Se per la prima via di 6° grado il mondo alpinistico ha acquisito come definitivo il dato della Solleder-Lettembauer alla Nord Ovest della Civetta del 1925, quello della prima via di 6° grado italiana pare trovare, ancora oggi, discordanti indicazioni e vari libri e guide di alpinismo forniscono risposte divergenti. Scrive Spiro Dalla Porta Xidias in “Emilio Comici. Mito di un alpinista”: “Forse non è un caso se la prima salita alla Nord-Ovest della Cima di Mezzo delle Tre Sorelle nel Sorapis risulta pure la prima via di sesto grado aperta da un italiano. Ed è curioso notare come in meno di due settimane – in dodici giorni per l’esattezza – gli arrampicatori italiani siano riusciti ad effettuare ben tre itinerari nuovi di quel sesto grado che pareva fino allora riservato ai Germanici e agli Austriaci: 26-27 agosto, parete N-O della Sorella di Mezzo (Comici-Fabjan), 30-31 agosto, Spigolo S-O della Cima della Busazza (Videsott-Rittler-Rudatis), 6-7 settembre, Pilastro Sud della Marmolada (Micheluzzi-Perathoner-Christomannos). Differente opinione esprimono Vincenzo Dal Bianco e Giovanni Angelini nella guida Civetta–Moiazza, Tamari (1984): “Videsott, Rudatis e Rittler, dopo alcuni tentativi ed esplorazioni, riuscirono a forzare la grande parete della Busazza proprio nel cuore di essa, cioè lungo lo spigolo che divide la parete propriamente ovest da quella definita meglio come sud-ovest con una salita non a torto definita la prima conquista italiana di sesto grado. Fu impresa di larghissima eco, paragonata per lunghezza e difficoltà alla via Solleder-Lettembauer”. Il fatto è che in quegli anni (e stiamo parlando del 1929) non c’erano i mezzi d’informazione di oggi, né la valutazione delle difficoltà era così “precisa” dal momento che l’arrampicata artificiale non era ancora stata distinta dalla libera e comunque erano i ripetitori, soprattutto con la comparazione, a confermare o smentire la valutazione attribuita alle vie in prima salita, com’è successo anche per le vie portate ad esempio di “primo sesto grado italiano”. Così scrive Gino Buscaini in “Le Dolomiti Orientali”, Zanichelli (1983): “La via Comici alla Sorella di Mezzo fu aperta nel 1929 e allora definita prima via italiana di sesto grado. Attualmente nessun passaggio è quotato di sesto grado, ma è certo stata una delle prime vie dure di quegli anni e nell’insieme rimane impegnativa ancora oggi”. Così Vittorio Varale in “Sesto Grado”, Longanesi (1971): “L’appartenenza di queste due scalate (Sorella di Mezzo e spigolo della Busazza) alla classe dell’estremamente difficile, nel dopoguerra solleverà obiezioni da parte dei ripetitori. Cosa che non accade per la terza scalata del genere effettuata una settimana dopo, precisamente il 6-7 settembre: quella del pilastro Sud della Marmolada”. E alcune pagine più avanti, aggiunge: “La scalata di Micheluzzi dev’essere considerata di un valore a sé rispetto a quelle dello stesso anno (1929). Se queste, poi, sono state oggetto di ridimensionamento, il pilastro della Marmolada non si tocca”. Non è quindi un caso se Reinhold Messner nella sua presentazione del libro “Ascensioni con Gino Soldà”, Tamari (1980), da storico dell’alpinismo, non si pone nemmeno il problema e scrive perentorio: “Il primo italiano ad aprire una via estremamente difficile fu Micheluzzi, che con Perathoner e Christomannos vinse nel 1929 il pilastro Sud della Marmolada, una via di 6° grado, ancora oggi tra le più difficili in questo gruppo”. Tuttavia, guardando a posteriori, il dato rilevante non è tanto chi sia stato il primo, ma quella "contemporaneità” di grandi prestazioni che cominciò a fare parlare di una vera e propria scuola italiana di arrampicamento. Nel capitolo “L’iniziativa italiana (1930-1940) così si esprime Doug Scott in “Le grandi pareti”, Il Castello (1976): “Per più di trent’anni i rocciatori tedeschi e austriaci erano stati i protagonisti dell’evoluzione alpinistica nella Alpi Orientali, mentre gli italiani si erano accontentati di seguire i più attivi colleghi del nord. Dal 1929 la situazione si capovolge, gli italiani assursero al ruolo di protagonisti, e furono uomini come Vinatzer, i fratelli Dimai, Gilberti, Tissi, Comici, Cassin, Micheluzzi e molti altri a realizzare le più importanti scalate di questa decade”. E l’elenco di Doug Scott fa certamente torto a gente come Gino Soldà, Raffaele Carlesso, Alvise Andrich, Umberto Conforto e chissà quanti altri che furono protagonisti di quel decennio che molti hanno identificato come il “periodo d’oro del 6° grado” e che fu indiscutibilmente contrassegnato dagli alpinisti italiani.
