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giovedì, 30 agosto 2007

VUOTI DI MEMORIA

postato da mariocrespan alle 09:47 in ritorni a valle
Sènnes e Fòsses dal Col Bècchei di Mario CrespanMolto spesso, anche per buttar giù queste note, riprendo in mano i miei diari e tento di rivivere passaggi della mia vita, montagne, viaggi, sentimenti. Mi accorgo con disappunto che l’età taglia impietosamente la memoria, quella corta soprattutto, e allora accade che descrizioni ed impressioni di viaggio abbastanza recenti, assieme ai relativi stati d’animo, possano ridursi a semplici e vuote parole scritte. Un periodare quasi privo di significato che non richiama più alla mente nessuna informazione visiva, nessun barlume di ricordo. Esperienze scomparse, che non mi appartengono più. Non basta inchiodare testimonianze lungo l’arco di tempo concesso, e talvolta servono a poco perfino le immagini.
Consimili problematiche mi si accavallano addosso oggi, 1 agosto 2007, ora che è lontano l’assordante carosello di macchine del curvone di Podestagno e posso finalmente inoltrarmi nel silenzio e nella luce. Con la fotografia digitale, mai come adesso è stato facile portare a casa immagini a volontà, raccogliere nel dato di base – raw, cioè grezzo – forme e colori per poi manipolarli a piacimento. A quel punto, però, quando ogni elemento della realtà sarà lì a disposizione e, come fossimo tornati bambini, avremo sottomano una scatola di pastelli magici pronti a lanciarsi in ogni direzione, la memoria non sarà spinta ancor più a smarrirsi e confondersi? Intanto salgo e mi chiedo a cosa possa aggrapparsi il disegno dei passi scandito dal metronomo del cuore, il flusso capriccioso del respiro che si appoggia o si abbatte su ogni vibrazione di pendio. Malgrado gli aiuti tecnologici mi sembra sempre più difficile districare e trattenere qualcosa. A mano a mano che procedo negli anni il paesaggio mi appare chiuso e inafferrabile. Perfino qui, ora, lungo Val d’Antruiles, dove precisi limiti di campiture cromatiche e intervalli di conche a sorpresa sembrano ordinatamente disposti a fissare memoria di luoghi.
Eppure sento sfuggirmi queste ghiaie rosse dipinte da fresche pennellate di frana più chiare, queste pareti fiammeggianti e precarie che si issano complementari su un cielo perfetto. E il riposo improvviso su campi verdi con le ghiaie stranamente respinte in alto e ridotte a poche strisce magre di colore, e le onnipresenti lastronate oblique di roccia grigia a diedri coricati e paralleli, e un inatteso grandioso anfiteatro di nuove ghiaie a striature rosse convergenti con geometrico rigore giù in fondo, sul bordo degli Spalti di Col Becchèi; mi chiedo se potrò e saprò ritrovare davvero tutto questo domani, o fra un mese, o fra dieci anni. Percepisco una labilità negli apparati tecnologici ed informatici corrispondente ad uno svuotamento in cui ognuno di noi è più o meno coinvolto. Sarebbe opportuno fermarsi, fermarsi e disegnare, non delegare nulla ai sensori della fotocamera ma muovere la matita sul foglio grazie alla guida non solo degli occhi ma di ogni facoltà della ragione tesa a registrare fremiti e tremiti di natura, suoni e abbagli, folate di vento e luce di mezzogiorno, corse di camosci e fischi di marmotte.
Sulla vetta discreta del Col Becchèi circondata da un orizzonte affollatissimo di Dolomiti ed Alpi Austriache mi sento come un minuscolo bicchiere sotto una grande cascata. Trattengo solo una piccola quantità delle tante gocce che mi piombano dentro e nessuna dei miliardi e miliardi che mi passano a lato. Sparuti lampi rimangono casualmente appiccicati allo schizofrenico disporsi dello sguardo e del pensiero. Lo zoccolo proteso del Taë sul solco profondo della Val di Fànes, i contrapposti altipiani di guerre antiche e cavalieri, Sènnes e Fòsses a nord, e ancora Fànes ad ovest. E quel nome dominante – Fànes – bello, sonoro, aperto, ideale simbiosi di vocali e consonanti, che torna a ricomporre saghe non solo di uomini, non solo di leggende, ma di straniere lontananze, di desolati pianori che interi si alzano al cielo simili a una cresta d’onda pronta a inabissarsi. Fànes – rotola nella bocca e risuona come in una cassa armonica e dolcemente mi ripete dentro l’inafferrabilità di spazi e luoghi, di storia e memoria, lo scaltro eludersi alla ragione di ogni mistero. Perché anche i nomi più affascinanti hanno realtà evanescente e comportano perciò confini ristretti e impressioni sfocate.
O forse è tutto più semplice: camminare è la sola ragione del cammino, arrampicare la sola ragione dell’arrampicata, viaggiare la sola ragione del viaggio. E vivere la sola ragione della vita. Di norma – colto o meno che sia – ai più basta l’attimo fuggente, e siano le vaghe scintille rimaste ad addolcire i giorni a venire. Cosciente o no, ogni uomo intacca appena di sé – nella ristretta cerchia di amici, parenti, conoscenti – la moltitudine di gente da cui è circondato. Bastano un paio di generazioni per cancellare ogni ricordo di un uomo. Intendo ricordo diretto, o direttamente tramandato. Se si vuol saperne di più su un uomo morto da una cinquantina d’anni, bisogna compiere delle ricerche anagrafiche, interrogare molte persone, e ricucire così, alla meglio, i frammenti sparsi di un ricordo che sta per scomparire definitivamente, a mano a mano che scompaiono le persone che ne sono le portatrici. Sarà sempre un ricordo riflesso, parziale, fortemente inquinato da quelle alterazioni ed omissioni che la memoria dell’uomo opera, sotto la spinta di censure spesso inconsapevoli. Ciascuno di noi, dunque, vive per sé e in sé la sola vita autentica possibile. Negli altri e per gli altri, egli vive una vita che non è la sua, ma è in effetti quella che gli altri vogliono fargli vivere.
Perché, dunque, continuo a rodermi e dolermi per la mia incapacità di ricordare? E le mie affannose rincorse di memoria – immagini o parole che siano – sono qualcosa di più di un sistema di appropriazione ed archiviazione dell’esperienza, utile solo a me stesso che ne sono protagonista? Troppo poco. Con se stessi si è soli. Insieme agli altri i più sono anche senza se stessi. Da entrambe queste situazioni bisogna uscire.
Sì, bisogna uscire. È una sfida ìmpari, ma da tempo oramai l’ho raccolta e tuttora non smetto di accumulare tracce, pur a volte assalito da sgomento. Non vi è redenzione per l’uomo se non tentando di migliorare la vita degli altri. A dispetto di una realtà che di rado riesco a trasformare in memoria fruttuosa, se ciò che ho raccolto e stentatamente costruito avrà il potere di far vivere meglio per un breve attimo anche un solo essere al mondo, allora quella sfida avrà avuto buon esito.

