spettacoli, conferenze, danze e folklore.

Fuori Expo…

Alpi 365 Expo invade la città. Eataly, Museo Nazionale della Montagna diventano nei giorni dell’Expo luoghi dedicati a laboratori enogastronomici, mostre, retrospettive ed incontri. E grazie alla banda larga alcuni rifugi alpini piemontesi saranno collegati in tempo reale con l’Expo. Un’altra dimostrazione della tecnologia che avvicina la città alla montagna.

Come e dove?

Alpi365 Expo si tiene al Lingotto Fiere via Nizza 280, 10126 – Torino da giovedì 4 a domenica 7 ottobre. Orario: giovedì, venerdì e domenica dalle 10 alle 20, sabato dalle 10 alle 23. Ingresso: 7 €. Ridotto Ragazzi under 18, Universitari, Over 65, Militari, Comitive, Scuole: 5 €. Ridotto Junior (bambini tra i 3 ed i 10 anni): 2 €. Abbonamento (valido quattro giorni): 12 €. Disabili (ed accompagnatore): ingresso gratuito.

MOUNTAIN LOVER

postato da giovannibusato alle 08:45 in recensioni
ALTE MONTAGNEALTE MONTAGNE
Charles Francis Meade
Tararà Edizioni 2004
Pa
g. 130 euro 14.00
 
Quante volte nei rifugi abbiamo partecipato a queste discussioni, soprattutto quando il clima disteso del dopo scalata, il vino anche abbondante e la buona compagnia aprono ai sentimenti profondi.
Ne esce il protagonista di questo libro, l’amante della montagna, l’innamorato della montagna, una figura  che C.F. Meade (1881-1975) ha tentato, con successo, di delineare tra tutti coloro che vengono a contatto con le montagne.
Contatto che negli ultimi due secoli è cambiato radicalmente; da luogo inospitale, sede di mali nascosti e di altri demoni a luogo da amare, che suscita forti emozioni e splendida pace interiore, fonte di ispirazione per una letteratura alpina che, per quanto libera da romanticismi, non può svincolarsi da una sottofondo di misticismo, da un rapporto con la natura che va al di là della semplice estetica.
Le riflessioni dell’autore alla ricerca delle cause, consce o inconsce che generano i sentimenti che l’uomo prova nei confronti della montagna nascono dalla sua grande esperienza di alpinista ed esploratore acquisita sulle Alpi ed in Himalaya nei primi anni del ‘900 ma anche dal confronto e dalla lettura dei più grandi alpinisti del suo tempo, da W. Young a Freshfield, da Whymper a Mallory fino a J. Kugy che per affinità è lo scrittore del suo tempo a lui più vicino condividendone l’amore per la natura alpina e l’estraneità a qualunque motivazione di tipo sportivo.
Come a cercare conforto alla propria tesi, due splendidi capitoli sono dedicati agli alpinisti del tempo, ai loro scritti e ai loro pensieri.
E’ proprio questa l’attualità dell’argomentare di Meade; la prestazione sportiva toglie energie e risorse alla meditazione, alla contemplazione? ...Tanto (aggiungo io) da tollerare di raggiungere l’attacco delle vie tra le immondizie senza la minima indignazione? La grande guida  alpina Christian Klucker, rivolto alle giovani generazioni diceva: “...dovrebbero attenersi strettamente e fortemente alla regola che la concezione ideale dello scalare le montagne non deve essere soppiantata dallo sport e dalla rivalità competitiva...”.
Con questa visione dell’alpinismo Meade mette al centro di tutto la natura, l’ambiente, la montagna mentre per l’uomo che ne chiede asilo l’atteggiamento deve essere prudente e mite riducendo al minimo le tracce del proprio passaggio anzi, adoperandosi attivamente per la sua conservazione e rispetto.
Vale la pena  sottolineare che se questo comportamento fosse (stato) più diffuso anche nell’ambiente alpinistico, maggiori difficoltà troverebbero i vari speculatori o gli incauti amministratori locali; in realtà l’indifferenza che spesso distingue coloro che semplicemente “attraversano” le montagne conforta Meade nel sostenere che “...gli amanti della montagna non sempre sono alpinisti, così come gli alpinisti non sempre sono amanti della montagna...”.
Aggiungerei una provocazione: finora abbiamo lasciato ad alpinisti e montanari l’esclusività di argomentare sulla montagna. Forse da dentro non si ha la visione d’insieme, miopia, localismi, piccoli interessi...? In ogni caso i risultati non sono dei più soddisfacenti.
Forse, anche per il loro bene, sarebbe davvero il caso di far tesoro degli scritti di Meade e di affidare il destino dei nostri monti a chi veramente li ama.
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lunedì, 24 settembre 2007

