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giovedì, 31 maggio 2007

UBRIACATEVI 2 - PECCATO ED ESPIAZIONE

postato da mariocrespan alle 09:27 in ritorni a valle
FIGURA NELLA CASA di Mario CrespanL’inverno del 1934 portò copiose nevicate. Non più strade ma sentieri, scavati tra muri di neve alti due metri e più. A fatica si ricavavano camminamenti attorno alle case e la gente se ne stava rintanata. Ma un giorno – bisogna pur vivere – Pietro dovette salire a Costalta a recapitare un telegramma urgente per conto delle zie, responsabili della Posta. Assolto l’incarico, dopo una congrua bevuta all’osteria, verso sera – sconsigliato da tutti ­– iniziò la discesa in piena tormenta: era Carnevale, e Pietro non voleva perdere il ballo, giù in paese. Lo smottamento lo colse all’improvviso, lo trascinò lungo il pendìo e lo seppellì. Con un pezzo di legno che, per caso, gli finì in mano riuscì a scavare un pertugio per respirare e gridare aiuto. Ma nessuno accorse e non gli restò che passare la notte in quel buco, vegliato dal dio dei santi bevitori. Solo la mattina le grida furono udite e arrivarono i soccorsi. Escluso qualche lieve congelamento non patì altre conseguenze, ma nondimeno l’evento segnò in modo indelebile la sua esistenza, ponendosi come uno zero pesante e imperituro sull’asse cartesiano del suo tempo terreno. Egli, poco più che trentenne, da allora suddivise gli avvenimenti in due categorie: quelli accaduti prima d’la lavina, e quelli accaduti dopo d’la lavina.  
Pietro era un uomo massiccio ma asciutto, esprimeva forza rattenuta. Il volto era modellato secondo l’inconfondibile impronta di famiglia e vi si scorgevano strette analogie con i volti delle zie, che abitavano con lui nella grande casa in cui aveva sede anche l’Ufficio Postale. Il caso e le necessità gli avevano impedito di farsi una famiglia propria e perciò egli aveva umilmente dedicato la vita alla vita della casa ed ai suoi abitanti. Tutti ­– i parenti stabili nella casa o di passaggio, ma anche gli stessi compaesani – impararono ad apprezzarlo e a volergli bene. E non solo per la sua prodigiosa capacità di sbrigare i lavori manuali più diversi ma soprattutto per il suo innato e formidabile talento di affabulatore. Un talento che Pietro riservava, però, a due differenti platee: la prima, tra le mura domestiche, era formata dai bambini della casa e dai loro amichetti del vicinato; la seconda la raccoglieva attorno a sé in osteria, quando vi si recava.
Ai bambini egli ammanniva vicende più o meno fiabesche, i canovacci delle quali andava a reperire in certi suoi libri sdruciti e scuciti, dalle illustrazioni al tratto. Qui, in interminabili storie a puntate, badava a far trionfare valori buoni, lealtà, etica. Aveva cura di riprendere il filo della narrazione nel punto in cui l’aveva interrotto la sera precedente, anzi, un poco più a monte: “tornón ‘n tìn indói” (torniamo un po’ indietro) era il suo immancabile esordio, all’inizio di ogni puntata.
Le sue esibizioni in osteria, invece, erano assai più articolate, meno edificanti e più realistiche –così di certo accadde anche a Costalta, il fatale giorno d’la lavina. E si sapeva che la lavina medesima, magari di passata, compariva sempre nei suoi racconti: a un tratto, nel pieno della narrazione, Pietro si faceva serio e, girando gli occhi sui presenti, ricordava: “i n’éra prima [o dopo] d’la lavina”. La famigliarità con la vita di valle – persone, luoghi, intrecci, leggende – gli consentiva di dosare con consumato mestiere realtà e finzione, popolari riferimenti culturali e aneddoti desunti dal quotidiano. All’occorrenza, Pietro si inoltrava persino in realtà intrise di soprannaturale, quasi fosse un veggente, un testimone a contatto con le divinità della montagna. Poi, d’improvviso, tornava a gag esilaranti, avvalendosi di un umorismo intuitivo, acuto e dissacrante che faceva la gioia dei presenti e non risparmiava nulla e nessuno. Un divertimento assicurato. Per dare il meglio di sé, però – come il chapliniano Calvero di Luci della ribalta – doveva ricorrere ad abbondanti libagioni. Una pratica di cui beatamente si compiaceva anche perché, grazie all’alcol, la fantasia viaggiava sbrigliatissima. Tutti chiudevano un occhio su tale sacro alcolismo ispirato, tranne le zie che temevano che Pietro venisse malignamente tirato ad esibirsi come un pagliaccio. In effetti c’era chi approfittava di lui, della sua ingenua bontà. Così qualcuno ripagava la sua leggerezza geniale.
 
