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sabato, 31 marzo 2007

LA VIA DEL VILLAGGIO (3 di 8)

postato da gabrielevilla alle 00:59 in storie

A Palàz abitava anche Méda Rosa, un donnone corpulento, con l’eterno grembiulone nero e il fazzoletto avvolto attorno alla testa e annodato sulla nuca. Era perennemente impegnata a fare la spola tra casa sua e il porcile, dentro al quale grufolava un grosso maiale; saziato che aveva l’animale, se ne andava alla stalla vicina dove c’erano la mucca e le galline, e l’angolo con le gabbie di rete metallica piene di grossi conigli ai quali preparava erbe e lattughe. Quando aveva sfamato e accudito tutti gli animali la si vedeva partire per andare a tagliare fieno nei prati di sua proprietà nelle vicinanze del paese e non era infrequente osservarla, immobile per qualche momento, a gambe larghe, appoggiata con fare noncurante al manico della falce. Ma non lo faceva per riposare, molto semplicemente stava orinando. Se n’erano accorte alcune comari del paese e la cosa era raccontata come fosse assai scandalosa: “La Rosa no la porta le mudande e la pìsa in pìe, come chi omén”. (La Rosa non porta le mutande e piscia in piedi come gli uomini).
Anche la zia Veronica era un personaggio di quelli che non passano inosservati. Come Méda Rosa aveva gli animali nella stalla ai quali preparare il mangime, poi le patate da cavare (giavàr patate), l’erba da segare da qualche parte, le foglie di frassino da raccogliere (“pelàr fuoia”, si diceva in gergo) per nutrire i conigli che ne vanno ghiotti, e l’orto, davanti a casa, da sistemare. Insomma, tutti quei lavori che la potessero tenere fuori da casa, la quale appariva all’ospite più un magazzino che un luogo dove potessero vivere abitualmente degli umani: c’erano sacchi di sementi e farina nel corridoio, altri con mangime vario, piselli da sbucciare, sgabelli in legno (gli scàgn*) e, appoggiati sul tavolo di cucina, uova di gallina, contenitori in alluminio per il latte (le càndole**), caspi d’insalata, carote da lavare e cento altre cose ancora. Ogni tanto la Veneziana, che abitava nella casa sotto la sua, si affacciava sull’uscio e le lanciava il solito richiamo ad alta voce attraverso le finestre aperte, o Veriiii..., ma quest’ultima sembrava non avere mai tempo per sedersi a fare due chiacchiere; al massimo si affacciava alla finestra della stùa*** per scambiare qualche scarna battuta, nel breve tempo che intercorreva fra la preparazione di un impasto di mangime e l’altro. Allora la Veneziana si rassegnava e se ne ritornava in casa per sedersi sulla sua seggiolina bassa, vicino alla finestra e con vista sulla strada, immergendosi nell’immancabile lavoro a maglia o nel rammendo di qualche calzino dei figli, interrotto soltanto da qualche occhiata alla strada sottostante, quando vedeva passare qualcuno.

 

* Scàgn: sgabello di legno formato da un’assicella scavata a forma di cucchiaio e con tre gambe. Veniva usato abitualmente nelle stalle per la mungitura delle mucche e delle capre.

 

** Càndola: pentolino in alluminio, munito di coperchio; solitamente della capienza di un litro.

 

*** Stùa: è la stanza equivalente a quella da pranzo, dove in genere c’è il fornello che la scalda e nel quale si raccoglie la famiglia o si intrattengono gli ospiti.

 

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giovedì, 29 marzo 2007

DODICI RAMETTI PER VOLTA

postato da mariocrespan alle 09:01 in ritorni a valle
NEL BOSCO si Mario CrespanHo la fortuna di avere un amico valligiano, innamorato della montagna nel modo migliore. Ama le cime e le valli di casa sua, ma anche tutte le altre. Ama le ascensioni difficili, in qualunque stagione e in aspre ed ostiche condizioni, ma anche le tranquille scarpinate prive di difficoltà eppure ugualmente capaci di riaccendere lo spirito. Ama le lunghe soste in quota sul ciglio dei precipizi o appollaiato sui costoni dominanti, appena sopra il limite della vegetazione, al cospetto di cime, pareti e sprofondar di valli. Persegue i silenzi e l’assenza, le appartate solitudini, da vivere e condividere.
Ho avuto, e spero di avere ancora, il privilegio di legarmi alla sua corda e di accompagnarlo per boschi e vallate, pendii di ghiaie e di rocce, d’erbe e di nevi. Sempre son tornato a casa arricchito non solo per quanto concerne l’essere alpinisti nel profondo ma soprattutto nella conoscenza dell’animo vivente di ciascun briciolo di natura, di ogni infinito pulsare, aprirsi e chiudersi, del nostro stesso animo inquieto in perenne moto di ricerca.
 