Mentre aspettiamo l'inaugurazione di Oltre le Vette 2006, confermata per sabato sera alle 18 presso l'auditorium comunale in piazza Duomo a Belluno, due parole sulle iniziative previste per questo fine settimana e un accenno a quanto trascurato nei precedenti interventi.
Fine luglio 2006.
La grande terrazza dell’Hotel Monte Pana sorride al pieno pomeriggio. Tutto perfetto: colori, nuvole, distese d’erba e di bosco. Non si vedono le tante auto parcheggiate qui, dietro l’albergo, e nemmeno si notano le due seggiovie che, più discoste, collegano il fondovalle con i prati del Mont de Sëura, dove amava passeggiare il vecchio Pertini, e da cui poco distano gli attacchi delle grandi vie da nord – antiche o moderne che siano – del troneggiante Sassolungo. Le sue rocce prorompono verso il cielo, plasticamente modellate dal sole. Volteggia tra i tavoli il cameriere, recando vassoi di mirtilli con panna. Anche per noi, ovviamente.
L’amica di cui siamo ospiti, e che alloggia presso un bell’albergo di Selva di Val Gardena, è deliziata da tale spettacolo, un balsamo per occhi, mente e corpo provati da mesi di stress, di nebbia, di inquinamento.
– Che meraviglia! – esclama ancora una volta, comprendendo con ampio giro della mano la visione tutta intera.
– Sì – dico io – sono davvero belle le Dolomiti di Gardena… Ma hanno il loro fascino anche le Dolomiti meno frequentate, e non solo quelle. I monti che abbiamo in Comelico, ad esempio.
– Forse sì – risponde lei, perplessa – ma qui le rocce sono così radiose, colorate… Da voi, invece, le montagne sembrano nere, tristi, abbandonate.
Ahimé – mi vien da pensare – poveri, emarginati Brentoni! Per non parlare del Crìssin, del Pupera Valgrande, del Tudaio. Povere creste di confine, verdescuro crinale dove si succedono elevazioni misconosciute come Cavallino e Cavallatto, Palombino e Vancomùn, nonché il Peralba infine maestoso! Eppure in questo quadro, certo più appartato, proprio il Peralba si leva bello e possente, e tutt’altro che “nero, triste e abbandonato”, dai prati di Val Visdende. Ed è visitato da fiumi di persone, almeno quanto il Sassopiatto del “sentiero Schuster” e del piano inclinato che scivola sul Giogo di Fassa.