[Corsivi di Gildo Cesco-Frare e Ernst Bloch]

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lunedì, 27 agosto 2007

ALLEGHE: CELEBRAZIONE DELLA CIVETTA

CIVETTA di Paola Faverogentili amici,
un'altra comunicazione a blog unificati, prima di ripartire a pieno regime con settembre e approfittando della vacanza di Carlo Caccia su intotherocks. Oggi vogliamo fare un duplice omaggio: a una delle pareti che amiamo di più, la NW della Civetta; a una delle rare donne alpiniste che ha solcato quella grande parete, non solo con la forza e l'intelligenza delle mani e dei piedi, ma soprattutto con la sensibilità di chi sa raccogliere, raccontare e vivere le storie e la storia. Lei è Paola Favero, nostra cara amica e potenziale blogger se solo avesse più facile accesso alla rete; lui [quello che vedete nell'immagine], è il suo ultimo lavoro
. Monumentale.
Il Cinquantenario del Diedro Philipp-Flamm e CIVETTA - Tra le pieghe della parete saranno i protagonisti dell'interessantissimo secondo fine settimana di settembre ad Alleghe. Ecco il programma dettagliato. Lo seguiremo da vicino con qualcuno dei nostri blogger come invi[t]ato speciale. E se tutto va per il meglio, non è escluso che faremo una super serata evento a Vicenza con tutti i protagonisti del libro, organizzata da noi.

PROGRAMMA 50° ANNIVERSARIO DELL’APERTURA DEL DIEDRO PHILIPP-FLAMM ALLA PARETE NORD-OVEST DEL MONTE CIVETTA

Venerdì 07.09.2007
c/o il CENTRO CONGRESSI DI ALLEGHE – PIAZZALE STADIO DEL GHIACCIO
Ore 20,00 saluti Autorità
Ore 20,30 “il diedro Philipp – Flamm storia e personaggi della via che ha aperto un’epoca” condotto da Manrico DELL’AGNOLA con la partecipazione dei protagonisti. Di seguito verrà proiettato il filmato: Pareti d’inverno di G. Rusconi.

Sabato 08.09.2007
c/o il RIFUGIO TISSI
Salita al rifugio TISSI (a piedi oppure a mezzo elicottero con partenza dai Piani di Pezzè)
Ore 14,00 Filò con gli alpinisti attorno al “larin” del TISSI – (per chi lo desideri è possibile prenotare il pernottamento c/o il Rifugio TISSI – COLDAI - VAZZOLER all’Ufficio Turistico di Alleghe tel. 0437/523333 e-mail alleghe@infodolomiti.it)

Domenica 09.09.2007
Ore 12,30 pranzo a prezzo convenzionato presso l’HOTEL COLDAI di ALLEGHE
A SEGUITO c/o CENTRO CONGRESSI DI ALLEGHE – PIAZZALE STADIO DEL GHIACCIO
Ore 16,00 consegna riconoscimenti ricordo agli alpinisti presenti. Seguirà presentazione del libro CIVETTA TRA LE PIEGHE DELLA PARETE di Paola FAVERO con il musicista Nelso SALTON e l’attore Primo ZANCAN
Ore 17,30 tavola rotonda “NORD OVEST OGGI” la grande parete tra storia ed evoluzione con la partecipazione degli alpinisti presenti
Ore 21,00 serata di diapositive realizzate e presentate da Christoph Hainz dal titolo:
DOLOMITI – ROCCIA, GHIACCIO E NEVE
PARETE NORD DELL’EIGER IN SOLITARIA

sabato, 25 agosto 2007

L’ERA PROPRIO ‘NA GRAN CIÒCA

postato da gabrielevilla alle 00:35 in storie

Quel sabato sera di una vacanza estiva passata in montagna, ero finito con alcuni ragazzi di Pecol e Piaia a San Tomaso. Non che ci fosse molto da scegliere alla fine degli anni sessanta in quei paesi sperduti di montagna: il cinema più vicino era ad Alleghe, pub e discoteche erano ancora di là da venire, lo stadio del ghiaccio c’era, ma … solo d’inverno e comunque praticamente tutti i ragazzi non possedevano l’auto per gli spostamenti. Sicchè eravamo finiti nel bar della “Sofi” per quel grande passatempo che si chiamava “calcio balilla”, mentre gli anziani seduti ai tavoli qualche metro più in là giocavano a carte e fumavano con a fianco l’immancabile “ombra de vìn”. Esaurito quel divertimento eravamo finiti su di un prato dietro all’albergo Bellavista a godere il fresco della serata ed a chiacchierare, al seguito alcune bottiglie di birra ed una di vermouth; di ragazze neanche parlare, quelle, in quegli anni, non uscivano di casa alla sera. Era quello il copione di molti sabati sera di quei ragazzi: chiacchierare, scherzare, ammazzare il tempo ed ubriacare sé stessi per uccidere la noia di quel vuoto intorno senza punti di divertimento e di aggregazione per i giovani. Io, con qualche anno più di loro ed ancora quasi astemio (pentito solamente in anni successivi), me ne stetti un po’ ai margini dei discorsi ad osservare l’inevitabile piega che la serata stava prendendo, mentre le birre erano finite, come pure la bottiglia del vermouth. Alla fine qualcuno aveva dato di stomaco e non si reggeva nemmeno in piedi, sicché mi offrii di accompagnare a casa Celestino, un ragazzone ben piantato che abitava a Piaia e che sembrava il più malconcio. Lo caricai sulla mia Fiat 500 azzurrina e lo portai fino al paese poi, siccome non era in grado di camminare da solo, gli passai una mano attorno al fianco per sorreggerlo e accompagnarlo fin sull’uscio di casa. Sentii ben presto il bagnaticcio della sua maglia trasferirsi sul mio braccio e la mano: realizzai che erano le tracce di vomito, conseguenza scontata della “ciòca” di vermouth. Feci finta di nulla: dopo mi sarei lavato alla brenta del paese e sarei rientrato a casa. Celestino “l’era proprio ciòc”, “sèco de mìna” dicevano lassù quando la “balla” era di quelle toste, ma mi ringraziò di averlo portato fin sull’uscio di casa e si scusò del disturbo che mi aveva arrecato ed io non riuscivo a capire come potesse non riuscire a reggersi in piedi, ma conservare quella capacità di ragionamento, aver ancora “sentimento”.

