Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
martedì, 27 febbraio 2007

VUOTO PER PIENO

postato da mariocrespan alle 09:05 in ritorni a valle
Pont du Gard di Mario Crespan23 agosto 1969, pomeriggio.
Cielo di Provenza, unico al mondo. Colori pieni e gioia di vivere. “Buia e triste è la notte alla fine della quale non sorge un giorno radioso” – dice il poeta, non so quale – ma qui tutti i giorni sono radiosi, tersi, infiniti, splendenti, anche se piove. Ma è rara la pioggia, almeno in questa estate che scalda al punto giusto e concede alla terra i sacri conforti dell’ospitalità, alberi ed acque, attorno ai quali l’ombra si fa densa e satura di frescura.
Il Pont du Gard è davvero un capolavoro. I romani non si tiravano indietro davanti ad imprese del genere: un imponente viadotto di pietra lungo quasi trecento metri per fornire acqua buona alla città di Nemausus, Nîmes – l’acqua salubre, l’acqua preziosa, un bene cui ognuno ha diritto. La strada attraversa il fiume sfruttando ancora il ponte settecentesco accostato al primo ordine di arcate romane. Ma noi ci inerpichiamo su per la riva boscosa fino a livello del secondo ordine, ed infine al sommo dell’opera, dove ancora è visibile a tratti l’incavo per il condotto. Quassù si può tranquillamente percorrere l’intero ponte misurando a vista il salto di una cinquantina di metri sul pelo dell’acqua verdescura del Gardon, sul cui letto roccioso si adagia l’ombra del maestoso manufatto. Noi, abituati a salire le montagne, coltiviamo la predilezione delle visioni dall’alto.
Ma non solo. Amiamo anche spingerci in luoghi meno comuni, magari difficili da raggiungere. Ed ecco che mi viene in mente di inoltrarmi sopra il secondo ordine di arcate – dove infatti non vedo nessuno – passando all’esterno ciascun pilastro del terzo ordine per una specie di cengia, larga meno di un metro, leggermente spiovente e aggettante. Una semplice modanatura, talora arrotondata, può offrire delle prese che però costringerebbero quasi sul bordo. Oppure si può camminare rasente la parete del pilastro senza l’aiuto di alcun appiglio, se non le asperità della dorata pietra calcarea. E ovviamente si può passare carponi. In ogni caso, volendo valicare l’intero ponte, occorre affrontare la serie completa delle 35 espostissime traversate, lunghe anche più di tre metri, senz’altro facili ma comunque da non sottovalutare perché prive della minima sicurezza. Un attimo di squilibrio e si salta giù.
Mi rendo subito conto che qui non è come in montagna. Qui – pur a soli 42 metri dal suolo, o dall’acqua – la sensazione di vuoto appare amplificata. Sarà il visibile e coinvolgente rapporto di scala con le persone stese giù, in basso, sul greto roccioso, o magari sarà la caratteristica delle costruzioni dell’uomo che si articolano in prevalenza secondo linee verticali ed orizzontali, o sarà che non siamo su un pieno contrapposto a un vuoto ma su una struttura attraversata dal vuoto, insomma sarà tutto questo o altro, o chi lo sa, fatto sta che, dopo i primi aggiramenti di circa due metri – corrispondenti alle arcate meno ampie, vicino agli alberi e a poca distanza dal suolo – a mano a mano che mi inoltro verso la parte centrale le sensazioni peggiorano, tanto più che, essendo aumentata la luce dell’arco sottostante, ora ogni traverso misura oltre tre metri. Provo a cambiare versante, portandomi sul lato dell’ombra, ma la musica non cambia. Dopo una decina di passaggi, e solo due o tre di quelli lunghi – sono a un terzo del ponte – decido di averne abbastanza e faccio dietro front. Subito la prospettiva si inverte e mira alla sponda da cui sono partito, che mi rinfranca ben più della vista precedente, il vasto spazio di centrofiume dove, in corrispondenza delle acque, si apre una campata ancor maggiore. Tornando verso riva ritrovo i pilastri corti e la confortante presenza degli alberi, che via via si vanno riavvicinando.
Quando rientro in zona di tranquillità, però, sono parecchio contrariato. Ma come? – mi vado dicendo – gli alpinisti non dovrebbero padroneggiare il vuoto? Di traversate esposte ne ho viste ed affrontate… Certo, ma ero assicurato dal compagno. E quelle domeniche in palestra di roccia a Santa Felicita, quando slegato andavo avanti e indietro più e più volte sulla traversata del Cristo? Sì, ma allora ero un ragazzino incosciente… Mentre prosegue la nostra visita al ponte faccio finta di niente, ma intanto continuo a rodermi. È una storia che non riesco a digerire, una bella botta al mio amor proprio. Cerco ogni possibile cavillo per non ammettere di aver avuto paura, ma non approdo a nulla. L’unica consolazione è che nessuno verrà a saperlo. Nemmeno la mia dolce compagna.
Di sicuro oggi ho imparato che arrampicare sulle costruzioni dell’uomo richiede una notevole indifferenza al vuoto, più di quanta ne occorra in montagna per svolgere il medesimo esercizio su una parete di roccia o di ghiaccio. Su un grattacielo o una torre medievale l’esposizione è massima e improvvisa, si esprime in verticalità assoluta, oppure in aggetti strapiombanti, in un visibile e coinvolgente rapporto di scala. In montagna o in falesia vi sono condizioni ben diverse: troviamo paesaggi ed elementi non seriali e ripetitivi, ma multiformi e costantemente variati. Mai vi sono prolungate, visibili e reiterate strutture rigorosamente orizzontali e verticali, e la scala umana interviene in misura non significativa. E comunque nell’alpinismo sussiste sempre la coscienza del monte su cui ci si innalza come di un contrappeso al vuoto. Se tale coscienza viene a mancare, per esempio girando su se stessi durante una corda doppia su parete strapiombante, o scalando la Torre Eiffel, o l’Empire State Building, o – più modestamente – il Pont du Gard, allora il vuoto finisce per prevalere ed incutere soggezione. E appunto qui, oggi, dovevo sperimentare il mio disagio per accorgermi di ciò, e per capire che gli spazi della montagna sono – per nostra fortuna – assai meglio articolati di quanto finora potessi pensare.
Jean-Jacques Rousseau, nelle sue Confessioni, racconta: volli percorrere i tre livelli di questa superba costruzione che il rispetto quasi mi impediva di calpestare… Mi piacerebbe proprio sapere se e come il grande filosofo ginevrino sia riuscito a farsi tutte e 35 le traversate dei pilastri superiori.
 
