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lunedì, 31 luglio 2006

SULLA PARETE D'ARGENTO DEGLI ERTANI

postato da marcoconte alle 21:25 in alpinismo
«Di tutte le mie salite mai ho provato una tale emozione, gridavo e piangevo dalla gioia, una grande via era stata percorsa, forse la più terribile! 42 ore di arrampicata in un ambiente da incubo, 50 anni i miei, e 42 quelli di Benito».

FRANCO MIOTTO - Appunti Autobiografici, 1985
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colnudoDomenica 30 luglio 2006 a Erto non è una giornata come tutte le altre. Dopo una prima occhiata frettolosa, a dir la verità, non si viene colpiti da particolari eclatanti: il sole scotta, turisti e bancarelle affollano la diga del Vajont e nelle osterie del paese si fa trascorrere il tempo fissando in controluce il contenuto di un bicchiere. Cosa c'è di diverso rispetto al solito? La novità è che questa volta ci sono i binocoli, e ogni cinque o sei binocoli spunta qua e là anche un telescopio con treppiede, di quelli che si usano per la caccia. Le lenti sono puntate sulla parete settentrionale del Col Nudo, la grande muraglia grigio - argento che precipita dalla cerchia dei monti dell'Alpago nelle sottostanti vallate vicine al rifugio Casera Ditta. Su quella parete, dal giugno del 1981, esiste una via alpinistica estrema che attende di essere ripetuta: si tratta della direttissima sul Gran Diedro Nord, aperta tra il 12 e il 14 giugno 1981 da Franco Miotto e Benito Saviane.
Con il passare delle ore l'attesa diventa una timida fiducia, ed infine una gioiosa certezza. Sono le 5 di mattina quando Alessio Roverato, giovane studente padovano di ingegneria già conosciuto a inizio luglio sul monte Pelmo, inizia a salire la parete alternandosi da primo con un nuovo compagno di scalata, il venticinquenne Alessandro Baù. L'organizzazione logistica stavolta è più rigorosa rispetto all'impresa di un mese fa sulle Dolomiti zoldane: è Adriano, l'instancabile gestore di Casera Ditta, ad accompagnare i due ragazzi alla base della parete mentre Italo Filippin si assume il compito di sorvegliare da distante lo sviluppo degli eventi.
I ragazzi partono di buona andatura e procedono in modo regolare, tanto che è metà pomeriggio quando spuntano già sopra la parte centrale della salita: il grande diedro levigato e svasato, chiuso in cima da un tetto sporgente di una decina di metri, si trova ormai sotto di loro. Osservandoli da Erto, la possibilità di un bivacco appare tuttavia ancora probabile: rimangono infatti da affrontare un impegnativo camino verticale, un passaggio nascosto alla vista da fondovalle nel quale non è consigliabile attardarsi, ed infine un'esile lista che presto si allarga fino a diventare una cengia. Da quel punto in poi l'uscita sulla cresta è breve e la cima appare a portata di mano, ma l'ora è tarda e i celebri appigli rivolti all'ingiù del Col Nudo, le "tegole" descritte da Franco Miotto, rappresentano pur sempre un'incognita da non sottovalutare.
Presso l'osservatorio volante allestito davanti alla casa di Italo Filippin regna tuttavia la fiducia. Mauro Corona riesce con qualche acrobazia a distrarre le orde di turisti che lo assediano per un autografo, e con le lacrime agli occhi scruta instancabile la "sua" montagna. È dalle prima luci dell'alba che segue Alessio ed Alessandro, ed alla fine esclama tra le lacrime: «Come vorrei essere insieme a loro, a costo di farmi tirare su come un sacco di patate!» Intorno alle 17 arriva rombando come una furia anche lo stesso Franco Miotto, mentre Benito Saviane già nella mattinata ha approfittato di un'uscita del Soccorso Alpino per effettuare due o tre passaggi in elicottero ed assicurarsi che tutto vada per il verso giusto.
Al calar delle tenebre di domenica gli spettatori lasciano la platea pensando che le luci si siano spente anche sul palcoscenico, ma non è così: Alessio e Alessandro proseguono fino a tardi la loro ascensione e trascorrono la notte nei pressi della vetta della parete d'argento. I temporali che scoppiano sulla valle del Piave all'alba di lunedì non riescono a fermarli, poiché i due nel frattempo stanno già rientrando a valle sul più accessibile versante dell'Alpago: hanno completato la via in un solo giorno di scalata, infrangendo un tabù alpinistico che durava da un quarto di secolo. Scendendo lungo il sentiero di ritorno trovano ad attenderli Adriano, Franco Miotto e Benito Saviane, partiti da casa nel profondo della notte per riuscire ad intercettarli. Tutta la comitiva fa infine ritorno in Val Mesàz tra le confortevoli pareti di Casera Ditta, dove vecchie e nuove generazioni di montanari si stringono la mano mentre la festa ha inizio.
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IL CIELO SOPRA I PANCIONI 2