 

Estate 2007. Non guardo più la televisione oramai, ma leggo tutti i giorni gli allarmanti titoli di giornale che si rincorrono quasi quotidianamente: “Ubriaco investe due persone sulle strisce pedonali uccidendone una e ferendo gravemente l’altra, donna ubriaca investe e uccide un pedone, giovane di vent’anni supera colonna ferma al semaforo e passa col rosso a forte velocità, inseguito, risulta ubriaco alla prova dell’etilometro, giovani a passeggio investiti ed uccisi da autista ubriaco che si dà alla fuga, ecc. ecc.” Ci sono sempre più ubriachi al volante e nonostante siano stati intensificati i controlli e vengano ritirate decine di patenti il fenomeno continua ad aumentare. Quello che una volta sembrava “patrimonio”, ovviamente negativo, dei giovani di un Veneto ancora povero, oggi è diventata abitudine e stile di vita dei residenti delle città industrializzate dove una delle attività commerciali meglio organizzate e più redditizie è quel “divertimentificio” che ha trasformato molti in “consumatori” senza limiti e senza cervello. Anni di “febbri del sabato sera” e di una cultura dell’eccesso, evoluta in cultura dello sballo, accompagnate da una cinica deresponsabilizzazione hanno trasformato abitudini e stili di vita, annegando il senso morale di tante, troppe persone.

 

Forse è per questo che mi è tornato alla mente il ricordo di quella lontana estate, quasi evocazione nostalgica, quando anche da ubriachi si conservava “sentimento” e capacità di raziocinio, pur perdendo la coordinazione motoria. Si potrebbe dire con una battuta “non ci sono più gli ubriachi di una volta”, quando la “ciòca” era spesso figlia di un vuoto che era soltanto e soprattutto “fuori” dalle persone, mentre oggi che il “fuori” è tutto “pieno” e ben organizzato per far divertire tutti in tutte le maniere possibili, il vuoto sembra essersi trasferito soprattutto “dentro” le persone. 

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martedì, 21 agosto 2007

CIME E SEGRETI

postato da mariocrespan alle 09:33 in ritorni a valle
San Matteo di Mario CrespanA tre tiri di corda dalla cima comincia la partita. Dalle soste osservo ventidue puntini bianchi e rossi che si affannano sul campo, mille metri più in basso, circondati da un po’ di pubblico. Auto rombano sulla strada della valle. Traffico, partita di calcio, tifosi sono l’indifferenza e la lontananza del mondo, che pur preme da presso. L’inguaribile isolamento cui siamo condannati in cerca di illusioni a smentita.
Sulla vetta, sì, siamo contenti, eppure al fondo insistono remore, scomode riserve mentali che non osiamo affrontare. Ma, quasi mi leggesse nel pensiero, il mio compagno osserva:
– Soste attrezzate, chiodi predisposti e riportati nella relazione, tiro per tiro… Ma è davvero questo che cerchiamo? Libri, guide, riviste, abbiamo tutto, tutto è descritto alla perfezione, e se troviamo errori ce ne lamentiamo, perfino. Siamo viziati. Già da decenni i passaggi chiave si conoscono appiglio per appiglio, adesso anche il web è lì con pareri e notizie fresche che arrivano da ogni dove. Cosa rimane da scoprire?
– Sempre meno. – rispondo – Una volta, quando libri e guide erano rari ed i montanari parchi di informazioni, il mondo delle cime e delle pareti, delle valli e delle relative vie di salita era un unico, grande universo da penetrare e svelare. Ma l’uomo non può non coltivare la conoscenza e non divulgarne i relativi dati.
– È vero. Ma per quanto concerne la montagna occorrerebbe tracciare un limite, per lasciare spazio alla ricerca, per tener sotto pressione i cinque sensi. Allargando il discorso, è il fascino del mistero e dell’inconosciuto a stimolare curiosità sulle prime, donde poi seguono azione, indagine, studio. L’amore stesso è un progressivo cammino di scoperta. Se dubbi ed errori vengono eliminati la noia sarà l’unica realtà possibile, giorni piatti come una domenica in paradiso.
– Già, anche l’arte da secoli indica la medesima strada. Senti – chiedo di punto in bianco al mio compagno – qual è il primo nome d’artista che ti viene in mente?
– Michelangelo! – risponde lui di botto, senza la minima esitazione.
– Eh, eh… – ridacchio – me l’aspettavo. Perché Michelangelo è il prototipo dell’artista totale, innovativo, tormentato, irridente verso il potere, esigente con se stesso e dedito solo alle supreme tematiche dell’arte. Capace di riunire in sé le pulsioni di ogni epoca, primitiva o contemporanea che sia, e di mantenere insieme umana debolezza. Tutto questo è talmente noto ed acquisito da sembrare quasi un luogo comune. Ma uno degli aspetti più rivoluzionari, moderni e universali del suo linguaggio è il frequente ricorso al “non finito”, cioè la scelta consapevole di lasciare l’opera intrapresa a uno stadio formalmente intermedio tra l’abbozzo e quello che di solito viene ritenuto un livello medio di finitura. Fu Michelangelo a dare per primo dignità di opera conclusa al “non finito”, nelle dimensioni proprie della statuaria consueta e non nella scala ridotta del bozzetto. Ripenso al San Matteo, ad alcuni Prigioni che sembrano divincolarsi dalla costrizione della materia marmorea, allo sguardo fulminante del Bruto, all’inquietante Pietà Rondanini. Per lui era una scelta precisa perché zone di “non finito” sono spesso inserite in un contesto di “finito”. Non a caso l’uso del bozzetto – autonomo o meno, e in scale diverse – partì da quell’epoca per affermarsi giusto nella contigua e successiva età barocca, permanendo poi fino ai nostri giorni, anche se nell’arte moderna non ha più troppo senso parlare di “non finito”.
– Non mi ricordo del San Matteo e del Bruto, andrò a cercarmeli – replica l’amico – ma sono d’accordo con te. Allo stesso modo, le guide dovrebbero indicare solo una parte delle vie di salita. Ricordo le relazioni di Enzo Cozzolino: poche righe, indicazioni di massima, solo spostamenti significativi. Rivoluzionario anche in questo. E di certi percorsi, di tradizione valligiana e di caccia – penso a certi viàz o solchi di traversa, che vanno per le montagne come domestici anditi giunti a configurazione con il lavoro e il passaggio di generazioni di montanari – non bisognerebbe manco parlare. I segreti, qui, fanno bene. Mantengono riserbo e tensione.
– Esatto! So per certo che c’è anche qualcuno che fa vie nuove e non lo dice a nessuno. Come nel film Fahreneit 451 sarebbe bello tramandare la conoscenza della montagna solo a voce, mandando a memoria relazioni e notizie, e riservandole poi a un giro di iniziati. È una posizione limite, elitaria forse, quasi un assurdo, ma cosa vien da escogitare sentendosi premere da elicotteri, telefoni, gps, computer palmari, satelliti che ti frugano nelle tasche?
L’amico resta alquanto sovrappensiero. Poi:
– Forse si possono fare dei tentativi di recupero, poco per volta – dice infine, come parlando tra sé – linguaggi più sintetici, indicazioni precise ma di massima, per il facile e per il difficile, un ritorno a Cozzolino, insomma. E ripulire le pareti in silenzio, dimenticando il web, e noi stessi dimenticando ogni nostra azione compiuta in tal senso. Clandestinità assoluta, dato che alcuna iniziativa pubblicamente dibattuta ed intrapresa mi pare attuabile. Ma ciò presuppone un’autonomia di giudizio che va scomparendo, una cultura in via di estinzione, un impossibile affrancamento dalle tecnologie.
– Sì – ribadisco a mia volta – altro non rimane che affidarci ancora al segreto, al non detto. Ogni iniziativa dovrebbe apparire non tanto un obiettivo consapevole, ma che so? una scelta di stile, una lacuna, un’approssimazione, o addirittura un atteggiamento superficiale. C’è ben stato qualcuno che ha tacciato Michelangelo di sciatteria per certe sue opere non finite…
La partita si è conclusa, intanto, laggiù. Ma possiamo tranquillamente goderci il pomeriggio radioso, il giro d’orizzonte costellato di cime. Tanto più che la discesa non offre problemi: c’è tutta una serie di corde doppie su ancoraggi cementati e segnalati, e un ottimo sentiero di rientro.      
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lunedì, 20 agosto 2007