Adesso – 2007 – sembra sia severamente vietato avventurarsi non solo sul secondo ordine di arcate del Pont du Gard, ma anche sulla sua più tranquilla sommità – tre metri di larghezza, senza parapetto. In compenso attorno al ponte è stata predisposta una vasta area comprendente due grandi parcheggi, museo, cinema, mediateca, ludoteca, percorsi attrezzati con piattaforme panoramiche, noleggio canoe, bici e cavalli, spazi espositivi, bar, ristoranti, attrazioni varie.
link al post | commenti | categoria ritorni a valle
domenica, 25 febbraio 2007

DIBONA ALLA GRANDE?

postato da lucavisentini alle 20:46 in il paese

Tanto tempo fa, nella prima delle mie due esistenze, giravo per le montagne con un gruppo di alpinisti denominati I Dangers. E di quest'epopea, dei Dangers, credo che vi racconterò qualche cosa. A cominciare da quella volta in cui battendo a tappeto le Dolomiti di Sesto e di Auronzo soggiornammo, per ben tre settimane, presso il Rifugio Lavaredo. Era l'ultima sera. Avevamo appena cenato e discorrevamo dinnanzi al rifugio rimirando la Cima Grande, la Cima Piccola, la Cima Piccolissima e la cima piccipiccipiccipiccinina. Uno di noi, il pur minuto Angy, non aveva ancora terminato di confidarci che in vetta al Monte Bianco, in pieno agosto, possono anche ritrovarsi fino a cinquanta persone, allorché venne sovrastato alle spalle dall'improvvisa e stentorea smentita: «Non contarne!». Ci voltammo spauriti. Sorprendemmo l'omaccione, compare di bevute della cupa madre del simpatico gestore, che in cambio dei viveri e dell'alloggio attendeva alla ristrutturazione degli infissi e che durante tutta la nostra permanenza non aveva completato una sola finestra e non ci aveva mai rivolto la parola. Via lo stesso gestore, al momento, pensammo di essere fritti. Ma lui, l'omaccione, rilanciò subitamente: «Di più, di più!». E noi, allora, rilassati e azzardanti: «Cento?». Lui di nuovo, perentorio: «Di più, di più, duecento!». «Azz!», esclamammo, fiutando il gioco. Lui, incalzante, dopo averci rivelato che nonostante l'età e la pancia in passato si arrampicava quanto una scimmia: «Dibona alla Grande?». Noi tartarughe, bastarde: «Quattro, cinque, sei ore?». Lui gongolante: «Un'ora e mezza!». Aggiungendo nostalgico: «Eravamo giovani, andavamo come delle bestie». Ancora lui: «Spigolo Giallo?». Ancora noi: «Quattro, cinque, sei ore?». Lui, fermamente: «Un'ora e mezza!». Sospirando, al solito: «Eravamo giovani, andavamo come delle bestie...».

Non volevamo certo portargli via il cuore. Era un gioco, appunto. Era semplicemente amore. Così che per anni lo adottammo con sistematico affetto, ritoccando fra noi le distanze e gli impegni. «Mille metri?». «Sesto grado?». «Di più!». «Di più!». E se del motivo per il quale ho vissuto due volte di seguito, omettendo dell'amore medesimo uno dei venti volumi, credo che qui dal paese non vi racconterò proprio un bel niente, sappiate almeno che noi Dangers eravamo altrettanto giovani. Andavamo come delle bestie.

