L’ uomo mi stringe una spalla e mi dice che questa è un versante della Chomolangma, poi mi stinge l’altra per indicarmi l’altro versante, quello che a lui non interessa. La moglie con la pelle del viso come il salice, prende l’acqua dalla stufa e mi rabbocca il tè, raccontandomi altro con la sua pelle da salice. Sotto a noi nella stalla una mucca protesta.
Poi mi dice che dietro, un po’ a destra della mia spalla, c’è il Makalu. Mi volto a guardare dalla finestra della casa, supero i corridoi strettissimi tra le case, supero il legno sopra i tetti, lo sterco di yak sopra al legno, i campi, le pecore, le capre e le mucche, i salici, la valle, il fiume in fondo, l’altra valle ed il passo, con le due cime in fondo.
I colori croccanti e i mulini di polvere. L’ autunno dorato.
Le mucche pacifiche come tutte le mucche del mondo, le capre curiose come tutte le capre del mondo, e le pecore un po’ tonte come tutte le pecore del mondo. Per fortuna certe cose non cambiano. Gli uccelli che fan bisboccia la sera, l’acqua sulle pietre, gli alberi d’oro, i monti marroni, bianchi alla fine, e il cielo blu. E i bambini sporchi che ti inseguono per giocare, e i vecchi affamati, e le donne che dividono la pula dall’orzo, gettandola al vento, che si fermano a ridere dei bambini e di te.
Se è una vita che cerco lo Shangrila, forse è qui. Ogni tanto mi sale come conati di vomito il dolore, ma ho imparato a tenerlo a bada, distraendomi nel paesaggio; fingo con decenza ora e infastidisco meno la gente, fino a quando ho scoperto che tuo padre viene tre volte al giorno a farti visita. Lì sono caduta ancora per l’ennesima volta. Ieri allora ho salito il Bonpa ri e ho gettato cavalli del vento per te, ma non è servito a molto perché nonostante questo magnifico e dolcissimo autunno croccante, non trovo pace.
Gli dicevo, allora: «Va là, va là Arturo, non contarne!». Lui si offendeva. Giurava sulle figlie e chiamava a testimone l'intero paese. Come per le notti della luna piena in cui, sosteneva, si sentiva strano. Doveva quindi salire a Campigàt ed ululare, ignudo, alla stessa luna. Ed io, ancora: «Va là, va là...». E lui: «Sequestrami il calendario, la TV, la radio, i giornali, vedrai se pure ignorando la data e con il cielo addirittura coperto io non sarò, nella ricorrenza del plenilunio, strano». Così che si offendeva al momento, mettendo la sua parola in dubbio. Poi, con il tempo, ne ridevamo.
Ritornai una sera dai monti e come sempre passai a salutarlo. Bussai e mi apparve, effettivamente, strano. Ripeteva di continuo, scuotendo la testa: «Non so, non so, non la vedo bene e mi sa che stanotte andrò a meditare nei boschi della Stìa. Tu intanto vai a casa. Ma non so, non so, non la vedo bene stanotte. Tu intanto vai a casa...». Entrai nella vicina locanda e domandai ai gestori e ai vecchi compari presenti: «Non vi sembra che Arturo stia male?». Mi rispose l'Ivana d'un fiato e con un tono di rimprovero quasi fosse per noi tutti la mamma: «Il tuo caro Galinòt è sceso questa mattina di festa a Canale e si è bevuto là con gli amici non so quanti bicchieri di bianco per poi finire risalendo in Vespa dentro al torrente, bon, lo hanno tirato fuori quelli del campeggio a Mezzavalle e si è bevuto là con loro non so quanti altri bicchieri di nero per poi finire nuovamente in Vespa dentro al torrente, bon, lo hanno ritirato fuori quelli di Palafachina e adesso che non incanti e che faccia il bravo e rimanga tranquillo nel suo letto a smaltire con una bella dormita la sbornia!».