IL PROFUMO DI MESSNER

postato da melanialunazzi alle 10:59 in varia

La notizia è apparsa ieri sul sito del Corriere della Sera: Reinhold Messner lancia una nuova linea di profumi. Quattordici essenze, una per ogni Ottomila. Superata l'incredulità e lo stupore iniziali - personalmente in prima battuta ho esitato un attimo a mettere insieme l'immagine di Messner con quella di un profumo - non si può far altro che riconoscere a Messner uno straordinario talento commerciale, appena velato da quello che lui stesso pare aver definito «un messaggio a sostegno dell'agricoltura di alta montagna».

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sabato, 18 agosto 2007

AVVICINAMENTI (… ALLO SPIGOLO DELLA TORRE DELAGO)

postato da gabrielevilla alle 11:40 in storie

L’avvicinamento è una fase dell’arrampicata che ha un contenuto “teorico/culturale” ed uno “pratico/atletico”. Di certo è cultura, anche se limitatamente al campo alpinistico/geografico, lo studio di una montagna, la scelta di un itinerario piuttosto di un altro, la valutazione delle sue difficoltà, il rapportarle all’allenamento e alle capacità tecniche complessive della cordata, la scelta dei materiali necessari e del vestiario in base alla quota e all’esposizione della parete. E’ un lavoro culturale perché richiede una serie di conoscenze che non si improvvisano, ma vanno studiate, imparate e fatte proprie e queste conoscenze devono essere geografiche, tecniche, fisiologiche, meteorologiche, ambientali e più queste conoscenze sono affinate minore è il margine di rischio connesso all’ascensione, perché maggiore è il controllo da parte dell’alpinista di tutte le variabili in gioco. Credo che l’avvicinamento teorico/culturale ad una salita sia ciò che più di ogni altra cosa fa dell’alpinismo non uno sport, ma una “attività” umana a contenuto tecnico-sportivo. Il contenuto pratico/atletico dell’avvicinamento è la fase che va dal momento in cui si lascia l’auto in un qualche parcheggio per avvicinarsi prima alla montagna e poi alla parete da salire: è una fase prevalentemente fisica i cui aspetti però possono variare di molto per le influenze che ciò che ci apprestiamo a fare può avere sulla nostra psiche. Lo sa bene chi ha avuto occasione di aprire una “via nuova” in cui l’aspetto della “non conoscenza” del percorso, della necessità di proteggersi (e quindi di ulteriori capacità/conoscenze) assume un carattere preponderante che aumenta di molto il livello di stress e di impegno psicologico. Ma lo sa anche chi ricorda le proprie prime esperienze o chi si è impegnato in salite, magari anche facili, ma in ambienti complessi come un ghiacciaio crepacciato o una affilata cresta nevosa, magari ricca di pericolose cornici di neve e ghiaccio sospese su scivoli ripidissimi. Tutto questo per dire che l’avvicinamento può essere una semplice camminata (come quando si va in falesia o a percorrere una via semplice e protetta) come pure un impegno atletico anche rilevante con aspetti psicologici che possono essere fortemente condizionanti: insomma, può essere un’avventura nell’avventura.    

 

Io, proprio per quanto appena detto, non ho mai potuto dimenticare l’avvicinamento alla Torre Delago sul cui spigolo ho compiuto la mia prima scalata in cordata. Ed a maggior ragione lo ricordo per l’alto contenuto di stress che mi veniva da una paura del vuoto (per molto tempo creduta a livello fobico) che a fatica mi stavo sforzando di vincere per accedere a quel mondo dell’arrampicata da cui mi sentivo istintivamente e fortemente attratto. Così ne scrivevo in “Te rergòrdeto Jorge … el spigol Delago” in cui raccontavo le emozioni di quel giorno: “Mano a mano che si avvicinava il momento di scalare quella torre meravigliosa il mio stato di “trance” aumentava; sentivo lo stomaco che si chiudeva progressivamente e la paura lievitare fino a raggiungere livelli difficili da controllare. Il mio stato d’animo faceva contrasto con quello di Giulio (mio cugino) che era tranquillo, mentre Giorgio (il mio giovane capocordata), pregustando il momento dell’azione, più si avvicinava, più rendeva palese l’entusiasmo per l’imminente scalata. Io al contrario di lui, più ci avvicinavamo alla Torre e più avrei voluto continuare a camminare, forse anche all’infinito, per non iniziare quell’arrampicata che tanto temevo e desideravo allo stesso tempo.”.