link al post | commenti | categoria il paese
sabato, 24 febbraio 2007

ALLE NUMERATE: UN PO’ APPRENDISTI E UN PO’ PIONIERI

postato da gabrielevilla alle 01:20 in storie

Nel luglio di quell’anno 1975 mi ero iscritto alla sezione Cai di Ferrara, poi, in agosto, avevo cominciato ad arrampicare sulle Dolomiti durante le vacanze: prima Giorgio, poi Bruno De Donà erano stati i miei capicordata. A settembre ed ottobre, anche sull’onda dell’entusiasmo per le salite effettuate, avevo partecipato ad alcune uscite di arrampicata organizzate in sezione per iniziativa di alcuni soci appassionati. Erano questi dei volonterosi, sufficientemente esperti di nodi, che si prestavano a fare sicurezza a chi voleva salire, dando consigli sul dove mettere mani e piedi, il tutto in maniera molto informale, con il solo scopo di divertirsi arrampicando. Il luogo di esercitazione prescelto lo chiamavano “Le Numerate”, cioè una palestra di roccia con alcuni brevi percorsi sulla trachite di Rocca Pendice, in quel di Teolo. In effetti, la caratteristica che maggiormente risaltava agli occhi del visitatore arrivato lì per la prima volta, erano proprio i grandi numeri scritti in rosso alla base di ogni percorso. Nella mia ignoranza alpinistica, allora veramente abissale, non avrei mai immaginato che vi fosse un luogo dove poter arrampicare a poco più di un’ora d’auto dalla mia città. Mi ero assai divertito in quelle uscite tanto che, contravvenendo clamorosamente ai miei fermi propositi estivi, avevo addirittura iniziato a fare il capocordata su alcuni percorsi, scelti fra quelli più facili che in precedenza avevo salito assicurato dall’alto. Lo avevo fatto stanco di attendere lungamente una corda calata da sopra a farmi sicurezza; non era stato nulla di eclatante, tuttavia sufficiente per fare esplodere in me la passione per l’arrampicata, spalancandomi la porta di una possibile autosufficienza come capocordata. Durante l’inverno, in assenza di fotocopiatrici, avevo trascritto diligentemente dalla “Guida alpinistico-turistica dei Colli Euganei” tutta la storia trascrivendola sul quaderno e, quando riuscivo a salire qualcuna di quelle “tracce” lasciate dai Maestri dell’alpinismo, ne ero oltremodo soddisfatto e inorgoglito. Da quell’agosto nel quale avevo iniziato ad arrampicare, avevo passato metà autunno e tutto l’inverno, a salire le Numerate con Alberto, un amico di Padova conosciuto sul posto: insieme ne avevamo salito ogni angolo, ogni linea, ogni fessura. Ci eravamo trovati tutti i fine settimana, senza mai che una volta ci fossimo dati appuntamento, solamente ognuno di noi due sapeva che avrebbe trovato l’altro, indipendentemente dal tempo meteorologico e anche sul più crudo dell’inverno, quando dentro ai caratteristici appigli a forma di acquasantiera della trachite, si trovava il ghiaccio. Per noi le Numerate, in quel periodo, erano “la montagna” e avere la possibilità di arrampicare a poco più di un’ora d’auto da casa sembrava un sogno. Nelle giornate migliori si andava anche sulla parete Est, utilizzando gli schizzi che avevo ricalcato dal libretto. Si saliva la Carugati, lo spigolo Barbiero, lo Spigolone e poi, durante la settimana, seguivano dosi massicce di flessioni sulle braccia, piegamenti sulle gambe, chilometri di corsa. Le palestre per il “fitness” sono venute molti anni dopo e così anche i muri artificiali di arrampicata, sicché ci si arrangiava come ognuno meglio credeva. Alberto, ad esempio, aveva un suo personale metodo di allenamento, molto artigianale, ma efficace. Usava la camera d’aria di una ruota di bicicletta che estendeva tirando con le braccia, come a volerla allungare. Un sabato Alberto arrivò alle Numerate con un lungo livido bluastro che gli segnava il volto e alla mia domanda preoccupata su cosa gli fosse successo rispose semplicemente: “me se gà roto la camera d’aria intanto che tiravo”.

 

Le Numerate di Rocca Pendice. “Dal gennaio 1943 Aldo Bianchini e Bruno Sandi aprono numerose brevi vie (poi “numerate”) e, col successivo aiuto di altri volonterosi, adattano a palestra, con lungo lavoro di pulizia e di sistemazione, la ridente e panoramica parete ovest di Punta nord di Pendice”. (COLLI EUGANEI–Guida alpinistico-turistica–CAI Sezione di Padova–1963). Oggi la palestra delle “Numerate” è dedicata all’alpinista cieco Toni Gianese, caduto in montagna il 19/7/1979. Gli itinerari vanno dai 20 ai 50 metri e, pur nella limitata lunghezza, presentano tutta la gamma delle difficoltà alpinistiche e sono luogo ideale per chi vuole apprendere l’arte dell’arrampicare in tranquillità e sicurezza. Una bella foto degli itinerari e una loro descrizione con nome, lunghezza e difficoltà la si trova su “Arrampicate sui Colli Euganei-Guida alpinistica dei Monti Pendice e Pirio”-CAI Sezione di Padova-Data di stampa non indicata).   

link al post | commenti | categoria storie
mercoledì, 21 febbraio 2007

SOLA VOCE - Un incontro imprevisto

postato da gpcastellano alle 19:14 in incontri e manifestazioni

Torino Thiene Bassano Sandrigo Bassano Breganze Bassano Montecchio… Bassano? No, giacché sono qui a Montecchio passerò alla “Casa di Giovanni”. Chissà se troverò Alberto? Così potremo finalmente vederci, dopo tanto scrivere via internet.

Ecco la libreria, ci entro, il posto è veramente accogliente, merita sedersi per terra a leggiucchiare a caso. “Quello” là è sicuramente Alberto. Ora è impegnato, sta parlando con un signore. Aspetterò, intanto spulcio i libri.

Rigoni, Corona, Sepulveda, Chatwin… Toh, c’è anche Meneghello, da noi al NordOvest è praticamente introvabile.

Ogni tanto tengo d’occhio Alberto, andarmene così senza salutarlo sarebbe veramente insensato, chissà quando tornerò da queste parti.

“Quel” signore con cui parla, dove l’ho già visto? Le facce io le confondo, il mio forte sono i suoni, le voci. Quelle non le dimentico.

E “quel” signore sta leggendo qualcosa, a mezza voce, in mezzo alla libreria.

I sensi innescano trappole della memoria. Insidiosissime, ci casco sempre. Just like now.

Montecchio… Torino, Cortile del Maglio, estate. Luci, ombre, serata elegante. Un palco, tre figure. Discorso lieve, ironico, essenziale e coinvolgente. Spettacolo indimenticabile (abuso di aggettivi).

Gabriele Vacis, regista e lettore. Natalino Balasso, attore e lettore. Luigi Meneghello, scrittore e lettore...  di se stesso. “Libera nos a Malo”, lo spettacolo.

A Torino? Allora (era) là, ora (è) qui, a Montecchio, davanti al vostro umile servitore, nella “Casa di Giovanni”. Lo stupore mio è talmente evidente che non passa inosservato.