FUORI STAGIONE 2/2

postato da mauromazzetti alle 10:30 in gente di mare
La cresta Kuffner al mont Maudit si chiama ufficialmente cresta est della Tour Ronde [Rebuffat dixit et scripsit], anche se per tutti gli occidentalisti rimane solo “la Kuffner”. Il quale Kuffner, come è certamente noto, si è dato da fare anche nelle Centrali, per esempio sul Piz Palù.
A me non importa un granchè, di come si chiama. Sono contento di essere qui, al bivacco della Fourche, davanti ad uno spettacolo indimenticabile. Pilier d’Angle, cresta di Peuterey, versante della Brenva, Major, Poire, Sentinella Rossa, Monte Bianco: basterebbe un solo flash, per riempire gli occhi di una stagione ed i ricordi per una vita.
Sto qui, e mi viene in mente il paese, dove adesso non c’è nessuno. Come qui, dove sono da solo con il mio compagno di cordata.
Sentiamo, prima ancora che vedere, i crolli dei seracchi; ambiente difficile e pericoloso, ci mancherebbe altro.
Però anche al paese c’è una muraglia rocciosa che potrebbe raccontare storie torbide e maledette, di una maledizione che ha dato il nome al monte che vogliamo scalare domani.
In paese si racconta da sempre che la Riva du Sengiu, una placconata verticale alta più di trecento metri che comincia a precipitare proprio sotto le case, sia luogo sinistro e dagli influssi negativi. Un posto tetro, che nasconde lontane verità, antiche storie, suicidi/omicidi mai provati, mancati riconoscimenti di figli, famiglie spezzate e divise da rancori, terra contesa per poche spanne. Sulla Riva, o meglio dentro di essa, crescono faggi, che nascondono la sua verticalità, almeno fino ad autunno inoltrato. Allora le foglie lasciano il passo a rocce levigate, a pronunciati strapiombi, a speroni marcati che vanno a bagnarsi nel torrente sottostante. E’ comunque un luogo fascinoso e suggestivo, che d’inverno si tappezza di colate di ghiaccio effimero, mai salite ma adocchiate da tempo.
 
Per certi versi, il concetto di “panorama” è lo stesso, anche qui in quota.
Si vede tutto quello che ci si aspetta di vedere: neve, ghiaccio e roccia si distribuiscono apparentemente a caso sul versante della Brenva, vigilato dall’alto dal monte Bianco e dalle Aiguille di Peuterey. In estate, esattamente come al paese, qui c’è la ressa. A volte non si riesce neanche a trovare posto e spazio al bivacco, “avamposto dell’inutile”, secondo una felice espressione di molti anni fa. Così come pernottare al rifugio Torino vuol dire fare i conti con la globalizzazione dell’andare in montagna, passando dal ristorante self-service agli occasionali e spesso rumorosi compagni di cuccetta.
A metà ottobre sembra che la faccenda si presenti molto meglio: al bando la folla alpinistica delle ferie estive e/o del fine settimana. Si riesce persino a raccogliersi – meditazione laica o preghiera religiosa non importa.
Sarà che la stagione è finita. Meno male, perché siamo riusciti a trovare una personalizzata finestra [che non è Windows].
Il paese? Fuori stagione.
La cresta? Fuori stagione.
Noi, qui al bivacco? Al posto giusto nel momento giusto.
Non è tanto.
Ma non è neanche poco.
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sabato, 22 settembre 2007

