Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
sabato, 28 aprile 2007

LA VIA DEL VILLAGGIO (7 di 8)

postato da gabrielevilla alle 00:15 in storie

Un altro ricordo, ancora più intenso, mi lega alla via del villaggio.
Qualche anno dopo quell’indimenticabile parentesi nella quale io stesso ero stato abitante del villaggio, seppur per il solo spazio temporale di un anno, mi ritrovai a trascorrere le vacanze natalizie a casa dallo zio Mario.
Nel frattempo, questi, aveva avviato un negozietto di generi alimentari, ricavato sotto casa, dove prima c’era la bottega da falegname nella quale realizzava arnesi da lavoro: rastrelli, gerle, manici per picconi e badili, sgabelli da usare nella stalla alla mungitura e altre cose ancora.
La strada era sempre chiusa e un cospicuo strato di neve lavorata la ricopriva uniformemente; proprio per questo il fornitore di generi alimentari era arrivato soltanto fino ad Avoscan con il camioncino ed aveva telefonato allo zio di scendere a prendersi le provviste: troppo pericoloso salire con le catene per quella stradina senza guard rail. Lo zio Mario, che ben conosceva le fatiche del tirare una slitta in salita con tanto di carico a bordo, lanciò una proposta a me ed ai cugini che ciondolavano per casa:
“... vulèo ve fà ‘na montada con la luòda* fin dù in Osciàn, bocie?...”. (Volete farvi una discesa con la slitta fin giù ad Avoscan, ragazzi?).
Noi capimmo subito che quel divertimento sarebbe stato pagato subito dopo con la fatica di risalire, oltretutto aiutando lo zio a trainare la slitta con il carico di provviste, ma accettammo ugualmente. Fu così che, oramai con il buio, salimmo a bordo della grande luòda di legno, lo zio Mario davanti, alla guida con gli scarponi ferrati, noi ben aggrappati alle assi e mio cugino Giulio dietro, rigorosamente “in pànza” sul suo slittino. Furono sensazioni indimenticabili: entrammo nel buio della notte al quale non eravamo abituati perchè, a sera, ci si ritirava in casa e non c’era più motivo di uscire fino all’indomani, su quella slitta che scivolava silenziosa sullo strato di neve compatta, con il freddo pungente dell’aria sul viso e nelle orecchie, gli occhi che dopo un pò si erano messi a lacrimare e noi contenti di essere lì stretti gli uni agli altri dietro allo zio, scivolando su quel nastro bianco con a fianco l’ombra scura e misteriosa del bosco. Dopo il ponte scendemmo e la luòda fu trainata lungo il piano fino a Costa de Mèz, poi rimontammo per riprendere la scivolata fino ad Avoscàn.
Finito quel divertimento, aiutammo lo zio Mario a caricare la luòda, poi iniziammo a risalire lentamente trainando il carico, lo zio impugnando le mànteghe**, i ragazzi con le funi legate alla slitta, io, dietro a loro, con lo slittino di mio cugino Giulio e relativo carico al traino. Altre sensazioni, completamente diverse, ma ugualmente indimenticabili: i passi lenti e calcolati per fare in modo che il respiro non diventasse affannoso, il freddo della notte che veniva prima contrastato, poi respinto e infine sopraffatto dal calore del corpo che stava faticando, il particolare crocchiare della neve pestata dalle suole degli scarponi e, da ultimo, la luna uscire da dietro la Mont da Zelàt ad illuminare quel paesaggio che, già di per sè affascinante, diventava quasi irreale, se non magico.

 

* Luòda: grande slitta tutta realizzata in legno; adibita a trasporto di fieno, legname e qualsiasi altro peso non trasportabile a spalla.

 

** Mànteghe: impugnature per consentire il traino della luòda; realizzate con rami di faggio e fissate sul davanti della slitta.

link al post | commenti | categoria storie
venerdì, 27 aprile 2007

MEGLIO DI EL CAPITAN

postato da marcoconte alle 19:15 in alpinismo
gognaCi troviamo ormai in zona FilmFestival, e sulla stampa di questi giorni hanno inizio le passerelle degli astri di prima grandezza. Sul Corriere delle Alpi di oggi esordisce ad esempio Mauro Fattor con un'intervista ad Alessandro Gogna che ci permettiamo di citare in qualche passo.

Alpinismo ed impegno sociale: «Due cose, per me. Impegno degli alpinisti per l'ambiente, inteso come bene collettivo da tutelare; e sicurezza. La sicurezza è un bene sociale, e non potrebbe essere altrimenti. Oggi prevale un falso concetto di sicurezza completamente ripiegato sulla tecnologia. Sbagliato. La montagna non è un parco giochi. La sicurezza va costruita dentro di sé, bisogna allenarsi a "negoziare" con la natura e con se stessi».