Quello fu certamente uno degli avvicinamenti più sofferti, quello in cui l’impegno psicologico fu di certo preponderante rispetto a quello fisico della lunga camminata intrapresa da Gardeccia per portarci sotto la Torre Delago, ma anche quello che ricordo con più affetto perché mi aprì le porte al magico mondo dell’arrampicata, scatenando una passione che mi accompagna da tutta una vita, ad iniziare dal 15 agosto 1975, trentadue anni fa, giusti giusti.
 

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sabato, 11 agosto 2007

L'INCREDIBILE ESPERIMENTO DEL MIT

postato da andreasalva alle 18:52 in storie
Cari amici, vi scrivo per comunicare una scoperta che potrebbe cambiare la storia dell'alpinismo moderno. Ho ricevuto qualche giorno fa una sconvolgente lettera dal professor A.K., noto cibernetico americano. Purtroppo non posso farne il nome completo, ma vi assicuro che si tratta di una fonte attendibile. Sono rimasto perplesso, e non sapendo cosa fare, ho pensato di pubblicare una copia della lettera. Presumo che i nomi citati dal professore siano di fantasia, ma anche di questo non sono certo.

Carissimo Amico,
dopo i miei anni di studi presso il MIT mi godo la meritata pensione.
Ora posso finalmente liberarmi di un grande peso. Ti voglio rivelare alcune verità che potrebbero sconvolgere la storia dell'alpinismo moderno.

Ma veniamo al dunque, negli anni 70, appena entrato all'istituto come professore aggiunto di cibernetica, mi sono dedicato allo studio del cervello, soprattutto quando viene sottoposto a situazioni di alto stress e cosa ci poteva essere di meglio che analizzare quello degli alpinisti, uomini abituati a rischiare gratis la pelle e solo per passione personale, e sono pure tantissimi.
Inizialmente attaccammo una serie di trasmettitori che dalla zona temporale del cervello trasmettevano i dati cerebrali al nostro computer. Si offrirono degli arrampicatori di Boulder in Colorado; purtroppo il peso dell'apparecchiatura non permetteva loro di arrampicare decentemente e gli arrampicatori stessi non erano abituati a scalare con grossi pesi, per cui, su interessamento del prof. Xavier Pallaus dell'Università di Zurigo, pensammo di provare con degli alpinisti più avvezzi a portare grossi pesi senza soffrirne.

Dopo aver studiato tutte le forme d'onda decidemmo di tentare un esperimento incredibile: avremmo costruito un umanoide che sarebbe stato teleguidato da un alpinista comodamente seduto nei nostri laboratori; egli avrebbe potuto sentire le sensazioni del robot senza mettersi in pericolo.
Il progetto costosissimo fu naturalmente respinto ma successivamente il generale Amodio Clerk decise che poteva essere un esperimento interessante per i militari e così furono stanziati i soldi necessari.
Ma chi avrebbe potuto essere il prescelto? I servizi individuarono in M.R. un elemento interessante. Purtroppo il primo approccio fu negativo: l'uomo dal carattere indomito non ne volle sapere nemmeno di fronte ad un assegno a parecchi zeri. Ma il progetto era già avviato e i soldi stanziati e lui era l'uomo giusto, l'unico che avrebbe potuto portare al successo tutta l'operazione. Perciò i militari decisero di "convincerlo".
Fu rapito e portato nei laboratori, alcuni specialisti lo piegarono chimicamente e noi iniziammo a costruire un robot perfettamente somigliante. Il problema più grosso fu trovare un microchip così potente da poter parlare svariate lingue, e fino a qui nulla di strano, ma solo per dargli l'accento teutonico l'IBM lavorò per quasi un anno.

Ora penserai che tutto ciò è orribile, privare della libertà un uomo; io stesso ne fui sconvolto, ma poi in realtà mi fu promesso che una volta terminato l'esperimento egli sarebbe stato ricondizionato e riportato nel suo habitat senza alcuna conseguenza.
Il clone fu terminato. Noi scienziati piangemmo nel vederlo: era perfetto!

Fu spedito in Himalaya per partecipare alla scalata dell'Everest senza ossigeno. Tutti tremammo perché il silicone di cui era fatto avrebbe potuto rompersi in mille pezzi per il freddo intenso, ma non v'era più tempo. Dal nostro laboratorio M.R., quello vero, seguiva il suo alias con trepidazione.
Il campo base, il campo uno, tutto era perfetto, gli altri alpinisti troppo presi in se stessi non si accorsero neppure del cedimento di un orecchio che fu subito riattaccato da un agente dei servizi con del banale Attack, ma dal colle sud in poi, l'agente, colto da mal di montagna  non poté più seguire il nostro: egli era solo, all'istituto la tensione era altissima. Al mattino l'alias arrivò in vetta.

Dovemmo persino rallentarlo per rendere verosimile la sua incredibile scalata.
Egli avrebbe potuto fare il dislivello dal colle sud a 8000 metri alla cima in un ora visto che era alimentato da potenti pile al litio-cobalto fortunatamente riuscimmo a regolare l'alimentazione elettrica in maniera ottimale. Nella discesa perdemmo il contatto radio ma M.R., quello vero, era entusiasta di ciò che aveva provato e non voleva lasciare la sua postazione.
L'esperimento era riuscito, pregai il generale di lasciare libero il nostro ospite. Ma qui accade che i militari presero la situazione in mano loro e la ragion di stato ci costrinse a lavorare per loro."Ma perché smettere? " mi disse il generale "ora proviamo ancora un altro ottomila per vedere se funziona ancora così bene". Io non ero d'accordo ma fui costretto a lavorare minacciato di alto tradimento se avessi rivelato qualcosa. L'alias partì il mese dopo per un altro ottomila che salì con successo.

