A Palàz abitava anche Méda Rosa, un donnone corpulento, con l’eterno grembiulone nero e il fazzoletto avvolto attorno alla testa e annodato sulla nuca. Era perennemente impegnata a fare la spola tra casa sua e il porcile, dentro al quale grufolava un grosso maiale; saziato che aveva l’animale, se ne andava alla stalla vicina dove c’erano la mucca e le galline, e l’angolo con le gabbie di rete metallica piene di grossi conigli ai quali preparava erbe e lattughe. Quando aveva sfamato e accudito tutti gli animali la si vedeva partire per andare a tagliare fieno nei prati di sua proprietà nelle vicinanze del paese e non era infrequente osservarla, immobile per qualche momento, a gambe larghe, appoggiata con fare noncurante al manico della falce. Ma non lo faceva per riposare, molto semplicemente stava orinando. Se n’erano accorte alcune comari del paese e la cosa era raccontata come fosse assai scandalosa: “La Rosa no la porta le mudande e la pìsa in pìe, come chi omén”. (La Rosa non porta le mutande e piscia in piedi come gli uomini).
Anche la zia Veronica era un personaggio di quelli che non passano inosservati. Come Méda Rosa aveva gli animali nella stalla ai quali preparare il mangime, poi le patate da cavare (giavàr patate), l’erba da segare da qualche parte, le foglie di frassino da raccogliere (“pelàr fuoia”, si diceva in gergo) per nutrire i conigli che ne vanno ghiotti, e l’orto, davanti a casa, da sistemare. Insomma, tutti quei lavori che la potessero tenere fuori da casa, la quale appariva all’ospite più un magazzino che un luogo dove potessero vivere abitualmente degli umani: c’erano sacchi di sementi e farina nel corridoio, altri con mangime vario, piselli da sbucciare, sgabelli in legno (gli scàgn*) e, appoggiati sul tavolo di cucina, uova di gallina, contenitori in alluminio per il latte (le càndole**), caspi d’insalata, carote da lavare e cento altre cose ancora. Ogni tanto la Veneziana, che abitava nella casa sotto la sua, si affacciava sull’uscio e le lanciava il solito richiamo ad alta voce attraverso le finestre aperte, o Veriiii..., ma quest’ultima sembrava non avere mai tempo per sedersi a fare due chiacchiere; al massimo si affacciava alla finestra della stùa*** per scambiare qualche scarna battuta, nel breve tempo che intercorreva fra la preparazione di un impasto di mangime e l’altro. Allora la Veneziana si rassegnava e se ne ritornava in casa per sedersi sulla sua seggiolina bassa, vicino alla finestra e con vista sulla strada, immergendosi nell’immancabile lavoro a maglia o nel rammendo di qualche calzino dei figli, interrotto soltanto da qualche occhiata alla strada sottostante, quando vedeva passare qualcuno.
* Scàgn: sgabello di legno formato da un’assicella scavata a forma di cucchiaio e con tre gambe. Veniva usato abitualmente nelle stalle per la mungitura delle mucche e delle capre.
** Càndola: pentolino in alluminio, munito di coperchio; solitamente della capienza di un litro.
*** Stùa: è la stanza equivalente a quella da pranzo, dove in genere c’è il fornello che la scalda e nel quale si raccoglie la famiglia o si intrattengono gli ospiti.
Ho la fortuna di avere un amico valligiano, innamorato della montagna nel modo migliore. Ama le cime e le valli di casa sua, ma anche tutte le altre. Ama le ascensioni difficili, in qualunque stagione e in aspre ed ostiche condizioni, ma anche le tranquille scarpinate prive di difficoltà eppure ugualmente capaci di riaccendere lo spirito. Ama le lunghe soste in quota sul ciglio dei precipizi o appollaiato sui costoni dominanti, appena sopra il limite della vegetazione, al cospetto di cime, pareti e sprofondar di valli. Persegue i silenzi e l’assenza, le appartate solitudini, da vivere e condividere.