QUELLA VOLTA ALLE ZEBRA STRIPED PLATES (1 di 2)

postato da gabrielevilla alle 00:11 in storie

A Gabriel piace, per allenarsi all’arrampicata, recarsi alle mura della sua città. Nelle fessure e negli interstizi fra un mattone e l’altro trovano presa le dita delle mani, giuste giuste e, nelle piccole nicchie dove qualche pezzo di mattone si è staccato, vanno in appoggio preciso le punte delle scarpette. Non gli interessa tanto il tipo di allenamento, che pure è utile, quanto il fatto di poter stare all’aria aperta, di godere del tepore del sole, particolarmente gradevole in primavera e in autunno, quanto sgarbatamente caldo e insistente nel pieno dell’estate. Durante l’inverno anche lui si rassegna ad andare al climbing wall della città: unica soluzione praticabile se vuole continuare a svolgere allenamento specifico per l’arrampicata. Una sera di un ottobre stranamente mite si trova alle mura, dopo una giornata di lavoro particolarmente lunga, quasi all’imbrunire, per quello che sarà probabilmente l’ultimo allenamento all’aperto della stagione. Sta facendo tardi Gabriel, se ne rende conto quando gli appoggi sul muro iniziano a diventare meno evidenti e definiti e quando le mosquitos cominciano a pungerlo nelle gambe attraverso la tuta, attratte dal calore del suo corpo che si muove accaldato nella sera umida. Ma nonostante questo non vuole mollare. Non ha ancora “macinato” lo stress di quella noiosa giornata di lavoro. Continua a scrutare nella penombra per individuare gli appoggi sempre meno visibili e, ad un certo punto, quasi con meraviglia, si avvede della sua ombra proiettata sul muro. Nemmeno si era accorto del rapido avanzare del buio e dei proiettori che si erano accesi ad illuminare le mura storiche, aumentando progressivamente l’intensità della luce. Ora le sporgenze del muro diventano tante piccole ombre che vanno ad aumentare la difficoltà del procedere e poi, avvicinandosi in direzione del proiettore, ne rimane quasi abbagliato e deve sforzarsi di non alzare lo sguardo per non peggiorare la situazione. Ma ancora non vuole smettere e continua a traversare orizzontalmente avvicinandosi alla fonte di luce. Come un acrobata sul palco illuminato dal proiettore di scena, guarda un punto indefinito sul muro, concentrandosi solo sulla ricerca degli appoggi. All’improvviso una strana sensazione di già vissuto si impadronisce di lui… Quel fascio di luce intensa sulla parete che disegna più ombre che luce, il calore emanato dal corpo in azione che respinge l’umido della sera, quella leggera ansia del buio che avanza… Improvviso gli tornò il ricordo di quella sera di nove anni prima.

 

Tanto era passato da quel giorno che erano andati con il corso di arrampicata alle Zebra Striped Plates. Non era una gran giornata, aveva piovuto nei giorni precedenti e le Plates erano ancora umide, specie dove le nicchie piene di terra ed erba rilasciavano colate di acqua che disegnavano di nero la roccia, rendendola scivolosa ed infida. Quando erano arrivati, al mattino, Mark il direttore del corso, aveva consegnato ad ogni istruttore un biglietto con i nomi dei compagni di arrampicata e la via da seguire. Si erano divisi ed ognuno era andato all’attacco della sua via di salita. Gabriel era finito sulla SuperJane e, se lo ricorda bene, aveva avuto delle difficoltà, nonostante conoscesse la via. Aveva dovuto stringere i denti su alcuni passaggi scivolosi, facendo ricorso a tutta la sua esperienza di vecchio istruttore per venirne fuori. Alla fine dell’arrampicata, assieme al suo allievo, aveva imboccato il sentiero di discesa, finendo, come tante altre volte, al Zebra Mini Store sotto le Plates, per farsi il solito panino e la solita Coca Cola. Mano a mano che le cordate rientravano, era uno scambiarsi di impressioni e di commenti su quella giornata, mentre i panini sparivano nelle bocche affamate di allievi ed istruttori. Ad un certo punto, qualcuno fece notare che c’erano ancora persone in parete. Stava facendo sera ed ancora c’era una cordata sulla Theresita line: non impiegarono molto a capire che era quella di Mike.