Ricordo le ultime estati in valle prima delle disastrose alluvioni del 1965 e del 1966, quando il bosco e il Piave dialogavano da presso e si modellavano a vicenda, gentilmente. C’erano notti in cui si tirava tardi. Nessun fantasma lungo il cammino, solo spiriti buoni, pur tra mille inciampi. La luna, a seconda della compagnia, da solitario astro d’argento poteva diventare na pezha de formài. Quando, finalmente, il primo chiarore rosato scaldava il cielo a nord della Terza Piccola si ricomponevano strutture di vita mentre i nostri passi riportavano in vista della grande casa. Una volta riconoscemmo da lontano una ben nota figura. Il vecchio Pietro era lì, seduto sulla panchina sotto casa, immobile e quasi contrito, lo sguardo perduto nel buio. Quando, all’ultimo momento, si accorse del nostro stupore, farfugliò: “ei’nbusó la ciài de kèlk banda e’n sèi pì gnó” (non ricordo più dove ho messo la chiave). Qualcosa, però, non ci convinceva e non ci volle molto per far luce sull’episodio – tutti, del resto, erano al corrente e ne sorridevano. Ma quale chiave smarrita? Erano le zie che l’avevano fatta sparire. Prima. Prima che Pietro – le cui intenzioni erano trasparenti – si recasse a sostenere l’ennesima esibizione, previa sbronza, cui era atteso dal suo fedele pubblico. Egli oramai sapeva che rincasando avrebbe trovato la porta chiusa a tripla mandata. Gli volevano un bene dell’anima, le zie, ma su quel punto erano inflessibili. E Pietro accettava quel bivacco di espiazione, ed anzi penso che approvasse in pieno la scelta delle zie.
Ho ancora negli occhi le sue veglie, talora disteso e rannicchiato sulla panchina che lo sporto del tetto proteggeva appena, avvoltolato in una pesante coperta che teneva a disposizione per le ore più fredde o piovose. Dove erravano i suoi pensieri in quelle notti trascorse all’addiaccio, gli occhi incollati alla fissità incommensurabile di un arcano universo? Come riprendeva il sopravvento l’assurdo consueto dei giorni sugli sprazzi di verità da poco e per poco assaporati?
A volte, nel cuore della notte, mi affacciavo sul piól e lo vedevo là sotto, e mi sorprendevo a invidiarne la serenità di fondo, la rivoluzione gioiosa, l’espiazione tacitamente concordata. Pietro, a tanti anni d’la lavina, continuava il suo limpido cammino ed era lì ad interpretare l’esile filo del vivere, la nostra estrema fragilità.
 
[Con nove parole di Fabrizio De Andrè]
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martedì, 29 maggio 2007

VERTICAL GAMES - SECONDO TURNO

postato da carlocaccia alle 13:17 in cultura
VOTA LE GRANDI MONTAGNE DEL 2008
E' partito il secondo turno di Vertical Games, il gioco-sondaggio con cui la redazione di ALP, il mensile italiano di alpinismo, chiede agli appassionati di pronunciarsi sulle 2 Grandi Montagne che verranno pubblicate nella classica collezione del 2008. Dopo un primo turno appassionante, delle iniziali 8 montagne sono rimaste 4 cime al vertice del gradimento degli appassionati. In particolare è stato molto combattuto il match fra l'Eiger e il McKinley (quest'ultima uscita sconfitta: 47% contro 53%). Gli altri risultati: Alpi Giulie 20% - Civetta 80%; Adamello 56% - Badile 44%; Magnifici 4000 69% - Gran Sasso 31%. Ora nelle semifinali si affrontano Civetta contro Adamello e Magnifici 4000 contro Eiger. Si vota dal 29 maggio al 4 giugno. Questo turno designerà le due montagne che si affronteranno nella finalissima (votazioni dal 5 all'11 giugno). La montagna che verrà incoronata vincitrice dei Vertical Games sarà poi la prima ad uscire nella collana di ALP nella primavera 2008. Buon divertimento a tutti!
www.cdavivalda.it/sondaggi/vertical_games.php
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venerdì, 25 maggio 2007

L’IMPRINTING DELLA MONTAGNA

postato da gabrielevilla alle 16:22 in storie

Si era appena iscritto alla nostra Sezione, il giovane Michele, e lo aveva fatto appositamente per poter frequentare il corso di alpinismo. Gli si leggeva negli occhi la passione per la montagna e, successivamente, scoprimmo che era nel suo Dna, avendo la madre originaria di Cibiana di Cadore, luogo dove ancora abitava la nonna e queste origini spiegavano molte cose.

E lui, proprio là dalla nonna materna, passava le vacanze estive, non lontano da dove le passavo io, solo una valle più in là, un po’ più verso est. Al termine di quel corso di alpinismo ci scambiammo i numeri di telefono e la promessa che ci saremmo incontrati per un’arrampicata, anche se, nessuno dei due, forse ci credeva molto. E invece ad agosto mi ero ricordato di quel numero di telefono, lo avevo chiamato ed infine ci eravamo incontrati a Forcella Cibiana, con lo scopo di arrampicare insieme. Quando ci trovammo e gli chiesi se aveva qualche idea di dove andare ad arrampicare ricordo che mi disse: “Sono cresciuto sotto il Sassolungo di Cibiana. Per me è una montagna simbolo e da sempre ho desiderato di salirla. Se sei d’accordo vorrei fare quella …”. Conoscevo quella sensazione, ripensai al “mio” Civetta, alle estati della mia adolescenza passate a Pecol sotto a quello “sfondo” meraviglioso della parete nord ovest e fui d’accordo. Del resto la salita del Sassolungo di Cibiana non presenta soverchie difficoltà e andava benissimo per noi che non avevamo ancora arrampicato assieme fino ad allora. Facemmo le cose per bene, andando all’attacco con tutto il materiale d’arrampicata, martello e chiodi compresi e iniziammo a salire con l’accordo che alla prima difficoltà ci saremmo legati in cordata e così, passo dopo passo, arrivammo in cima senza averlo fatto. Ricordo la foto che gli scattai sulla vetta, quel suo sorriso di felicità stampato sul volto incorniciato da una zazzera di capelli alla Angelo Branduardi. Mi confessò con grande semplicità e una punta di commozione:

“Oggi mi hai aiutato a realizzare un sogno che avevo fin da bambino e ne sono felice”.

In effetti, io non avevo fatto gran che; semplicemente lui era cresciuto, acquisendo la capacità di fare ciò che per anni aveva sognato. Quella fu la prima di tante scalate che lo fecero diventare oltre che un bravo alpinista anche un ottimo istruttore di alpinismo del Cai. Credo che quel giorno lui avesse provato qualcosa di molto simile a ciò che avevo provato io nell’ormai lontano 1976 quando ero arrivato (e potei dire… finalmente!) sulla cima del “mio” Civetta. Entrambi avevamo subito l’imprinting di una montagna che aveva riempito le nostre fantasie e saputo accendere in noi una grande, inesauribile passione.

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CROLLI 4 - SUL LIMITE

postato da mariocrespan alle 10:07 in ritorni a valle
Mount Aiguille di Mario CrespanPare impossibile. Il mito del tappeto volante qui diviene realtà. Un prato librato nell’aria, nel cielo. Cento metri per settecento, concavo appena e in assetto lievemente cabrato verso nordovest, dove culmina. Erba e fiori a iosa in una grande pace azzurrina e, tutto attorno, pareti a picco alte da 200 a 350 metri. Una costruzione isolata, isolatissima, sorprendente, un superstite lembo d’altopiano scampato all’erosione. Una lunga pala di roccia che, vista d’infilata – per esempio dai pressi di Saint-Michel-les-Portes – appare come uno squadrato torrione che, improvviso, si slanci in alto. Il Mont Aiguille, un tempo detto Mont Inaccessible e rappresentato come una piramide capovolta, non è solo una delle sette meraviglie del Vercors, è una meraviglia in assoluto.
Non c’è da stupirsi se il ventenne Carlo VIII, re di Francia ed ultimo dei Valois, ne rimanesse folgorato, pur a distanza. A tal punto fu colpito da quella provocazione di pietra da affidarne la conquista seduta stante ad un ufficiale del suo seguito, il capitano Antoine De Ville. Correva il mese di novembre dell’anno 1490. De Ville, da buon militare, cominciò a reclutare degli specialisti nell’assalto ai castelli: un carpentiere, uno scalpellino e un esperto di scale. La preparazione dell’impresa, con ricognizioni varie, durò più di un anno e mezzo. Un vero e proprio campo base fu installato sotto la parete grazie ad una folta manovalanza di soldati di De Ville i quali, poi – oltre a curare la complessa logistica della spedizione – poco per volta, agli ordini dei citati specialisti, attrezzarono l’intera via con scale opportunamente studiate ed incastrate. L’ascensione finale del 26 luglio 1492 fu riservata ad otto uomini, compresi gli immancabili ecclesiastici. Essa fu ulteriormente facilitata dall’uso di alcuni ganci arpionati nella roccia. A quanto pare, i moderni cliffhanger hanno origine assai remota.
Se Antoine De Ville, per iscritto, si dilunga in dettagli sulla cima – dove, assieme agli altri, rimase nove giorni, erigendo un piccolo rifugio e tre visibilissime croci – nulla dice circa la via di salita: né il tracciato, né le modalità dell’ascesa. La quale, del resto, non doveva essere troppo difficile se altre ventidue persone poterono ripeterla in quegli stessi giorni, approfittando delle attrezzature. Di sicuro essa si snodava sul lato nordovest, il meno alto e il più “lavorato”, dove il calcare presenta canali, cenge, una bella guglia (la Vierge, ovviamente) e verticalità meno accentuata. Di qua riuscirono a scendere con gli sci Pierre Tardivel e Rémi Lécluse nel 1992 e qui tuttora passa la via normale e la vicina Voie des Tubulaires, una successione di colatoi con qualche passaggio di terzo grado.
 