Ci voleva una domenica ottobrina per spingermi fino a Pecol e trovarmi con un pomeriggio di tempo libero e la certezza di trovare mio cugino Giulio e sua moglie Marisa su a Ciàmp, per decidermi a tornare lassù. Passo dopo passo, lasciato il paese, m’inoltro nel bosco di faggi salendo quel sentiero che, tempo fa, avevo scritto e raccontato come “La via degli antichi pascoli”. Fa uno strano effetto ritrovare i luoghi in cui si è trascorso tanto tempo della propria adolescenza e giovinezza, ricavarne ricordi e vedere ciò che il tempo ha lasciato intatto o modificato, qualche volta cancellato. A Piàn Pezzei, ad esempio, sono stati piantati alberi e quella conca prativa che si apriva ad un certo punto del bosco dopo mezz’ora di cammino dal paese è quasi completamente scomparsa e non provi più quella sensazione rigeneratrice e di allegria dovuta alla luce e al caldo del sole che ti abbracciava non appena lasciavi la penombra boschiva. Su alle Coste de Sòra è crollato uno dei tre piccoli tabià che erano sulla sinistra, proprio quello sul cui trave d’ingresso avevo incontrato, seduto in lacrime, mio zio Davide. E del resto, pure lui non c’è più. La strada invece è più ampia per consentire il passaggio dei mezzi fuoristrada e non solo i trattorini per andare a fare legna, ma anche le jeep; ci sono le canalette in lamiera ondulata e, nei tratti più ripidi, un fondo di cemento per migliorare l’aderenza delle ruote dei mezzi. Più in alto i rari prati sono oramai scomparsi, invasi dalle erbe alte e dagli arbusti, perché nessuno più va a tagliarne l’erba come un tempo, quando tutte le famiglie del luogo avevano la mucca nella stalla. C’è ancora la sorgente al Pian de Cialàde e la “salèra” in legno conduce l’acqua che, fresca, esce dalle rocce poco sopra il sentiero. Ai Rùi, ora che il percorso è diventato un sentiero Cai con tanto di segnali bianchi e rossi, hanno messo un corrimano e realizzato qualche gradino e, poco più in alto, un ponticello in legno, sopra ad un franamento del sentiero. Infine, si arriva a Ciàmp, o Mont de Sòra come lo chiamano a Pecol, e si apre quella deliziosa conca prativa con quel piccolo nucleo di casère e tabià che servivano, in tempi oramai lontani, per il periodo della fienagione. Il posto si presenta molto curato: l’erba è tagliata di fresco, le casère e i tabià hanno tutti i tetti rifatti con le onduline e le canne fumarie rivelano la trasformazione in piccole baite, ma almeno non crolleranno come gli altri che non hanno fatto in tempo a ricevere manutenzione. Giulio e Marisa sono quassù da una settimana perché passano così le loro brevi vacanze in ottobre prima di tornare, lei in qualche ristorante a dare da mangiare a turisti e sciatori, lui a battere piste da sci con il gatto delle nevi, in quel di Falcade. Hanno fatto manutenzione ad uno degli ultimi tabià da sistemare, raro esempio di gente di montagna che è profondamente legata alla terra su cui vive nella più autentica semplicità. Rimango una mezz’oretta a parlare con loro, un bicchiere di vino rosso sul tavolo e la schiena rivolta alla stufa che emana un piacevole calore, prima di riprendere la strada per Pecol. Dopo quarantacinque minuti sono di nuovo al paese e mi appresto a salire in auto per il rientro quando arriva la jeep del mio amico (quasi) d’infanzia Bruno De Donà, valente alpinista, oggi guida alpina e gestore di rifugio; dal finestrino sporge il suo volto con l’immancabile copricapo. Abbiamo fretta entrambi ed il saluto è fugace, per questo gli dico a bruciapelo: “Luca Visentini mi ha detto che ti ha contattato per scrivere un libro”, la sua risposta è secca e, per me, scontata: “Non scriverò mai un libro”. Provo ad azzardare un “ma lo scrivo io il libro, tu devi solo raccontare” e ne ricevo un “sai come la penso: bisogna passare in silenzio e non lasciare tracce”. Ci scambiamo un “alla prossima” senza altro aggiungere. Ripenso alle lunghe notti insonni delle mie incursioni a Pecol seguenti a quell’agosto del ’71 che ci vide salire al Civetta per la via normale, lui a raccontare ed io ad ascoltare, rapito, delle sue scalate via via più impegnative, più importanti, prima con il fratello Giorgio e il finanziere Guido Pagani, in seguito con compagni famosi il cui nome avevo letto sulle pagine dei giornali, delle riviste del Cai o dei libri: Renato Casarotto, Armando Aste, Franco Perlotto, Giancarlo Milan e altri ancora. Se avessi scritto appunti di quei racconti avrei già le bozze di quel libro che sarebbe bello realizzare. Mi mancherebbe soltanto il consenso dell’autore, ma quello probabilmente non arriverebbe mai, per quella connaturata pudicizia che contraddistingue le persone abituate a fare e non a raccontare, quelle che sono “passate in silenzio” ma ugualmente, e senza averne l’intenzione, hanno “lasciato tracce” e pure importanti, altrimenti non si spiega il fatto di essere citati sull’Enciclopedia della Montagna con nome e cognome e tanto di curriculum alpinistico e, aggiungo io, di tutto rispetto.
