Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
giovedì, 31 agosto 2006

MANIFESTAZIONI E POLEMICHE

postato da marcoconte alle 20:06 in incontri e manifestazioni
Con l'approssimarsi della stagione fredda cominciano a prendere forma e sostanza i programmi dettagliati di alcune manifestazioni legate all'universo della montagna programmate per i prossimi tempi. Si comincia con le associazioni Tamburello Cultura e Gruppo naturalistico Le Tracce di Castelfranco Veneto, che hanno reso noto il programma della XVI edizione del ciclo di proiezioni La Voce dei Monti. La rassegna avrà luogo presso la sala "Le Radici e le Ali" dello Spazio Girasole a Treville di Castelfranco Veneto tra il 10 novembre e il 15 dicembre. Il calendario della manifestazione, per sommi capi, prevede i seguenti appuntamenti: 10/11/2006 "Montagne del mondo", videoconferenza di Maurizio Giordani; 17/11/2006 "Liberocielo", diapositive di Diego Zandonella Callegher; 24/11/2006 "Mongolia: preghiere nella steppa", diapositive di Vittorino Mason & Piera Biliato; 01/12/2006 "Escursionismo esplorativo: il mio andar per monti", diapositive di Michele Da Pozzo; 15/12/2006 "L'altra montagna", diaporama di Roberto Soramaè.
Decisamente più vicino a noi, è confermata per questo fine settimana tra Longarone e Valle del Maè la sesta edizione della Festa regionale veneta della Montagna: l'inaugurazione è prevista per le ore 11 di sabato 2 settembre al Palafiere della cittadina longaronese. All'interno di questa due giorni di iniziative di vario tipo, segnaliamo il convegno sulla letteratura di montagna organizzato da Fondazione Giovanni Angelini per il pomeriggio di sabato, con inizio alle ore 16.30 presso i locali del cinema di Dont in Val di Zoldo. I relatori saranno invitati ad esprimere il proprio punto di vista sui seguenti argomenti: "Esiste una cultura di montagna oggi?", "Che relazione c'è tra gli scritti di montagna e i montanari?", "Alpinismo e popolazione". Parteciperanno al dibattito Spiro Dalla Porta Xydias, Silvia Metzeltin Buscaini, Mauro Corona ed Ester Cason Angelini.
Segnaliamo infine per amore di cronaca che sull'edizione di oggi del Corriere delle Alpi di Belluno è apparsa in prima pagina, ed in bella evidenza, una lettera firmata estremamente polemica che chiama in causa proprio lui, il nostro collega intrablogger ertano. In attesa della sua replica, prevista per domani ed alla quale darò immediato risalto, cito di seguito senza ulteriori commenti uno dei passi più severi e pungenti ricavati dalla lettera sul quotidiano: «Corona, come tanti altri predatori umani, ha sfruttato i doni, i segreti della montagna per interessi personali. Se fosse un vero montanaro, avrebbe dialogato con la natura senza rubarle niente, senza parlare, così come facevano gli indiani nelle Americhe, senza vendere i suoi segreti a molti editori interessati al denaro. Ma ora che è un famoso scultore e autore, lui se ne frega di queste cose».

