L’inverno del 1934 portò copiose nevicate. Non più strade ma sentieri, scavati tra muri di neve alti due metri e più. A fatica si ricavavano camminamenti attorno alle case e la gente se ne stava rintanata. Ma un giorno – bisogna pur vivere – Pietro dovette salire a Costalta a recapitare un telegramma urgente per conto delle zie, responsabili della Posta. Assolto l’incarico, dopo una congrua bevuta all’osteria, verso sera – sconsigliato da tutti – iniziò la discesa in piena tormenta: era Carnevale, e Pietro non voleva perdere il ballo, giù in paese. Lo smottamento lo colse all’improvviso, lo trascinò lungo il pendìo e lo seppellì. Con un pezzo di legno che, per caso, gli finì in mano riuscì a scavare un pertugio per respirare e gridare aiuto. Ma nessuno accorse e non gli restò che passare la notte in quel buco, vegliato dal dio dei santi bevitori. Solo la mattina le grida furono udite e arrivarono i soccorsi. Escluso qualche lieve congelamento non patì altre conseguenze, ma nondimeno l’evento segnò in modo indelebile la sua esistenza, ponendosi come uno zero pesante e imperituro sull’asse cartesiano del suo tempo terreno. Egli, poco più che trentenne, da allora suddivise gli avvenimenti in due categorie: quelli accaduti prima d’la lavina, e quelli accaduti dopo d’la lavina. Si era appena iscritto alla nostra Sezione, il giovane Michele, e lo aveva fatto appositamente per poter frequentare il corso di alpinismo. Gli si leggeva negli occhi la passione per la montagna e, successivamente, scoprimmo che era nel suo Dna, avendo la madre originaria di Cibiana di Cadore, luogo dove ancora abitava la nonna e queste origini spiegavano molte cose.
E lui, proprio là dalla nonna materna, passava le vacanze estive, non lontano da dove le passavo io, solo una valle più in là, un po’ più verso est. Al termine di quel corso di alpinismo ci scambiammo i numeri di telefono e la promessa che ci saremmo incontrati per un’arrampicata, anche se, nessuno dei due, forse ci credeva molto. E invece ad agosto mi ero ricordato di quel numero di telefono, lo avevo chiamato ed infine ci eravamo incontrati a Forcella Cibiana, con lo scopo di arrampicare insieme. Quando ci trovammo e gli chiesi se aveva qualche idea di dove andare ad arrampicare ricordo che mi disse: “Sono cresciuto sotto il Sassolungo di Cibiana. Per me è una montagna simbolo e da sempre ho desiderato di salirla. Se sei d’accordo vorrei fare quella …”. Conoscevo quella sensazione, ripensai al “mio” Civetta, alle estati della mia adolescenza passate a Pecol sotto a quello “sfondo” meraviglioso della parete nord ovest e fui d’accordo. Del resto la salita del Sassolungo di Cibiana non presenta soverchie difficoltà e andava benissimo per noi che non avevamo ancora arrampicato assieme fino ad allora. Facemmo le cose per bene, andando all’attacco con tutto il materiale d’arrampicata, martello e chiodi compresi e iniziammo a salire con l’accordo che alla prima difficoltà ci saremmo legati in cordata e così, passo dopo passo, arrivammo in cima senza averlo fatto. Ricordo la foto che gli scattai sulla vetta, quel suo sorriso di felicità stampato sul volto incorniciato da una zazzera di capelli alla Angelo Branduardi. Mi confessò con grande semplicità e una punta di commozione:
“Oggi mi hai aiutato a realizzare un sogno che avevo fin da bambino e ne sono felice”.
In effetti, io non avevo fatto gran che; semplicemente lui era cresciuto, acquisendo la capacità di fare ciò che per anni aveva sognato. Quella fu la prima di tante scalate che lo fecero diventare oltre che un bravo alpinista anche un ottimo istruttore di alpinismo del Cai. Credo che quel giorno lui avesse provato qualcosa di molto simile a ciò che avevo provato io nell’ormai lontano 1976 quando ero arrivato (e potei dire… finalmente!) sulla cima del “mio” Civetta. Entrambi avevamo subito l’imprinting di una montagna che aveva riempito le nostre fantasie e saputo accendere in noi una grande, inesauribile passione.