Come tutte le uscite in montagna anche le nostre cominciano appena oltre le ultime case e da qui il più delle volte prendono a innalzarsi lungo sentieri nel bosco, terreno di scomodi ripiegamenti interiori. Si può salire ciascuno per sé aspettando di allentare la morsa del sangue, del cuore e del pensiero con l’avvistamento debolmente annunciato della certezza del cielo e della luce, ripristino di orizzonti e di rocce, di punti cardinali e di orientamento ritrovato. Per noi, invece, l’avviarsi nel folto della selva segna l’inizio di un colloquio che procede e progredisce assieme al nostro cammino.
I sentieri nel bosco accolgono i frammenti d’albero che le cause più disparate – fulmini, vento, malattia – fanno distaccare e precipitare a terra. Seguendo i passi dell’amico mi sono accorto che egli – senza smettere il dialogo e quasi per innato automatismo – sposta di lato col piede o con i bastoni i pezzi di ramo che, grandi o piccoli o sottili o robusti, giacciono lungo il tracciato ostacolando la marcia. Ecco un altro insegnamento – ho detto tra me – che proviene da molto lontano nel tempo, un sommesso invito a contribuire al bene comune, un’ascendenza di atavica saggezza giunta fin qui attraverso l’amico, ultimo frazionista di una lunga corsa di staffetta. 
È un’abitudine che ho finito per prendere anch’io, arrivando addirittura a stabilire una quantità minima. Per ogni escursione mi sono ripromesso di togliere di mezzo almeno dodici rametti. Dodici rametti per volta. Meglio se sono di più, e sempre lo sono, ma mai di meno. Se ognuno di noi adottasse lo stesso elementare accorgimento i nostri sentieri sarebbero perfettamente puliti e sgombri, anche dalle pietre – perché anche le pietre si possono ugualmente eliminare se dànno fastidio, con la sola precauzione di non farle precipitare addosso a qualche malcapitato che si trovasse a passare di sotto. Dodici rametti e dodici pietre per volta.
E le immondizie? Già, un altro problema. Perché alcuni, credendo di amare la montagna, pensano di portarsi a casa i suoi fiori e di lasciarle in cambio i loro rifiuti. Allora converrebbe avere al seguito un sacchettino per poter contribuire, ove se ne presentasse l’occasione, ad asportare qualche scoria abbandonata per terra appunto da quei fervidi appassionati della montagna. Dodici scorie per volta, o anche di più, volendo, così si riempie l’intero sacchettino, e lo si porta giù appeso all’esterno dello zaino.
 
Questo il piccolo contratto che ho stipulato con me stesso vedendo il mio compagno che tac! scostava un ramoscello col bastone, e poi tac! col piede allontanava un ramo corto e tozzo, e poi ancora si chinava su una pietra e la poneva di lato. Sulla scia delle fantasie che si espandevano come altrettante fronde dalle mie osservazioni ho provato ad immaginare un mondo in cui, per almeno una dozzina di volte al mese, la gente spontaneamente andasse ad inventarsi un modesto contributo socialmente utile. Ci sono già gli scout che compiono la loro buona azione quotidiana – si potrà obiettare – dovremmo dunque ridiventare tutti lupetti? No, non credo che occorra per forza l’appartenenza ad un partito, a un’associazione di volontariato, ad una qualunque consorteria laica o confessionale ed anzi, lo trovo quasi controproducente. Basterebbe solamente una maggiore consapevolezza del vivere comune, del nostro comune procedere su un medesimo sentiero. Di rametti importuni ve ne sono dappertutto, e forse non è così difficile scostarli, magari facendosi aiutare. Scordando per un attimo il proprio tornaconto spicciolo, giusto come accade camminando in montagna, quando si è portati a risparmiare energia ed anche un minimo movimento in più – levar di mezzo un intralcio, appunto, invece di evitarlo e lasciarlo dove sta – appare un gravoso contrattempo.
 
Mondo, sii, e buono;
esisti buonamente,
fa che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
ed ecco che io ribaltavo, eludevo
e ogni inclusione era fattiva
non meno che ogni esclusione;
su bravo, esisti,
non accartocciarti in te stesso in me stesso
 
Dodici rametti per volta, non uno di meno. Può essere una salutare ricetta, o un inizio. Per non assecondare pericolose spirali centripete, chiuse su un consolatorio edonismo. Meglio rimettere attenzione al terreno, meglio riaprire orizzonti evitando patteggiamenti con devianze ed angosce. Ogni rametto spostato è un quanto di solidarietà trasmesso a chi in futuro deciderà di inoltrarsi sul medesimo percorso. In tal modo, forse, la montagna può ricordare a noi – inveterati individualisti nel nostro esercizio di alpinismo – a non dimenticare gli altri, mettendovi cuore e spirito.
Dodici rametti, dodici pietre e un sacchettino per le immondizie. Chissà se il mio amico montanaro si è accorto di avermi impartito una preziosa lezione di umanità semplicemente camminando. Non credo. E comunque spero che non lo venga mai a sapere.
 
[Versi di Andrea Zanzotto, da La Beltà]
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mercoledì, 28 marzo 2007

UNA VETTA PER LA VITA, VI edizione

postato da marcoconte alle 21:17 in incontri e manifestazioni
tamburelloCome ogni primavera, anche quest'anno Vittorino Mason e Piera Biliato propongono il consueto appuntamento col premio Una vetta per la vita. La cerimonia di premiazione, giunta alla sesta edizione, è confermata per domani giovedì 29 marzo con inizio alle ore 20.30. A differenza degli anni passati, l'iniziativa si svolgerà questa volta nella cornice della Barchessa di Villa Pola di Barcon di Vedelago, in provincia di Treviso. La serata è organizzata dal Gruppo naturalistico Le Tracce e dal Ristorante il Teatro dei Sapori di Castelfranco Veneto.