I SINDACI MOSTRANO I MUSCOLI

postato da mauromazzetti alle 15:07 in varia
L’altra sera, alla festa de l’Unità di Genova, c’è stato un dibattito con i sindaci di Bologna (Cofferati), Torino (Chiamparino) e Genova (Pericu). Dopo essersi riscaldati con questioni di media importanza, quali il problema dell’immigrazione, le nuove aree metropolitane e simili, finalmente è stato affrontato il tema clou: è opportuno o no che le partite di calcio della serie B si giochino al sabato?
Tralascio di annotare le conclusioni, e passo ad un altro sindaco, anch’egli sceso bellicosamente sul sentiero della protesta.
Jean-Marc Peillex, sindaco di Saint - Gervais, paese del comprensorio del monte Bianco, è il paladino della montagna allo stato puro. 20.000 alpinisti all’anno sulla vetta del monte Bianco sono troppi: occorre regolamentarne l’accesso e disciplinarne i movimenti.
L’intento è senz’altro ottimo: molto spesso infatti, più che di “monte Bianco” si dovrebbe parlare di “monte Giallo”, a causa della quantità di urina lasciata come souvenir ai 4800 e passa metri della vetta. Sembrerebbe che la pipì sia tenace: oltre tre anni di vita autonoma, tanto da ritrovarla immutata e gagliarda in vetta al Bianco, nonostante il tempo trascorso. Il sito Kairn, molto pudicamente, si ferma qui. Ma Le Dauphine, da cui è tratta l’esternazione del sindaco francese, si spinge temerariamente anche più in là. Non solo urina, ma anche feci, con imbrattamenti almeno triennali della sacra vetta.
Come fare, allora? Per il sindaco di Saint – Gervais basterebbe sommare il numero dei posti letto dei rifugi Gouter (140) e Tete Rousse (70), per avere il totale giornaliero degli aventi diritto alla cima. 210 ci sembra in verità un numero incompleto, considerato che esistono – e sono utilizzati per la salita al Bianco – anche altri rifugi sul versante francese. E che dire del rifugio Gonella, sul versante italiano? All’attacco sulla via del Papa al Bianco, metterebbe a disposizione una cinquantina di posti. Metterebbe. Perché dal 6 agosto il Gonella è stato chiuso per ristrutturazione (v. il sito omonimo per i dettagli e le precisazioni del gestore), con contestuale emissione di un’ordinanza del sindaco di Courmayeur, che vieta la percorrenza del sentiero di accesso, per motivi di sicurezza dovuti alla caduta di pietre e massi anche di grosse dimensioni. Invidia per il sindaco di Cervinia, che vietò tempo fa la salita del Cervino per la cresta del Leone?
 
In attesa di risposte, andrò allo stand dei miei amici per mangiare lo stoccafisso accomodato.
link al post | commenti | categoria varia

GIUSEPPE ZOPPI, IL PASSATO E IL FUTURO

postato da giovannibusato alle 09:54 in recensioni storiche

LIBRO DELLTitolo: IL LIBRO DELL'ALPE

Autore: Giuseppe Zoppi

Collana: La Montagna

Casa editrice: L’Eroica di Milano

Pagine 204

Prezzo: 10 lire

Anno: 1931 (3° edizione)

 

Nuovi linguaggi, informazione, ricerca, sperimentazioni culturali... tornando dal Paese, al termine di una splendida giornata, tutto questo mi passa e ripassa per la mentE... ma dove l’ho già letto?

Solo dei libri vecchi spulcio le pagine iniziali alla ricerca di curiosità storiche... infatti: anno 1931, sulla copertina di un libro della collana “la montagna” della casa editrice L’Eroica di Milano campeggia la scritta:

- è una casa editrice che si propone di mettere in valore le più preparate forze nuove della letteratura e dell’arte

Eroicaisass...

Anni di bancarelle assolate hanno ingiallito le pagine di questo libro che sfoglio leggendo le annotazioni fatte all’acquisto.

Si tratta della 3° edizione del 1931 de “Il libro dell’Alpe” di Giuseppe Zoppi, scritto ancora nel 1921 e divenuto un best seller nella svizzera italiana tanto da essere adottato come testo di lettura nelle scuole.

L’annotazione è interessante perché dai contenuti del libro si possono rilevare quali fossero, all’epoca, i messaggi politically correct; un dato “storico” importante per la comprensione degli avvenimenti.
Anche l’autore desta interesse: Giuseppe Zoppi, oltre ad essere il direttore della Collana, è rettore dell’università di Friburgo, poeta e narratore con molti libri scritti, saggista e traduttore; quindi senz’altro una figura di spicco del mondo culturale del tempo.

Così inizia la lettura; sinceramente, quando acquistai i volumi della collana, lo feci soprattutto da collezionista; da lettore mi aspettavo dei libri “da costruzione” anche se alcuni, come “Una notte sui Dru” (recensito su questo sito) sono comunque delle belle letture.

La prima sorpresa è la struttura, si tratta di capitoli brevi, ben 62 su 204 pagine, una metrica da internet, un blogger ante litteram...

I contenuti sono degli spaccati di vita alpina dei primi anni del ‘900,  la salita agli alpeggi, la lunga estate e il ritorno per l’inverno, visti dall’autore con (forse per...) gli occhi di bambino.

Luoghi, personaggi, situazioni sono immersi in un clima idilliaco dal quale vengono volutamente escluse le storie di miseria, sofferenza e emigrazione che certamente caratterizzavano quegli anni, anche nella neutrale e asettica Svizzera.