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venerdì, 21 settembre 2007

ALLEGORIA DEL TENER DURO

postato da melanialunazzi alle 19:06 in cultura, varia

Hands di ANDRES SERRANOLa copertina del Giornale dell'arte - il notiziario più informato sul settore dell'arte e dei beni culturali in Italia - ha inserito nella prima pagina del numero di settembre la fotografia della mano di un climber che tiene un appiglio (artificiale). Si tratta di un'opera di Andres Serrano - il cinquantasettenne artista-fotografo di origini sudamericane, residente a New York - della serie Hands, dal titolo Chris Sharma. Serrano, artista estremo e maledetto, è salito alla ribalta delle cronache per lo scandalo suscitato con la sua opera Piss Christ - il crocifisso immerso nell'urina. I suoi soggetti sono quasi sempre duri da digerire, basti pensare all'impiego di vari liquidi organici o alla serie di immagini scattate ai cadaveri dell'obitorio. Bellezza e amore per la vita, sono - contrariamente a quanto si possa pensare - i fondamenti della sua ricerca. In questo caso l'immagine è stata adottata dal mensile torinese come allegoria del tener duro, alla riapertura delle contrattazioni della "borsa dell'arte" della prima edizione della fiera di Shangai ShContemporary.

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giovedì, 20 settembre 2007

IGNAZIO PIUSSI, IL RITORNO

postato da marcoconte alle 21:53 in recensioni
piussiMi ha sempre colpito il ritratto che Roberto Sorgato, alpinista bellunese tra i più conosciuti di ogni tempo, dipinse alcuni anni orsono parlando dell'amico Ignazio Piussi, col quale aveva realizzato in gioventù alcuni importanti ascensioni: «Sfoderava tutta la sua grinta e le sue energie quando gli altri erano ormai provati, così che il suo intervento era sempre risolutivo [...] In discesa poi era irraggiungibile: io l'ho visto molte volte scendere faccia a valle per il 3°-4° grado con pochi agili salti, come un vero e proprio camoscio (1)».

Non posso dunque che compiacermi per il ritorno nelle librerie di Ladro di montagne di Nereo Zeper, nella nuova edizione aggiornata per iniziativa di Nuovi Sentieri: quale migliore occasione di questa per tornare a parlare di un montanaro per diritto di nascita come il friulano Ignazio Piussi? Scritto in origine una dozzina di anni fa, al tempo in cui Piussi aveva fatto ritorno nella sua casa natale in Val Raccolana, il libro di Zeper si ripropone oggi al lettore con una rinnovata veste grafica e numerose foto d'epoca in bianco e nero.

Singolare figura di arrampicatore in un periodo di passaggio tra l'alpinismo delle origini e le innovazioni tecniche degli anni Cinquanta e Sessanta, Piussi respirava aria di montagna già nella culla: egli proviene infatti da una famiglia di guide e cacciatori già famosa nell'Ottocento per aver accompagnato Julius Kugy a spasso sulle Giulie. D'altro canto il suo nome viene nello stesso tempo annoverato nel gruppo dei primi utilizzatori di uno strumento come il chiodo a pressione, sebbene in una forma ancora artigianale e lontana dallo spit dei giorni nostri.

«Nessuno pensava che l'ambiente potesse degradarsi», spiega Zeper nel testo, «né l'elemento perdere quella verginità e inaccessibilità che lo caratterizzava. Il valore supremo era l'uomo e la tecnica, e non la natura e la montagna che non si pensava potessero venire scalfite». Oggi molto è cambiato e l'ambizione dello scalatore risente di argomenti etici come il rispetto dell'equilibrio naturale, ma a quel tempo l'ideale estetico dalla salita a goccia d'acqua rappresentava una giustificazione di fronte alla quale pochi sapevano tirarsi indietro.