«Una vetta per la vita è un premio dedicato alla montagna che ogni anno vuole riconoscere una persona che sia contraddistinta in qualche campo della vita», spiega Mason nel comunicato di presentazione, «ma che di base abbia un amore, affinità con la montagna». Nelle precedenti edizioni sono stati premiati personaggi quali il compositore Giusto Pio, Fausto De Stefani, Spiro Dalla Porta Xydias, Cesarino Fava e Bianca Di Beaco. Come da tradizione affermata nessuno conosce in anticipo il nome del vincitore, che verrà reso pubblico solo al momento della premiazione.

La serata, che consiste in un ritrovo conviviale con la presenza di numerosi esponenti del mondo della montagna e dell'alpinismo, è aperta a tutti. Per informazioni e prenotazioni ci si può rivolgere presso il ristorante Teatro dei Sapori di Castelfranco Veneto chiamando il numero di telefono +39 0423 722575 (chiedere di Beppe).
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(nella foto in alto, una delle passate edizioni del premio)
martedì, 27 marzo 2007

AN AMERICAN DREAM

postato da mauromazzetti alle 14:25 in varia, storia dell alpinismo
Non so se ricordate, circa vent’anni fa, il tizio che vendeva in televisione immobili in Romania o giù di lì. Naturalmente era una bufala, che coinvolse centinaia di sprovveduti ed improvvidi finanziatori della cassa (personale) del tizio in questione. Che poi sparì con il tesoro, insalutato ospite.
Oppure se ricordate, ma siamo in altro campo, Totò che vendeva agli americani la fontana di Trevi.
Ecco, proprio gli americani ci hanno reso pan per focaccia.
Ma stiamo ai fatti; o meglio alla storia.
Yvon Chouinard è stato un grande alpinista americano, attento anche ai problemi ambientali, rispettoso della natura, pronto a cogliere gli elementi di novità e progresso nella tecnica dei materiali. In ognuno di questi campi è stato leader, capo carismatico, promotore, precursore ed organizzatore.
Da alpinista ha al suo attivo memorabili salite, effettuate nell’Età dell’Oro in Yosemite. Assieme ad altri personaggi di spicco, come ad esempio Royal Robbins e Chuck Pratt, Chouinard ha scalato anche in America come in Canada, sui Tetons come in Patagonia.
Patagonia, come la ditta che ha fondato e gestito. E scusate se è poco.
Ma torniamo all’aggancio con l’immobiliarista canaglia e con Totò spacciatore di fontane. Chouinard ha cominciato proprio come nel sogno americano, dove e quando lo strillone vende giornali fino a diventare un magnate dell’industria. Il nostro ha intrapreso la sua attività più o meno con le stesse modalità, vendendo chiodi direttamente dal bagagliaio della sua automobile. Ma il vulcanico americano non si è limitato a questo, affinando man mano gli attrezzi per le salite su ghiaccio e fino a creare un’industria di equipaggiamento e materiali a livello mondiale.
Si è poi detto sopra che Chouinard è persona attenta all’ambiente, nell’infinitesimamente piccolo come nel gigantesco. Ossia per quanto riguarda il rispetto della roccia, con la creazione di sistemi di assicurazione intermedi che non lascino segni del proprio passaggio; per quanto riguarda la natura, con la creazione di un movimento di opinione e di idee che ha come progetto la formazione e l’informazione in materia di protezione e conservazione delle emergenze ambientali.
E’ di questi giorni la notizia che Chouinard sarà presentato dall’American Alpine Club per ricevere un prestigioso premio, riguardante proprio la conservazione dell’ambiente.
Un sogno americano, appunto.
Ma lasciatemi una considerazione maliziosa, prima ancora che maligna.
Domenica, nella tormenta che imperversava sul monte Penna, la mia giacca a vento Patagonia, Inc. [marchio depositato] in Goretex [marchio depositato] non mi ha salvato da una bagnata omerica. Sarà la onorata vecchiaia dell’indumento? Sarò forse meno ambientalista di Chouinard?
lunedì, 26 marzo 2007

BLOGGER[s] IN ART FRONTLINE

Cari amici lettori due segnalazioni importanti che riguardano l'impegno dei nostri blogger[s], me medesimo, sul fronte delle arti di questa ultima settimana di marzo.

Cozzi Alpino - Mostra a cura di Melania LunazziTRAVESIO (PN): sabato 31 marzo alle ore 16.00 presso il Palazzo Toppo Wassermann di Toppo di Travesio s'inaugura la mostra «Da Trieste alle Alpi. Napoleone Cozzi. Artista, alpinista, patriota. Acquerelli, fotografie, dipinti e disegni dal 1880 al 1916» - curata dalla nostra Melania Lunazzi, autrice del volume su Napoleone Cozzi, Ardimenti e incantevoli ozi. Le Dolomiti Friulane negli acquerelli di Napoleone Cozzi, Nuovi Sentieri, Falcade 2004, nonché del pregevole racconto archetipo del fuINTRAISASS, LA PRIMA ASCENSIONE DEL CAMPANILE DI VAL MONTANAIA. «La mostra avrà un carattere monografico ed un taglio storico-artistico e privilegerà l’esposizione di materiali e documentazioni artistiche realizzati da Napoleone Cozzi (1867-1916). La mostra si propone l’obiettivo di attirare l’attenzione su un personaggio chiave della storia dell’alpinismo in regione, recentemente riscoperto, e di indagare nel contempo il contesto storico di riferimento in cui egli ha operato, tenendo presenti le sue origini friulane. Verranno dunque collazionati materiali poco conosciuti e mai radunati tutti assieme con l’obiettivo prioritario di operare una riflessione sul personaggio e, di riflesso, sulla sua epoca storica, seguendo le due piste artistica e alpinistico-patriottica: l’operato di Napoleone Cozzi segna infatti in questo senso il passaggio dall’alpinismo esplorativo a quello sportivo in una stretta rete di legami con l’ambiente patriottico triestino e friulano. Si concentrerà l’attenzione sui taccuini di acquerelli, forma di espressione assai peculiare per tipologia e contenuti, che verranno qui per la prima volta esposti. [...]». Per il comunicato completo della mostra, che durerà dal 1 aprile 2007 al 3 giugno 2007, clicca qui,. Ingresso: euro 3. Riduzione per soci FAI e CAI. Orari apertura: tutti i giorni dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 18. Sabato e domenica: dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 19.