Il risultato sono delle piccole belle storie, fiabe di un Paese universale senza tempo da leggere ai bambini: scorpacciate di mirtilli e polenta gialla (solo quella) versata sul tagliere al centro della tavola dal quale ognuno mangiava con il proprio cucchiaio di legno; presenze inquietanti nelle notti di temporale; cacce spietate agli animaletti del bosco per poi piangerne la morte... ma non alla donnola, perfida e vendicativa da non importunare pena sfortune certe.

E ancora storie “esemplari” come quella del ladro del “campanone” (così era detto il pentolone del formaggio) il quale, dopo averlo rubato, vi si rifugiò in una notte di tempesta, ma al mattino la neve accumulata era talmente alta che non riuscì più a smuoverlo e fu ritrovato in primavera (sotto la pentola).

E infine gli alpigiani, (scopro che oltre all'attuale nostro "malgaro" esiste la categoria dei "servi", così indicati dallo Zoppi coloro che lavoravano all'alpeggio, senza essere proprietari di armenti) presenze distanti nella vastità della montagna e tra tutti Tonio, i cui “scarponi chiodati mordevano la terra come artigli di belva e se sdrucciolavano su qualche scalino sprizzavano scintille di fuoco”, silenzioso ma sempre presente a infondere sicurezza in ogni occasione.
Ultima annotazione.. un collegamento ai nostri tempi: nella prefazione Giuseppe Zoppi propone un tema già sentito all’epoca e di estrema attualità oggi:

“…l’idea che molti in pianura hanno della montagna: piccozza, corde, cime da scalare, aria cielo, gioia.
La montagna per questa gente, è insomma la regione fatata a cui si va e donde si torna.
Non passa loro per la mente che essa sia, anche e soprattutto, un pezzo di mondo in cui stabilmente e duramente si vive.

..i due mondi, alpino e alpinistico, hanno bisogno di reciproca comprensione e simpatia..” (1931)
Un tema tuttora dibattuto (ricordo la recente iniziativa Messner/Corona)  per riconoscere la -montagna abitata-, certamente quale tesoro di biodiversità e culture, come luogo di svago ed arricchimento ma anche indispensabile alla vita (intesa come sopravvivenza) di interi Paesi e, in questo senso, da considerare con assoluto (e operoso) rispetto.

Sull’ultima pagina di questo libro un po’ dimesso e permeato di religiosa fatalità, un vivace richiamo al contesto storico:

“viva per sempre l’Italia, alunna della poesia e maestra dei popoli”

E’ pur sempre il 1931!

L’Inizio di un decennio d’oro per l’alpinismo, soprattutto italiano, nel corso del quale saranno, di fatto, risolti tutti i problemi classici delle Alpi.

Un decennio in cui l’alpinismo correrà sul filo del rasoio del nazionalismo, giovandosi, a volte compiaciuto, della grancassa della propaganda dei regimi (ricordate l'epopea dell'Eiger?), più spesso rimanendo isolato nei suoi inevitabili individualismi.