«Ma Lei è… ma Lei era… l’ho vista… l’ho sentita… c’ero… ricordo… assieme a...».

Le voci si sovrappongono, turbine e disordine, caos dal quale emergono sensazioni, ricordi, emozioni. Ritrovare il suono di una voce, in una piazza, in una stanza.

Accaduto veramente a Montecchio Maggiore, il 07 febbraio 2007.

L'ALTIMETRO SEGNA ZERO

postato da mauromazzetti alle 12:21 in recensioni
ALTIMETRO SEGNA ZERO di C. ROCCATI“Questa regione è un luogo dove scalare tutto l’anno su ogni difficoltà. Quando dalle altri parti cala la nebbia ed arriva il gelo, qui si arrampica in maglietta; basta saper dove andare! Ma niente paura, per gli amanti del freddo nord è sufficiente addentrarsi nell’entroterra per trovare scenari himalayani. La Liguria è così…si può ripetere un canale di ghiaccio alla mattina e poi andare a scalare a torso nudo nelle pareti a picco sul mare il pomeriggio”.

Con queste parole  l’autore invita ad un viaggio intrigante, porge una sfida inusuale, suggerisce insoliti percorsi. Molto spesso – quasi sempre – le guide di settore puntano alla specializzazione più spinta. Roccati invece ci mostra come sia possibile attraversare la Liguria in punta di scarpette (e di ramponi in qualche caso), toccando e conoscendo siti noti ma anche poco conosciuti fuori da un ristretto ambito di affezionati frequentatori. Ecco quindi la sfida: trovare nuovi stimoli e nuovi spunti dove sembrerebbe essere già stato scritto e descritto di tutto e di più. Ed ancora i percorsi – anzi, i per-corsi, cioè il muoversi attraverso – sono accuratamente distribuiti lungo tutto l’arco delle due Riviere.

Le scelte degli itinerari, essendo soggettive, possono risultare ovviamente opinabili o non pienamente condivisibili. La matrice che li lega, il minimo comun denominatore che li apparenta, è però incontrovertibile ed inattaccabile: si tratta della curiosità, una sana curiosità di chi vuole esplorare in senso opposto (diverso), rovesciando l’ovvietà e l’omologazione a favore di una visione e di uno scenario sgombri da ripetitività e cristallizzazione. Vie per tutti i gusti e per tutte le capacità quindi, con l’etichetta del “no big” ma con puntate impegnative e significative anche sopra il grado 6 francese.

Dal punto di vista della grafica e dell’impaginazione, siamo poi di fronte ad uno sforzo e ad un impegno rimarchevoli. La guida si legge e si interpreta bene, scorre piana nei dettagli tecnici così come nei passaggi e negli accenni storico-culturali e personali; l’apparato fotografico rende bene l’idea delle montagne di Liguria, affacciate a balcone sulle terrazze coltivate e sul mare da cartolina; le schede sono divise, anche cromaticamente, in funzione delle diverse attività trattate; gli schizzi sono precisi ed intuitivi, non richiedendo sforzi particolari per essere capiti.

Una buona guida pertanto, capace di invogliare i “foresti” a provare esperienze arrampicatorie molto particolari, ed i locals a guardare con occhi differenti strutture rocciose spesso sottovalutate o non considerate.

 

 

Titolo: L’altimetro segna zero

Autore: Christian Roccati

Pagine 208 con foto a colori e disegni

Editore: Le Mani – Microart’s Edizioni – Recco (GE) – gennaio 2007

Info: sito personale
link al post | commenti | categoria recensioni
martedì, 20 febbraio 2007

POLVERE

postato da mariocrespan alle 15:42 in ritorni a valle
Mezzodì di Mario CrespanAgosto 2003.
Siedo in poltrona a dondolo, sul piól, lo sguardo puntato alle Cime di Mezzodì. Mi accompagna il brusìo di una pioggia leggera mentre ripercorro ancora una volta la parete che incombe su Val Frisón. Al centro vi è un rientramento che da molto tempo mi si rappresenta come un luogo segreto: mi ricorda, in piccolo, il Circo del Fontanón, sul versante nord del Pèlf. Anche qui in primavera acque confluiscono dall’alto, con un salto finale di cascata sulla parete scura che domina la conca. Il luogo possiede una sua solennità discreta e la mia fantasia vi si è sovente esercitata nella ricerca di possibili vie di accesso. Eppure, in tanti anni, non ho mai voluto recarmi a verificare sul campo le mie soluzioni. Meglio che alcuni sogni rimangano tali per tutta la vita. Trovata la via, dissolto il mistero, il sogno andrebbe in frantumi e lo avrei perduto per sempre.
Ho nostalgia di pioggia vera e di poesia. Sono fuggito dal calore di questa terribile estate che, almeno, ha cominciato a darci consapevolezza delle stolte ferite inferte a danno del pianeta da noi umani. Siedo qui e, dondolando appena, tendo l’orecchio a percepire l’inusuale e sommesso picchiettare di una pioggia stentata. Inutilmente mi affanno a inseguire impossibili ritorni.
Aleggiano correnti di malattia nell’aria malsana cui nessuno può oramai sfuggire. La medesima aria filtra le montagne, le sbiadisce, toglie mordente. I ghiaioni sono polvere, la roccia fugge il chiaroscuro. La terra, dal disotto, non ha più acqua da restituire. Ragazze e signore mature salgono ai rifugi in calzoncini e reggiseno.
Anche quello delle montagne – ora – è un mondo stravolto. Manca il conforto vivificante del freddo inatteso, della pioggia, della pioggia copiosa che risveglia e alimenta radici e pensieri, delle grosse gocce piene e pesanti, dei rovesci improvvisi che incollano gli abiti addosso. Dei pomeriggi passati in casa cullati dall’ininterrotto crosciare sulla lamiera del tetto.
Troppo poco durano le magre piogge – rare e troppo simili a vaganti nebulizzazioni ­– in questi giorni irriconoscibili. Le strade subito si asciugano, l’acqua subito filtra nelle diverse maglie di un suolo uniformemente riarso.
Quando il sole brilla senza posa la luce stessa finisce per frantumarsi e deteriorarsi, e salire le cime puzza d’imbroglio, come se una difficoltà fosse stata eliminata in modo sleale. Come drogarsi in una gara sportiva, o come salire una ferrata.
Il temporale, la bufera mantengono equilibrio nel gioco dei giorni e delle stagioni, fanno risplendere l’azzurro del cielo, lo rimettono a nuovo. Un sole non disturbato da intemperie, invece, lo appanna e lo illanguidisce. Le ombre perdono in saturazione e ripropongono non più ristoro ed oasi di frescura, ma disfacimento.
Qui, seduto, inseguo sogni e poesia come fossero acqua.
 