Come ogni primavera, anche quest'anno Vittorino Mason e Piera Biliato propongono il consueto appuntamento col premio Una vetta per la vita. La cerimonia di premiazione, giunta alla sesta edizione, è confermata per domani giovedì 29 marzo con inizio alle ore 20.30. A differenza degli anni passati, l'iniziativa si svolgerà questa volta nella cornice della Barchessa di Villa Pola di Barcon di Vedelago, in provincia di Treviso. La serata è organizzata dal Gruppo naturalistico Le Tracce e dal Ristorante il Teatro dei Sapori di Castelfranco Veneto.Cari amici lettori due segnalazioni importanti che riguardano l'impegno dei nostri blogger[s], me medesimo, sul fronte delle arti di questa ultima settimana di marzo.
TRAVESIO (PN): sabato 31 marzo alle ore 16.00 presso il Palazzo Toppo Wassermann di Toppo di Travesio s'inaugura la mostra «Da Trieste alle Alpi. Napoleone Cozzi. Artista, alpinista, patriota. Acquerelli, fotografie, dipinti e disegni dal 1880 al 1916» - curata dalla nostra Melania Lunazzi, autrice del volume su Napoleone Cozzi, Ardimenti e incantevoli ozi. Le Dolomiti Friulane negli acquerelli di Napoleone Cozzi, Nuovi Sentieri, Falcade 2004, nonché del pregevole racconto archetipo del fuINTRAISASS, LA PRIMA ASCENSIONE DEL CAMPANILE DI VAL MONTANAIA. «La mostra avrà un carattere monografico ed un taglio storico-artistico e privilegerà l’esposizione di materiali e documentazioni artistiche realizzati da Napoleone Cozzi (1867-1916). La mostra si propone l’obiettivo di attirare l’attenzione su un personaggio chiave della storia dell’alpinismo in regione, recentemente riscoperto, e di indagare nel contempo il contesto storico di riferimento in cui egli ha operato, tenendo presenti le sue origini friulane. Verranno dunque collazionati materiali poco conosciuti e mai radunati tutti assieme con l’obiettivo prioritario di operare una riflessione sul personaggio e, di riflesso, sulla sua epoca storica, seguendo le due piste artistica e alpinistico-patriottica: l’operato di Napoleone Cozzi segna infatti in questo senso il passaggio dall’alpinismo esplorativo a quello sportivo in una stretta rete di legami con l’ambiente patriottico triestino e friulano. Si concentrerà l’attenzione sui taccuini di acquerelli, forma di espressione assai peculiare per tipologia e contenuti, che verranno qui per la prima volta esposti. [...]». Per il comunicato completo della mostra, che durerà dal 1 aprile 2007 al 3 giugno 2007, clicca qui,. Ingresso: euro 3. Riduzione per soci FAI e CAI. Orari apertura: tutti i giorni dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 18. Sabato e domenica: dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 19.
MONTECCHO MAGGIORE (VI): facendo un passo indietro di un giorno, venerdì 30 marzo è atteso invece il secondo appuntamento della rassegna A UN PASSO DAL CONFINE, rassegna di scritture contemporanee. E' atteso soprattutto dal sottoscritto e dai suoi amici poiché tra i quattro incontri della rassegna quello con Umberto Petrin e Lucrezia De Domizio Durini - e gli artisti che saranno evocati durante la serata, Thelonious Monk e Joseph Beuys - segna più degli altri lo stile di ricerca portato avanti dal nostro gruppo negli ultimi anni. Perciò, cari amici, vicini e lontani, non mancate. Sapete che le sorprese e le improvvisazioni non mancano mai. Noi tentiamo di portare in scena sempre serate uniche e non ripetibili. Ogni volta c'è qualcosa di nuovo e di non più riproducibile. Probabilmente venerdì anticiperemo qualcuno dei nostri nuovi lavori e se anche così non fosse, la serata con Umberto Petrin, uno dei più grandi pianisti jazz e performer in circolazione, introdotto da Lucrezia de Domizio Durini, massima esperta internazionale di Joseph Beuys, ideatrice e curatrice responsabile di uno degli eventi più importanti dell'imminente 52a Biennale di Venezia [dal 10 giugno per 100 giorni prenderà il via JOSEPH BEUYS - DIFESA DELLA NATURA - THE LIVING SCULPTURE - KASSEL 1977, VENEZIA 2007], regalerà momenti difficilmente rivisitabili in altre occasioni. A conferma della difficile riproducibilità di questi eventi, dove portiamo in scena personaggi, storie e discipline spesso lontani tra loro, creando dei corto circuiti, vi allego una foto della bellissima e intensa serata passata con Luigi Meneghello venerdì 16 marzo: IL CREN DELLA LINGUA, ovverosia mesi di lavoro per una regia a serata unica. E la magia della scena irripetibile suggellata dall'accoglienza e dal calore del numeroso pubblico intervenuto... non ammette repliche. Idem per la prossima, io credo. Un caro saluto ;-)
Comunque, che siano diciotto quelle case, anzichè sedici, non fa molta differenza perchè il mio villaggio non è propriamente formato fisicamente da quelle, quanto da ciò che ho conosciuto e vissuto soprattutto nelle tante estati adolescenziali passate sul fianco di quella montagna, in mezzo a quella gente di una generazione che, già vecchia allora, in gran parte, oggi non c’è più, se non nei miei ricordi di ragazzo.