link al post | commenti | categoria recensioni storiche
lunedì, 28 agosto 2006

GRIZZLY MAN: Herzog, L'EROISMO DEI SOGNI

postato da davidesapienza alle 23:25 in recensioni
Mentre il fantasmagorico regista tedesco sta girando in Antartide,arriva in Italia "Grizzly Man" (www.fandango.it) nei cinema dal 24 novembre scorso e poi presto in dvd, una sorta di film documentario sulla vicenda di Timothy Treadwell. Chi era costui? Una figura "eroica", per dirla alla Herzog. E anche un caso borderline. Poco più che trentenne, Treadwell decide di passare quattro mesi all'anno in Alaska con i Grizzly. Egli è convinto di essere "in missione per conto di Dio", di doverli salvare: di essere lui l'unico depositario della chiave della loro salvezza. Così Treadwell in tredici stagioni, gira oltre cento ore di filmati, sino a quando, nell'ottobre del 2003, viene dilaniato e ingoiato (assieme alla sua fidanzata) dal Grizzly 141 (presumibilmente).
Ricordate forse il bel libro di Jon Krakauer "Into The Wild", che parlava di una sorta di Treadwell degli anni ottanta, che era andato a vivere in un bosco dell'Alaska? Insomma, si parla di una terra che è un magnete capace di dare sfogo a tutte le visioni più surreali di noi umani. E Treadwell non era da meno.
 Herzog e Grizzly
Tuttavia, essendo Herzog il genio che sappiamo, da queste cento ore di filmato il regista tedesco riesce, intercalandolo con la sua narrazione spesso fuori campo, testimonianze di amici, autorità, medici, genitori, non tanto a ricostruirne la storia, ma a delinearne un profilo che mette Treadwell nella galleria dei grandi casi borderline della filmografia di Herzog: Cobra Verde, Fitzcarraldo, Kaspar Hauser, Haguirre, Woyckek e via discorrendo.
Anche il lavoro sulle immagini, sulla "cinematografia" è davvero importante: come dice lo stesso regista, Treadwell non era un amateur. Ci mostra infatti le diverse "take" delle proprie autoriprese, in cui egli è autore, regista, autore e "domatore". La volontà di affermare la sua solitudine nelle grandi terre del nord (quando in realtà negli ultimi due anni era sempre con la fidanzata), Re auto consacrato di una propria personalissima "Patagonia", un'area di bellezza estrema e di estasi tremenda dell’Alaska.
E di grande cinema qui Hollywood potrebbe vederne eccome: impossibile riprodurre con domatori e computer il combattimento tra due Grizzly che Treadwell riesce a riprendere da pochi metri. Pare quasi che alla fine il grizzly 141 lo abbia mangiato perché stanco di sentirlo parlare. Ma il lavoro di Herzog è emozionante, preciso, come quello di un grande pittore che invece di dipingere un soggetto immaginato, dipinge una tela già preparata, trasformando in qualcosa di "altro" e di "oltre" quella che poi rimane la forma originale dell'opera, restaurata con amore.
Nel 2005, quando questo docu-film venne presentato, le reazioni furono molto positive. Sempre nel 2005, Herzog ci regalò un altro piccolo capolavoro, "The Wild Blue Yonder", anche questo rintracciabile in dvd. Anche lì la natura e l'uomo si giocano su livelli sempre meno comunicanti e sempre più illusori.
Dunque la domanda resta quella di sempre: chi siamo noi? Da dove veniamo? Dove andiamo? Timothy Treadwell, l'uomo che sussurrava ai Grizzly, era convinto di averlo scoperto e alla fine se ne è andato da questa vita felice di saperlo. Quando esce, guardatelo "Grizzly Man". La versione dvd poi, contiene la realizzazione della colonna sonora a cura del genio assoluto che è Richard Thomspon (ex Fairport Convention, uno dei più grandi autori e chitarristi al mondo). Herzog ha portato in studio Thomspon e i musicisti DOPO il montaggio di "Grizzly Man" e in due soli giorni, dettando a Thompson le "improvvisazioni", facendo vedere a lui e agli altri alcune riprese, lo ha portato sul suo terreno: l'esplorazione del misterioso mondo dei suoni, anch'essa componente fondamentale di ogni film di Herzog (www.wernerherzog.com).
link al post | commenti (2) | categoria recensioni
sabato, 26 agosto 2006