Fino a quel giorno l’unico segno era stato l’estrema siccità. Solo la siccità, esteriormente, e il grande caldo. Se ne soffriva un po’ ma lo si sopportava perché vi era quel cielo così bello. La gente diceva: “Sì, fa caldo, ma è così bello!”. E ora nient’altro che questa siccità che va sempre aumentando. Ma va tutto bene. Anche Guignet, il giardiniere, dice: “Va tutto bene” e su questo punto è d’accordo con la gente. Ma lui è seccato perché deve annaffiare ed ha aperto il rubinetto dell’acqua; la pressione nelle condutture sta oramai riducendosi a zero; allora, al posto di quella specie di ombrellone d’acqua che vi si apriva davanti, altro non c’è se non un piccolo alone di fine polvere bianca tutto attorno alla pompa.
 
Febbraio 2007.
L’uomo carica legna sul camion col suo carrello elevatore. Ha un sorriso strano, mi guarda come volendo interrogare. Guarda la mia giacca a vento gialla e forse pensa che io debba saperne di più perché ha capito che frequento la montagna. Alla fine, come riprendendo un discorso lasciato a metà, dice:
– L’acqua, l’acqua già comincia a mancare! E siamo solo a febbraio!
– Davvero? – dico io – e dove manca, l’acqua?
– Sottoterra – continua l’uomo del carrello elevatore, quasi parlando tra sé con sordo rancore, e sempre con quel suo ghigno grottesco – sottoterra… Le falde si svuotano. Dieci anni fa a venti metri trovavi l’acqua, adesso occorrono novanta metri almeno, e magari nemmeno basta perché l’acqua non ha abbastanza pressione.
L’uomo è là, sulla sua macchina, sembra inchiodato a un destino tragico e ineluttabile. Mi guarda come aspettando una spiegazione. Ma io non ho spiegazioni, o forse non so da dove cominciare, o se ne valga la pena. Buco dell’ozono, energia, petrolio, gas serra, riscaldamento globale? Cosa mai posso raccontare all’uomo del carrello elevatore, che non smette quel suo sorriso ammiccante e stralunato? Cosa mai posso raccontare a me stesso?
Adesso la legna è caricata. Egli mi guarda ancora una volta, alquanto smarrito.
– E siamo solo a febbraio! – ripete costernato – A febbraio!
Poi gira il carrello, e si allontana.
 
[Brano elaborato da Presenza della morte, di C.F. Ramuz]
link al post | commenti (6) | categoria ritorni a valle
sabato, 17 febbraio 2007

AH, LE DONNE AI CORSI DI ROCCIA

postato da gabrielevilla alle 01:02 in storie

Ricordo i primi corsi roccia alla fine degli anni ’70: tutti con i pantaloni alla zuava, i calzettoni di lana (preferibilmente rossi), le camicie a scacchettoni colorati con il rinforzo in pelle sulla spalla per le doppie alla Piaz, le borracce di alluminio con la fodera di panno verde attorno e quell’universo, prettamente maschile, di aspiranti “lottatori con l’alpe”. Dovevano arrivare gli anni ’80 (e parlo della mia esperienza personale nell’ambiente ferrarese, ma credo il discorso si possa generalizzare) per vedere qualche ragazza affacciarsi in questo mondo ed ingentilirlo un po’, farlo uscire da schemi non solo rigidi, ma da vera e propria casta. Come non dimenticare, ad esempio, il “divieto di accesso” allora esistente per le donne nel CAAI, il Club Alpino Accademico Italiano che suonava, né più né meno, come la preclusione della Chiesa al sacerdozio femminile e che si può definire solamente con una parola: discriminazione? In seguito la presenza femminile ai corsi di roccia divenne abituale, così come più in generale le donne entrarono nell’ambiente dell’alpinismo. Le allieve erano quelle che più spesso portavano un’allegra risata negli ambienti di solito seriosi dei corsi e questa di certo è stata una cosa positiva, non solo per l’allegria in sè, ma anche per quello smitizzare un ambiente che, a volte, si prendeva, e si prende tuttora, troppo sul serio. Ricordo di essere riuscito ad assistere, a volte, a vere e proprie “scenette” involontarie, quando istruttori molto compresi nella parte alla domanda “ricordi il nodo per fare l’assicurazione al compagno di cordata?” si erano sentiti rispondere “Ma certamente. E’ il mezzo marinaio!”. Altre volte era successo, a chi aveva insegnato il nodo auto bloccante Machard, a seguito dell’invito all’allieva di eseguire il nodo di auto assicurazione per la discesa in corda doppia di sentirsi rispondere “E’ quello a salsicciotto, vero?”. Involontarie battute di certo, ma quello che saltava agli occhi era proprio il contrasto tra l’istruttore (uomo), tutto preso dal suo ruolo e dalla serietà della montagna e dei suoi rituali arrampicatori, e l’atteggiamento più scanzonato dell’allieva (donna) a sancire che lei era interessata sì all’arrampicata, ma che, insomma, non era mica intenzionata ad entrare nella mentalità “guerresca” del rituale e che l’arrampicata andava intesa come un’attività ludico-sportiva e non come preparazione ad un “duro cimento”. Erano state, in fondo, piccole “lezioni di vita”, secondo me, per chi le aveva sapute cogliere. Ora, nel mondo delle falesie e dell’arrampicata sportiva, la presenza femminile è divenuta abituale o quanto meno molto più visibile, anche se rimane quella differenza di fondo nell’approccio mentale che a volte si manifesta nelle maniere più impensate. A me è successo di recente, ad esempio, di trovarmi a Lumignano per una giornata di arrampicata al termine della quale passammo sotto le pareti per rientrare al sentiero e scendere all’auto. Ci fermammo a guardare un climber impegnato su di un tiro che appariva assai difficile. Dopo un po’ un’amica chiese curiosa: “E’ molto impegnativa quella via MARIA CHERI’?” Non riuscivo a capire da dove fosse uscito quel nome e soprattutto non comprendevo come potesse essere conosciuto dalla mia amica che è neofita dell’arrampicata e ancora di più del luogo. Alla mia domanda rispose che lo aveva semplicemente letto sulla roccia. Fu allora che notai la scritta nera sulla roccia grigia, a caratteri tutti maiuscoli: “MARIACHER”. Scoppiai in una fragorosa risata, che lei capì soltanto quando le spiegai che la scritta che aveva così ingentilito, volgendola in francese, altro non era che il cognome di Heinz Mariacher, un famoso climber tedesco che aveva a lungo frequentato la palestra e di cui quell’arrampicata era una delle prime “creazioni”. Affatto colpita dalle mie spiegazioni circa il “famoso” Mariacher, rispose molto semplicemente: “Ah, già… mi sembrava che mancasse la I”. Impagabile! Proprio per questo l’ho voluta raccontare.