cari amici, un breve post per darvi un cenno che esisto ancora. In questi giorni molte sono state le telefonate per stanarmi dai miei computer e dai miei problemi. In verità, mille sono i casini con cui mi complico la vita. Ma non preoccupatevi. Lo sguardo mi sembra proiettato in avanti. Guardate www.intraisass.it e la nuova animazione flash, quindi proseguite per i due link, sopra e sotto. Da una parte la casa editrice si sta allargando nei propositi [presto in uscita due nuovi DVD: tutta l'opera filmica di Valerio Folco + il superbo My Climbing Life di Christian Core] e negli obiettivi, dall'altra abbiamo messo in rete una sorpresa mediatica sulla nostra ultima performance a Belluno.
A riguardo del blog, invece, direi, procede, anche se stenta un po' a trovare il giusto equilibrio: se dovessi fare una semplice riflessione sull'audience di questi ultimi tempi e paragonarla con quella delle intranews del vecchio intraisass [dove l'equilibrio tra letteratura, arte e news di vario genere era comprovato dalla stessa audience], non saprei cosa bene pensare se non che siamo in fase di transizione. Perciò coraggio. La qualità letteraria è molto alta e deve continuare così. Tuttavia manca uno sguardo sulla contemporaneità. E non parlo solo di cronaca alpinistica. Anzi! Ma delle mille cose che accadono ai margini del nostro mondo. Montuoso. Fatti, politiche e culture appaiono sempre troppo in margine. Non sarebbe male equilibrare l'alto verve letterario con un profilo sul contemporaneo, profilo non scontato ma ricercato.
Aspetto quindi tutti voi, io sto già meditando qualche carta per creare nuovi equilibri. Nel frattempo il mio Bruno Brunelt vi saluta e mi ha confidato che, seppur a fatica, si farà ancora vedere. Con molta pazienza.
Un carissimo saluto_
Scena: presentazione di un libro.
L’autore esausto ma soddisfatto racconta (pausasospiro), per l’ennesima volta, la sua fatica; pubblico plaudente, moderatore palesemente soddisfatto.
Non stasera.
Quando tocca a Erri De Luca, per venti rarissimi minuti, l’alpinismo si fonde con la letteratura e la poesia.
“...sono estraneo a questo alpinismo, arrampico per il puro piacere fisico, ho provato la sofferenza in altre circostanze della vita e non sono disposto a prenderla in considerazione come viatico per le cime himalaiane...”
Le rughe sofferte del volto si increspano in questo esordio sottovoce, poi altri spunti, da riempire una serata:
l’alpinismo, ultima frontiera dell’esplorazione
l’alpinista e il limite del finito, le cime come limite del finito verticale il mare di quello orizzontale...
l’infinito...no, non sono credente...
La grandezza delle imprese di Nives e Romano?
Non certo inanellare tutti i quattordici ottomila in una collana di perle grezze (come dice Nives del loro modo di andare), piuttosto l’unicità e irripetibilità della loro unione che suscita ammirazione...