Oggi in quale via si riconosce Alessandro Gogna? [l'amico Adriano del rifugio Casera Ditta sarà di sicuro entusiasta di questa risposta - N.d.R.] «È una via del 2005, sulla quasi sconosciuta Cima di Pino Meridionale, in fondo alla valle del Vajont, difficoltà di sesto e anche qualcosina di più. Una parete di oltre 500 metri mai percorsa prima, probabilmente perché ci vogliono 4 ore solo per arrivare all'attacco. L'ho fatta con alcuni amici e con la benedizione di Mauro Corona [...] Sicuramente la più bella salita della mia vita».

Se lo dice Alessandro, ci fidiamo.
--- ---

(Nella foto, Alessandro Gogna insieme a Franco Miotto al Mazzotti 2005)
link al post | commenti | categoria alpinismo
giovedì, 26 aprile 2007

A UN PASSO DAL CONFINE

PELLEGRINO DALLA BRACCIA DPrima di lasciarvi al trentesimo atteso "ritorno a valle" del nostro Mario Crespan [slittato a oggi per via della festa di ieri], una stringa di righe per un giro di link legati al nostro futuro imminente. Ricordiamo che domani sera abbiamo l'ultimo importante appuntamento di A UN PASSO DAL CONFINE, rassegna di scritture contemporanee. Ospite Enrico Brizzi + Frida X per una prima assoluta del nuovo reading elettrico per voce e rock ‘n‘ roll band, spettacolo che lancerà l'ultimo romanzo dello scrittore bolognese, atteso nelle librerie per i primi di maggio. La copertina del nuovo libro, molto in linea con "quanto segue", la vedete qui a fianco; altri dettagli su www.enricobrizzi.it e nel suo archivio magnetico. E mentre il TrentoFilmFestival è in partenza [stasera gli amici Giuseppe Cederna e Umberto Petrin] con un programma ricchissimo [alcuni nostri contributi si potranno cogliere nella preparazione/presentazione delle due serate principali, quelle dedicate a Chris Bonington e a alla Yosemite Valley in California dreaming, ma soprattutto nell'editing della mostra dedicata al grande Gino Soldà], mentre capita tutto questo e grazie alla nostra capacità di costruire reti di persone [v. il bel post di Gabriele Villa], udite-udite [noi stessi non riusciamo ancora a u-dirlo] è stata ufficializzata la nostra partecipazione nientedimeno che alla 52a Biennale di Venezia. Uno nostro folle progetto [bisogna (u)dirlo...], una scultura sociale, un'opera d'arte in cammino che vedrà la prima apparizione in città di Vicenza e la prima rappresentazione durante la Biennale, è stato accettato tra i protagonisti di uno degli eventi che costituiscono la più importante kermesse artistica mondiale. Il lavoro sarà lungo e faticoso, avremo bisogno come sempre di tutti i nostri [-:miei:-] amici. Il cammino e le montagne saranno ancora il nostro punto di partenza, il contesto/pretesto per dire ciò che è/siamo. Come per 20milapiedisoprailmare che replicheremo il 16 maggio a Milano... tanto per non perdere contatto con le nostre origini. Hola/bola/sola/vola/tola/cola. Baci.