Pare impossibile. Il mito del tappeto volante qui diviene realtà. Un prato librato nell’aria, nel cielo. Cento metri per settecento, concavo appena e in assetto lievemente cabrato verso nordovest, dove culmina. Erba e fiori a iosa in una grande pace azzurrina e, tutto attorno, pareti a picco alte da 200 a 350 metri. Una costruzione isolata, isolatissima, sorprendente, un superstite lembo d’altopiano scampato all’erosione. Una lunga pala di roccia che, vista d’infilata – per esempio dai pressi di Saint-Michel-les-Portes – appare come uno squadrato torrione che, improvviso, si slanci in alto. Il Mont Aiguille, un tempo detto Mont Inaccessible e rappresentato come una piramide capovolta, non è solo una delle sette meraviglie del Vercors, è una meraviglia in assoluto.Ma perché essere qui è molto, perché sembra abbia bisogno
di noi tutto quello che è qui, l’effimero che
stranamente ci riguarda. Di noi, i più effimeri. Una volta
ogni cosa, soltanto una volta. Una volta e non più. E anche noi
una volta. Mai più. Ma questo
essere stati una volta, seppure solo una volta:
essere stati terreni, non pare sia revocabile.
cari amici, sabato 26 maggio si celebra a Valdagno Gino Soldà, uno dei maestri, a noi più cari, dell'alpinismo italiano.
Organizzatore dell'evento Adriano Tomba, grande fotografo vicentino e profondo conoscitore della storia delle nostre montagne e della figura di Soldà. Ecco un breve riassunto + alcune immagini dell'evento e della mostra celebrativa curata da Tomba e dalla nostra casa editrice.
GINO SOLDA’ E IL SUO TEMPO
Un protagonista dell’alpinismo e la storia del Novecento
Programma dei lavori
Ore 9.30 Saluto dei sindaci di Valdagno e Recoaro
Intervento del Presidente del Club Alpino Italiano prof. Annibale Salsa
Relazioni
La valle di Gino – Recoaro e Valdagno tra sviluppo e crisi
Giorgio Trivelli, storico
La montagna e il fascismo
Alessandro Pastore, docente di Storia moderna Università di Verona
Ore 15.00 Ripresa dei lavori
Proiezione del film Direttissima, Premio “Mario Bello” del Club Alpino Italiano
al Filmfestival di Trento del 1960. In collaborazione con il Trentofilmfestival.
Sarà presente il regista Lothar Brandler.
Soldà e l’epoca d’oro del sesto grado
Enrico Camanni, direttore de L’ALPE
L’esperienza partigiana di Gino Soldà
Maurizio Dal Lago, Istituto Storico della Resistenza e dell’Età contemporanea
“Ettore Gallo” - Vicenza
Coordinerà i lavori il prof. Paolo Preto, docente di Storia moderna Università di Padova
La conclusione dei lavori è prevista per le ore 17.30.
La bella testimonianza (Parte seconda) che vi proponiamo di seguito è tratta, da “La Grande Civetta” di Alfonso Bernardi (Zanichelli editore – Bologna – 1971).
(Tutto questo veniva detto, da Raffaele Carlesso, e scritto, da Alfonso Bernardi, nell'anno 1969. N.d.r.)
Come ci venne in mente di affrontare la Trieste? A quell’epoca –1934 – avevo già ripetuto le più famose vie di 6° grado, compresa la Tissi alla Tofana di Roces ed allora Tissi era il numero uno. Così pensammo a cose nuove. La Torre Trieste era un po’ il sogno di tutti, a cominciare dai bellunesi. I Bellunesi a quel tempo hanno dato un grande impulso all’alpinismo dolomitico ed erano molto affiatati con noi di Pordenone. Sulla Torre Trieste tutto andò bene, perché avevamo un grado eccezionale di allenamento ed eravamo decisi a tutto. Faceva impressione attaccarsi a certe salite, ma eravamo giovani, con una passione di ferro ed una fede per cui non esistevano difficoltà. Anzi, più difficoltà trovavamo e meglio era. Il punto critico erano sempre i mezzi e l’equipaggiamento. Per riscaldarci non avevamo che delle candele! Le pedule erano di pezza e, quando abbiamo scalato la Trieste ho dovuto fermarmi due volte per ricucirle. Avevo fatto un po’ di pratica come calzolaio ed avevo con me spago e “sgubbia”. Così, mi sono fermato su una cengia e le ho ricucite. Pedule di pezza…. Altro che queste scarpe speciali di adesso, che vai su come e dove vuoi! Sulla Trieste avevamo due corde e molto cordino, per poter scappar fuori in caso di necessità. Durante le discesa, sopravvenne il maltempo e, piuttosto che fare un altro bivacco, abbiamo fatto una calata, servendoci di tutto il cordino, che poi abbiamo lasciato sul posto. Il giorno dopo siamo andati a recuperarlo ed abbiamo visto che era tutto un macello: era venuta giù l’ira di Dio e guai se ci fossimo fermati lì! Sulla Trieste c’è un passaggio, che è un po’ il passaggio chiave, dove, a quanto mi si dice, ora mettono chiodi ad espansione. Beh, lì ci sono dei buchi, lo ricordo bene, dove ho infilato le dita. E ho avuto la fortuna di avere una pedula a punta, come quelle delle ballerine