VAL DE PIERO: PARADISO E INFERNO

postato da gabrielevilla alle 00:44 in storie

“Quando raggiungo la Forcella Oderz, il panorama cambia totalmente. La conca verde di Pis Pilon, con il VII Alpini al centro, contrasta totalmente con quello che mi lascio alle spalle. La Val de Piero è lì sotto, angusta e quasi opprimente eppure assolutamente affascinante.”
Come Andrea Gabrieli (vedi post del 9 agosto) pensai in quel maggio dell’82, quando assieme a tre amici arrivai alla forcella Oderz. Venivamo da Passo Falzarego e siccome non era bello per arrampicare avevamo “ripiegato” su quell’escursione che ci fece conoscere un angolo del gruppo della Schiara a noi ignoto. La Val de Piero, con la sua angustia, il suo sentiero pensile a lungo affacciato sul baratro, quella parete che non ti aspetti che è il Burèl, le cascatelle con i muschi gocciolanti, il verde iniziale e le rocce dopo, su in alto, ti tiene chiuso dentro di sé per ore e, quando sbuchi in forcella, ti lascia spaziare con lo sguardo e con la mente e ti senti come un uccellino a cui avessero aperto improvvisamente la porta della gabbia. Tornammo indietro per lo stesso percorso e, alla fine, mi sembrò di avere conosciuto un piccolo paradiso, un angolo selvaggio e accattivante al tempo stesso e così a lungo rimase nella mia mente, fino a quell’agosto del ‘92, fino a quella telefonata che arrivò, imprevista e atroce. La voce dentro la cornetta fece il nome del mio più caro amico, salutato tre giorni prima, alla partenza per le vacanze: “… erano in due … stavano scendendo per la Val de Piero … hanno trovato un franamento del sentiero … hanno tentato di passare … uno è caduto nella scarpata … 50 metri … il fondo del torrente … una roccia … morto sul colpo!”. Morto: non ci sono altre parole con un significato così definitivo e irreversibile. Il mio amico non c’era più. Due giorni dopo lo portarono a Ferrara e andammo al funerale, vedemmo tanti piangere e a nostra volta piangemmo, parlammo, cercammo di capire e rimanemmo sgomenti. Due giorni dopo partimmo in tre, c’incontrammo a La Stanga con un altro amico che era in vacanza a Falcade e assieme anche lui iniziammo a risalire la Val de Piero. Nel bosco, all’inizio, vedemmo i ciclamini e, ricordo, fu struggente; proseguimmo oltre inoltrandoci nella parte più impervia; pensai che non mi appariva tanto diversa da come l’avevo vista dieci anni prima. Era sempre bella, affascinante, selvaggia, ma era come se stessi camminando per recarmi all’inferno. Arrivammo sotto la parete del Burèl e, più sopra, riconoscemmo il franamento che ci era stato descritto e lo raggiungemmo. Due di noi si fermarono, io e un altro ci legammo con la corda da roccia, superammo assicurati il franamento e, subito oltre, scendemmo la scarpata, in quel punto ripida ed erbosa, per raggiungere il fondo del torrente; lo percorremmo per qualche decina di metri fino a che non riconoscemmo il grosso masso, attorno si vedeva la ghiaietta calpestata e smossa dai soccorritori. Capimmo tutto quel giorno, ma non ci servì a lenire il dolore per quella morte. Sono tornato in Val de Piero, due anni dopo, a settembre. Scendemmo da forcella Oderz dopo essere partiti dal rifugio VII Alpini dove avevamo pernottato con un gruppo del Cai Ferrara e dopo avere posto un targa ricordo nella chiesetta vicino al rifugio e assistito ad una messa di suffragio: con noi era la moglie del nostro amico che aveva molto insistito con me per compiere quell’escursione e poter vedere a sua volta il luogo della tragedia (che nel frattempo era stato messo in sicurezza dal Cai di Belluno). Scendendo guardavo la valle e la trovavo, nonostante tutto, sempre affascinante, selvaggia, unica. Arrivai a La Stanga psicologicamente spossato: era come se avessi camminato all’inferno (ma quello era solo dentro di me), in effetti, avevo riattraversato un piccolo paradiso, quello racchiuso dalla Val de Piero. Per l’ultima volta nella mia vita.

link al post | commenti (1) | categoria storie
giovedì, 24 agosto 2006

DIETRO L'ANGOLO

postato da marcoconte alle 23:15 in recensioni
«Allora qualcosa che gli veniva dai Tuc si risvegliò in lui, e desiderò di andare a vedere le grandi montagne, udire i pini e le cascate, esplorare le grotte e impugnare la spada al posto del bastone da passeggio.»