MONTAGNE DI CARTA

postato da mariocrespan alle 09:02 in ritorni a valle
Cartolina di Mario CrespanEra un buon diavolo, il Biondo. Nella colonia parrocchiale dove mia madre mi mandò a soggiornare, non ancora quindicenne, era uno dei pochi che avesse preso sul serio il mio subitaneo innamoramento per le montagne. Sul far della sera la parete della Civetta fiammeggiava e il Biondo si divertiva a parlarmi di una difficile ferrata che ne raggiungeva la cima. Non sapevo cosa fosse una ferrata, la ritenevo un’impresa, e speravo che prima o poi egli mi avrebbe portato con sé su uno di quegli epici percorsi. Ma il Biondo aveva un fratello maggiore, un maledetto bigotto al pari dei caporioni della colonia, che lo teneva in soggezione tanto da proibirgli quasi tutto, comprese le escursioni che non fossero proprio innocue. Di ferrate o scalate manco a parlarne. Il Biondo si adattava con un sorriso e, alla fine della vacanza, mi salutò dicendomi:
– Ho una bella collezione di cartoline di montagna, se vieni a casa mia te ne regalerò qualcuna.
Avevo fame di riproduzioni fotografiche, volevo imparare a riconoscere le Dolomiti da ogni versante, a chiamarle per nome. Perciò presi in parola il Biondo e lo andai a trovare, preparandomi a sopportare quel cerbero di fratello. Il quale, come mi aspettavo, stava lì a gironzolare e sorvegliare. Una veduta della parete nord di Cima Grande di Lavaredo, da sola – bellissima, una meraviglia! – mi aveva lasciato a bocca aperta. Il Biondo certo me l’avrebbe regalata, ma di nuovo arrivò il fratello a ficcare il naso. Guardò la cartolina e disse:
– No. Questa no.
Me ne andai con le pive nel sacco e non rividi più né il Biondo, né suo fratello.
Ma la passione per le cartoline delle Dolomiti rimase. Dove potevo reperire, se no, altre vedute delle mie amate montagne? Libri non ce n’erano, e non ero iscritto al CAI. E allora via, a caccia di cartoline. Scomodavo conoscenti, rovistavo nelle loro raccolte di vecchia corrispondenza. Mi piacevano soprattutto quelle firmate da Ghedina nel formato più piccolo – che sapevo molto nitide e stampate bene – con la didascalia vergata a mano in caratteristico stampatello. Imprimevo nella mente senza alcuno sforzo, anzi con intimo piacere, quasi di conquista, ogni particolare delle complesse morfologie dolomitiche. Spesso passavo in rassegna il mio piccolo patrimonio, progettando traversate ed ascensioni. Erano sempre là, le Dolomiti, al fondo di tutto. Ma piccole, sempre troppo piccole, 10 per 15 centimetri, oppure 8,8 per 13,7. 
Ma un giorno, percorrendo a piedi il Calmaggiore (l’animato passeggio nel cuore della vecchia Treviso) l’occhio casualmente finì all’interno di un ampio androne, dove era locato uno dei più noti studi fotografici della città. Sui lati dell’androne erano state appena poste due enormi gigantografie, una delle quali rappresentava le fantastiche e solari Torri del Vajolet. In primo piano stava l’originario, minuscolo rifugio Alberto I e l’adiacente laghetto. Possedevo una cartolina delle Torri del Vajolet ma qui, viste più da sotto, mi parevano diverse, tanto da farmi dubitare della loro identità. Torri o no, ne rimasi affascinato, incantato.
La visita all’androne a metà Calmaggiore divenne per me un appuntamento quotidiano. La foto era assai ben stampata, il bianconero aveva al contempo morbidezza e contrasto, ed evidenziava al meglio le molteplici anfrattuosità della roccia, le cenge, le fessure. Ogni cosa si trasformava diventando palpabile sensazione, ed accresceva in me l’incalzante desiderio di metter le mani sulla calda dolomia, afferrare saldamente gli appigli e arrampicare. Penso che una perfetta immagine a colori non avrebbe scatenato la medesima serie di suggestioni. Stavo lì, in piedi, sul consunto acciottolato, ad ammirare e fantasticare per qualche minuto, o anche per una manciata di secondi. Per nutrire l’amore verso le saettanti e luminose forme di pietra che vedevo così ben ritratte, per il semplice rifugio in riva al lago presso il quale mi pareva di sostare davvero. Se non potevo fermarmi, mi contentavo di una fuggevole sbirciatina a distanza, rallentando la corsa della bicicletta. Quelle apparenze cartacee addolcivano i miei acerbi sogni di adolescente, mitigandone i prematuri venti di delusione.
A quei tempi ero timido, ingenuo, goffo e credulone. Concepivo il salire le montagne come un supremo atto di bellezza e non mi trattenevo dal dichiararlo. Senza ancora averne coscienza rincorrevo i privilegi dei visionari, la loro vita separata. E già mi aggiravo su pascoli incontaminati, dove mai sarei stato deriso.
 
Vi sono parecchie occasioni in cui è bello ritrovare sogni assurdi. Perciò conservo con cura una certa dose di balordaggine. Ammiro coloro che ne sono perfettamente immuni e riconosco che, sul campo di battaglia, essi hanno una disinvoltura più accattivante della mia goffaggine che, già dai primi combattimenti, li rende nove volte su dieci vincitori. Come loro ho la medesima tracotanza, ma non me ne servo. Mi servo di tenerezza nel caso in cui, trovandomi coinvolto per la decima volta, quella mia goffaggine segnerà, allora, la sola vittoria che conta.   
 