Alberto Peruffo e Luigi Meneghello - IL CREN DELLA LINGUAMONTECCHO MAGGIORE (VI): facendo un passo indietro di un giorno, venerdì 30 marzo è atteso invece il secondo appuntamento della rassegna A UN PASSO DAL CONFINE, rassegna di scritture contemporanee. E' atteso soprattutto dal sottoscritto e dai suoi amici poiché tra i quattro incontri della rassegna quello con Umberto Petrin e Lucrezia De Domizio Durini - e gli artisti che saranno evocati durante la serata, Thelonious Monk e Joseph Beuys - segna più degli altri lo stile di ricerca portato avanti dal nostro gruppo negli ultimi anni. Perciò, cari amici, vicini e lontani, non mancate. Sapete che le sorprese e le improvvisazioni non mancano mai. Noi tentiamo di portare in scena sempre serate uniche e non ripetibili. Ogni volta c'è qualcosa di nuovo e di non più riproducibile. Probabilmente venerdì anticiperemo qualcuno dei nostri nuovi lavori e se anche così non fosse, la serata con Umberto Petrin, uno dei più grandi pianisti jazz e performer in circolazione, introdotto da Lucrezia de Domizio Durini, massima esperta internazionale di Joseph Beuys, ideatrice e curatrice responsabile di uno degli eventi più importanti dell'imminente 52a Biennale di Venezia [dal 10 giugno per 100 giorni prenderà il via JOSEPH BEUYS - DIFESA DELLA NATURA - THE LIVING SCULPTURE - KASSEL 1977, VENEZIA 2007], regalerà momenti difficilmente rivisitabili in altre occasioni. A conferma della difficile riproducibilità di questi eventi, dove portiamo in scena personaggi, storie e discipline spesso lontani tra loro, creando dei corto circuiti, vi allego una foto della bellissima e intensa serata passata con Luigi Meneghello venerdì 16 marzo: IL CREN DELLA LINGUA, ovverosia mesi di lavoro per una regia a serata unica. E la magia della scena irripetibile suggellata dall'accoglienza e dal calore del numeroso pubblico intervenuto... non ammette repliche. Idem per la prossima, io credo. Un caro saluto ;-)

sabato, 24 marzo 2007

LA VIA DEL VILLAGGIO (2 di 8)

postato da gabrielevilla alle 00:41 in storie

Comunque, che siano diciotto quelle case, anzichè sedici, non fa molta differenza perchè il mio villaggio non è propriamente formato fisicamente da quelle, quanto da ciò che ho conosciuto e vissuto soprattutto nelle tante estati adolescenziali passate sul fianco di quella montagna, in mezzo a quella gente di una generazione che, già vecchia allora, in gran parte, oggi non c’è più, se non nei miei ricordi di ragazzo.
Infatti, non c’è più Aldo Guardia, come tutti lo chiamavano, che vedevo rientrare al paese terminato il lavoro e di che lavoro si trattasse esattamente non l’avevo mai capito, ma ricordo che aveva la divisa grigia delle Guardie Forestali e la portava impettito, come si conviene alla massima autorità del paese, perché tale lui si sentiva. Non c’è più l’anziana Méda* Néta che ricordo, per intere estati, china sul suo pezzo di orto intenta ad estirpare erbacce fino al momento di scomparire dentro la stalla, all’arrivo dell’ora della mungitura. Il marito di lei, Barba** Angelìn, girava di continuo dentro e fuori la stalla, anche se sembrava non avere incombenze particolari, se non quello di far uscire le mucche, a sera, dopo la mungitura, per portarle a bere direttamente alla fontana nella piazza del paese. Lo si vedeva spesso, seduto tranquillamente davanti alla stalla, fumare la sua pipa, con un sorriso sereno stampato sul volto che sembrava dire: “cari ragazzi, io la mia parte l’ho fatta, adesso tocca a voi”. Anche Barba Cinto se n’è andato da anni; lui e la moglie, Méda Maria, stavano giornate intere nel bosco di faggi, poco sopra al paese, a raccogliere legna minuta, rami e sterpaglie da mettere in legnaia. Non che quel lavoro fosse indispensabile, ma era il loro modo di sentirsi ancora utili alla famiglia e di continuare l’abitudine di una vita, quella di lavorare e fare fatica, esattamente come faceva Méda Néta. Una figura un pò particolare era quella di Guido Gobbo; così lo chiamavano tutti, ovviamente quando lui non era presente, proprio per via della gobba prominente che gli deformava la schiena. Piccoletto com’era, faceva simpatia ai bambini del paese e ai più giovani, un po' per il suo spirito ironico sempre incline alla battuta scherzosa e, molto, proprio per la sua bassa statura che lo faceva sembrare un “pari grado”, almeno nell’altezza. La bassa statura lo aiutava, inoltre, quando adempiva alle sue funzioni di barbiere; infatti, stando in piedi, arrivava, giusto giusto, all’altezza della testa della persona seduta davanti a lui per la “tosatura” che, molte volte, veniva effettuata direttamente sulla piazzola davanti alla chiesetta del paese. Viveva da solo all’interno di Palàz e lo si poteva vedere al pomeriggio seduto sul balcone, seguire attento i movimenti delle persone nella piazza sottostante.