Ignazio Piussi è tuttavia anche un montanaro nel senso tradizionale del termine, cresciuto tra pascoli d'alta quota, battute di caccia al camoscio e lavoro nelle profondità delle miniere della sua terra d'origine: basti ricordare ad esempio la sua personale opinione in materia di allenamento, assai lontana da quella contemporanea: allenarsi per Piussi significa soltanto "sgranchirsi" e ritrovare una forma fisica accettabile dopo un periodo di inattività, non "costruire" la muscolatura in maniera metodica e selettiva.

Nato a Piani nel 1935, Ignazio approdò all'alpinismo come un'evoluzione della sua vita a contatto con la natura. L'alpinista friulano mosse i suoi primi passi sulle cime di casa come Mangart e Vèunza, per poi alzare gli occhi sui Monti Pallidi. La prima ripetizione della Cima Scotoni risale al 1955, mentre nel 1959 fu la volta della direttissima sulla Torre Trieste. Dopo una parentesi nella zona del Monte Bianco, dove effettuò la salita del Pilone centrale di Frêney, nel 1963 fu ancora in Civetta per l'invernale della Solleder insieme a Redaelli e Hiebeler.

Negli anni seguenti effettuò diversi tentativi sulla parete nord dell'Eiger insieme a Sorgato, ma nello stesso realizzò ancora grandi salite dolomitiche sulla Civetta come la Punta Tissi con Sorgato e Pierre Mazeaud, o la Cima Su Alto con Alziro Molin e un gruppo dei Ragni di Lecco. A cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, Ignazio impiegò l'ultima parte della sua carriera di arrampicatore prendendo parte ad alcune spedizioni extraeuropee in Antartide e Nepal. Conclusa nel 1975 la sua esperienza di alpinista, si dedicò in seguito ad un'attività imprenditoriale.

Nel 2003, in virtù dei meriti acquisiti sulle pareti rocciose, gli è stato attribuito il premio Pelmo d'Oro alla carriera: «Il più forte dei montanari delle Giulie, pastore, bracconiere, alpinista, viaggiatore e sognatore», leggiamo nella motivazione espressa dalla giuria. «Un imperfetto, stentato, male armato eroe di un'angusta valle delle Giulie», lo definisce invece l'autore Nereo Zeper, «in una triste età che ha conosciuto l'indigenza e lo spreco, godendo dell'una e pagando le conseguenze dell'altro».


AUTORE: Nereo Zeper
TITOLO: Ladro di Montagne - Ignazio Piussi montanaro, alpinista, esploratore
EDITORE: Nuovi Sentieri, Belluno, luglio 2007. 216 pagine
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(1) GABRIELE ARRIGONI, Arrampicando ho conosciuto - ricordi d'alpinismo di Roberto Sorgato, riedizione da "Le Dolomiti Bellunesi" dal n. 40/1998 al 44/2000, dicembre 2000.
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mercoledì, 19 settembre 2007

LE GIORNATE DI ALLEGHE

postato da intrablog alle 17:32 in cultura, incontri e manifestazioni
REPORTAGE DI PAOLA LUGO [nostro inviato]