Infatti, non c’è più Aldo Guardia, come tutti lo chiamavano, che vedevo rientrare al paese terminato il lavoro e di che lavoro si trattasse esattamente non l’avevo mai capito, ma ricordo che aveva la divisa grigia delle Guardie Forestali e la portava impettito, come si conviene alla massima autorità del paese, perché tale lui si sentiva. Non c’è più l’anziana Méda* Néta che ricordo, per intere estati, china sul suo pezzo di orto intenta ad estirpare erbacce fino al momento di scomparire dentro la stalla, all’arrivo dell’ora della mungitura. Il marito di lei, Barba** Angelìn, girava di continuo dentro e fuori la stalla, anche se sembrava non avere incombenze particolari, se non quello di far uscire le mucche, a sera, dopo la mungitura, per portarle a bere direttamente alla fontana nella piazza del paese. Lo si vedeva spesso, seduto tranquillamente davanti alla stalla, fumare la sua pipa, con un sorriso sereno stampato sul volto che sembrava dire: “cari ragazzi, io la mia parte l’ho fatta, adesso tocca a voi”. Anche Barba Cinto se n’è andato da anni; lui e la moglie, Méda Maria, stavano giornate intere nel bosco di faggi, poco sopra al paese, a raccogliere legna minuta, rami e sterpaglie da mettere in legnaia. Non che quel lavoro fosse indispensabile, ma era il loro modo di sentirsi ancora utili alla famiglia e di continuare l’abitudine di una vita, quella di lavorare e fare fatica, esattamente come faceva Méda Néta. Una figura un pò particolare era quella di Guido Gobbo; così lo chiamavano tutti, ovviamente quando lui non era presente, proprio per via della gobba prominente che gli deformava la schiena. Piccoletto com’era, faceva simpatia ai bambini del paese e ai più giovani, un po' per il suo spirito ironico sempre incline alla battuta scherzosa e, molto, proprio per la sua bassa statura che lo faceva sembrare un “pari grado”, almeno nell’altezza. La bassa statura lo aiutava, inoltre, quando adempiva alle sue funzioni di barbiere; infatti, stando in piedi, arrivava, giusto giusto, all’altezza della testa della persona seduta davanti a lui per la “tosatura” che, molte volte, veniva effettuata direttamente sulla piazzola davanti alla chiesetta del paese. Viveva da solo all’interno di Palàz e lo si poteva vedere al pomeriggio seduto sul balcone, seguire attento i movimenti delle persone nella piazza sottostante.
* Méda: equivale al rispettoso “signora” che si deve alle donne sposate e madri di famiglia. Ne sottolinea la figura matriarcale.
** Barba: equivale al “signor” da far precedere al nome dell’uomo adulto, generalmente un pò avanti negli anni. Ne evidenzia la figura patriarcale.