 

* Méda: equivale al rispettoso “signora” che si deve alle donne sposate e madri di famiglia. Ne sottolinea la figura matriarcale.

 

** Barba: equivale al “signor” da far precedere al nome dell’uomo adulto, generalmente un pò avanti negli anni. Ne evidenzia la figura patriarcale.

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venerdì, 23 marzo 2007

TITA PIAZ - MEZZO SECOLO DI ALPINISMO

postato da giovannibusato alle 14:04 in recensioni storiche
Tita Piaz - Mezzo secolo d“Mezzo secolo d’alpinismo”
Tita Piaz
Melograno Edizioni 1986
Pag. 317
25 foto b/n
Lire 20.000 + iva 20%
 
Avanti col biroc”... un richiamo spesso usato da Tita Piaz per stimolare gli astanti ad andare avanti con i discorsi, quando questi si avvitavano in ragionamenti contorti alla ricerca di una qualche verità definitiva... chiodi sì, chiodi no, pendoli, corde doppie... avanti col biroc!
E se fosse tra noi? Quante volte ancor oggi dovrebbe ripeterla questa frase...
E non c’è dubbio che Piaz è sempre stato “avanti”, lo stesso Preuss ebbe a dire che le sue imprese “non avevano paragone in relazione al tempo”.
Così quando Beppe è arrivato con questo libro dell'86 mi è sembrato bene proporlo, anche perché si tratta di un'edizione completa che contiene entrambi i libri autobiografici di Piaz pubblicati nel dopoguerra e qui riuniti in versione integrale:
“Mezzo secolo di alpinismo” e “A tu per tu con le crode”.
Nato nel 1879 in Val di Fassa raggiunse la maturità alpinistica nel periodo d’oro dell’arrampicata, quando alpinisti poi divenuti mitici avevano a disposizione una materia vergine, plasmabile, indefinita così tanto da creare delle vere e proprie filosofie con picchi irraggiungibili ai giorni nostri: Preuss con la sua nobile intemperanza verso ogni forma di assicurazione: “non si è in diritto di salire dove non ci si sente capaci di scendere senza mezzi artificiali...”.
Winkler con la sua eleganza straordinaria, Dulfer con la sua tecnica “in opposizione”, che qualcuno attribuisce allo stesso Piaz; Fiechtl, l’iniziatore della chiodatura sistematica e poi Antonio Dimai, Dibona, Steger, Herzog al quale si attribuisce l’introduzione dell’uso del moschettone e molti altri di cui questo doppio libro riporta puntualmente imprese e annotazioni.
Ma torniamo all’uomo; i primi anni del ‘900 lo vedono guida al Rifugio Vajolet, ad esercitare con una professionalità finora non riconosciuta a questi uomini di montagna, visti più come portatori o esperti della zona che come alpinisti veri e propri; è grazie anche a  Piaz che la professione acquista una dignità; a quel suo carattere libertario e fiero, non certo facile che spesso fu causa di problemi come le sue idee anti tedesche e filo irredentiste che lo portarono anche ad essere incarcerato per un breve periodo nelle regie imperiali galere di Trento!
Carattere spesso associato al nomignolo “il diavolo delle dolomiti” che circolò per le Dolomiti e che invece era dovuto alla leggenda diffusa in valle che Piaz avesse stretto un patto con il Diavolo!
Piaz gli aveva venduto l’anima al prezzo di un diabolico vaso d’unguento per le punte delle dita, mediante il quale poteva tenersi sulle pareti più piallate…
E questa leggenda circolò talmente che, come riporta Piaz, “mi successe spesse volte di incontrare qualche vecchierella che, quando mi vedeva passare, istintivamente si faceva il segno della croce...”.
Questo suo carattere, per certi versi insofferente a qualsivoglia regola “per partito preso” lo porterà a compiere imprese per l’epoca quantomeno irrispettose dell’etica dell’alpinismo come la salita alla Guglia De Amicis utilizzando palle di piombo per “tirare la corda” verso appigli sicuri...
Ricorda Piaz: “era il 17 luglio 1906, con B.Trier…  con cordami di varie lunghezze e inoltre una buona quantità di palle di piombo perforate… dalla Torre Misurina distante dalla nostra guglia una ventina di metri circa, preparammo il Tradimento...”
Già perché poco tempo prima la guida di Cortina Antonio Dimai aveva messo in ombra il Piaz scalando la Torre del Diavolo tramite un “arditissimo lancio di corda”…
Come pure scalpore (e molte polemiche) fece la discesa a corda doppia dagli strapiombi del Campanile di Val Montanara (37 metri nel vuoto... il vuoto del primo e sempre  “più vuoto” dei successivi!)
Ma evidentemente le imprese che hanno consacrato Piaz quale grandissimo alpinista sono ben altre e il libro ne riporta gli avvincenti momenti, ma anche profonde descrizioni dei personaggi dell’epoca; così si possono apprezzare spaccati di personalità come Preuss, con il quale Piaz aveva una profonda amicizia ma con il quale ebbe anche grandi diverbi sull’uso delle corde e dei chiodi; oppure personaggi come Winkler, Scotoni e molti altri...
Negli ultimi inconsapevoli anni di vita, quando scrisse i due libri, in particolare “A tu per tu con le crode” Piaz affronta, tra il resto,  razionalmente e serenamente l’aspetto sportivo dell’alpinismo; al quale ammette di aver dato anche lui una bella spinta ma ora, con gli occhi dell’esperienza pone un bel problema: cosa succede all’alpinismo quando diventa gara e si perde di vista la montagna...?
Pagine attuali da rileggere attentamente, scritte tra l’altro, da uno che, all’inizio della sua carriera, aveva fatto della competizione con se stesso e gli altri una regola per poi rileggere le proprie prime imprese con il piacere delle memorie dell’infanzia, delle “fanciullaggini”, “di non sentire rimorso, ma di godere al pensiero di essere stato così ingenuo prima di varcare la soglia del vero alpinismo”.
Muore nel 1948 in un banale incidente in bicicletta... quando si dice il caso!
L’ultimo capitolo è  scritto da un grande Dino Buzzati, è una storia di addio, di una morte stupita ma dolce... “le pareti gli si inabissano di sotto, come se lui salisse in volo senza toccarle. Poi non resta che la pace del bosco, quei sussurri...”
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giovedì, 22 marzo 2007