Nella lontana stagione della gigantografia delle Torri formai la convinzione che non si potesse far a meno di ascendere le cime dei monti. Ancora adesso, quando m’incammino verso l’alto – come in quel mattino d’ottobre di due anni fa, su, verso il Viàz drio la spala, incontro alle pareti aperte nel controluce tipico dell’autunno – mi dico “no, non ho dubbi, finché avrò un briciolo di forza qui tornerò sempre”. Ma a volte, lungo l’inesorabile scorrere dei giorni, mi sembra di riavvicinare le cime con maggior difficoltà. Sorgono mattini luminosi e tersi, i colori sono vivi e saturi, mi vengono dentro e mi bruciano. Scomodi ed amati fantasmi, le montagne si profilano all’orizzonte di settentrione. So che le rincorrerò, le ritroverò, e sarò felice di farlo, so che non smetterò mai. Ma a volte rimango lì, inchiodato al pavimento. Guardo dalla finestra, immobile. Sento che il tempo, e forse l’età, portano nebbia, appannano cielo e profili, inventano stanchezze inaspettate. E allora baratterei volentieri una buona quantità di segreti svelati, di vette oramai calcate e conosciute per una montagna di carta in bianco e nero capace di riaccendere sogni immacolati e futuro. 
 
 
[Brano di Jean Giono, da Noè]
link al post | commenti | categoria ritorni a valle
martedì, 24 aprile 2007

BLOGGERS IN ACTION

postato da gabrielevilla alle 22:50 in intraisass

L’inizio è di quelli scontati: in una domenica di fine aprile, un trentino parte da Trento e un ferrarese da Ferrara per trovarsi al casello autostradale di Imola e assieme proseguono verso sud, mèta la Rocca di San Leo che sorge su di un dirupo di pietra arenaria alto un centinaio di metri. Lì, sul lato di nord-est, quasi al centro della parete e proprio sotto verticale del terzo bastione del forte che ha visto imprigionato il Conte di Cagliostro, parte una fila di chiodini a pressione arrugginiti che, con dirittura pressoché lineare, arriva fino al termine della parete. Si tratta della via aperta nel 1968 da Cesare Maestri ed Ezio Alimonta, in due giorni il 26 e 27 maggio, con un bivacco in parete e uscita il giorno successivo, accolti sul piazzale della Rocca dal Sindaco e dalle autorità del paese per un brindisi “all’impresa” alpinistica. Nel 1998, un gruppo di volonterosi s’incaricò di bonificarne la vecchia chiodatura, resinando i chiodini a pressione là dove ancora integri, e affiancandola con nuovi tasselli resinati e catene alle soste; successivamente, per festeggiare il trentennale della salita, fu invitato Cesare Maestri che ripercorse la via da lui aperta in cordata con gli autori della “ristrutturazione” e, il giorno successivo, la ripercorse in arrampicata solitaria. Da allora la via viene ripetuta da sei/sette cordate l’anno. Anche i nostri (il trentino, Mauro Loss e il ferrarese, Gabriele Villa) la ripetono: due ore giuste giuste per quei cento metri di A1 con un unico passo di A2. Poi vanno a mangiare una piadina all’aperto, (e che altro se no?), su di un prato e all’ombra di un caratteristico riparo di “arelle” di canna. Si sono conosciuti un anno prima in un post serata del FilmFestival di Trento, accorsi entrambi all’annunciato funerale di Intraisass di cui erano “blogger”. Sicchè finiscono con il parlare dell’esperienza del nuovo Intraisassblog, oltre che di racconti e di arrampicate; lì su quel prato, in Romagna, si parla di Dolomiti e si scoprono affinità di pensiero, esperienze e sensibilità analoghe. Anche questo è il bello di Intraisassblog, quando una comune collaborazione mediatica, diventa un’amicizia “reale”, che si consolida in una semplice ma piacevole giornata di arrampicata.

link al post | commenti | categoria intraisass
lunedì, 23 aprile 2007

TERRITORI DONNE

postato da mluisanodari alle 12:56 in storie dal tibet

Amo il Tibet per la sua bellezza non domata. Pensavo ieri, seduta in moto dietro a Manuel, al vento dolcemente tiepido di una sera di aprile con le stelle e la luna a Kathmandu, colli neri all'orizzonte, mentre Il Capitano scorrazzava felice lungo la strada. Lenzuola a stendere ed i colori delle donne sotto gli occhi. Con Kathmandu ho avuto un rapporto conflittuale: lei è vitale, e di quel tipo di vitalità che all'inizio ti spaventa, ma che poi ti travolge e ti conquista, come una bellissima donna un po' puttana. Qui ho imparato la dolcezza della sospensione del giudizio morale. Forse Kathmandu è un po' puttana perche' piace a tutti, ma come si fa a resisterle. Se si ha un cuore non le si puo' resistere, e infatti non conosco persona che le sia resistita; conosco persino un uomo che ha un cuore grande come una casa ma che la vita gliel'ha fatto mascherare cosi' bene che la gente pensa che non ce l'abbia piu', ed anche lui a volte dimentica di averlo, che qui lo ritrova. Quante leggende himalayane cara Nives, tormentate come l'Icefall (l'Icefall lo amiamo perche' è tormentato, dice Il Capitano, e pure perché non è domato, penso io), ed è così raro che noi donne ci incontriamo amiche su questi territori che sono stati resi un po' maschili. Ma la Chomolangma è amica pure lei, non temere Nives, e lei non si sente in dovere né di occuparsi di noi né di darci un ruolo -come a volte gli uomini- perché, da donna, lei ci ama per come siamo, come l'Icefall.