 

Per la cronaca, la Mariacher di cui si parla è descritta nella nuova guida di Lumignano di Michele Guerrini e Andrea Minetto (Antersass Casa Editrice – 2007) ed è presentata come <una delle prime vie della “nuova generazione”>, è datata 1981 e sono 35 metri con difficoltà 6c;si trova nel settore Lumignano Classica D.

link al post | commenti (1) | categoria storie
giovedì, 15 febbraio 2007

MEMORIE PARTIGIANE. Erto, 24 febbraio 2007

postato da marcoconte alle 22:12 in incontri e manifestazioni
dittaIn principio fu la Spasema. Erano proprio un pugno di fuggitivi, reduci da battaglie e campi di prigionia sparsi per mezza Europa, i primi ventidue uomini che poche settimane dopo il fatidico 8 settembre 1943 trovarono rifugio nei boschi sopra Lentiai. Prealpi bellunesi, Valle del Piave, Alpenvorland. Un territorio sottoposto al controllo diretto del Terzo Reich, insomma. In questi luoghi così insidiosi il gruppo del Boscarin (ne facevano parte ex prigionieri di guerra slavi, russi e inglesi, più alcuni volontari provenienti da Padova) non aveva vita facile, tanto che in seguito la comitiva decise per un trasferimento nella Valle del Mis. Li guidava Paride Brunetti, il Comandante Bruno che fu anche alla testa della brigata Gramsci sulle Vette Feltrine.
Non era passato molto tempo, ed ecco ancora un altro trasloco: il Boscarin si mosse alla volta di Bolzano Bellunese, e infilandosi nella valle dell'Ardo valicò forcella Tanzòn e raggiunge Cajada prima di ritornare a valle presso Faè - Fortogna, dove attraversò il Piave su una passerella. La sua sistemazione definitiva venne individuata in Val Mesath, nella stessa Casera Ditta (ma anche in altre costruzioni vicine) che al giorno d'oggi molti alpinisti ed escursionisti ancora frequentano trovando accogliente rifugio. Il 13 febbraio 1944, ribattezzato battaglione Ferdiani, il gruppo venne inserito con ufficialità negli organici della resistenza con l'assegnazione della bandiera di combattimento. Nei mesi che seguirono la comitiva poté contare sull'appoggio della gente del Vajont.
L'iniziativa intitolata Memorie partigiane, confermata a Erto per sabato 24 febbraio, è stata organizzata per ricordare questo importante anniversario. All'evento prendono parte ANPI di Belluno e Pordenone, Comune di Erto Casso, Provincia di Belluno ed associazione Tina Merlin. Il programma della giornata avrà inizio alle ore 10 ad Erto Vecchia con il ritrovo dei partecipanti presso il centro visite del Parco Dolomiti Friulane: saranno ricordate le donne partigiane di Erto e Casso e il loro ruolo nella guerra di liberazione. Alle ore 12.30 pranzo in compagnia e, a seguire, "quattro ciàcole" con alcuni protagonisti di quel periodo. Cosa avrà da spartire questa segnalazione con un sito che parla in prevalenza di montagna ed alpinismo? Mah, provate a rifletterci un po' su.
mercoledì, 14 febbraio 2007