UN SOS PER SCHIEVENIN

postato da marcoconte alle 21:48 in varia
Gli "smontamontagne" non esistevano solo ai tempi di Emilio Comici. Forse il divo Emilio non avrebbe neppure immaginato che gli smontamontagne, quelli veri, sarebbero entrati in azione soltanto il secolo successivo al suo. Al confronto degli alpinisti teutonici degli anni Trenta e Quaranta, gli smontamontagne dei giorni nostri sono una faccenda seria: forano, sparano mine, cambiano il profilo delle montagne, polverizzano la roccia e se la portano via. Non succede soltanto sulle piste di Piancavallo: come apprendiamo dalla Commissione TAM del CAI, anche la Valle di Schievenin è ora minacciata dall'apertura di una cava.

«Ho voluto scrivere queste righe per denunciare questa grave situazione e per invitare alpinisti, escursionisti, amanti di questi luoghi ed associazioni ambientaliste a prendere una chiara posizione di netta contrarietà», ci informa Massimo Collavo della
TAM veneta: «Ricordo che sia la Valle di Schievenin che il Col del Roro ad Alano di Piave sono SIC e ZPS (siti di interesse comunitario e zone di protezione speciale) in quanto possono contenere habitat delicati e specie di particolare interesse naturalistico».

Nella valle di Schievenin, una delle palestre di roccia più conosciute e frequentate di tutto il Veneto, si parla in pratica di realizzare non tanto una semplice cava bensì una vera e propria miniera di sali magnesiaci con lavorazione del materiale in loco. Sempre sulle pagine internet della tutela ambiente montano veniamo a sapere come l'iter burocratico per l'apertura del cantiere sia iniziato quasi vent'anni fa, e che l'oggetto della concessione mineraria comprende per intero la zona della palestra di roccia. «La legge mineraria prevede che il concessionario possa espropriare i terreni non di sua proprietà ricadenti nell'area di estrazione», precisa ancora Collavo. Quale dunque la situazione attuale? Il 16 gennaio 2007 la Regione Veneto avrebbe sollecitato l'impresa titolare della concessione a fornire tutti i documenti mancanti per il rilascio della Autorizzazione Ambientale.

L'Amministrazione Regionale di Venezia richiede che il traffico dei mezzi pesanti non transiti per la frazione di Schievenin e che l'attività estrattiva preservi la sinistra orografica del torrente Tegorzo. Ecco tuttavia la sorpresa: esiste anche il progetto di una galleria per collegare la SP 21 con la parte alta della Valle, aggirando tutte le prescrizioni della Regione e del Comune di Quero. «Siamo di fronte al concreto pericolo che una delle più belle e suggestive valli prealpine scompaia per sempre», conclude la Commissione TAM: «Come possiamo permettere che queste bellezze ci vengano sottratte, chi ha il diritto di rubarci la freschezza dell'aria o lo scintillio dell'acqua?»
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SOSTA IN VETTA 3 - I DUE FRATELLI