link al post | commenti (2) | categoria storie dal tibet
sabato, 21 aprile 2007

LA VIA DEL VILLAGGIO (6 di 8)

postato da gabrielevilla alle 00:08 in storie

Ricordo un inverno a metà degli anni cinquanta. A quei tempi nessun abitante dei paesi di Pecol e Piaia possedeva l’automobile, quindi, durante i mesi invernali nessuno avvertiva la necessità che la strada fosse sgombrata dalla neve che cadeva abbondante a quella quota, ben oltre i mille metri. Così il nastro sterrato della via che conduceva al villaggio, una volta ricoperto dal bianco strato, diveniva un’ideale pista per gli slittini, unico, ma gustosissimo terreno di gioco che impegnava tutti i ragazzini del paese per interi pomeriggi, terminate le lezioni a scuola. Inizialmente la pista era di circa duecento metri e terminava poco prima della curva di Revinàza, cioè fin dove al fianco della strada non vi era dirupo. Il fatto è che, in seguito, giorno dopo giorno e di cinquanta metri in cinquanta metri, si era allungata fino ad arrivare direttamente al ponte di legno, circa mezzo chilometro oltre la curva. Il fatto che non vi fossero protezioni a bordo strada, se non qualche raro paracarro sulle curve, e, di sotto, una scarpata che in alcuni punti raggiungeva i cento metri, non era stato sufficiente, evidentemente, per spaventare quei ragazzini sicuri della loro padronanza degli slittini. L’unico timoroso ero io perchè venivo dalla pianura, non possedevo slittino e prendevo posto ora con uno ora con l’altro, dovendomi fidare dell’altrui destrezza. Un giorno lo zio Mario, accortosi della mia situazione d’inferiorità rispetto agli altri ragazzini, si chiuse nel piccolo laboratorio di falegname e ne uscì solo a sera, tenendo in mano uno slittino realizzato con tutti i sacri crismi. Quando me lo porse fece di me il ragazzino più felice del paese. Ovviamente, non essendo io sufficientemente esperto, non partecipavo alle gare di velocità in cui si impegnavano tutti gli altri, che, mano a mano che si batteva e lisciava la pista, divenivano sempre più accanite e veloci, senza che nessuno pensasse minimamente a quel dirupo che incombeva subito al fianco della strada, anzi sembrava proprio non esistere. Con l’inasprirsi della competizione, però, prima o poi doveva succedere che qualcuno commettesse un errore e, quando successe, per fortuna non vi furono conseguenze. Fu verso sera, dopo un pomeriggio di gare accanite, con la stanchezza che cominciava a farsi sentire nelle gambe ed avvenne proprio nell’ultima curva verso destra, alcune decine di metri prima del ponte, nel punto in cui la scarpata precipita, ripida, sul fondo valle ove scorre il Ru delle Nottole: Lino era steso sullo slittino, “ in pànza “ come dicevano loro, impegnato in un testa a testa, sembrava potercela fare a prevalere ed arrivare primo, ma, improvvisamente, si rese conto di avere impostato male proprio l’ultima curva. Lo slittino, ad un certo punto, si diresse dritto verso il baratro e il fondo del torrente, settanta metri sotto, ma lui ebbe la prontezza di lasciarsi rotolare sul fianco, buttandosi giù per fermarsi a terra, a bordo strada, mentre lo slittino proseguì la sua corsa andandosi a schiantare sotto al ponte. Era tardi, oramai sera, il buio incombeva e non era possibile andare a recuperarlo. Fu così che i suoi genitori, quando si accorsero che era ritornato a casa senza slittino, vollero sapere cos’era successo e scoprirono il pericoloso gioco-competizione. Il giorno dopo passarono la voce a tutti gli altri genitori che fecero scattare reprimende e divieti, così che la curva di Revinàza tornò a diventare “limite invalicabile” per gli slittini, come era stato all’inizio dell’inverno.

link al post | commenti | categoria storie
venerdì, 20 aprile 2007

SCHIEVENIN, UNA VALLE SOTTO ASSEDIO

postato da intrablog alle 16:40 in cultura, varia
Cari amici,
pubblicchiamo il manifesto pervenutoci da Walter Novello e la lettera di Massimo Collavo [Commissione Veneta per la Tutela dell'Ambiente Montano]. Il giorno per la manifestazione è stato fissato: il 6 maggio. Interveniamo numerosi.