J.R.R. TOLKIEN - The Hobbit
--- ---

montegalQuante volte ci siamo sentiti rinfacciare che la curiosità mal si accompagna ad una reputazione di rispettabilità, che in fondo è meglio badare agli affari propri senza porsi tante domande inutili? Non c'è niente da fare: spesso riconosciamo che le piccole e grandi comodità della nostra vita quotidiana sono frutto dell'intuizione di quanti hanno saputo guardare un po' più in là del proprio naso, ma nel medesimo tempo non sappiamo fare a meno di guardare con sospetto chi devia dal sentiero più largo e comodo per seguire una traccia quasi invisibile, o magari uno sperduto viàz che taglia a metà una parete di roccia.
Flavio Favero, nuovo scrittore veneto giunto da poco sugli scaffali delle librerie con il suo romanzo d'esordio La valle del ritorno, esprime lo stesso concetto immaginando per i lettori la filastrocca di "Gian Girella", uno scongiuro simile a tanti utilizzati anche dalle nonnine del bel tempo andato per raccomandare ai pargoli di camminare sulla retta via. «Ci hanno inculcato la paura del maltempo e della solitudine», leggiamo nel libro, «e la diffidenza verso ogni novità, hanno bandito la curiosità come atteggiamento ozioso e riprovevole, hanno posto fuori legge l'azzardo individuale come attività antisociale».
Ma non è forse vero che il desiderio di conoscere, la volontà di scoprire cosa si trova oltre l'angolo più lontano, costituisce una delle ragioni d'essere dell'alpinismo e dell'esplorazione in genere? Flavio Favero sembra esserne perfettamente consapevole, e ci regala dunque un'agile e coinvolgente storia in cui la fantascienza ben si sposa con i racconti delle origini, e dove la montagna assume una duplice valenza. La fantastica Val d'Arca, piccola e remota enclave del genere umano minacciato di estinzione, si trasforma poco a poco da un luogo arretrato e povero di novità fino a diventare l'estremo rifugio, un nascondiglio dove ripararsi dall'improvvisa indigestione di novità che tracima dal mondo esterno.
A pensarci bene, forse tuttavia anche questo modo di considerare le cose non corrisponde al vero: la montagna è infatti qualcosa di integro e durevole, una materia resistente che di certo non si scomoda di fronte alle mutevoli disposizioni d'animo degli uomini che la stanno ad ammirare. La montagna se ne frega, potremmo arrivare ad affermare, e perfino tra le pagine de La valle del ritorno non possiamo che comprenderla nella sua natura più profonda: un punto di passaggio, una lama di rasoio dove culture e mondi diversi si incontrano. Siamo soltanto noi, piccoli e limitati esseri umani, che dall'alto di una forcella sappiamo ammirare con curiosità o paura solo un singolo versante alla volta, mai tutti e due insieme.

Titolo: LA VALLE DEL RITORNO
Autore: Flavio Favero
Editore: Casa Editrice il Filo, Roma
Pagg. 168, 1a edizione Maggio 2006
link al post | commenti (3) | categoria recensioni

LA MACCHINA DEL TEMPO

postato da mauromazzetti alle 10:32 in incontri e manifestazioni
Facciamo un pensiero ozioso. Immaginiamo che sia possibile utilizzare la “solita” macchina che consente spostamenti spazio-temporali. Selezioniamo una data; non una data a caso, tipo andiamo a vedere com’era ai tempi di Cristoforo Colombo.
No.
Puntiamo diritti e diretti al 24 febbraio 2005.
Quel giorno moriva in montagna Massimo Farina, che Valerio Folco definisce “grande alpinista poco propenso a raccontarsi e ad esporre i propri pensieri”.
Andiamo a quel giorno e da lì ripercorriamo a ritroso la vita di Farina per mezzo di un film, La macchina del tempo appunto, prodotto dallo stesso Folco e da Luca Bich. Questo film, già presentato al Filmfestival di Trento, viene riproposto domani sera alle 21.30 al Castello reale di Sarre, in Val d’Aosta, all’ombra del grande tetto di roccia, sfida ed obiettivo per gli arrampicatori di punta.
Una macchina del tempo un po’ speciale: non freddo strumento tecnologico, ma piuttosto struggente ed antiretorico ricordo di un amico.
martedì, 22 agosto 2006

POLEMICA SUL BILINGUISMO IN ALTO ADIGE

postato da gabrielevilla alle 00:47 in varia

L’Alpenverein Sudtirol ha recentemente sostituito numerosi cartelli segnavia bilingui con altri riportanti l’indicazione esclusivamente in lingua tedesca. L’episodio si è verificato nell’area altoatesina del Parco Nazionale dello Stelvio, nel gruppo dell’Ortles Cevedale, dove perfino il rifugio Canziani, che sorge in una valletta laterale della Val d’Ultimo sulla sponda orientale del Lago Verde, non viene più indicato con il nome italiano ma soltanto con l’originale nome di HochsterHutte. Nell’articolo vengono riportati i pareri in merito di Cesare Maestri (alpinista largamente conosciuto), di Lorenzo Zampati (responsabile del Soccorso Alpino in Alto Adige) e di Roberto Mantovani (direttore della Rivista della Montagna). Tutti e tre sono concordi non solo nel sottolineare il mancato rispetto della legge sul bilinguismo, ma soprattutto il fatto che la mancanza delle indicazioni in italiano possa rappresentare (per gli escursionisti di lingua italiana) una potenziale fonte di rischio in quanto viene a far mancare riferimenti precisi che erano presenti da anni sul territorio. L’articolo ricorda che il rifugio Canziani, costruito nel 1909 dalla Sezione Hochst, fu assegnato dopo il primo conflitto mondiale, alla Sezione di Milano che lo riedificò nel 1927. Con la realizzazione dell’invaso artificiale del Lago Verde il vecchio edificio andò completamente sommerso e fu ricostruito più in alto e consegnato nel 1969 alla Sezione di Milano che, dopo alcune opere di adattamento, lo inaugurò ufficialmente nel 1977.