postato da mariocrespan alle 11:33 in ritorni a valle
Mario Crespan - Vincent e ThoPuò un’ascensione, pur essendo del tutto elementare, breve, comoda e priva di alcun pericolo oggettivo aspirare comunque ad esser definita tale? E quali possono essere, in questo caso, i requisiti necessari perché ciò avvenga? Quali contributi ed integrazioni occorrono per ottenere – pur rimanendo nel facilissimo – un sufficiente carico emozionale?
Mi pongo simili quesiti mentre salgo verso il bordo dell’altopiano che si eleva a nord di Auvers-sur-Oise, percorrendo la stradina che si inoltra in salita dalla chiesa romanicogotica del piccolo villaggio al limitare della banlieue parigina. Quella stessa chiesa che Vincent Van Gogh immortalò in un celeberrimo dipinto.  
Breve il cammino. Dopo un zigzag tra rada boscaglia esco infine su terreno aperto circondato da un amplissimo orizzonte di dolci elevazioni e vibrazioni. Capisco subito che qui è luogo familiare, mi pare di aver già annusato l’aria e il cielo che mi vengono addosso a folate incalzanti. La strada passa in mezzo a campi di grano e basta ancora poco per capire davvero, non è poi così difficile. Qui, malgrado la recente mietitura – è il 7 di agosto – mi trovo proprio dentro al Campo di grano con corvi, uno degli ultimi drammatici quadri di Vincent, poco tempo prima di quel 27 luglio 1890, quando – proprio mentre era fuori a dipingere, e forse proprio in questi paraggi – decise di spararsi nella pancia. Si trascinò poi fino all’albergo Ravoux e vi agonizzò per due giorni prima di spirare tra le braccia del fratello Théo, testimone di vita ed interlocutore privilegiato dell’artista, destinatario di una fittissima corrispondenza che è un vero e proprio diario di ricerca e di pensiero. Vincent amava i campi di grano ondeggianti e turbinanti, tanto da prenderli spesso a soggetto delle sue tele, specie negli ultimi anni di vita.
 
Sto lottando con una tela cominciata qualche giorno prima della mia indisposizione, un falciatore, l’abbozzo è tutto giallo, terribilmente confuso, ma il soggetto è bello e semplice. E allora in questo falciatore – una figura vaga che lotta come un diavolo sotto una cappa di calore per terminare il suo lavoro – io vedo l’immagine della morte, nel senso che l’umanità sarebbe il grano che viene falciato. Ma niente di triste in questa morte, ciò accade in piena luce con un sole che inonda tutto di una luce d’oro fino.
 
Sì, l’umanità, noi, sempre noi, nient’altro che noi. Come il grano provati da tempeste e siccità ma anche travolti da passioni, dolori e gioie più violenti di qualunque vento o uragano. Quella stessa agitazione che dava vigore a pennellate impresse sulla tela come colpi di scalpello, capaci di attraversare ogni tonalità del giallo e di animarsi come forme e figure in rilievo.
Ed ora anch’io son qui, posso posare i piedi sui medesimi luoghi che hanno raccolto gli ultimi affannosi interrogativi di Vincent, posso percepire qualcosa del suo incessante peregrinare.
 
Che cosa strana è il “tocco”, il colpo di pennello.
All’aria aperta, esposti al vento, al sole, alla curiosità della gente, si lavora come si può, si riempie il quadro alla disperata. Ed è proprio facendo così che si coglie il vero e l’essenziale – la cosa più difficile.
 
Se il mio procedere diviene un profondo cammino di immedesimazione non può valere forse quanto un’ascensione pervasa da battaglie e tensioni, e magari anche segnata dalla storia? E la cima in tal modo raggiunta non può corrispondere all’ondulato altopiano che oramai mi si approssima? Tanto più che lassù, al culmine di una larga elevazione, sorge il piccolo cimitero del villaggio, che racchiude le spoglie mortali di Vincent e di Théo che, pur di quattro anni più giovane del fratello, gli sopravvisse appena sei mesi e se ne andò a soli 34 anni.
Le due tombe sono accostate e semplicissime, accomunate da un cespuglio d’edera, a ridosso del basso muro di cinta del piccolo camposanto così che lo sguardo possa facilmente spaziare al di là. La visuale è tagliata dal bordo superiore del muricciolo così da escludere ogni elemento terrestre, umano o naturale, e lasciare per gli occhi e per l’anima null’altro che un fluire ininterrotto di cielo e di nuvole.
Una pausa qui come una sosta in vetta. Un po’ come salire la parete est del Campanile Basso e trovare in cima la sepoltura di Preuss. Un raccoglimento pensoso che si proietta sull’uomo, sull’ineffabile mistura di merda e infinito di cui si compongono i nostri giorni terreni, di cui noi stessi siamo composti. E siamo poi così sicuri che dipingere sia meno pericoloso che arrampicare? Nell’ultima lettera a Théo, che gli trovarono in tasca quando rientrò, ferito a morte, Vincent aveva scritto: ebbene, io nel mio lavoro rischio la vita e vi ho già lasciato metà della ragione. Nessuna iperbole, e molto più che un semplice presentimento.
Poco da aggiungere, qui come su una bella vetta assolata. Null’altro che lasciar correre lo sguardo sui nostri interlocutori di sempre, sulle forme che si affacciano all’orizzonte e danzano nel vento. Oggi è un paesaggio al quale si sovrappongono in trasparenza pennellate furiose che insistono su cadmio, cromo, giallo di Napoli e ocre, e solcano lo spazio senza posa fino a scardinare ogni pretesa sicurezza proiettandomi in un sentimento di pietà universale.
 
L’emozione, la sincerità del senso della natura, è questo a guidarci, e tali emozioni sono talvolta così forti che si lavora senza accorgersi del lavoro, e talvolta le pennellate vengono giù una dopo l’altra e i rapporti tra i colori sono come le parole in un discorso o in una lettera.
 