MANIFESTO 6 MAGGIO - Schievenin«Da mesi circolavano voci sulla riapertura della cava di pietra in Valle di Schievenin, nel territorio comunale di Quero (BL).

Purtroppo, e ve ne darò prova, posso affermare che non si tratta di semplici supposizioni ma di un triste futuro neanche troppo lontano. Ad essere precisi sto parlando della possibile, anzi ahimè probabile, apertura di una miniera con lavorazione del materiale in loco e non di una semplice cava. Perché faccio questa precisazione?
Cercherò di spiegarlo raccontandovi una breve storia.

Tutto inizia quando la ditta Rech G. & M., con sede proprio a Schievenin, titolare della concessione della cava di pietra in Val Storta, ottiene nel 1988 l'autorizzazione alla trasformazione della cava in miniera per sali magnesiaci: si realizza così un sito sottoposto alla Legge Mineraria Nazionale (oggi, nel 2007, parliamo ancora di "regi decreti"...) che considera questo tipo di attività estrattiva come un interesse nazionale. Il Comune di Quero, contro questa decisione, fa l'unica cosa che gli è possibile, cioè un ricorso al TAR che, dopo vari gradi di giudizio, nel 2003 per sentenza del Consiglio di Stato, verrà rigettato.
Quindi, badate bene, la Concessione Mineraria denominata "Schievenin" è tutt'ora valida.
A questo punto vi chiederete: bene, perché allora non si stà già scavando? Se la devastazione non è ancora iniziata si deve ringraziare l'inconsapevole Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali che, nell'Autorizzazione Ambientale del 9 maggio 1995, all'art. 5, obbliga il concessionario a prendere precisi accordi con l'Amministrazione Comunale in materia di inquinamento atmosferico, acustico, trasporto dei materiali e sicurezza dei cittadini (ricordo che essendo la miniera per legge un "interesse nazionale" non ricade nei vincoli previsti per il Piano d'Area del Massiccio del Grappa). Di fronte a questo provvedimento il Comune di Quero fa due cose, un altro ricorso al TAR, questa volta contro l'Autorizzazione Ambientale (A. A.) e la richiesta al concessionario di prevedere degli interventi di manutenzione all'attuale strada in Valle e la realizzare una rete stradale alternativa per spostare il traffico pesante dall'abitato di Quero.

La ditta Rech, pur malvolentieri, recepisce queste richieste e nel 1997 prospetta, per la prima volta, l'idea della costruzione di un tunnel stradale (5 x 6 mt e lungo circa 800 mt) che colleghi la SP 21 Feltrina, all'altezza della stazione di Quero Vas, con la zona di Ponte Cagnin, cioè l'inizio della Valle.
Su questa proposta il Comune non prende alcuna decisione e tutto rimane sospeso.

Nel 2001 arriva la proroga dell' A. A. del 1995 che ne conferma in toto le prescrizioni e, soprattutto, quelle contenute nel famoso articolo 5.
Nel 2003 il Comune di Quero, visto anche l'entrata in vigore delle nuove norme europee sulla tutela dell'ambiente, presenta dei motivi aggiuntivi al ricorso al TAR iniziato nel 1995. Nel 2003 il TAR accoglie il ricorso del Comune ed in particolare le recenti osservazioni, rendendo formalmente nulla l'autorizzazione del Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali del 9 maggio 1995. Quindi la concessione mineraria della ditta Rech è valida ma i lavori non possono iniziare finchè non viene rilasciata una nuova A. A.
Nel 2005 inizia l'iter per il suo rilascio con il sopralluogo da parte del Servizio Risorse Minerarie. La Regione Veneto, tra le varie documentazioni, richiede che il concessionario rispetti quanto richiesto dal Comune di Quero, che in quest'occasione richiede, oltre a quanto previsto in precedenza, che il traffico dei mezzi pesanti non transiti per la frazione di Schievenin e che l'attività estrattiva preservi la sx orografica del torrente Tegorzo (faccio presente che l'attuale area della concessione mineraria comprende tutta la zona della palestra di roccia !).
Una postilla: la legge mineraria prevede che il concessionario possa espropriare i terreni non di sua proprietà ricadenti nell'area di estrazione.........non aggiungo commenti.
Veniamo ai giorni nostri. Il 16 gennaio 2007 la Regione Veneto sollecita la ditta Rech ad integrare la pratica con i documenti mancanti...... Spunta un secondo pregetto di galleria, molto più ambizioso, che collega la SP 21 con la parte alta della Valle, bypassando così l'abitato di Schievenin e tutte le prescrizioni del Comune !!!
Resta il fatto che:

1) l'attuale volume della concessione (1.500.000 mc) non sosterrebbe i costi di realizzazione del tunnel, per cui verrà ragionevolmente richiesto un ampliamento;
2) la ditta Rech snc non ha sicuramente i mezzi finanziari per sostenere gli oneri per un tale progetto e le fidejussioni richieste per il ripristino, quindi è fin troppo facile intuire che dietro a tutto si celi qualche grossa compagnia mineraria con mezzi e risorse di ben altra portata... e forse anche molti meno scrupoli.