Solo che al ritorno a Kathmandu scomparve dai monitor e lo perdemmo: gli agenti lo cercarono per la città ma egli si era defilato. Leggendo poi i giornali scoprimmo che aveva salito un altra montagna, poi un'altra ancora fino a salire tutti gli ottomila della terra, era scaltrissimo e ci minacciò addirittura di svelare il nostro esperimento.
Ma come era potuto accadere? Noi scienziati ci mettemmo allo studio e alla fine scoprimmo che il programma caricato per gestire le funzioni base poteva apprendere, per cui rendeva autonomo l'alias. Si era addirittura messo a scrivere dei libri. I nostri psicologi ci passarono dei giorni per analizzarli e la loro conclusione fu: sono molto belli ed appassionanti e sicuramente non corretti con Word.
Il generale andò su tutte le furie e gli psicologi furono trasferiti immediatamente. Ricevetti alcune cartoline da Whitehorse nello Yukon.

M.R. originale fu liberato ma ritornato a casa cerco di riprendere il suo posto ma non fu creduto e sconfessato dal suo alias come millantatore. Dovette abbandonare il proposito di ritornare ad essere quello di prima. Non se la prese e cominciò andare in montagna normalmente, fece grandi cose su montagne sconosciute senza dire nulla a nessuno e scalò tutti gli ottomila con più calma. Anni dopo lo rincontrai e gli chiesi se avesse dei rimpianti: "No", disse.
"Ho potuto fare ciò che veramente volevo ed in fondo c'e un altro che si occupa delle noiose faccende che toccano a tutti gli uomini: pagare le bollette, andare dal commercialista, cercare gli sponsor, litigare con gli altri, fare le serate. Sono un uomo felice".
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IL “TIPETTO” DELLA MARMOLADA

postato da gabrielevilla alle 00:08 in storie

Era una fredda sera di gennaio del 1985 quando io e il mio amico ed abituale compagno di cordata Stefano “Bat” ci recammo alla Sala Estense; in programma quella sera c’era un incontro organizzato dallo Sci Cai della sezione di Ferrara con Tone Valeruz: “Sciatore dell’impossibile”, recitava la locandina e subito sotto c’era una foto molto eloquente. Entrambi conoscevamo le imprese di Valeruz, ma non è che ce ne fregasse poi più di tanto; a noi interessava l’alpinismo ed avremmo preferito che l’ospite fosse stato uno scalatore piuttosto che uno sciatore, per quanto illustre e conosciuto. La serata tuttavia si rivelò decisamente interessante e capimmo che in fondo Valeruz scendeva con gli sci dalle stesse montagne su cui noi avremmo desiderato salire e prima di scenderne lui stesso le saliva per sincerarsi della consistenza del manto nevoso e della migliore linea di discesa da seguire: era quindi “anche” un alpinista, lo scoprimmo, di certo ingenuamente e per nostra ignoranza, proprio quella sera. Ricordo che alla fine della proiezione l’organizzazione sistemò sul palco (la Sala Estense, in effetti, è anche “teatro”) una scrivania ed una seggiola, sulla quale, per rispondere alle consuete domande del pubblico in sala, arrivò a prendere posto l’ospite della serata, un “tipetto” biondino che, visto nella vastità del palcoscenico e così in lontananza, sembrava ancora più piccolo di quanto non fosse nella realtà. Noi eravamo in galleria, ma abbastanza vicini e, osservatolo bene, ci guardammo negli occhi facendoci insieme una domanda: “ma, allora era lui quello della Marmolada?”.

Ad entrambi era venuto alla mente il ricordo di quella mattina di inizio settembre (era il 1979) in cui eravamo in cima alla “Regina delle Dolomiti” dopo avere pernottato alla capanna. Il giorno prima avevamo salito la via di sinistra della parete ghiacciata che guarda Pian Fiacconi, legati in cordata, Stefano davanti con l’impegno che alla prima occasione avrebbe messo le viti da ghiaccio per procedere in una “conserva protetta”, ma lo strato di ghiaccio non aveva mai superato i dieci centimetri di spessore, sicché salimmo per 400 metri a corda tesa senza riuscire a posizionare nemmeno una sicura. Ricordo la tensione di quella salita “sprotetta” e inoltre la cena della sera, in particolare un piatto di minestrone con un enorme wurstel che vi galleggiava dentro, ed il mare di nuvole che fotografammo al mattino successivo dopo esserci alzati presto per “vedere” l’alba di un giorno senza una sola nuvola. Dopo aver fatto la colazione si stava oziando sulla vetta nei pressi della capanna, senza la necessità di salire, nè la fretta di scendere, quando, dopo un po’ si materializzò un "tipetto" arrivato da non si sa dove, non tanto alto, biondino, con un gilet imbottito e senza maniche. Si mise a parlare con il gestore che dava l’impressione di conoscerlo molto bene; era domenica mattina e sentimmo il “tipetto” raccontare che era partito in moto da casa, giù in Val di Fassa, arrivando con quella al Passo Ombretta e da qui aveva salito la Tomasson; di lì a un po’ sarebbe sceso per la ferrata, avrebbe ripreso la moto per rientrare a casa giusto in tempo per il pranzo. Avevamo ascoltato quella conversazione un po’ allibiti perché eravamo alpinisti più che normali ed alle prime armi e, anche se non avevamo motivo di dubitare che quanto diceva il “tipetto” corrispondesse a verità, ne eravamo increduli e lo guardavamo con lo stesso spirito con cui si guarda un film di fantascienza. Del resto per noi, allora, il concetto di “impossibile” già si materializzava quando camminavamo in Val Civetta sotto la muraglia della Nord-Ovest, pur sapendo che su quella parete erano state scritte intere pagine della storia dell’alpinismo e del “sesto grado” e che quindi sembrava impossibile, e in effetti lo era, solo per noi.

 

Quella sera alla Sala Estense dopo avere visto i filmati di Tone Valeruz, “sciatore dell’impossibile”, e richiamato alla mente quel suo ricordo sulla cima della Marmolada, capimmo che il concetto di impossibile deve essere sempre e comunque interpretato in maniera molto soggettiva. Quello che ad uno può sembrare impossibile, per un altro può essere normalità, soprattutto se quest’ultimo è un fuoriclasse. E quella esperienza la ricordo come una piccola, importante lezione di vita.  