CIMG5108Grazie Paola (Favero), grazie Manrico (Dell’Agnola) grazie Valter (Bellenzier), organizzatori assieme al Comune di Alleghe de “Gli artisti lavorano senza rete”, la manifestazione per il 50 anniversario della salita della via Philipp-Flamm.
Perché tre giorni come quelli appena trascorsi ad Alleghe e al rifugio Tissi sono un raro regalo che chi era presente non dimenticherà tanto facilmente. E sono anche la dimostrazione di come l’alpinismo, quello vero, non solo non è morto, ma sta ancora bene, anzi benissimo, e continua a raccontare grandi storie, ad incantarci con i sogni dell’impossibile, a suggerirci linee di fantasia e libertà.
Di fronte a una sala gremita all’inverosimile la sera del venerdì 7 settembre Manrico ha raccontato la storia del Philipp attraverso alcune tappe fondamentali: l’apertura da parte dei due giovanissimi austriaci nel 1957; la prima solitaria nel 69 di Messner; la prima mitica invernale da parte dei fratelli Rusconi, con gli inseparabili Crivella, Tessari e Fabbrica, nel 73; la prima invernale in giornata di Renato Panciera e Mauro Valmassoi nell'88; la prima solitaria invernale del grande “Mass” nel 89; per concludere con la solitaria free dello stesso Manrico in 2 ore e quaranta e con il concatenamento del Philipp con la Solleder in giornata sempre di Manrico con Alcide Prati.
E per ricordarci cosa significa salire una parete in inverno la serata si conclusa con il film di Gianni Rusconi “Gli anni dei lunghi inverni”, dove le straordinarie immagini girate in condizioni proibitive testimoniano un alpinismo fatto di sofferenza e determinazione, di spirito di gruppo e grandi capacità organizzative, ma soprattutto testimoniano una amicizia formidabile che ha resistito a prove durissime e al passare degli anni. Come hanno commentato i protagonisti, presenti in sala e chiamati sul palco, “l’importante era dopo potere cantare tutti insieme”. Dalla salita del 73 all’impresa di Panciera e Valmassoi sono passati “solo” quindici anni, ma sono gli anni più straordinari, forse, della storia dell’alpinismo, gli anni delle scarpette e della magnesite, del mito della leggerezza e della velocità. Dove la sicurezza non è più affidata ai sacchi di materiale faticosamente trasportati lungo la parete, ma al sapere portare sulla grande montagna gli insegnamenti della falesia. Le pacate parole di Renato Panciera sull’importanza della preparazione fisica (“bisogna avere il grado”) e mentale, dovrebbero chiudere una volta per sempre la sterile e inutile polemica di chi si ostina a vedere ancora irrimediabilmente contrapposti ed antagonisti l’arrampicata sportiva e l’alpinismo.
Trovo impossibile “raccontare” la giornata trascorsa al Rifugio Tissi “a fare filò”, come annunciava il programma: credo che le ore trascorse davanti alla Nord-Ovest lentamente illuminata dal sole , bevendo ombre e birra, ad ascoltare Paolo Leoni, Mariano Frizzera, Sergio Martini, Renato Panciera, Giacomo Albiero, Pierino Radin, Cristoph Hainz, Domenico Bellenzier, Alessandro Gogna, Armando Aste, Marco Anghileri, Dario Spreafico, Claudio Moretto , Rosy Buffa, Ignazio Piussi, Sonia Livanos, Giovanni Rusconi e i quattro amici di Valmadrera (che nel rispetto della tradizione hanno cantato fino a sera), Manrico Dell’Agnola, Bonafede, Menegus, Valmassoi, Prati e i giovanissimi Alessandro Baù, Alessandro Beber, Enrico Marini, Nico Rizzotto e tanti altri, mentre chiacchieravano della “loro parete” tracciando col dito itinerari conosciuti o possibili, abbiano insegnato ai presenti molte più cose sulla infinita vitalità dell’alpinismo di centinaia di inutili convegni e di soporiferi dibattiti.
Io credo da sempre, e le tre giornate appena passate sono una grande conferma, che sia impossibile parlare di alpinismo senza gli alpinisti (così come è impossibile e dannoso parlare di salvaguardia delle Alpi senza ascoltare i montanari che ci vivono). Le montagne offrono infinite possibilità a chi ha ancora la fantasia necessaria: e riprendendo lo splendido intervento di Messner all’incontro di domenica pomeriggio, non solo agli alpinisti, ma le offrono anche a chi vuole continuare a vivere in montagna, perché un’economia rispettosa dell’ambiente è possibile, e l’alpinismo può essere una grande risorsa. Occorrono però politici attenti e che ogni tanto escano dagli uffici e vadano perdersi in giro per le valli: forse avremo meno discorsi imbarazzanti come quello di un certo assessore (davvero difficile riuscire a fare tante gaffes in così poco tempo) e qualche risultato in più.
 
