Un altro ricordo, ancora più intenso, mi lega alla via del villaggio.
Qualche anno dopo quell’indimenticabile parentesi nella quale io stesso ero stato abitante del villaggio, seppur per il solo spazio temporale di un anno, mi ritrovai a trascorrere le vacanze natalizie a casa dallo zio Mario.
Nel frattempo, questi, aveva avviato un negozietto di generi alimentari, ricavato sotto casa, dove prima c’era la bottega da falegname nella quale realizzava arnesi da lavoro: rastrelli, gerle, manici per picconi e badili, sgabelli da usare nella stalla alla mungitura e altre cose ancora.
La strada era sempre chiusa e un cospicuo strato di neve lavorata la ricopriva uniformemente; proprio per questo il fornitore di generi alimentari era arrivato soltanto fino ad Avoscan con il camioncino ed aveva telefonato allo zio di scendere a prendersi le provviste: troppo pericoloso salire con le catene per quella stradina senza guard rail. Lo zio Mario, che ben conosceva le fatiche del tirare una slitta in salita con tanto di carico a bordo, lanciò una proposta a me ed ai cugini che ciondolavano per casa:
“... vulèo ve fà ‘na montada con la luòda* fin dù in Osciàn, bocie?...”. (Volete farvi una discesa con la slitta fin giù ad Avoscan, ragazzi?).
Noi capimmo subito che quel divertimento sarebbe stato pagato subito dopo con la fatica di risalire, oltretutto aiutando lo zio a trainare la slitta con il carico di provviste, ma accettammo ugualmente. Fu così che, oramai con il buio, salimmo a bordo della grande luòda di legno, lo zio Mario davanti, alla guida con gli scarponi ferrati, noi ben aggrappati alle assi e mio cugino Giulio dietro, rigorosamente “in pànza” sul suo slittino. Furono sensazioni indimenticabili: entrammo nel buio della notte al quale non eravamo abituati perchè, a sera, ci si ritirava in casa e non c’era più motivo di uscire fino all’indomani, su quella slitta che scivolava silenziosa sullo strato di neve compatta, con il freddo pungente dell’aria sul viso e nelle orecchie, gli occhi che dopo un pò si erano messi a lacrimare e noi contenti di essere lì stretti gli uni agli altri dietro allo zio, scivolando su quel nastro bianco con a fianco l’ombra scura e misteriosa del bosco. Dopo il ponte scendemmo e la luòda fu trainata lungo il piano fino a Costa de Mèz, poi rimontammo per riprendere la scivolata fino ad Avoscàn. Finito quel divertimento, aiutammo lo zio Mario a caricare la luòda, poi iniziammo a risalire lentamente trainando il carico, lo zio impugnando le mànteghe**, i ragazzi con le funi legate alla slitta, io, dietro a loro, con lo slittino di mio cugino Giulio e relativo carico al traino. Altre sensazioni, completamente diverse, ma ugualmente indimenticabili: i passi lenti e calcolati per fare in modo che il respiro non diventasse affannoso, il freddo della notte che veniva prima contrastato, poi respinto e infine sopraffatto dal calore del corpo che stava faticando, il particolare crocchiare della neve pestata dalle suole degli scarponi e, da ultimo, la luna uscire da dietro la Mont da Zelàt ad illuminare quel paesaggio che, già di per sè affascinante, diventava quasi irreale, se non magico.
* Luòda: grande slitta tutta realizzata in legno; adibita a trasporto di fieno, legname e qualsiasi altro peso non trasportabile a spalla.
** Mànteghe: impugnature per consentire il traino della luòda; realizzate con rami di faggio e fissate sul davanti della slitta.
Ci troviamo ormai in zona FilmFestival, e sulla stampa di questi giorni hanno inizio le passerelle degli astri di prima grandezza. Sul Corriere delle Alpi di oggi esordisce ad esempio Mauro Fattor con un'intervista ad Alessandro Gogna che ci permettiamo di citare in qualche passo.