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venerdì, 10 agosto 2007

LETTURE MINIMALI...

postato da giovannibusato alle 10:59 in recensioni
FRANZ BONI Una passeggiata sotto la pioggia alpinaFRANZ BONI
Una passeggiata sotto la pioggia alpina
2006 Tararà Edizioni – Verbania
Pag. 235 - euro 22.00
   
Piove, anzi, grandina.
E’ l’estate che viene spazzata via a “pallettoni” di ghiaccio.
Ad agosto si sta bene al lavoro…
Periodo di ferie questo; il ritmo dovrebbe rallentare invece una frenesia fastidiosa aggredisce “l’homo feriosus”.
Una lotta persa tra cose da fare e da non fare: andare in montagna e dormire, riposare gli occhi e leggere, far festa con amici e… ferie da sportivo!
Come bere un bicchiere di bianco senza il bianco.
Così per placare questo abbrivio di perversa positività propongo un libro che non racconta grandi imprese né eroi, se non quelli che affrontano con coraggio la banale quotidianità, così che anche per chi arriva in fondo alla passeggiata in centro e capisce che per i prossimi dieci giorni.. non c’è altro, sia confortato da queste parole… a fronte anche il testo in tedesco, se proprio si vuole.
Franz Boni, che si scrive con l’umlaut, è un poeta che i media tentano da anni di declassare a scrittore; il poeta e lo scrittore sono incompatibili, l’habitat del poeta è il silenzio, l’elemento dello scrittore è la loquacità.
Fedele a ciò Boni non concede interviste, non prende parte a discussioni, non scrive commenti e non firma petizioni; questo lo pone ai margini come i suoi personaggi: operai, ambulanti, vagabondi… In genere persone spinte senza scampo ai bordi di una società che non accetta individualità.
“I racconti non culminano in una castrofe che non può sopraggiungere perché una tale quotidianità è già una catastrofe permanente”.
Boni ambienta molti suoi racconti nel mondo della montagna, ma è una montagna dura, indifferente, che non offre rifugio.
La natura non è amica, il sole non scalda ne abbronza ma brucia; una parabola della società moderna distante dalla natura dalla quale, in realtà, ha adottato i processi più violenti, la selezione del più forte tra i più deboli.
“Una passeggiata sotto la pioggia alpina” è il racconto di una salita anonima, dal personaggio (A.) alla montagna; la storia è libera da ogni sovraccarico di particolari e divagazioni, quello che resta è l’uomo, in quel momento.
La mancanza di ogni motivazione a sostegno della storia, dà le vertigini... raramente si legge un’anima così nuda.
A mano a mano che sale, tra la fatica, il sudore e la paura di non arrivare in tempo alla malga cresce l’ansia per le sorti del racconto, poi finalmente il rifugio, gli altri uomini lì per la festa e le grandi discussioni da rifugio. I ricordi dell’infanzia che per tutti (è sempre così) è stata terribilmente bella!
“Tutti insieme avevano dipinto sul volto un sorriso dal quale non riuscivano più a disfarsi. E allora sedevano lì, con quelle facce di cuoio e quel sorriso che sembrava la bocca intagliata di una maschera di legno”.
Non era vero, come spesso accade, avevano avuto in realtà un’infanzia orrenda o banale nella migliore delle ipotesi, con ricordi o meglio traumi non ancora completamente superati.
Molti sono i personaggi nei quali identificarsi, ma Boni li viviseziona tutti senza scampo, ognuno viene portato all’essenzialità.
Così si ritrova un’essenzialità che a volte spaventa e si vorrebbe aggirare ma  dalla quale non si può scappare. La consapevolezza  serve per riprendere il giusto ritmo.
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giovedì, 09 agosto 2007

PRE-VACANZA: RIFLESSIONE A UNCINETTO [-: A BLOG UNIFICATI ;-]