 

L’articolo è del 18 agosto 2006 ed è pubblicato su “il Giornale” che, tengo a precisare, non rientra nelle mie letture abituali. Piuttosto segnalo la presentazione che è fatta di Cesare Maestri quale “grande alpinista dei Ragni di Lecco, protagonista con lo svizzero Toni Egger dell’epica salita al Cerro Torre, in Patagonia, nel 1959”. Che Cesare Maestri fosse conosciuto come “ragno” lo sanno tutti, ma “delle Dolomiti” non già di Lecco che si trova in Lombardia mentre lui è di Madonna di Campiglio in Trentino, come del resto Toni Egger non era svizzero bensì austriaco, precisamente di Lienz. Chi informa gli altri, come il giornalista, dovrebbe per primo informare se stesso per non incorrere in qualche imprecisione, come questa, talmente grossolana da muovere al sorriso. E se sia di bonario compatimento o di magnanima indulgenza ferragostana, lo si lascia alla libera scelta del lettore.      

link al post | commenti (6) | categoria varia
lunedì, 21 agosto 2006

I COMANECI DI IERI, DI OGGI E DI DOMANI

postato da mauromazzetti alle 14:32 in varia
Scusate, ma ancora una volta parto dai ricordi. Ossia da quando, in anni ormai lontani, esistevano, allenavano e gareggiavano i “comunisti”. Piccole e fragili fanciulle dell’Est volteggiavano nella ginnastica artistica tra piroette, smorfie e gesti a corpo libero ed alle parallele asimmetriche. Fra tutte è rimasta famosa la rumena Nadia Comaneci, capace di ottenere la votazione massima in molti esercizi e di vincere medaglie su medaglie alle Olimpiadi. Salvo poi crescere e diventare adulta, abbandonando quel mondo di sacrifici e di privazioni.
Orbene, agganciamoci alla cronaca para-alpinistica e cerchiamo di trovare similitudini e differenze.
Basta andare a leggere qui e qui per venire a sapere che gli atletici teen-agers di oggi non hanno nulla da invidiare a quelli di trentacinque anni fa. Almeno in apparenza ed in possanza.
Ecco quindi tutti gli “8”, tutti più o meno b e c, sfoderati in Francia dal sedicenne Mathieu Bouyoud, in Yosemite dall’altro sedicenne David Lama e dal “nostro” – diamine, concedetemi un po’ di sciovinistico nazionalismo – Gabriele Moroni, diciottenne che si è così ben comportato nelle falesie francesi [e mi faccio violenza per trattenermi al ricordo degli ultimi mondiali di calcio].
Tutti bravi ragazzi, studenti liceali come si evince dalle schede personali, capaci di risolvere problemi arrampicatori di grande impegno, posponendo ad essi la risoluzione di equazioni di secondo grado o la traduzione di Saffo dal greco (se mai lo si continua a studiare [il greco, non la poetessa…]).
Ed allora faccio un po’ di conti, s-ballati ed im-ballati.
Mio figlio ha 6 anni scarsi e fa il 4+ da secondo. Se continuasse così, tenuto conto che la sua età è circa un terzo di quella dei virgulti arrampicatori di cui sopra, a sedici anni dovrebbe fare almeno il 12+, contribuendo a spostare ben bene in avanti il limite della difficoltà tecnica su roccia. E questo, pur avendo un padre che non si chiama Manolo.
Delineato questo inquietante scenario, non mi resta che sperare in una “realtà separata”. Non quella di Gullich, ma quella di tutti i giorni. Magari nel paese di Luca.
link al post | commenti (1) | categoria varia
sabato, 19 agosto 2006