Prima di lasciarvi al trentesimo atteso "ritorno a valle" del nostro Mario Crespan [slittato a oggi per via della festa di ieri], una stringa di righe per un giro di link legati al nostro futuro imminente. Ricordiamo che domani sera abbiamo l'ultimo importante appuntamento di A UN PASSO DAL CONFINE, rassegna di scritture contemporanee. Ospite Enrico Brizzi + Frida X per una prima assoluta del nuovo reading elettrico per voce e rock ‘n‘ roll band, spettacolo che lancerà l'ultimo romanzo dello scrittore bolognese, atteso nelle librerie per i primi di maggio. La copertina del nuovo libro, molto in linea con "quanto segue", la vedete qui a fianco; altri dettagli su www.enricobrizzi.it e nel suo archivio magnetico. E mentre il TrentoFilmFestival è in partenza [stasera gli amici Giuseppe Cederna e Umberto Petrin] con un programma ricchissimo [alcuni nostri contributi si potranno cogliere nella preparazione/presentazione delle due serate principali, quelle dedicate a Chris Bonington e a alla Yosemite Valley in California dreaming, ma soprattutto nell'editing della mostra dedicata al grande Gino Soldà], mentre capita tutto questo e grazie alla nostra capacità di costruire reti di persone [v. il bel post di Gabriele Villa], udite-udite [noi stessi non riusciamo ancora a u-dirlo] è stata ufficializzata la nostra partecipazione nientedimeno che alla 52a Biennale di Venezia. Uno nostro folle progetto [bisogna (u)dirlo...], una scultura sociale, un'opera d'arte in cammino che vedrà la prima apparizione in città di Vicenza e la prima rappresentazione durante la Biennale, è stato accettato tra i protagonisti di uno degli eventi che costituiscono la più importante kermesse artistica mondiale. Il lavoro sarà lungo e faticoso, avremo bisogno come sempre di tutti i nostri [-:miei:-] amici. Il cammino e le montagne saranno ancora il nostro punto di partenza, il contesto/pretesto per dire ciò che è/siamo. Come per 20milapiedisoprailmare che replicheremo il 16 maggio a Milano... tanto per non perdere contatto con le nostre origini. Hola/bola/sola/vola/tola/cola. Baci.
Era un buon diavolo, il Biondo. Nella colonia parrocchiale dove mia madre mi mandò a soggiornare, non ancora quindicenne, era uno dei pochi che avesse preso sul serio il mio subitaneo innamoramento per le montagne. Sul far della sera la parete della Civetta fiammeggiava e il Biondo si divertiva a parlarmi di una difficile ferrata che ne raggiungeva la cima. Non sapevo cosa fosse una ferrata, la ritenevo un’impresa, e speravo che prima o poi egli mi avrebbe portato con sé su uno di quegli epici percorsi. Ma il Biondo aveva un fratello maggiore, un maledetto bigotto al pari dei caporioni della colonia, che lo teneva in soggezione tanto da proibirgli quasi tutto, comprese le escursioni che non fossero proprio innocue. Di ferrate o scalate manco a parlarne. Il Biondo si adattava con un sorriso e, alla fine della vacanza, mi salutò dicendomi: L’inizio è di quelli scontati: in una domenica di fine aprile, un trentino parte da Trento e un ferrarese da Ferrara per trovarsi al casello autostradale di Imola e assieme proseguono verso sud, mèta la Rocca di San Leo che sorge su di un dirupo di pietra arenaria alto un centinaio di metri. Lì, sul lato di nord-est, quasi al centro della parete e proprio sotto verticale del terzo bastione del forte che ha visto imprigionato il Conte di Cagliostro, parte una fila di chiodini a pressione arrugginiti che, con dirittura pressoché lineare, arriva fino al termine della parete. Si tratta della via aperta nel 1968 da Cesare Maestri ed Ezio Alimonta, in due giorni il 26 e 27 maggio, con un bivacco in parete e uscita il giorno successivo, accolti sul piazzale della Rocca dal Sindaco e dalle autorità del paese per un brindisi “all’impresa” alpinistica. Nel 1998, un gruppo di volonterosi s’incaricò di bonificarne la vecchia chiodatura, resinando i chiodini a pressione là dove ancora integri, e affiancandola con nuovi tasselli resinati e catene alle soste; successivamente, per festeggiare il trentennale della salita, fu invitato Cesare Maestri che ripercorse la via da lui aperta in cordata con gli autori della “ristrutturazione” e, il giorno successivo, la ripercorse in arrampicata solitaria. Da allora la via viene ripetuta da sei/sette cordate l’anno. Anche i nostri (il trentino, Mauro Loss e il ferrarese, Gabriele Villa) la ripetono: due ore giuste giuste per quei cento metri di A1 con un unico passo di A2. Poi vanno a mangiare una piadina all’aperto, (e che altro se no?), su di un prato e all’ombra di un caratteristico riparo di “arelle” di canna. Si sono conosciuti un anno prima in un post serata del FilmFestival di Trento, accorsi entrambi all’annunciato funerale di Intraisass di cui erano “blogger”. Sicchè finiscono con il parlare dell’esperienza del nuovo Intraisassblog, oltre che di racconti e di arrampicate; lì su quel prato, in Romagna, si parla di Dolomiti e si scoprono affinità di pensiero, esperienze e sensibilità analoghe. Anche questo è il bello di Intraisassblog, quando una comune collaborazione mediatica, diventa un’amicizia “reale”, che si consolida in una semplice ma piacevole giornata di arrampicata.