Sulla via del ritorno cerco in alto qualche volo di corvi. Ma non ne vedo alcuno, il grano è già stato raccolto. Bisogna venir qui alla fine di giugno e immergersi nel biondeggiare delle messi, confondendosi così in un unico rigoglio di umanità.
Mario Crespan - Chiesa di Aveurs
Oltre il bordo del pianoro spunta la torre della chiesa. Molti luoghi ed edifici di Auvers-sur-Oise dipinti negli ultimi due mesi di vita da Vincent sono stati mantenuti pressochè uguali ad allora. La stessa chiesa è curata fin nei minimi particolari dell’arredamento scenico, alberi, aiole, vialetti. Un segnale indica il punto esatto in cui l’artista piazzò il proprio cavalletto, giusto di fronte all’abside, e poco più a nord.
Anch’io mi metto lì, incurante del sole infocato, e in pochi minuti traccio uno schizzo. I segni escono e si avviano sulla carta incerti di emozione e di scoramento. Pochi minuti per concludere un cammino di condivisione pur maldestro e stentato, ma autentico nei propositi. L’ultima corda doppia per riguadagnare la base della montagna.
[Corsivi tratti dalle Lettere a Théo, di Vincent Van Gogh]
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mercoledì, 21 marzo 2007

LA BALLATA DEI PETROLIERI

postato da davidesapienza alle 20:25 in recensioni, cultura

Non stiamo parlando di Arctic Refuge in Alaska, né del Texas, neppure di Bush o Putin, di Iraq e Kuwait, Arabia Saudita e Mare del Nord, o del petrolio nelle sabbie dell'Alberta, dove è in corso una vera e propria corsa all'oro (nero). Parliamo di Sicilia: la splendida, meravigliosa isola che come un vezzo orografico è laggiù in fondo all'Italia. Un luogo con una storia e una cultura, un territorio e un carattere che solo i luoghi straordinari possiedono.

Da alcuni anni il governo della regione ha promulgato delle leggi che permetterebbero a colossi petroliferi americani e non solo di impossessarsi di un territorio che si estende tra le province di Siracusa, Ragusa e Catania patria del Barocco, del mare, del sole, delle arance, del Nero d’Avola, e di altre bellezze inserito nel 2003 nella lista delle ricchezze universali dell'UNESCO (www.patrimoniounesco.it/VALDINOTO/index.htm) . Non un territorio qualsiasi e soprattutto luogo di gente nativa e non solo che ormai conduce un "presente" importante.
La situazione al momento è piuttosto seria. Dopo la delibera del 2004 della giunta dell'ineffabile Totò Cuffaro, le cose si sono davvero aggravate e i colossi del petrolio son pronti a trivellare e a distruggere per sempre questi 750 Kmq di territorio. L'industria in Sicilia ha fallito. E persino molti amministratori locali lo sanno bene, al punto da aver preso posizioni decise riguardo la questione.

Purtroppo nelle ultime settimane in Val di Noto ci sono strani movimenti, i petrolieri si stanno preparando per le operazioni di perforazione gas-petrolifere. Ma la gente si sta mobilitando per impedire l’inizio del lavori nel cuore della Sicilia sud orientale.
Ecco perché voglio segnalare 13 Variazioni Su Un Tema Barocco (Ballata Ai Petrolieri in Val Noto) un film in dvd molto, molto bello (potete contattare gli autori per delle proiezioni) che costa solo 10 Euro e che è stato finanziato da 641 produttori, come recitano i titoli di coda (dove appaiono tutti i nomi). E' importante notare anche come è stato prodotto: www.produzionidalbasso.com ve lo spiega bene.

Il film ha un titolo molto bello e vi appare anche Roy Paci, il noto trombettista siciliano che regala un'emozionate "variazione" in grado - senza alcuna parola come accade anche in altre variazioni - di lasciar parlare i territori della mente e del cuore. Le 13 variazioni sono altrettanti "movimenti" che rendono questo documentario diverso da ogni altro creato su temi ambientali e soprattutto, è l'amore pacato profondo e non chiassoso non solo per la "propria terra" ma per "la nostra terra". C'è una variazione davvero speciale, direi quasi herzoghiana, nella quale le raffinerie riprese di notte hanno una propria poesia industriale intrinseca, una sorta di sfida poetica al proprio essere simbolo di devastazione, anche se portatrici di lavoro e di quel carburante che usiamo ogni giorno.

Andate su www.malastradafilm.com e troverete scritto:

Nel marzo 2004 l’Assessore all’Industria della Regione Siciliana autorizza quattro giganti del petrolio ad effettuare ricerche di idrocarburi in quattro zone differenti della Sicilia. Una di queste è in Val di Noto, nella Sicilia sud-orientale, talmente bello e culturalmente importante da essere inserito nella World Heritage List dell'UNESCO. Questo film-inchiesta racconta la storia dei Golia americani, i petrolieri, e dei Davide in lotta, la gente del Val di Noto, che da due anni si oppone con determinazione a questo progetto di devastazione. Un film-inchiesta che agli strumenti giornalistici affianca quelli sensoriali: 13 variazioni di tema su un territorio che deve rimanere Patrimonio di tutti e non bottino di alcuni.

Poi fatevi un regalo e acquistate il dvd: non ve ne pentirete. 

loc300

 

 

 

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