ed ho incastrato là dentro la punta e sono andato su. Se no è veramente difficile passare, tanto è vero che adesso dicono che non si può più passare, perché la roccia è franata. Non è franato un bel niente, anche quella volta era così! Me lo ricordo quel passaggio e l’ho fatto proprio allo spasimo. L’ho fatto perché ho il piede molto piccolo e quando arrampicavo, mi servivo solo di queste due dita, che avevano una forza tremenda. Le pedule me le facevo da solo, molto strette e morbide; i passaggi li superavo di forza sulle dita dei piedi. Anche quella della Torre di Valgrande è stata una bella salita. Quando ho fatto quel passaggio in libera sulla Valgrande, è stato un passaggio che vale una vita. Oggi ti ridon dietro. Oggi vanno su con quelle staffe….ma sono passaggi che, veramente, non è la forza, è lo spirito che ti tira su! Venir fuori da quel soffitto della Valgrande è una cosa impressionante e, poi, sopra è tutto marcio. Ad un certo punto, non sapevo più come fare. Ho messo un chiodo sottile come un filo d’erba e mi sono tenuto su. Era una salita che non dava respiro. Abbiamo fatto un bivacco bestiale, perché siamo stati sorpresi dal buio. Mi sembrava di avere scorto un terrazzino, ma era solo una placca spiovente nel vuoto. Abbiamo bivaccato appesi ai chiodi. Il giorno dopo, poco sopra abbiamo trovato una vera cengia e questa volta abbiamo sostato, per riposare un po’, che eravamo quasi anchilosati. Avevamo un sacco con circa 20 chili di materiale e rifornimenti. Lo issavamo con un cordino e, mentre salivo, assicuravo questo cordino alla cintura dei pantaloni. Giunto su un passaggio molto difficile, ero almeno venti metri sopra il compagno, senza nessun chiodo intermedio, quando il sacco si mosse e precipitò nel vuoto. Per un attimo pensai: “ora ricevo lo strappo e casco giù anch’io”. Invece sentii solo un piccolo “trac!” e poi nulla. Pensate, per puro caso, nel punto di sosta avevo legato il cordino ad una semplice asola dei pantaloni, che si era strappata facilmente! Però avevamo ancora un terzo di salita da fare ed avevamo perduto il sacco con tutto il materiale: chiodi, macchina fotografica, limoni, cioccolata ed una bella fetta di lardo. Nelle nostre salite mangiavamo sempre poco. Ma la sera mangiavamo una bella fetta di lardo, di quello molto alto e poco salato. Poi, sono andato in Sardegna, è venuta la guerra, sono tornato a casa solo nel 1945. Gli anni più belli erano oramai passati. Per me adesso, è come se l’alpinismo non esistesse più. Un passaggio in montagna si può vincere, come una volta, con lo spirito, la passione e la volontà. Oggi ci sono i mezzi artificiali. Però c’è gente che, se gli toglie le staffe, non fanno più un metro… Certo, anche oggi vi sono alpinisti che sarebbero stati capaci di fare quello che noi abbiamo fatto e magari di più, ma non sarebbero stati in molti, perché, ad un certo momento, uno più di tanto non può fare e, quando è liscio è liscio, insomma! Per noi, il chiodo era sempre una profanazione della montagna. Usavamo i chiodi per sicurezza, e prima di mettere un chiodo, era come se fossimo andati a confessarci. Questo era il nostro concetto. Ad ogni modo sono contento di questa passione che mi ha dato veramente frutti morali e fisici. Oggi ho sessantadue anni. Domenica son andato su con gente di venti anni…. stracci! Alla mia età, ho fatto la Nord della Grande in quattro ore e mezza, in cinque ore e mezza la Cassin della Ovest e poi la “direttissima” dei tedeschi. Lì abbiamo bivaccato per il maltempo. La montagna è l’attività più completa, perché comprende lo spirito ed il coraggio ed anche materialmente rafforza il fisico e mette l’individuo in condizione di fare tutto ciò che vuole. E’ con il sistema di vita che la gente si rovina. Se uno avesse questa passione della montagna, con un comportamento di vita sano e igienico! Io a Pordenone non ho nulla a che fare. Anche l’ambiente diventa sempre più difficile. Una volta eravamo più umani. Oggi il contatto umano non esiste più. Una volta vi era quel buon campanilismo fra amici, ci volevamo bene, eravamo tutti uniti, la discussione era libera, franca. La montagna è qualcosa di superiore: è educazione fisica e morale…
27 luglio 1997, domenica.
Oggi, invece, siamo qui a muoverci sulla punta del pennello di Cézanne. Ne abbiamo coscienza, ce lo sentiamo addosso. L’apertissimo spazio tutto intero è legato a quel pennello che instancabile lo esplorava. Tessere di colore in liriche geometrie per ogni palpito di luce. Stati di coscienza su ciascun frammento di realtà posto ai piedi delle placconate compatte di argenteo calcare, o su quelle stesse avanzanti vele di roccia.