Amo il Tibet per la sua bellezza non domata. Pensavo ieri, seduta in moto dietro a Manuel, al vento dolcemente tiepido di una sera di aprile con le stelle e la luna a Kathmandu, colli neri all'orizzonte, mentre Il Capitano scorrazzava felice lungo la strada. Lenzuola a stendere ed i colori delle donne sotto gli occhi. Con Kathmandu ho avuto un rapporto conflittuale: lei è vitale, e di quel tipo di vitalità che all'inizio ti spaventa, ma che poi ti travolge e ti conquista, come una bellissima donna un po' puttana. Qui ho imparato la dolcezza della sospensione del giudizio morale. Forse Kathmandu è un po' puttana perche' piace a tutti, ma come si fa a resisterle. Se si ha un cuore non le si puo' resistere, e infatti non conosco persona che le sia resistita; conosco persino un uomo che ha un cuore grande come una casa ma che la vita gliel'ha fatto mascherare cosi' bene che la gente pensa che non ce l'abbia piu', ed anche lui a volte dimentica di averlo, che qui lo ritrova. Quante leggende himalayane cara Nives, tormentate come l'Icefall (l'Icefall lo amiamo perche' è tormentato, dice Il Capitano, e pure perché non è domato, penso io), ed è così raro che noi donne ci incontriamo amiche su questi territori che sono stati resi un po' maschili. Ma la Chomolangma è amica pure lei, non temere Nives, e lei non si sente in dovere né di occuparsi di noi né di darci un ruolo -come a volte gli uomini- perché, da donna, lei ci ama per come siamo, come l'Icefall.
Ricordo un inverno a metà degli anni cinquanta. A quei tempi nessun abitante dei paesi di Pecol e Piaia possedeva l’automobile, quindi, durante i mesi invernali nessuno avvertiva la necessità che la strada fosse sgombrata dalla neve che cadeva abbondante a quella quota, ben oltre i mille metri. Così il nastro sterrato della via che conduceva al villaggio, una volta ricoperto dal bianco strato, diveniva un’ideale pista per gli slittini, unico, ma gustosissimo terreno di gioco che impegnava tutti i ragazzini del paese per interi pomeriggi, terminate le lezioni a scuola. Inizialmente la pista era di circa duecento metri e terminava poco prima della curva di Revinàza, cioè fin dove al fianco della strada non vi era dirupo. Il fatto è che, in seguito, giorno dopo giorno e di cinquanta metri in cinquanta metri, si era allungata fino ad arrivare direttamente al ponte di legno, circa mezzo chilometro oltre la curva. Il fatto che non vi fossero protezioni a bordo strada, se non qualche raro paracarro sulle curve, e, di sotto, una scarpata che in alcuni punti raggiungeva i cento metri, non era stato sufficiente, evidentemente, per spaventare quei ragazzini sicuri della loro padronanza degli slittini. L’unico timoroso ero io perchè venivo dalla pianura, non possedevo slittino e prendevo posto ora con uno ora con l’altro, dovendomi fidare dell’altrui destrezza. Un giorno lo zio Mario, accortosi della mia situazione d’inferiorità rispetto agli altri ragazzini, si chiuse nel piccolo laboratorio di falegname e ne uscì solo a sera, tenendo in mano uno slittino realizzato con tutti i sacri crismi. Quando me lo porse fece di me il ragazzino più felice del paese. Ovviamente, non essendo io sufficientemente esperto, non partecipavo alle gare di velocità in cui si impegnavano tutti gli altri, che, mano a mano che si batteva e lisciava la pista, divenivano sempre più accanite e veloci, senza che nessuno pensasse minimamente a quel dirupo che incombeva subito al fianco della strada, anzi sembrava proprio non esistere. Con l’inasprirsi della competizione, però, prima o poi doveva succedere che qualcuno commettesse un errore e, quando successe, per fortuna non vi furono conseguenze. Fu verso sera, dopo un pomeriggio di gare accanite, con la stanchezza che cominciava a farsi sentire nelle gambe ed avvenne proprio nell’ultima curva verso destra, alcune decine di metri prima del ponte, nel punto in cui la scarpata precipita, ripida, sul fondo valle ove scorre il Ru delle Nottole: Lino era steso sullo slittino, “ in pànza “ come dicevano loro, impegnato in un testa a testa, sembrava potercela fare a prevalere ed arrivare primo, ma, improvvisamente, si rese conto di avere impostato male proprio l’ultima curva. Lo slittino, ad un certo punto, si diresse dritto verso il baratro e il fondo del torrente, settanta metri sotto, ma lui ebbe la prontezza di lasciarsi rotolare sul fianco, buttandosi giù per fermarsi a terra, a bordo strada, mentre lo slittino proseguì la sua corsa andandosi a schiantare sotto al ponte. Era tardi, oramai sera, il buio incombeva e non era possibile andare a recuperarlo. Fu così che i suoi genitori, quando si accorsero che era ritornato a casa senza slittino, vollero sapere cos’era successo e scoprirono il pericoloso gioco-competizione. Il giorno dopo passarono la voce a tutti gli altri genitori che fecero scattare reprimende e divieti, così che la curva di Revinàza tornò a diventare “limite invalicabile” per gli slittini, come era stato all’inizio dell’inverno.