postato da intrablog alle 09:58 in
Prima di annunciarvi le novità previste per i nostri blogger e l’avvio delle consultazioni per la data dell’eventuale riunione presso il Paese di Luca o tra le montagne sopra casa mia, una considerazione sull’alpinismo extraeuropeo. Più che altro per dare risposta a molte “interrogazioni” che mi sono giunte nell’ultima settimana, probabilmente ricordando i tempi di quando io seguivo di persona la cronaca alpinistica, ora scritta in modo ineccepibile, secondo quanto stabilito, da Carlo Caccia.
«Alberto, come mai non sono state riportate alcune notizie riguardanti salite degli italiani, come ad esempio il K2?» - estraggo da una mail che mi giunge da Ettore di Padova.
Semplice, intotherocks riporta news di alpinismo esplorativo e non mi sembra che sul K2 gli italiani abbiano fatto alpinismo esplorativo, sia quest’anno che nel 2004 ;-)
«Non trovi vergognoso che alcuni editorialisti, come Agostino Da Polenza, intervengano con editoriali veramente duri, addirittura ingiuriosi, mentre alpinisti stanno ancora giocando la loro vita sulle montagne, senza ancora conoscerne i particolari o sentirne le testimonianze dirette?» - scrive Luca da Torino. Se ti riferisci alle vicenda K2 di quest’anno trovo, in primo grado, poco gentile che si parli gratuitamente nel mentre qualcuno sta per morire e non si sa ancora se è morto. Un atteggiamento perciò PREsuntuoso, PREpotente. Vergognoso? Non so, la vergogna è un sentimento piuttosto soggettivo. Più oggettiva trovo la blasfemia, la quale è spesso seguita da un pubblico atto di dolore, ragion per cui chi la commette non tarda a far seguire alla malafatta un’attestazione di dolore per rimediare alla propria colpa. Non posso certamente indagare, io, le profondità di una persona che non conosco, ma attenendomi ai fatti sono rimasto stupito nel leggere il secondo editoriale dove l’editorialista riportava, contrito dal dolore a doppia mandata (una mandata arrivava dal primo editoriale), il nome dei caduti di sua conoscenza, di altre spedizioni, dimenticando qui il caro Mazzoleni, partecipante alla spedizione da lui stesso organizzata, come se tutti gli altri morti servissero, in quest’occasione, da capri espiatori per l’unica morte giusta, o giustificabile, sul K2, secondo quanto lascia invece intuire il primo editoriale. L’eccezione non sempre conferma la regola. C’è chi vuole, o crede, di essere sempre nel giusto. Noi qualche volta sbagliamo.
«Ma leggi le news di montagna.tv…?? come si fa a dare credito a certe cose smentite dai loro stessi reportage! Boicottiamo tutti ‘sti siti manovrati da chissà quali insondabili interessi!» - scrive, arrabbiato come solo i romani sanno essere, Dario da Roma, invitandomi a vedere il video dell’arrivo di Mondinelli, accolto, secondo il titolo del portale sopra citato, da un “bagno di folla”. In verità, senza nulla togliere al titanico e modesto Mondinelli che si meriterebbe una folla da stadio molto di più dei palloni gonfiati del calcio, c’erano i soliti quattro gatti - familiari e amici e qualche giornalista - che ci sono alla fine di ogni spedizione. Se pesco nella memoria ho visto molta più gente in altre occasioni ed è inutile montare ciò che al giorno d’oggi non si può più montare. Allo stesso modo trovo veramente scoraggiante certe cose che si scrivono in quel portale. Anche per i ragazzi del Gasherbrum II, al ritorno da una grande salita, così, a chiamarli eroi, in un battibaleno, senza il respiro della storia, assodando ciò che deve ancora essere raccontato e cavalcando tempi e metodi della retorica d’altri tempi… non è un bel leggere. Alla fine si scredita tutto il movimento alpinistico italiano che vorrebbe far passare l’esplorazione delle terre alte per quello che è, una magnifica avventura, non una conquista eroica. Boicottare? Non so, ognuno in rete può girare dove vuole senza recare sensibili danni o benefici. Io suggerisco solo di prendere con i dissipatori, per usare un linguaggio alpinistico, tutto ciò che è frutto di autoreferenze. I casi sopra citati sembrano dimostrare autoreferenzialità e autocompiacimento all’ennesima potenza. D’altra canto non c’è occasione che l’alpinista Da Polenza non ricordi che lui c’è stato in cima al K2, su quella montagna schifosa che anche quest’anno ha avuto i suoi imperscrutabili e ingiustificabili morti. Che dire, certe nature (donne e uomini compresi) sono schifose per la loro bellezza inavvicinabile, pericolosa (eschif, anticamente significava “aver riguardo”). Guai a toccarli.
Ultima domanda: «Hai visto stamattina, Lugli è ricomparso. Ti ricordi
la tua nota sulla sospensione di qualche anno fa? [v. nota 79/04 n.d.r.]»… mi ha scritto ieri uno dei miei vecchi amici, Enrico da Belluno. Eh sì, il Manuel Lugli non ha resistito dall’intervenire sull’acceso dibattito innescato dallo sproloquio di cui sopra, ripreso con discrezione e intelligenza - i dissipatori di prima - da Nicolò Berzi e ora alla fine, chiosato da me, visto che mi si vuole ancora in campo dopo il mio abbandono dal “campo” [infatti ora mi sono messo a trasportare morti giù dalle montagne visto che troppi ce ne sono lassù, spesso dimenticati]. Si può smentire  Lugli? Come in passato, in parte dice bene, comincia bene il discorso, ma poi non affonda. Capisco anche il perché. Ognuno tira l’acqua al proprio mulino e pochi hanno un mulino che si autoalimenta. Lui ha una professionalità da difendere. Un lavoro. Come c’è l’ha da Polenza. Sì, si potrebbe fare il solito dibattito, poco sereno e poco articolato sull’argomento. Ma quale dovrebbe essere l’argomento? Forse dovrebbe aggirarsi attorno alla parola “alpinismo” e alla locuzione “alta quota” + l’equazione “alta quota-morte”, come suggerito? No, non credo. Non si batterebbero strade non battute. Ma strade vecchie piene di polvere, dimenticandosi forse della pattumiera che scorre ai lati, la pattumiera di un certo alpinismo pompato da certi media, un alpinismo che non sa più riconoscere se stesso. Da quanti anni cerchiamo di dire che l’alpinismo ha di per sé un potenziale universale straordinario e che non siamo capaci di tirarlo fuori, specie quando per attirare l’attenzione del pubblico (e degli sponsor) svende la propria peculiare natura legandola ad artificiosi quanto inutili record, ad anniversari altisonanti ma che non riescono poi a creare valore aggiunto, ad attività che esulano dall’alpinismo e che affibbiano la propria spedizione, che so io, alla benedizione del Dalai Lama, ad uno che arriva al campo base scalzo, nudo, o con il bitorzolo impacchettato da qualche famoso brand, o che affida la propria passione a giornalisti che coltivano il sensazionalismo e l’ipocrisia dell’isola dei famosi invece di dare voce alla semplice bellezza, senza altri ornamenti, di salire una montagna??! Giornalisti che spesso costruiscono castelli di fumo semplicemente per pagarsi un bel viaggio in terre remote sperando di risvegliare l’ottusità dei loro sensi, compro[]messi.
«Andate a quel paese tutti» [non il nostro:-], mi ha sussurrato stanotte la mia sub-coscienza, durante la mia quotidiana digi-battaglia con la tastiera nera, consumata, da dove volevano emergere frasi del tipo:-« boicottate tutte le spedizioni di commercianti, i dispensatori di sogni ossigenati e i siti che producono facile ORGasmo »-: Che volete farci? Stamattina, al risveglio, indeciso se pubblicare, ho chiesto consiglio a Bernardo Soares il quale mi ha detto, perentorio: «vivere è fare l’uncinetto con l’opinione degli altri». Questo sì che è un maestro, ho pensato. Ed eccomi di fronte a voi. Di nuovo al fronte.
In origine, invece, io volevo semplicemente intervenire prime delle vacanze per ricordarvi che sono sempre presente, anche se video-assente e nonostante le solite maledizioni che mi arriveranno dopo questa breve apparizione. Ma ho molte sorprese in serbo. Non mi scoraggio certo per eventuali controeditoriali. Che cosa si vuole o si crede? Che la gente taccia sempre e ascolti senza replicare dopo uscite del genere. Attaccatevi ai computer, cari amici, e inondate di lettere a 360° e quant’altro chi abusa dell’informazione, chi la rende banale e omogeneizzata per i delicati stomachini dei loro clienti. Scrivete il vostro dissenso ai quotidiani, alle riviste, ai siti, a tutti! Nel frattempo io aspetto il blog-gruppo a settembre o ad ottobre a casa di Luca, al Paese o sulle montagne dietro casa mia. Oggi volevo solo annunciarvi (-: dopo la “riflessione a uncinetto” :-) che i nostri siti stanno procedendo bene e per la fine dell’anno, se continuiamo così, potrebbe uscire il nuovo intraisass/intotherocks cartaceo. Tutto impostato, o ispirato, dai nuovi blog & bloggers. Presto vi aggiornerò. Ora  ci aspetta una settimana di ferie e una metà di agosto a regime ridotto per entrambi i siti. Un caro saluto.
albertoperuffointrablog
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