Ma allora – mi chiedo – dove collocare il giusto confine tra selvaggio e addomesticato? Su quale terreno dovrebbe muoversi l’alpinista onde ne possa scaturire un confronto capace di trasformarsi in forza vitale piena, in fecondo impulso per muscoli, cuore e neuroni? Come e su quali basi circoscrivere un’etica tale da consentirci di accettare una manomissione portata all’ambiente d’alta quota al puro scopo di frequentarlo? Cosa si deve favorire, la sana fatica o l’infingardo tornaconto personale, la conoscenza o il banale sfruttamento? Su tali interrogativi si gioca, in fondo, il futuro delle nostre amate montagne.
Le due province atesine – rispetto a quella bellunese – hanno cercato di ottimizzare il turismo dolomitico. A prescindere dalle strategie, le relative pianificazioni sono state studiate e predisposte con cura: regolano parcheggi e traffico, ma talvolta arrivano fin nel cuore delle pareti, e perfino sulle cime. Tutto sicuro, tutto collaudato. Gli ospiti fanno riferimento all’Albergo, istituzione cardine. Alberghi piccoli o grandi, ma tutti ugualmente confortevoli. Strutture di ospitalità che si dispongono in ogni dove, ridisegnando – in cornice festosa colorata a gerani – l’urbanistica di paesi e frazioni. La tradizionale architettura originaria è schiacciata dall’Albergo in spazi sempre più angusti, quando essa stessa non si trasformi in apparato ricettivo. L’Albergo, poi, è collegato ai rifugi da incantevoli stradine e sentieri tracciati attraverso boschi e prati distesi in morbido declivio. Lungo il cammino, presso altre strutture intermedie di conforto, si possono consumare abbondanti porzioni di kaiserschmarren – o di altre delizie culinarie. Talora i sentieri sono addirittura lastricati e proposti in pendenze diverse a seconda di allenamento ed età. E in certe zone la concentrazione di rifugi e impianti è oramai altissima (si veda il Catinaccio, ad esempio, o l’Alpe di Siusi).
Per questo nelle Dolomiti, a mano a mano che dal lontano occidente del Brenta si procede verso levante, ecco che orizzonti, paesaggi, boschi, crode, prati si inselvatichiscono. Le estreme Dolomiti dell’est si fondono nelle Alpi Carniche in dissolvenza incrociata. Non si spingono oltre Misurina e dintorni i turisti che prediligono il terreno curato e attrezzato, quello che piace alla nostra amica e che – secondo lei – contribuisce perfino a colorare le montagne. Sentieri dolci, folle ordinate si spandono. Vanno in barca sul lago, si recano in seggiovia al Col de Varda per arrampicare, o scorrazzano in mountain bike su viottoli dedicati. Tutti al loro posto, comodamente e senza patemi. Poi – improvviso – il tuffo in Val d’Ansièi ripropone wilderness e raccoglimento, le solitudini distaccate delle Marmarole, del Sorapiss, del Popera – Dolomiti ancora – che qui incombono oltre piedestalli basali complessi ed impervi: Vallon dei Camosci, Buse di Socénto, Val Gravasecca, Bosco di Somadìda, ed altri. Per poco si staglia a cielo il vecchio rifugio Tiziano, da un mondo remoto. Non più folla, non più comodi sentieri. Solo imprendibili altezze.
Il vento dell’est riporta contatti meno rasserenanti, più da vicino riflette sogni e paure e ce li ributta addosso ingigantiti. Facile perdere indirizzo e motivazione all’ascesa. Facile arrendersi a domestiche incombenze o gradevoli esercizi. Facile non abbandonare il conforto della casa o dell’osteria, della valle, delle voci amiche e consuete. E l’avventura? E il silenzio? E la vera natura, la vera montagna? C’è tempo. Domani. Se ci bastano l’animo e la voglia. Intanto continua la bella discesa, e sempre lo sguardo rimane attratto da quel campo pensile di ghiaie sul fianco occidentale della Croda di Ligonto, alto e sospeso su Val Giralba. Un angolo di parete che è lì a rodermi, a grattare nel profondo con beffarda ironia. Perché so che è un campione di montagna autentica, di quella giusta da affrontare. Sbrigativamente bollata come facile, ma scomoda da morire. Pronta a smascherare ogni nostro piccolo alibi, impietosa e sublime. E dove la Val d’Ansièi quasi spiana e si apre verso le prime frazioni di Auronzo, alle cinque in punto della sera ecco a indicarci la strada l’ombra antica di Berto Fanton, che eternamente arrampica l’immane lastronata del Crìssin.