Il momento più bello? Ignazio Piussi e Sonia Livanos insieme sul palco a ringraziare gli organizzatori e la Civetta. Credo che siamo stati in tanti ad avere gli occhi un po’ umidi.

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Didascalie e foto ingrandite in GALLERIA
martedì, 18 settembre 2007

FUORI STAGIONE 1/2

postato da mauromazzetti alle 15:52 in gente di mare
Genova è una città che risparmia, anche sulle pianure. Appena usciti dal centro, si risalgono le valli perpendicolari che portano in alto, verso le cime di monti conosciuti solo da addetti ai lavori escursionistici.
Siamo a mille metri di quota, in un paesino dai tetti rossi e dagli intonaci bianchi – tranne quella villetta in perfetto stile sudtirolese, che una volta o l’altra bisognerà pur abbattere. La parlata è ancora ligure, anche se contaminata dalla confinante provincia di Piacenza e dalle inflessioni lombarde che ne lambiscono il territorio.
Qui, d’estate, tornano due categorie di villeggianti: gli autoctoni e i foresti. Con grande fatica, grazie a [a causa di] mia moglie e di mia suocera, non sono più nella seconda categoria, anche se mi devo ancora guadagnare e meritare – e non so come – l’inserimento nella prima.
A grandi linee, si può ragionevolmente affermare che autoctoni e foresti frequentano il paese al massimo per una quarantina di giorni all’anno, e solo durante l’estate. Ci sono casi che sfuggono a questa statistica; ma non ne tengo conto ai fini della contabilizzazione.
Il tutto sta a significare che il paese vive e si alimenta di presenze principalmente tra luglio ed agosto. Già dopo le colonne d’Ercole della festa patronale di S. Lorenzo [10 agosto] e di Ferragosto, il paese perde man mano di vivacità. Finite le sagre, le tombole, i giochi, i tornei, le ribotte [le mangiate], lo sfrecciare di bambini in bici ed in passeggino, il paese finalmente riposa. In silenzio.
C’è ancora un sussulto di entusiasmo e di presenze, giusto per il periodo della raccolta di funghi. Ma, dalla metà di ottobre in poi, le persiane verdi sono pressoché tutte chiuse e le stradine in salita ascoltano soltanto lo scalpicciare di pochi piedi.
In quel periodo, da soli, ci si riappropria del paese, novello archetipo di un mondo interiore che non si può [non si deve] spiegare.
Metà ottobre.
 
Ancora una volta, caracolliamo giù da punta Helbronner, arrivati a Courmayeur direttamente dal lavoro per prendere al volo (sic!) l’ultima funivia utile del pomeriggio.
Non è più settembre appunto, ma pieno ottobre, quando ci buttiamo giù per il pendio nevoso che ci porta al col Flambeau, la porta di accesso – o meglio la vetrina – che si affaccia su un mondo di granito e di ghiaccio. Il Tacul, i suoi satelliti rocciosi, la Tour Ronde, e giù in fondo la bastionata della parete sud dell’Aiguille du Midi, con la cresta controluce che arriva alla “benna”, per dirla con francese maccheronico.
Viriamo a sinistra, lungo il pianoro ghiacciato che si apre a ventaglio sui miei sogni di alpinista del venerdì pomeriggio.
Lasciamo a sinistra, orograficamente parlando, il Capucin e l’arete du Diable. Volgiamo le spalle alle pieghe dei contrafforti rocciosi, ai pilastri dai nomi storici [Boccalatte, Gervasutti], ai canali di neve e ghiaccio che portano in vetta al Mont Blanc du Tacul.
Noi no, non ci dirigiamo lì. Lì, durante luglio e agosto, sono passate centinaia [migliaia?] di pseudo-para-infra-extra alpinisti.
Oggi non c’è nessuno, come al paese. C’è silenzio e tranquillità. Imbocchiamo la nostra stradina in salita: è ghiacciata ed assai pendente, ma questo non ci preoccupa. Traguardiamo già la nostra cresta, al Mont Maudit.
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