Poi anche l’ossigeno che non usano, i portatori d’alta quota che non usano, la loro “normalità” che fa quasi arrabbiare (fa dire "Fossi io...").
E così è anche il libro di cui non si parla mai (bella presentazione!), la ricerca di un'ombra che il sole proietta davanti al suo cammino in una fila di tracce che si perdono in alto, irraggiungibili.
Un libro di dialoghi preziosi, di cose pensate mille volte senza trovare le parole per descriverle; un libro, un cammino, entrambe anima del viaggiatore.
Erri se ne va, lasciando in sospeso la risposta alla domanda delle domande: “perché?” l’alpinismo, la ricerca, l’esplorazione...sembra sogghignare sotto i baffi: “...la risposta ce l’ho ma ve la dovete guadagnare, ognuno la sua...”
Nives stringe gli occhi che ridono in una espressione di timida gratitudine... ma come non innamorarsene?
Poi scorrono le immagini dei due grandi alpinisti e la serata raggiunge la sua normalità, le parole lasciano il passo alle imprese che tutti conosciamo ma che ora guardiamo con occhi diversi.
Sul libro stretto in mano rimangono le impronte delle dita...
però, che tensione!
Un pomeriggio di primavera mi recai in Valle di Santa Felìcita – la storica palestra di roccia di vicentini, trevigiani e veneziani – giusto per allenare un po’ le mani sui traversi raso terra. Vi stazionava un branco di capre comandate da un bel bestione sfrontato e gagliardo, che prese a seguirmi e a squadrarmi con quei suoi occhi strani. Mi ero appena attaccato alla roccia che quello subito ne approfittò, andando a rovistare nel mio zaino, per cui tornai giù e lo appesi a un albero (lo zaino, non il caprone). Le altre capre, intanto, si erano trasferite in alto e brucavano sui ripidi pendii sovrastanti le pareti. Assistendo alla scena che si svolgeva tra noi, giù in basso, sembravano dire: “eh, tu non lo conosci quello lì, aspetta e vedrai…”. Il caprone, però, alla fine sembrò deciso a lasciarmi tranquillo e si dileguò. Benissimo, dissi tra me, era tempo. Invece no. Appena ripresa l’arrampicata, cominciarono a piovere pietre. Ecco cosa aveva escogitato, il bestione: raggiunto il branco, voleva farmi sloggiare mollandomi sassi in testa. Dove mi spostavo, da sopra mi seguiva e mi bombardava. Padrone lui della palestra di roccia.
Strambe, le capre. E appunto “strambo come una capra” mi definiscono, in famiglia, da vari anni. Sulle prime non riuscivo a stabilire se il paragone suonasse spregiativo o lusinghiero perché, se da un lato non avevo troppa dimestichezza con le capre, dall’altro ritenevo che certi stati di pazzia fossero una forma superiore di conoscenza e di creatività. Decisi dunque di dedicare maggior attenzione alle capre.
Poco per volta scoprii che questi lunatici ruminanti comprendono esemplari molto diversi. Così mi son messo a collezionare capre con crescente interesse. In tanti anni ne ho incontrate di grandi e di piccole, di colori diversi e di varia lunghezza di pelo. Alcune addirittura ieratiche, solenni. Ma sono gli occhi, elemento costante, che esprimono al meglio la pretesa stramberia delle capre, la loro caprosità. Quando esse si volgono dalla nostra parte non si può dire in che punto si incentri lo sguardo e cosa intenda, o minacci. Attaccare o fuggire, avvicinarsi o tirare calci, dare una cornata o rimanere lì a brucare l’erba, o ad annusare l’aria. Sono occhi guardinghi e intriganti, pieni di allusioni, che propongono dubbi e promettono imprevisti, lontani da un qualsiasi stato di appagamento o di equilibrio.