“Mezzo secolo d’alpinismo”
Può un’ascensione, pur essendo del tutto elementare, breve, comoda e priva di alcun pericolo oggettivo aspirare comunque ad esser definita tale? E quali possono essere, in questo caso, i requisiti necessari perché ciò avvenga? Quali contributi ed integrazioni occorrono per ottenere – pur rimanendo nel facilissimo – un sufficiente carico emozionale? 
Non stiamo parlando di Arctic Refuge in Alaska, né del Texas, neppure di Bush o Putin, di Iraq e Kuwait, Arabia Saudita e Mare del Nord, o del petrolio nelle sabbie dell'Alberta, dove è in corso una vera e propria corsa all'oro (nero). Parliamo di Sicilia: la splendida, meravigliosa isola che come un vezzo orografico è laggiù in fondo all'Italia. Un luogo con una storia e una cultura, un territorio e un carattere che solo i luoghi straordinari possiedono.
Da alcuni anni il governo della regione ha promulgato delle leggi che permetterebbero a colossi petroliferi americani e non solo di impossessarsi di un territorio che si estende tra le province di Siracusa, Ragusa e Catania patria del Barocco, del mare, del sole, delle arance, del Nero d’Avola, e di altre bellezze inserito nel 2003 nella lista delle ricchezze universali dell'UNESCO (www.patrimoniounesco.it/VALDINOTO/index.htm) . Non un territorio qualsiasi e soprattutto luogo di gente nativa e non solo che ormai conduce un "presente" importante.
La situazione al momento è piuttosto seria. Dopo la delibera del 2004 della giunta dell'ineffabile Totò Cuffaro, le cose si sono davvero aggravate e i colossi del petrolio son pronti a trivellare e a distruggere per sempre questi 750 Kmq di territorio. L'industria in Sicilia ha fallito. E persino molti amministratori locali lo sanno bene, al punto da aver preso posizioni decise riguardo la questione.
Purtroppo nelle ultime settimane in Val di Noto ci sono strani movimenti, i petrolieri si stanno preparando per le operazioni di perforazione gas-petrolifere. Ma la gente si sta mobilitando per impedire l’inizio del lavori nel cuore della Sicilia sud orientale.
Ecco perché voglio segnalare 13 Variazioni Su Un Tema Barocco (Ballata Ai Petrolieri in Val Noto) un film in dvd molto, molto bello (potete contattare gli autori per delle proiezioni) che costa solo 10 Euro e che è stato finanziato da 641 produttori, come recitano i titoli di coda (dove appaiono tutti i nomi). E' importante notare anche come è stato prodotto: www.produzionidalbasso.com ve lo spiega bene.
Il film ha un titolo molto bello e vi appare anche Roy Paci, il noto trombettista siciliano che regala un'emozionate "variazione" in grado - senza alcuna parola come accade anche in altre variazioni - di lasciar parlare i territori della mente e del cuore. Le 13 variazioni sono altrettanti "movimenti" che rendono questo documentario diverso da ogni altro creato su temi ambientali e soprattutto, è l'amore pacato profondo e non chiassoso non solo per la "propria terra" ma per "la nostra terra". C'è una variazione davvero speciale, direi quasi herzoghiana, nella quale le raffinerie riprese di notte hanno una propria poesia industriale intrinseca, una sorta di sfida poetica al proprio essere simbolo di devastazione, anche se portatrici di lavoro e di quel carburante che usiamo ogni giorno.
Andate su www.malastradafilm.com e troverete scritto:
Nel marzo 2004 l’Assessore all’Industria della Regione Siciliana autorizza quattro giganti del petrolio ad effettuare ricerche di idrocarburi in quattro zone differenti della Sicilia. Una di queste è in Val di Noto, nella Sicilia sud-orientale, talmente bello e culturalmente importante da essere inserito nella World Heritage List dell'UNESCO. Questo film-inchiesta racconta la storia dei Golia americani, i petrolieri, e dei Davide in lotta, la gente del Val di Noto, che da due anni si oppone con determinazione a questo progetto di devastazione. Un film-inchiesta che agli strumenti giornalistici affianca quelli sensoriali: 13 variazioni di tema su un territorio che deve rimanere Patrimonio di tutti e non bottino di alcuni.
Poi fatevi un regalo e acquistate il dvd: non ve ne pentirete.