Oggi, 17 luglio 1992, anche noi siamo quassù a curiosare, irresistibilmente attratti da questo monolite carico di storia. Sulle sue pareti, dai primi del Novecento, si è avvicendata l’élite dell’alpinismo francese, tracciando una nutrita serie di linee, spesso estreme. Ma a noi basta la normale, attrezzata nei due terzi superiori: per accedere alla ferrata (antica,1876, a più riprese manomessa e contestata) occorre però superare il pedaggio iniziale di due facili ma verticali tiri di corda. Alla fine uno stretto canale conduce a sbucare, del tutto a sorpresa, sul dolcissimo e fiorito pianoro sommitale.
Ora ci avviamo verso la cima, dove – a quota 2087 – culmina la verde ala del prato. A poco a poco i profili dei ciglioni laterali tendono a convergere e si aprono alle lontane ondulazioni dell’amplissimo orizzonte. Mai mi sono imbattuto in una così immediata senzazione di aperto, di leggero, di volo. Ecco gli ultimi ciuffi d’erba, cosa si vedrà al di là? Mi prende un batticuore. Manca qualche metro, solo qualche metro, ma continuo a non vedere nulla. Né davanti a me, né ai lati, nulla. Oramai sono a centimetri, e ancora nulla. Allora – non si sa mai – decido di procedere strisciando, tanto è questione di pochissino. Finalmente metto il naso oltre l’ultimo filo d’erba e il mio sguardo trepidante è subito inghiottito da un vuoto improvviso e totale. So che la stretta parete nordest è la più alta, ma ad essa si aggiunge il franante scoscendimento basale, il Ravin de Gaudissart, un altro notevole salto prima di ritrovare il bosco. In tutto, neanche mille metri. Di certo ho visto abissi più profondi, ma mai tanto repentini e dominati dall’apice di un simile isolamento. Chissà, se aprissi le braccia forse potrei volare davvero, tirandomi dietro il verde, magico tappeto.

Ma perché essere qui è molto, perché sembra abbia bisogno
di noi tutto quello che è qui, l’effimero che
stranamente ci riguarda. Di noi, i più effimeri. Una volta
ogni cosa, soltanto una volta. Una volta e non più. E anche noi
una volta. Mai più. Ma questo
essere stati una volta, seppure solo una volta:
essere stati terreni, non pare sia revocabile.

Da raso terra posso osservare meglio il passaggio dalla verticale della parete alle radici dell’erba. È evidente l’instabilità del tessuto roccioso, una infida struttura a cubetti marci e giallastri, intrisi di terriccio. Solo più tardi scoprirò quanto il Mont Aiguille sia soggetto a frane, specialmente sotto la vetta, proprio qui dove mi trovo. Per limitarci agli ultimi episodi: nel 1943 un cospicuo crollo dello sperone nord ridisegnò la cima e si portò via la grande croce che vi stava sopra. Nel 1950 un’altra frattura sconquassò di nuovo la parete nord e, nel 1957, un enorme franamento all’estremità del lato nordovest distrusse ben quindici ettari della sottostante foresta di Draye. Nel 1962, sempre dal tormentato versante nord, si staccò l’ennesima frana arrivando a sommergere la strada di Trézanne, due chilometri a valle. Insomma, sono inconsciamente disteso sull’angolo più friabile e insicuro di questo giardino incantato ed i fili d’erba che mi solleticano il naso stanno sul limite effimero sospeso tra sopravvivenza ed immane rovina.
Ridisceso alla base, vado a sbirciare lo zoccolo proteso sull’orrido Ravin de Gaudissart. Strati grigioverdastri di calcare barremiano formano un dirupo di repulsivo aspetto, simile a un gigantesco, sinistro millefoglie. Il semplice transito sopra tale precipizio, alla base dei pilastri nord e nordest, appare pericoloso e sconsigliabile. Qui davvero si tocca con mano, assieme alla nostra, la precarietà delle montagne.
E pensare che il prato celeste del Mont Aiguille era ritenuto luogo di confino per dee e ninfe cacciate dall’Olimpo le quali – si narra – ogni giorno lavavano con la rugiada la loro bianca tunica, stendendola poi ad asciugare. Un maresciallo inglese, tale Gervais de Tilbury, salendo nel 1211 il Gran Veymont, la più alta cima del Vercors (alpinismo antico qui, nell’Isère), ebbe modo di scorgere da lassù il candore di quei panni al sole. O erano le ultime chiazze di neve dell’inverno? Non lo sapremo mai…
 
[Versi di Rainer Maria Rilke, da “La nona elegia” in Elegie Duinesi]
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mercoledì, 23 maggio 2007

VERTICAL GAMES

postato da carlocaccia alle 16:36 in cultura
Con Alp Grandi Montagne Catinaccio, in edicola in questi giorni, Alp lancia la nuova iniziativa sul web: vota le Grandi Montagne che verranno pubblicate nel 2008 su www.cdavivalda.it/sondaggi/vertical_games.php.
 Alp, per scegliere le Grandi Montagne che verranno pubblicate nel 2008, propone Vertical Games, un'appassionante sfida fra 8 montagne selezionate dalla redazione di Alp: soltanto 2 - fra quelle che i lettori voteranno sul web - risulteranno vincitrici. La prima sarà anche quella che, in ordine di tempo, uscirà per prima nell'anno.
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GINO SOLDA' E IL SUO TEMPO

Gino Soldà - Mostra di Adriano Tombacari amici, sabato 26 maggio si celebra a Valdagno Gino Soldà, uno dei maestri, a noi più cari, dell'alpinismo italiano.
Organizzatore dell'evento Adriano Tomba, grande fotografo vicentino e profondo conoscitore della storia delle nostre montagne e della figura di Soldà. Ecco un breve riassunto + alcune immagini dell'evento e della mostra celebrativa curata da Tomba e dalla nostra casa editrice.