«Da mesi circolavano voci sulla riapertura della cava di pietra in Valle di Schievenin, nel territorio comunale di Quero (BL).
Purtroppo, e ve ne darò prova, posso affermare che non si tratta di semplici supposizioni ma di un triste futuro neanche troppo lontano. Ad essere precisi sto parlando della possibile, anzi ahimè probabile, apertura di una miniera con lavorazione del materiale in loco e non di una semplice cava. Perché faccio questa precisazione?
Cercherò di spiegarlo raccontandovi una breve storia.
Tutto inizia quando la ditta Rech G. & M., con sede proprio a Schievenin, titolare della concessione della cava di pietra in Val Storta, ottiene nel 1988 l'autorizzazione alla trasformazione della cava in miniera per sali magnesiaci: si realizza così un sito sottoposto alla Legge Mineraria Nazionale (oggi, nel 2007, parliamo ancora di "regi decreti"...) che considera questo tipo di attività estrattiva come un interesse nazionale. Il Comune di Quero, contro questa decisione, fa l'unica cosa che gli è possibile, cioè un ricorso al TAR che, dopo vari gradi di giudizio, nel 2003 per sentenza del Consiglio di Stato, verrà rigettato.
Quindi, badate bene, la Concessione Mineraria denominata "Schievenin" è tutt'ora valida.
A questo punto vi chiederete: bene, perché allora non si stà già scavando? Se la devastazione non è ancora iniziata si deve ringraziare l'inconsapevole Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali che, nell'Autorizzazione Ambientale del 9 maggio 1995, all'art. 5, obbliga il concessionario a prendere precisi accordi con l'Amministrazione Comunale in materia di inquinamento atmosferico, acustico, trasporto dei materiali e sicurezza dei cittadini (ricordo che essendo la miniera per legge un "interesse nazionale" non ricade nei vincoli previsti per il Piano d'Area del Massiccio del Grappa). Di fronte a questo provvedimento il Comune di Quero fa due cose, un altro ricorso al TAR, questa volta contro l'Autorizzazione Ambientale (A. A.) e la richiesta al concessionario di prevedere degli interventi di manutenzione all'attuale strada in Valle e la realizzare una rete stradale alternativa per spostare il traffico pesante dall'abitato di Quero.
La ditta Rech, pur malvolentieri, recepisce queste richieste e nel 1997 prospetta, per la prima volta, l'idea della costruzione di un tunnel stradale (5 x 6 mt e lungo circa 800 mt) che colleghi la SP 21 Feltrina, all'altezza della stazione di Quero Vas, con la zona di Ponte Cagnin, cioè l'inizio della Valle.
Su questa proposta il Comune non prende alcuna decisione e tutto rimane sospeso.
Nel 2001 arriva la proroga dell' A. A. del 1995 che ne conferma in toto le prescrizioni e, soprattutto, quelle contenute nel famoso articolo 5.
Nel 2003 il Comune di Quero, visto anche l'entrata in vigore delle nuove norme europee sulla tutela dell'ambiente, presenta dei motivi aggiuntivi al ricorso al TAR iniziato nel 1995. Nel 2003 il TAR accoglie il ricorso del Comune ed in particolare le recenti osservazioni, rendendo formalmente nulla l'autorizzazione del Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali del 9 maggio 1995. Quindi la concessione mineraria della ditta Rech è valida ma i lavori non possono iniziare finchè non viene rilasciata una nuova A. A.