[l'immagine, a diversi livelli di ingrandimento, si trova nell galleria FOTO RECENTI - n.d.r.]
Ci sono salito un inverno di qualche anno fa, una gita scialpinistica in una giornata un po’ grigia di tardo inverno. Altre gite nella zona del Canin non era possibile farne, troppa neve instabile e pesante. Nonostante la funivia e la piccola sciovia, il Piano del Prevala, col rifugio Gilberti al centro e la catena del Canin a far da contorno, conservava ancora il suo fascino. Arrivare sulla Sella Prevala significava trovarsi in un ambiente montano di notevole bellezza: il Canin e il Montasio alle spalle, Il Triglav di fronte e, ai tuoi piedi , quasi 1600 metri più in basso, la vallata del Koritnica e la Val di Trenta. Il confine del Parco Nazionale del Triglav sfiora la Sella Prevala, pochi metri ad est. L’unica nota stonata in quel luogo era il ronzio portato dal vento della funivia che sale da Bovec, sempre sul versante sloveno.
Ci siamo passati l’altro giorno, a Sella Prevala. Ma siamo arrivato tardi. Prima di noi è arrivata la seggiovia. Gli Sloveni hanno anticipato i tempi e hanno cominciato a realizzare quel collegamento sciistico tra Sella Nevea e Bovec di cui avevo anni prima sentito parlare. Oltre il cippo di confine, quasi a sfiorare la vecchia trincea della prima guerra mondiale, sono passate le ruspe a spianare la pista, poi è arrivato il cemento e i piloni. Previdenti da quelle parti: i seggiolini erano già sulla fune, in attesa della neve e degli sciatori.
Ci affacciamo al versante italiano, con la paura di trovare la stessa scena. E invece nulla. Ma i conti non tornano: che senso ha un’opera e un investimento di questo genere solo da una parte, senza uno sbocco?
Scendiamo verso il Gilberti. Sul Piano qualche cosa è cambiato: la vecchia sciovia non esiste più, sostituita da una moderna seggiovia che arriva a due passi dal Rifugio. E affiancata da una pista nuova di zecca.
Proseguiamo la nostra discesa verso Sella Nevea. Le sorprese non finiscono, le ruspe stanno aprendo una nuova pista proprio sotto le pareti del Bila Pec. Alberi abbattuti, rocce sventrate.
Ora i conti tornano, la sensazione è che sul versante italiano siano semplicemente in ritardo, che per questa stagione invernale il collegamento non ci sarà, ma ci si sta lavorando. Quando si fanno le grandi opere bisogna sempre pensare per tempo alle infrastrutture...
Così, una volta a casa ho cercato di capirci qualche cosa di più. E trovo una dichiarazione del Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Riccardo Illy, che dice che si, il collegamento si farà l’anno prossimo, che la zona diventerà un "piccolo gioiello delle Alpi Orientali". Con tutte le (ovvie) dichiarazioni di contorno sul rilancio turistico dell’area.
Conto alla rovescia per l'edizione 2006 di Oltre le Vette - metafore, uomini, luoghi della montagna, la rassegna organizzata dal Comune di Belluno ed attesa nel capoluogo dal 30 settembre al 14 ottobre. Dopo l'anticipazione di qualche settimana addietro sulle principali novità di questa decima annata della manifestazione curata da Flavio Faoro, presentiamo qui di seguito alcune segnalazioni in merito ai punti più interessanti del programma. Consigliamo per ulteriori dettagli, e per la presentazione delle numerose mostre, di visitare anche il sito ufficiale dell'iniziativa.