Gino Soldà e il suo tempoGINO SOLDA’ E IL SUO TEMPO
Un protagonista dell’alpinismo e la storia del Novecento
Programma dei lavori
Ore 9.30 Saluto dei sindaci di Valdagno e Recoaro
Intervento del Presidente del Club Alpino Italiano prof. Annibale Salsa
Relazioni
La valle di Gino – Recoaro e Valdagno tra sviluppo e crisi
Giorgio Trivelli, storico


La montagna e il fascismo
Alessandro Pastore, docente di Storia moderna Università di Verona

Ore 15.00 Ripresa dei lavori
Proiezione del film Direttissima, Premio “Mario Bello” del Club Alpino Italiano
al Filmfestival di Trento del 1960. In collaborazione con il Trentofilmfestival.
Le stagioni di Gino SoldàSarà presente il regista Lothar Brandler.

Soldà e l’epoca d’oro del sesto grado
Enrico Camanni, direttore de L’ALPE

L’esperienza partigiana di Gino Soldà
Maurizio Dal Lago, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea
“Ettore Gallo” - Vicenza

Coordinerà i lavori il prof. Paolo Preto, docente di Storia moderna Università di Padova
La conclusione dei lavori è prevista per le ore 17.30.

 

domenica, 20 maggio 2007

SCIALPINISTICA...

postato da giovannibusato alle 19:33 in storie
Salimmo al Rif. Milano con l’ultima corsa della seggiovia (ero giovane), i vetri bagnati della cabina davano il leggero senso di nausea che dà la nebbia, mentre il manovratore, consunto dal dislivello, ci guardava strano, merito forse del nostro abbigliamento improbabile... Tra i meglio vestiti, indossavo un paio di blue jeans, maglione, Kway e coppola con occhiali da ghiacciaio in alluminio mod. H. Buhl.
Usciti sulla morena, in breve sparimmo nella nebbia densa seguendo l’ampia traccia per il rif. Casati che si infilava in un muro bianco.
Sul ghiacciaio prima sorpresa, niente pelli... dimenticate! Affondando al ginocchio, smoccolando e sudando seguii i compagni che, piano piano si allontanavano... giurerei sorridendo...
A Cima Solda la tirammo su dritta... alla vigliacca, sotto una pioggia battente con abbondanza di lampi e tuoni e la convinzione che sicuramente un fulmine avrebbe centrato la punta degli sci legati allo zaino!
Bagnati anche nei pensieri entrammo al rifugio, il gestore aveva lo stesso sguardo del manovratore... Ci chiese dove andavamo: ...al gran Zebrù!  ...a ecco pensò, mi sembravano strani!
Il programma prevedeva, l’indomani, di scendere verso il Pizzini e poi Salire al Gran Zebrù per poi ritornare a Solda dal Passo del Bicchiere!
La sera bevemmo alla salute della gita e ci coricammo sperando che il giorno dopo piovesse ma soprattutto che il letto smettesse di partecipare all’America’s Cup!
All’alba invece una stellata siderale illuminava il ghiacciaio di una luce lattiginosa, indossai jeans e maglione ancora fradici e partimmo; mai fu così indovinata una gita che partiva in discesa..s perdere quota per smaltire la sbornia!
Al sorgere del sole riprendemmo a salire..s qualcuno senza pelli! Ma stavolta nessuno rideva, anche l’allenamento a bere birra è importante. Sulla spalla all’uscita del canale buona parte della truppa, ormai di color verdino, cedette di schianto... intanto al sole le brache si erano asciugate e stavo quasi bene, ma, in realtà, stavo solo meglio degli altri… raggiunsi la croce convinto che non ci fosse mai stata prima, convinto di averla portata su io in quel momento!
Dopo aver preso fiato calzai gli sci e li sporsi sul baratro della nord, ma non scesi, perché pensai: quando la racconterò, non so perché, ma non mi crederà nessuno!! Così la storia cambiò e tornai alla spalla dove gli amici avevano ripreso le forze.
Scendemmo faccia a monte dal Passo della Bottiglia perché era bello ripido ma quando avevo osato accennare alla possibilità di scendere con gli sci era successo il finimondo di paure, oscuri presagi e tragedie... così scendemmo... e scendemmo fino a perdere l’uso della postura eretta.
Il sole era ormai alto e ustionante, calzammo gli sci nella speranza di un abbrivio refrigerante... pochi metri per capire che non ci sarebbe stata tregua, la neve spugnosa si attaccava alle solette d’altri tempi in uno zoccolo disperante.
Guadagnammo distrutti la funivia (ero giovane)... il manovratore ci guardò… indovina…
Ma ormai era finita, al diavolo il manovratore, il Gran Zebrù e questa malattia... la montagna.
Ci fiondammo nel primo bar di Solda, la padrona austriaca ci guardò in modo austriaco, ordinammo birra non stop e nel frattempo mangiammo di nascosto quei panetti bruni col sale grosso infilati ordinatamente a mo' di albero di Natale... la padrona austriaca di ritorno con la birra ci guardò tirolesemente strana (come il manovratore) per dirci che ci eravamo mangiati un soprammobile vecchio di quindici anni!
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sabato, 19 maggio 2007