Nel 2005 inizia l'iter per il suo rilascio con il sopralluogo da parte del Servizio Risorse Minerarie. La Regione Veneto, tra le varie documentazioni, richiede che il concessionario rispetti quanto richiesto dal Comune di Quero, che in quest'occasione richiede, oltre a quanto previsto in precedenza, che il traffico dei mezzi pesanti non transiti per la frazione di Schievenin e che l'attività estrattiva preservi la sx orografica del torrente Tegorzo (faccio presente che l'attuale area della concessione mineraria comprende tutta la zona della palestra di roccia !).
Una postilla: la legge mineraria prevede che il concessionario possa espropriare i terreni non di sua proprietà ricadenti nell'area di estrazione.........non aggiungo commenti.
Veniamo ai giorni nostri. Il 16 gennaio 2007 la Regione Veneto sollecita la ditta Rech ad integrare la pratica con i documenti mancanti...... Spunta un secondo pregetto di galleria, molto più ambizioso, che collega la SP 21 con la parte alta della Valle, bypassando così l'abitato di Schievenin e tutte le prescrizioni del Comune !!!
Resta il fatto che:
1) l'attuale volume della concessione (1.500.000 mc) non sosterrebbe i costi di realizzazione del tunnel, per cui verrà ragionevolmente richiesto un ampliamento;
2) la ditta Rech snc non ha sicuramente i mezzi finanziari per sostenere gli oneri per un tale progetto e le fidejussioni richieste per il ripristino, quindi è fin troppo facile intuire che dietro a tutto si celi qualche grossa compagnia mineraria con mezzi e risorse di ben altra portata... e forse anche molti meno scrupoli.
Scusate per il lungo preambolo ma lo ritengo indispensabile per una giusta informazione e per poter evere un'idea della portata e delle conseguenze del problema. (Non dimentichiamo che nel vicino Comune di Alano, a meno di 500 mt, la ditta Cementi Rossi ha presentato un progetto di coltivazione mineraria di circa 4.000.000 di mc, il località Col del Roro, cioè il colle da Campo di Alano degrada verso le pescherie di Schievenin, con gli stessi problemi di natura ambientale e sociale).
Ricordo, inoltre, che c'è una continua presenza di aziende di escavazione nazionali ed anche multinazionali che richiedono il permesso di eseguire indagini minerarie nella zona di Schievenin e del Basso Feltrino: si tratta un territorio costantemente sotto assedio ed è vergognoso come la Regione Veneto, non approvando un Piano Cave, lasci questi territori privi di tutela ed alla mercè dei vari "avventurieri".
Non vorrei ripetermi ma mi preme ribadire che la concessione esiste già e la procedura di VIA è avviata!
Siamo di fronte al concreto pericolo che una delle più belle e suggestive valli prealpine scompaia per sempre.
A Schievenin c'è la sorgente del torrente Tegorzo, una varietà di flora e fauna che negli anni si sono preservate grazie all'isolamento del sito, ci sono più di 300 vie di arrampicata su cui si sono messi alla prova innumerevoli climbers, alcuni dei quali protagonisti dello sviluppo dell'arrampicata sportiva. Come possiamo permettere che queste bellezze ci vengano sottratte, chi ha il diritto di rubarci la freschezza dell'aria o lo scintillio dell'acqua?
Ho voluto scrivere queste righe per denunciare questa grave situazione e per invitare alpinisti, escursionisti, amanti di questi luoghi ed associazioni ambientaliste a prendere una chiara posizione di netta contrarietà. Ricordo che sia la Valle di Schievenin che il Col del Roro ad Alano di Piave sono SIC e ZPS (siti di interesse comunitario e zone di protezione speciale) in quanto possono contenere habitat delicati e specie di particolare interesse naturalistico.
Quello che fin'ora non hanno fatto gli amministratori possiamo farlo insieme, cioè segnalare al Commissario Europeo per l'Ambiente lo scempio che si vuole perpetrare in queste aree protette. Non servono studi legali ed avvocati.
E perché no, facciamo sentire il nostro dissenso, organizziamo una giornata di festa in Valle, dimostriamo come l'interesse dei molti può prevalere sull'interesse di pochi».
Kurt Diemberger, scalatore austriaco tra i più conosciuti del nostro tempo, è il vincitore dell'edizione 2006 del premio Una vetta per la vita. La cerimonia di consegna del riconoscimento si è tenuta lo scorso giovedì 29 marzo presso la Barchessa di Villa Pola a Vedelago di Treviso, sotto la supervisione di Vittorino Mason. Il premio, che consiste in un dipinto della pittrice Piera Biliato raffigurante il Sass de Mura, è stato attribuito a Diemberger «per la sua straordinaria attività alpinistica sulle montagne del mondo e per il grande valore di quella divulgativa attraverso libri, film e conferenze».