Scusate per il lungo preambolo ma lo ritengo indispensabile per una giusta informazione e per poter evere un'idea della portata e delle conseguenze del problema. (Non dimentichiamo che nel vicino Comune di Alano, a meno di 500 mt, la ditta Cementi Rossi ha presentato un progetto di coltivazione mineraria di circa 4.000.000 di mc, il località Col del Roro, cioè il colle da Campo di Alano degrada verso le pescherie di Schievenin, con gli stessi problemi di natura ambientale e sociale).

Ricordo, inoltre, che c'è una continua presenza di aziende di escavazione nazionali ed anche multinazionali che richiedono il permesso di eseguire indagini minerarie nella zona di Schievenin e del Basso Feltrino: si tratta un territorio costantemente sotto assedio ed è vergognoso come la Regione Veneto, non approvando un Piano Cave, lasci questi territori privi di tutela ed alla mercè dei vari "avventurieri".

Non vorrei ripetermi ma mi preme ribadire che la concessione esiste già e la procedura di VIA è avviata!
Siamo di fronte al concreto pericolo che una delle più belle e suggestive valli prealpine scompaia per sempre.
A Schievenin c'è la sorgente del torrente Tegorzo, una varietà di flora e fauna che negli anni si sono preservate grazie all'isolamento del sito, ci sono più di 300 vie di arrampicata su cui si sono messi alla prova innumerevoli climbers, alcuni dei quali protagonisti dello sviluppo dell'arrampicata sportiva. Come possiamo permettere che queste bellezze ci vengano sottratte, chi ha il diritto di rubarci la freschezza dell'aria o lo scintillio dell'acqua?

Ho voluto scrivere queste righe per denunciare questa grave situazione e per invitare alpinisti, escursionisti, amanti di questi luoghi ed associazioni ambientaliste a prendere una chiara posizione di netta contrarietà. Ricordo che sia la Valle di Schievenin che il Col del Roro ad Alano di Piave sono SIC e ZPS (siti di interesse comunitario e zone di protezione speciale) in quanto possono contenere habitat delicati e specie di particolare interesse naturalistico.
Quello che fin'ora non hanno fatto gli amministratori possiamo farlo insieme, cioè segnalare al Commissario Europeo per l'Ambiente lo scempio che si vuole perpetrare in queste aree protette. Non servono studi legali ed avvocati.
E perché no, facciamo sentire il nostro dissenso, organizziamo una giornata di festa in Valle, dimostriamo come l'interesse dei molti può prevalere sull'interesse di pochi».

link al post | commenti (10) | categoria cultura, varia
giovedì, 19 aprile 2007

UN'ALTRA VETTA PER KURT

postato da marcoconte alle 21:27 in incontri e manifestazioni
tamburello3Kurt Diemberger, scalatore austriaco tra i più conosciuti del nostro tempo, è il vincitore dell'edizione 2006 del premio Una vetta per la vita. La cerimonia di consegna del riconoscimento si è tenuta lo scorso giovedì 29 marzo presso la Barchessa di Villa Pola a Vedelago di Treviso, sotto la supervisione di Vittorino Mason. Il premio, che consiste in un dipinto della pittrice Piera Biliato raffigurante il Sass de Mura, è stato attribuito a Diemberger «per la sua straordinaria attività alpinistica sulle montagne del mondo e per il grande valore di quella divulgativa attraverso libri, film e conferenze».

Nella consueta cornice organizzativa curata dal ristorante il Teatro dei Sapori di Castelfranco Veneto insieme al Gruppo escursionistico Le Tracce, alla manifestazione hanno preso parte anche diverse personalità che hanno legato il proprio nome all'universo della montagna, sia in campo alpinistico sia in quello della cultura. Erano presenti Giuliano Bressan, Piero Radin, Tona Sironi insieme alla nostra intrablogger ML Nodari, Claudio Moretto, Marco Peruffo, Paola Favero, i bellunesi Flavio Faoro e Loris De Barba, Rinaldo Dell'Eva, Giacomo Da Riz e molti altri.