Il pensiero corre a quelli, tra gli umani, i cui occhi sembrano dare uguali sensazioni, a coloro che sbrigativamente vengono definiti “matti”. Dice Francesco De Gregori in una sua poesia:
“I matti vanno contenti sull’orlo della normalità,
come stelle cadenti nel mare della tranquillità,
trasportando grandi buste di plastica del peso totale del cuore,
piene di spazzatura e di silenzio, piene di freddo e rumore.
I matti non hanno il cuore
o se ce l’hanno è sprecato, è una caverna tutta nera […]
I matti tutta la vita dentro la notte, chiusi a chiave”.
Eternamente vaganti in una realtà di confine, mutevole, sospesa e separata. Non a caso la gente comune avvicina con sospetto artisti, filosofi e scienziati, attribuendo loro una poco rassicurante dose di follia. Meglio restare alla larga, pensano prudentemente. Mi sono perciò convinto che il filosofo, lo scienziato, ma ancor più il poeta, l’artista, e – perché no? – l’alpinista, tutti costoro abbiano qualcosa in comune con le capre. Per vagare di continuo lungo territori brumosi e incerti dove la ragione si imbroglia e si lacera, essi sono imprevedibili e geniali, irresponsabili e giocosi, anarchici e scorbutici, amanti del vizio, capaci di turpitudini e nel contempo di grandi slanci di tenerezza, pronti a sacrificare patrimoni per rincorrere un briciolo di immortalità.
Ed ecco che quando sono arrivato a riconoscere tali criteri di somiglianza tra le capre e gli artisti, l’essere definito “strambo come una capra” ha cominciato a farmi piacere. Da allora in avanti ho sempre considerato le capre alla stregua di amiche e compagne di gioco. Tanto più che appartiene alla famiglia anche il camoscio, la capra delle rocce che, di tutte le capre, è quella cui vorrei somigliare di più. Il suo sguardo aggiunge dignità e fierezza alla stramberia, che permane. Per il resto, quelle del camoscio sono prerogative riservate agli dèi: esso può scorrazzare a piacimento, veloce e sicuro, sui pendii più ripidi ed impervi, addirittura su vere e proprie pareti di roccia, superando dislivelli impressionanti nel giro di pochi minuti. Apparato polmonare e cardiaco da atleta. A volte tozzo ma comunque slanciato, altero il portamento, soprattutto quando si senta responsabile del branco. Gli uomini gli hanno dato a lungo la caccia, spinti in origine dalla necessità di cibo, ma poi viepiù posseduti dal malvagio esercizio di un gioco assassino. I primi grandi alpinisti furono spesso cacciatori di camosci: occorreva una eccezionale dimestichezza col terreno per seguire le tracce della preda, catturarla e trasportarla a valle.
Ho sempre sognato di diventare un camoscio. Mi commuovo quando mi capita di incontrarli, coi cuccioli che già si spostano col branco, ancora impacciati. Trascorrono il loro tempo tra le rocce, a contatto colle nubi, al sole, al vento, ed altro non vedono se non montagne, fiori ed erbe, stentando nella pausa invernale, lasciando in ultimo la vita in un cantuccio appartato, lontano da occhi indiscreti. Un paradiso.
Ho finito così per sentirmi capra, almeno un poco. Nelle capre ritrovo molte delle caratteristiche che esprimono, nel loro complesso, la dirittura fondamentale della mia vita: la ricerca continua, il dubbio sistematico, la preziosa “inutilità” cui alludono arte ed alpinismo – non so in che modo procedano le capre su questo terreno, ma che lo facciano è sicuro, se no avrebbero occhi diversi. E poi la predilezione per l’aria aperta e per gli spazi sconfinati, per le montagne soprattutto, e per le valli solitarie, immerse nel silenzio. Alla fine mi è perfino venuto in mente di collegare alle capre il mio stesso nome, studiandone un appropriato anagramma. Ne ho pescato uno davvero giusto – “in capra mores” – una concisa frase latina che vuol significare come io intenda ispirarmi alle capre quanto ad abitudini di vita e di pensiero.
Avevano proprio ragione, in famiglia. Grazie, amiche capre.
[l'immagine, a diversi livelli di ingrandimento, si trova nell galleria FOTO RECENTI - n.d.r.]