RAFFAELE CARLESSO: IL LEONE DI PORDENONE (2 di 2)

postato da gabrielevilla alle 00:10 in storia dell alpinismo

La bella testimonianza (Parte seconda) che vi proponiamo di seguito è tratta, da “La Grande Civetta” di Alfonso Bernardi (Zanichelli editore – Bologna – 1971).
(Tutto questo veniva detto, da Raffaele Carlesso, e scritto, da Alfonso Bernardi, nell'anno 1969. N.d.r.)

Come ci venne in mente di affrontare la Trieste? A quell’epoca –1934 – avevo già ripetuto le più famose vie di 6° grado, compresa la Tissi alla Tofana di Roces ed allora Tissi era il numero uno. Così pensammo a cose nuove. La Torre Trieste era un po’ il sogno di tutti, a cominciare dai bellunesi. I Bellunesi a quel tempo hanno dato un grande impulso all’alpinismo dolomitico ed erano molto affiatati con noi di Pordenone. Sulla Torre Trieste tutto andò bene, perché avevamo un grado eccezionale di allenamento ed eravamo decisi a tutto. Faceva impressione attaccarsi a certe salite, ma eravamo giovani, con una passione di ferro ed una fede per cui non esistevano difficoltà. Anzi, più difficoltà trovavamo e meglio era. Il punto critico erano sempre i mezzi e l’equipaggiamento. Per riscaldarci non avevamo che delle candele! Le pedule erano di pezza e, quando abbiamo scalato la Trieste ho dovuto fermarmi due volte per ricucirle. Avevo fatto un po’ di pratica come calzolaio ed avevo con me spago e “sgubbia”. Così, mi sono fermato su una cengia e le ho ricucite. Pedule di pezza…. Altro che queste scarpe speciali di adesso, che vai su come e dove vuoi! Sulla Trieste avevamo due corde e molto cordino, per poter scappar fuori in caso di necessità. Durante le discesa, sopravvenne il maltempo e, piuttosto che fare un altro bivacco, abbiamo fatto una calata, servendoci di tutto il cordino, che poi abbiamo lasciato sul posto. Il giorno dopo siamo andati a recuperarlo ed abbiamo visto che era tutto un macello: era venuta giù l’ira di Dio e guai se ci fossimo fermati lì! Sulla Trieste c’è un passaggio, che è un po’ il passaggio chiave, dove, a quanto mi si dice, ora mettono chiodi ad espansione. Beh, lì ci sono dei buchi, lo ricordo bene, dove ho infilato le dita. E ho avuto la fortuna di avere una pedula a punta, come quelle delle ballerine ed ho incastrato là dentro la punta e sono andato su. Se no è veramente difficile passare, tanto è vero che adesso dicono che non si può più passare, perché la roccia è franata. Non è franato un bel niente, anche quella volta era così!  Me lo ricordo quel passaggio e l’ho fatto proprio allo spasimo. L’ho fatto perché ho il piede molto piccolo e quando arrampicavo, mi servivo solo di queste due dita, che avevano una forza tremenda. Le pedule me le facevo da solo, molto strette e morbide; i passaggi li superavo di forza sulle dita dei piedi. Anche quella della Torre di Valgrande è stata una bella salita. Quando ho fatto quel passaggio in libera sulla Valgrande, è stato un passaggio che vale una vita. Oggi ti ridon dietro. Oggi vanno su con quelle staffe….ma sono passaggi che, veramente, non è la forza, è lo spirito che ti tira su! Venir fuori da quel soffitto della Valgrande è una cosa impressionante e, poi, sopra è tutto marcio. Ad un certo punto, non sapevo più come fare. Ho messo un chiodo sottile come un filo d’erba e mi sono tenuto su. Era una salita che non dava respiro. Abbiamo fatto un bivacco bestiale, perché siamo stati sorpresi dal buio. Mi sembrava di avere scorto un terrazzino, ma era solo una placca spiovente nel vuoto. Abbiamo bivaccato appesi ai chiodi. Il giorno dopo, poco sopra abbiamo trovato una vera cengia e questa volta abbiamo sostato, per riposare un po’, che eravamo quasi anchilosati. Avevamo un sacco con circa 20 chili di materiale e rifornimenti. Lo issavamo con un cordino e, mentre salivo, assicuravo questo cordino alla cintura dei pantaloni. Giunto su un passaggio molto difficile, ero almeno venti metri sopra il compagno, senza nessun chiodo intermedio, quando il sacco si mosse e precipitò nel vuoto. Per un attimo pensai: “ora ricevo lo strappo e casco giù anch’io”. Invece sentii solo un piccolo “trac!” e poi nulla. Pensate, per puro caso, nel punto di sosta avevo legato il cordino ad una semplice asola dei pantaloni, che si era strappata facilmente! Però avevamo ancora un terzo di salita da fare ed avevamo perduto il sacco con tutto il materiale: chiodi, macchina fotografica, limoni, cioccolata ed una bella fetta di lardo. Nelle nostre salite mangiavamo sempre poco. Ma la sera mangiavamo una bella fetta di lardo, di quello molto alto e poco salato. Poi, sono andato in Sardegna, è venuta la guerra, sono tornato a casa solo nel 1945. Gli anni più belli erano oramai passati. Per me adesso, è come se l’alpinismo non esistesse più. Un passaggio in montagna si può vincere, come una volta, con lo spirito, la passione e la volontà. Oggi ci sono i mezzi artificiali. Però c’è gente che, se gli toglie le staffe, non fanno più un metro… Certo, anche oggi vi sono alpinisti che sarebbero stati capaci di fare quello che noi abbiamo fatto e magari di più, ma non sarebbero stati in molti, perché, ad un certo momento, uno più di tanto non può fare e, quando è liscio è liscio, insomma! Per noi, il chiodo era sempre una profanazione della montagna. Usavamo i chiodi per sicurezza, e prima di mettere un chiodo, era come se fossimo andati a confessarci. Questo era il nostro concetto. Ad ogni modo sono contento di questa passione che mi ha dato veramente frutti morali e fisici. Oggi ho sessantadue anni. Domenica son andato su con gente di venti anni…. stracci! Alla mia età, ho fatto la Nord della Grande in quattro ore e mezza, in cinque ore e mezza la Cassin della Ovest e poi la “direttissima” dei tedeschi. Lì abbiamo bivaccato per il maltempo. La montagna è l’attività più completa, perché comprende lo spirito ed il coraggio ed anche materialmente rafforza il fisico e mette l’individuo in condizione di fare tutto ciò che vuole. E’ con il sistema di vita che la gente si rovina. Se uno avesse questa passione della montagna, con un comportamento di vita sano e igienico! Io a Pordenone non ho nulla a che fare. Anche l’ambiente diventa sempre più difficile. Una volta eravamo più umani. Oggi il contatto umano non esiste più. Una volta vi era quel buon campanilismo fra amici, ci volevamo bene, eravamo tutti uniti, la discussione era libera, franca. La montagna è qualcosa di superiore: è educazione fisica e morale…    