CROLLI 3 - SASSI

postato da mariocrespan alle 10:06 in ritorni a valle
OMETTO SUL LASTRON di Mario CrespanI Cantoni di Pelsa? Un labirinto… Un intrico di pinnacoli, torri, cuspidi di ogni tipo, esili e massicce, una selva di punte, alcune delle quali sono state addirittura definite “topograficamente irrilevanti”. Ho l’incarico di stendere una piantina schematica di questo angolo della Civetta ed oggi – 15 giugno 1997 – ho deciso di salire la Cima delle Mede, di certo assai meno famosa della regina dei Cantoni, la Torre Venezia. Una bella gita domenicale con la mia compagna di vita e di molte ascensioni per prendere appunti e schizzi, per osservare, capire, fotografare.
Ma capitiamo in piena esercitazione del locale Soccorso Alpino, un folto gruppo di gente in smagliante divisa rossa giunto fin qui con grossi fuoristrada, ora sparpagliati attorno al Rifugio Vazzoler. Presto arriva l’elicottero e allora comincia un ponte aereo fin sulla vetta della Torre delle Mede dove, a quanto sembra, si svolgerà l’addestramento. Quella stessa sotto la quale transitiamo anche noi per improntare la Valle delle Mede, e meno male che possiamo tenerci proprio alla base delle rocce, protetti dalla strapiombante parete, perché dall’alto piovono bordate di sassi, alcuni di grosso calibro. Di sicuro i componenti del Soccorso Alpino non immaginavano che qualcuno sarebbe passato proprio là sotto. Tra il frastuono delle pietre cadenti e dell’elicottero che va, viene e staziona, noi – incauti intrusi – non senza apprensione schizziamo via dalla zona a rischio, dicendo “oh beh, ma guarda un po’ che bizzarra situazione…”
Dal rifugio Vazzoler la Valle delle Mede appare ripidissima, e lo è davvero. Ma adesso che siamo fuori pericolo procediamo meno affannati, cercando la via migliore sui sassi mobili dell’erto pendìo presidiato dalla Torre Bristòt, fino al doppio valico – Forcella ed Antiforcella delle Mede – da cui si dipartono in discesa il Canalone degli Aghi ad ovest ed il Canalone delle Mede verso nord.
Siamo già nel cuore dei Cantoni. La via che seguiremo è mutevole e scenografica. Si destreggia con sorprendenti andirivieni per canali, cenge, gendarmi transitando per l’Anticima delle Mede, già una cima a sé, ed infine per la Forcella del Bancón. È curioso osservare come le marcate stratificazioni che caratterizzano questa zona si corrispondano anche a distanza, imbrogliando alla vista la complessa morfologia di rilievi e canali. Sembra di percorrere un fondo marino prosciugato e riarso. Una passeggiata tra instabili equilibri di frammenti di dolomia variamente combinati, spesso semplicemente appoggiati ed insidiosi. Tutto sembra affermare, attraverso sgretolamenti più o meno reali, la precarietà del luogo.
La cima comunica separazione, lontananza. Eppure è situata proprio al centro dei Cantoni che da qui si abbracciano quasi al completo, dalla Torre Venezia fin sotto gli imprendibili spalti della Torre Su Alto. Con rammarico scopro che l’ometto di vetta è quasi raso al suolo, segno certo di abbandono. Ma ciò mi concede il privilegio di poterlo ricostruire. Un evento raro e prezioso, che fa parte delle sacre tradizioni dell’alpinismo.
 
La nostra ascensione è cominciata e si è svolta all’insegna dei sassi. Prima cadenti dall’alto, quindi come ininterrotti motivi di accompagnamento, per finire con l’ometto ricostruito sulla cima. In effetti, i sassi in montagna rappresentano un buon materiale a disposizione per manufatti diversi, i più diffusi dei quali sono proprio gli ometti. Essi si reggono solo grazie alla forza di gravità e all’attrito. Volendo, basta un calcio per distruggerli. Eppure possono sostenere a lungo l’azione, talora violenta, di venti e tempeste, e del mutar di stagioni. Precari e tuttavia solidi, veri ossimori di pietra, gli ometti stanno lì, umili, senza inquinare ed anzi confondendosi nel paesaggio, approntati da ignoti compagni di avventura lungo le salite e sui cammini incerti dei ritorni. Una bella azione collettiva, una complicità prolungata nel tempo che accomuna l’alpinista di adesso con schiere di altri alpinisti delle passate generazioni. 
Alcuni hanno stili particolari, suggeriti dalla foggia delle pietre. Così, per esempio, accade sul pianoro sommitale del Lastron dei Scarperi o sui Lastoni di Formìn, dove sassi piatti e sottili hanno favorito un inconsueto proliferare di ometti alti e colonnari, rendendo quelle zone simili ad ampie aree votive cosparse di candelabri.
Ma, dei sassi, ho imparato anche a fare un uso diverso, secondo un’abitudine che ho acquisito spontaneamente fin da giovanissimo, e che di certo deriva dalla mia propensione a inserire finzioni visive nelle forme. Con i sassi la finzione era – ed è – della massima semplicità: li prendo in mano e li considero montagne. Stabilita l’altezza delle pareti, la prima sfida è la scoperta della via normale e poi, su ciascun versante, le linee di salita più logiche, con relativa valutazione delle difficoltà. Traversate, fessure, diedri, placconate, spigoli, tutto viene esaminato con cura. A volte tiro dentro nel gioco i miei occasionali compagni. Forse questo esercizio da visionario – ma nel contempo, perché no? da alpinista – non è stato solo un vuoto passatempo, ma un piccolo stimolo in più per lo studio delle montagne vere. Insomma, niente male per un materiale povero, diffuso e gratuito, ma sottovalutato e sovente detestato, come i sassi. E poi, siamo così sicuri che i sassi non abbiano una loro vita segreta?
 
Le pietre, attualmente sparse e umiliate per il mondo, svelano le loro facce, i loro corpi che si screpolano. Nelle rughe dell’esperienza si annuncia e si insedia l’ingenuità. I vegetali, gli animali, i vapori e i liquidi, nel nascere e nel morire ruotano in modo più o meno rapido. La grande ruota della pietra, invece, ci sembra praticamente immobile e, anche teoricamente, non possiamo capire che una sola parte della fase della sua lentissima disgregazione. Così che, contrariamente alla comune opinione che fa di essa un simbolo di durata e di impassibilità agli occhi degli uomini, si può dire invece che la pietra, per il fatto che oramai non si riforma più nella natura, è in realtà l’unica cosa che vi muore continuamente.
 