Nato a Villach in Carinzia nel 1932, Diemberger è l'unico uomo al mondo ad aver salito in prima assoluta due cime di ottomila metri. La sua attenzione non è tuttavia rivolta solo verso la sommità dei monti, ma si concentra altresì su quanto avviene "in basso" e riguarda le popolazioni montane di tutto il pianeta: collabora con associazioni di solidarietà quali Mountain Wilderness ed Eco - Himal in favore della salvaguardia della cultura tibetana. Il suo ultimo libro, intitolato "Passi verso l'ignoto", è stato dato alle stampe dall'editore Corbaccio nel 2005.
--- ---

(Nella foto, un momento della cerimonia)

IL PINO DELLA BAIARDA 3/3

postato da mauromazzetti alle 18:09 in gente di mare
Basta alzarsi di qualche metro sulla prima placca rocciosa; il panorama si apre grandioso e selvaggio sull’assolato versante est del vallone, mentre si arrampica all’ombra mattutina della parete ovest. E’ un contrasto che si incontra spesso in Baiarda: si sale al fresco [o spesso al freddo], mentre si vede il sole colorare pian piano di arancione le rocce e le scarpate prospicienti. La differenza con la montagna “vera”, però, sta nel fatto che verso sud il mare taglia longitudinalmente l’orizzonte. Ed infine, guardando a nord, sembra di essere catapultati in mezzo al Deserto dei Tartari, come il tenente Drogo; aspettiamo che succeda qualcosa, qualsiasi cosa, mentre recuperiamo il compagno lungo la via delle clessidre. A destra e a sinistra si indovinano e si intuiscono le linee di salita, dove altri soldati della guarnigione risalgono al ritmo e con la cadenza della colonna sonora degli usuali comandi.
Giù all’attacco – meglio una trentina di metri sotto – il pino sembra schiacciato dalla prospettiva. Se ne intuisce solo la punta, con radi ciuffetti che si confondono nel chiaroscuro dello sfondo sassoso. Negli anni il pino è cresciuto, guardato e coccolato da tutti gli amanti della Baiarda. Come se fosse il figlio di molti; come se fosse il padre di tanti. Ha tenuto d’occhio le prime timide arrampicate di quegli alpinisti, che proprio su queste rocce hanno avuto il battesimo con corda e moschettoni. Ha segnalato egregiamente dove passare, indicando la via più semplice in mezzo alle mille possibili tracce.

Lunedì di Pasqua. Partiamo presto dalla stazione dell’Acquasanta, tanto per una sgambata e per arrampicare un pochino, prima di mettere i piedi sotto il tavolo. Il caldo si fa già sentire, anche alle 8 del mattino. Con Roberto ci conosciamo da tanti anni, e da tanti anni arrampichiamo e ragioniamo assieme; da un po’ di tempo non ci si legava alla stessa corda, e l’occasione è propizia.
Risaliamo il sentiero, chiacchierando sui massimi sistemi. Al “Ferrante” ci fermiamo un attimo, solo un attimo perché abbiamo poco tempo. Ripartiamo veloci, puntando al solito pino. Non lo vediamo, ma non ci preoccupiamo più di tanto: il gioco in auge fra i cultori della Baiarda è quello di scoprire nuovi tragitti, nuove traiettorie, nuovi sentieri, ed anche nuove vie.
Conduco veloce sulla Placca dell’Ubaldo, così chiamata dal nome di un alpinista degli anni settanta noto negli ambienti genovesi. Mentre recupero Roberto, mi guardo intorno. La cresta settentrionale si impenna quasi subito sull’orizzonte di destra, apparentemente arcigna ma in realtà bonaria. Vedo da lontano il Diedro della rivincita, che conduce ad uno dei tiri più estetici del settore. Contro la luce del mattino, inquadro lo Spigolo del Secchio, così chiamato perché sulla sezione più dura ed aerea è stato appeso un vero secchio, azzarderei un bugliolo, colmo di fiori e di ricordi. Da lontano la sua sagoma si individua nettamente, rimandando a vecchi racconti tra mito e realtà.
Diedro Rosso, la Grattugia, Placca di Emi, Diedro Gozzini; siamo fuori, o meglio in cima. Saliamo l’ultimo spigoletto che ci porta in “vetta”, dalla Madonnina scolpita da un artista locale. Laici entrambi, non dimentichiamo però di salutarla e di accarezzarla, perché a tutti e due l’è ca-u, ci è caro, ci fa piacere.
Rientriamo alla macchina con un trotto veloce. La nostra mezzanotte scocca alle tredici. E la nostra scarpetta non è di cristallo, anche se la potrebbe calzare il piedino di Cenerentola…
Il pino lo rivedremo la prossima volta.
link al post | commenti | categoria gente di mare