venerdì, 18 maggio 2007

IL PENNELLO DI CÉZANNE

postato da mariocrespan alle 09:38 in ritorni a valle
VICTOIRE di Mario Crespan27 luglio 1997, domenica.
La stradetta sale ripida, poi si trasforma in comodo sentiero che pigramente si perde in inutili andirivieni. Pietre lisce e consunte conducono in dolce pendenza al secentesco priorato che di poco anticipa la grande croce – Croix de Provence, 19 metri di altezza – posta su una delle prime elevazioni di cresta, lato ovest, della Montagne Sainte-Victoire. Una terrazza fra i tre edifici si affaccia sul baratro. Su di un lato occhieggia uno spit lucente.
Montagna del sud, balcone proteso sul Mediterraneo. Aix-en-Provence e Marsiglia sono laggiù, dove la colonna di fumo dell’immancabile incendio si spande in alto. Il nostro essere alpinisti, oggi, si va a confondere e comporre con aspettative e verifiche distribuite in disordinata successione nell’arco degli anni andati. Qui potrebbe concludersi quel viaggio, ma non possiamo prevedere nulla, nulla sappiamo e perciò ci sentiamo leggeri, senza la minima ansia. E il pensiero insegue gli inizi.
Sole veneziano alle Zattere, le pagine bloccate dalla mano a contrastare il vento. Rincorriamo i misteri dell’arte. E le pallide Dolomiti che, nei tersi mattini appena ristorati dalla pioggia, si alzano come uno scenario dipinto oltre la laguna e le fabbriche di Marghera.
Il tempo frantumato dai pittori del primo Novecento, il tempo penetrato in parallele e devastanti incursioni letterarie e scientifiche, il tempo fermato sulle cime nei primi anni di arrampicata al sole delle Dolomiti. Gli occhi spalancati a tracciare i confini di un’esistenza sperata in cui ogni cosa si ordinasse. Le confidenti, complici attese, accoccolati su una vera da pozzo col libro di storia dell’arte aperto, in Campo San Trovaso. Lì ad interpretare anche le pennellate di Cézanne su uno dei tanti studi della Montagne Sainte-Victoire, pur malamente riprodotto.
Assieme alla compagna di sempre ho dunque raggiunto questa che non è propriamente una cima, ma una serie di piatte elevazioni di poco oscillanti attorno ai mille metri di quota. Da lontano, alla fine di una lunga rincorsa, ma senza fretta. Sapevamo che, prima o dopo, saremmo transitati quassù. Anche quel giorno di nove anni fa, quando ci preparammo alla veduta cezanniana aggirando la Montagne in bicicletta a cominciare da nord, e scendendo quindi per un breve riposo intermedio ad Aix-en-Provence. Acque, policromie del sud, folla, animazione festosa, seduti in Cours Mirabeau, una delle più belle strade del mondo, protetta da una volta ogivale di altissimi platani in quadruplice fila. E poi via, a riprendere strada incontro al più conosciuto ed atteso dei profili. Verso i colori di Cézanne, dentro le mille sfaccettature talora ottenute sfiorando lievemente carta o tela col pennello. Appena lasciata Aix in direzione della verde oasi di Le Tholonet, la Sainte-Victoire si profilò a cielo secondo la ben nota sagoma. Da qui, la montagna, con la sua fantastica velatura di rocce bianche, è come un vascello fantasma in piena luce. L’Olandese Volante del mezzogiorno. Sole caldo e asciutto batteva l’asfalto durante la lenta ascesa alla Montagne du Cengle, l’oceano-zoccolo. Emozione ed attenzione si dosavano sul ritmo delle pedalate e della sete. Ma ogni villaggio, all’ombra dei platani, ci concedeva il conforto di una fonte, pur talvolta presa di mira da sciami di vespe.
Non è questa la montagna dei grandi vedutisti alpini ottocenteschi. Quelle di Compton, ad esempio, sono cime confinate in un universo ben delimitato. Prese, dipinte, lasciate indietro. Mai qualcuna – come la Sainte-Victoire per Cézanne – è diventata tema ricorrente, ossessione, reiterato martellamento interiore affrontato almeno una cinquantina di volte e troncato infine solo dalla morte. Nel corso del cammino le campiture cromatiche hanno dissolto i dati iniziali del paesaggio per andare oltre, per giungere al fondo, su tracce di incessanti vibrazioni disposte in ultimo sulla gamma di verdi, violetti, blu ed ocra in accostamenti non complementari, come accordi in dissonanza. Pur bellissime e incantevoli, le montagne di Compton non somigliano alla Sainte-Victoire, non possiedono la forza di trascendere la rappresentazione se non nel medesimo àmbito. Salendo il Campanile di Val Montanaia non ho mai pensato a lui.