Franiamo a valle sui sassi del Canalone degli Aghi, che plana sulla dolce Sella di Pelsa. Esso, verso la fine, presenta una strozzatura determinata da un enorme macigno incastrato, dalla forma squadrata, alto una ventina di metri. Ci caliamo in doppia da un buffo ancoraggio che sembra confitto nel terriccio, pendolando alla fine sotto il colossale blocco. Oggi il sasso più grande ce lo siamo tenuto per ultimo…
Quando transitiamo presso il Rifugio Vazzoler è in corso il rinfresco offerto ai componenti del Soccorso Alpino al termine delle esercitazioni.
 
[Brano di Francis Ponge, da Il partito preso delle cose]
link al post | commenti (1) | categoria ritorni a valle
martedì, 13 febbraio 2007

HEINI HOLZER - La mia traccia... la mia vita...

postato da giovannibusato alle 09:08 in storia dell alpinismo
Heinrich HolzerFinché tengono le lamine… tutta d’un fiato ecco la storia di un altro grande dello sci estremo: Heini Holzer.
Nasce nel 45 sotto ai bombardamenti alleati, una vita non certo facile, la montagna più come sfogo che appagamento; sicuramente uno dei più forti e completi alpinisti altoatesini degli anni 70.
La gioventù passa negli alpeggi, come buona parte dei suoi coetanei, poi a Bolzano come spazzacamino; professione che non abbandonerà più nonostante diventi con il tempo, un alpinista molto noto; e anche se per un periodo la sua vita alpinistica correrà parallela a quella di Messner, il suo alpinismo rimarrà sempre un ritaglio del tempo libero dagli impegni di famiglia e di lavoro.
A 15 anni comincia ad arrampicare con una attrezzatura modificata apposta sulle sue ridotte dimensioni e, in pochi anni, mette assieme un gran numero di ascensioni, anche di grande difficoltà, spesso in solitaria esaltando quel suo carattere schivo e appartato.
Ma le sue solitarie, quali il camino Schmuck nel Wilder Kaiser, la Eisenstecken e la Abram alla Roda di Vael, la Solleder alla Forchetta, la Gilberti alla Busazza non fanno altro che diffonderne la fama nell’ambiente alpinistico dove, inevitabilmente, incontra i più forti scalatori dell’epoca.
A 20 anni, l’incontro con i fratelli Messner con i quali compie alcune imprese di rilievo quali la diretta NE dell’Aiguille d’Argentiere con Sepp Mayerl nel 1967; la NE dell’Agner nel 1967, la diretta SO del Piccolo Vernel nel 1968.
Ma il suo capolavoro è considerato la “Via degli Amici” sulla NO della Civetta realizzata nel 1967 con R. Messner, S. Mayerl e R. Reali.
Pochi chiodi, velocità, nessun bivacco (se possibile) e un grande allenamento il tutto lontano dai riflettori.
Questo lo stile Holzer, e quando Messner prende la strada dell’Himalaya e della notorietà lui rimane sulle Alpi, continua la sua attività alpinistica ma solo nei ritagli di tempo... non cerca, forse non arrischia il salto al professionismo.
Non so se questo possa aver influito sulla sua fine prematura, certo è che compiere delle imprese di altissimo livello tecnico avendo a disposizione il tempo che può permettersi il semplice dilettante porta sicuramente ad assumersi molti più rischi.
Ma, in ogni caso, di salti è destinato a farne molti altri perché la sua passione parallela all’arrampicata è lo sci estremo, proprio nel periodo dei primi exploit di Saudan; così quando nel 72 sul Pizzo Palù i suoi sci vibrano nel vuoto della nord i pochi curiosi presenti sono certi di assistere a qualcosa di nuovo, di impensabile fino allora.
Come nell’arrampicata  il suo stile è essenziale, severo: niente elicottero, duro allenamento, pareti da salire dal basso con tutta l’attrezzatura sullo zaino quindi niente alpinisti d’appoggio e, soprattutto... nessuna eco.
Ma anche in questo caso questi silenzi, questi misteri ne amplificano, al contrario il mito, e la sua fama dilaga: la Nord della Marmolada di Penia nel 1970, la Nord del Cristallo, il canalone Schuck all’Ortles, la cresta Biancograt al Bernina nel 73, il canalone nord della Torre Innerkofler, la nord del Pizzo Palù, lo Sperone della Brenva del versante est del M. Bianco, fino alla tragica discesa dalla parete NE del Piz Roseg nel 1977: era la sua 102° discesa estrema...
A quale scopo: “gioisco semplicemente nel movimento, nel pericolo”.
Un’espressione apparentemente “spaccona” come: “è una parete di ghiaccio come tante altre…” (riferito alla Nord del Pizzo Palù) che forse, tratteggia un Holzer minimalista e superficiale; tuttavia, troppo poche sono le notizie sul suo conto, sulla sua vita per poter fare qualsiasi affermazione.
HEINI HOLZER Meine Spur, Mein LebenIn realtà, (leggasi come invito ai nostri editori) esiste un libro su questo straordinario personaggio ma, come spesso accade per i buoni testi, in lingua straniera.
Heini Holzer - Meine Spur, mein leben – la mia traccia, la mia vita – scritto da Markus Larcher ed edito da Edition Raetia nel 2000, purtroppo e inspiegabilmente non ancora tradotto in italiano.
Coraggio, è una pagina di alpinismo che non può mancare nelle nostre librerie.