QUANDO LA PASSIONE CHIAMA

postato da gabrielevilla alle 00:16 in storie

Erano le due di notte quando due ombre attraversarono la piazza del paesino di Pecol per andare ad imboccare il sentiero di Crépe per scendere veloci ad Avoscàn. Era ancora notte fonda quando vi arrivarono ed attraversarono la statale agordina per andare a prendere il sentiero del Colmandro che, ripido e faticoso, conduce in Val Civetta. Da lì proseguirono in direzione nord e percorsero tutta la valle per arrivare alla forcella Coldai che scavalcarono per poter continuare lungo il sentiero Tivàn, che seguirono fin sotto al gigantesco spallone di roccia su cui sale la via ferrata degli Alleghesi. Lì c’erano già passati, circa un mese prima, ma allora era stato più facile perché erano arrivati a Malga Piòda con la 500 del loro amico “cittadino” Gabriele, che però non ne aveva voluto sapere di salire la ferrata e non c’era stato verso di convincerlo. Adesso però non c’era nessuno ad ostacolare quella voglia di salire che li pervadeva e non faceva nemmeno avvertire loro la stanchezza per il lungo percorso già affrontato per arrivare fin lì. Così cominciarono a seguire le funi metalliche e gli infissi della ferrata e si alzarono abbastanza velocemente in quella bella giornata settembrina, anche se di vie ferrate non ne avevano mai percorsa una prima di allora. Proseguirono rapidi fino a raggiungere un gruppetto di escursionisti padovani, lo seppero perché scambiarono qualche parola con loro. In effetti, furono gli escursionisti padovani, attrezzati correttamente con tutto quanto serviva per la sicurezza, a fare loro qualche domanda: da dove venivano, perché non avevano cordino e moschettone, nemmeno il casco, nè l’attrezzatura idonea per quel tipo di escursione. Ricevettero risposte un po’ vaghe, se non reticenti, e s’incuriosirono, soprattutto osservando il più giovane dei due, un adolescente di circa dodici anni, un po’ magretto, sulla schiena uno zaino più grande di lui. Fu proprio guardando lo zaino che uno dei padovani si accorse di una cosa strana che, in parte, ne sporgeva; era una specie di rampino di legno e gli venne naturale chiedere che cosa fosse. Inutile spiegare che era uno strumento non propriamente rispondente alle norme UIAA, più precisamente erano sei metri di corda di canapa, fissati con un nodo dentro ad un foro ricavato in quel rampìn di legno, che serviva per legare i fasci di fieno per portarli sulla testa, com’era in uso fare una volta, dal prato fino al tabià. Nei loro intenti sarebbe dovuto servire nel caso avessero trovato qualche difficoltà e fosse stato necessario farsi sicurezza con la corda. Gli escursionisti padovani capirono che avevano a che fare con due ragazzi alla loro prima esperienza e legarono il più piccolo con un cordino ed un moschettone, comunicandogli un bonario: “adesso venite in cima assieme a noi”. E così avvenne; dopo di che scesero per la ferrata Tissi e raggiunsero il rifugio Vazzolèr dove si separarono, gli escursionisti padovani ben contenti di avere fatto la loro buona azione evitando pericolosi rischi ai loro occasionali e inesperti compagni di escursione. A quel punto i due ragazzi proseguirono scendendo per la Val Corpassa e raggiunsero l’abitato di Listolade quando era oramai buio da un pezzo. Riuscirono a trovare un passaggio in auto fino ad Avoscàn e da lì, nuovamente a piedi, salirono per il ripido sentiero di Crépe fino a Pecol. A mezzanotte, ventidue ore dopo averlo lasciato, si ributtarono nel letto, stanchi ma soddisfatti di avere realizzato il loro sogno alpinistico.

Così me la raccontò il mio amico Bruno De Donà nel settembre del 1971, l’avventura sua e del fratello Giorgio. O meglio, così mi ricordo oggi come me l’abbia raccontata trentacinque anni fa, quando ritornai a Pecol in un fine settimana di quel settembre dopo la nostra avventura comune vissuta in agosto sul Civetta. E me la raccontò con l’entusiasmo di chi ha scoperto un mondo nuovo, una realtà fino ad allora sconosciuta ma perfettamente rispondente alla propria passione e alle proprie aspettative. Quella sera, conscio delle mie paure insuperabili nei confronti delle verticalità e del vuoto, cominciai a capire che i nostri sentieri si sarebbero ben presto dovuti separare. E me ne dispiacque molto.

link al post | commenti (2) | categoria storie