Mont Cézanne di Mario CrespanOggi, invece, siamo qui a muoverci sulla punta del pennello di Cézanne. Ne abbiamo coscienza, ce lo sentiamo addosso. L’apertissimo spazio tutto intero è legato a quel pennello che instancabile lo esplorava. Tessere di colore in liriche geometrie per ogni palpito di luce. Stati di coscienza su ciascun frammento di realtà posto ai piedi delle placconate compatte di argenteo calcare, o su quelle stesse avanzanti vele di roccia.
È una montagna diversa, unica, la Sainte-Victoire. Alpinismo dell’anima. L’abbiamo attaccata dai tagli d’ombra dei campielli veneziani. L’abbiamo portata con noi nelle soste prive di protezioni, nei periodi di precario equilibrio esposti alla caduta. Ci stava accanto due anni fa, a Parigi, in coda sotto il Grand Palais. Ora finalmente ne percorriamo il lungo crinale verso levante. Si susseguono protuberanze appena accennate, le cui quote arrivano a differire tra loro solo di qualche spanna. Sembrano suggerire che l’apice di questo monte non si possa collocare in un punto preciso. Per una volta la scienza accarezza l’indeterminato, propone il dubbio distruttivo, non sistematico. A poco a poco ci rendiamo conto che non potremo mai dire con certezza di aver guadagnato il culmine. Dunque esso non esiste. Cima inesistente per eccesso di cime, un Monte Analogo all’inverso. Ma l’ascesa non si arresterà, roccia neve pittura segno non importa. Continueremo. Perché la Montagne Sainte-Victoire, assieme ad ogni cima, costituisce quasi un limite matematico, un accerchiamento infinito. Lo stesso Cézanne, forse, l’aveva intuito.
Si sa, i colori della Provenza formano una tavolozza speciale, inducono sonni pomeridiani profondi e beati. Non sono facili da cogliere e compenetrare. Occorre allenarsi a fondo per gole e pianori, al vento, osservare e filtrare. Immergersi nel fermento panico di Giono e nelle vicende iniziali dei Rougon-Macquart, passando disinvolti da ombra a luce sulle terre dense così celebrate. E spingersi fino alle vicine Calanques di Rebuffat e compagni, magari sulla splendente Arête de Marseille alta sul mare. Di questo e di moltissimo ancora si compone il mondo cezanniano. Piano piano, giorno per giorno, anno per anno, assieme alle oscillazioni quotidiane, nel dormiveglia dei consueti giri di sole esso sembra divenuto più familiare. È parte di noi, adesso, pur lasciando in sospeso affanni e meraviglia.
In corrispondenza di un colle abbandoniamo l’interminabile cresta per rientrare a Vauvenargues. Inutile accanirsi e voler perseguire una cima che è dappertutto e in nessun luogo. Non è impresa possibile. Non ce la faremmo mai.

[Corsivo di Jean Giono, da Noé] 
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giovedì, 17 maggio 2007

NIVES SUL TETTO DEL MONDO

postato da melanialunazzi alle 16:17 in alpinismo extraeuropeo
Questa mattina Nives e Romano hanno raggiunto la vetta dell'Everest.
La notizia è stata data in coda al telegiornale regionale, senza ulteriori dettagli.