postato da mauromazzetti alle 10:16 in gente di mare
Eravamo arrivati già alti, dopo le placche inframmezzate da ripidi ed a tratti infidi pendii nevosi, avvolti fino a quel momento dalle austere pareti del canale. Un orizzonte verticale che sembrava senza futuro: salire e salire in un severo teatro di quinte rocciose appiccicate le une alle altre senza un’apparente logica fisica, cucite – o meglio suturate – da speroni e da contrafforti, da creste e da pareti. Il tutto era emulsionato dalla fatica e dall’attenzione nella ricerca della via migliore (la più semplice? la classica? la scappatoia?). Centinaia e centinaia di passi pignoli ed attenti, salendo con precisione ragionieristica sui pendii nevosi ed arrampicando in traverso e di traverso su appigli ed appoggi da risistemare attentamente al loro posto dopo l’uso. La testa bassa e lo sguardo agli scarponi: un microcosmo ridicolo quanto a dimensioni, all’interno del quale vivevamo però intensamente e pienamente, consapevoli delle difficoltà della via e saturi di tesa attenzione. Anche le poche parole che ci scambiavamo facevano parte di una laica liturgia alpinistica; rari comandi per le manovre di corda, ancor più rari commenti sbocconcellati alle soste, mentre un rampone richiedeva un intervento d’urgenza e la piccozza passava da una mano all’altra.
Non é che si progredisse con la testa nel sacco. Al contrario, si guardava spesso intorno e sempre su, alla ricerca del passaggio migliore, ripetendo la relazione imparata a memoria per riconoscere i tratti salienti della salita, la caverna immaginata ed intravista il giorno prima dal rifugio, il mauvais pas in traverso, con i ramponi che grattano sulla roccia liscia sotto l’incombente muro aggettante. Poi un piccolo intermezzo nella sinfonia dell’ascensione, dopo un’esplosiva ouverture e tre o quattro movimenti dall’andante mosso all’allegro con brio, fino al largo maestoso del canale di neve che si insinuava ramificato per l’ultimo quarto della salita. Con un po’ di fantasia, sembrava di essere sulla nord dell’Eiger, giunti al nevaio tentacolare del “ragno” dopo la “traversata Hinterstoisser” e prima delle “fessure finali”. Ed invece no: eravamo molto più modestamente nelle Alpi Marittime, a quote più basse come le difficoltà che stavamo affrontando; ma la parete, fino a quel momento, ci aveva sprangato in faccia le porte del panorama superiore, lasciandoci solo il contentino di guardare tra le nostre gambe la linea già tracciata.
 
Eppure qualcosa era cambiato a nostra insaputa, mentre scrutavo verso l’alto, cercando nel dedalo di canalini di rocce innevate il percorso migliore che ci avrebbe portato al colletto; la testa si era piegata ancora un po’, e gli occhi avevano intercettato un nuovo colore, dopo il bianco della neve, il grigio della roccia, il giallo ed il verde delle corde.
Era un azzurro slavato, via via più marcato e brillante nella difficoltosa messa a fuoco attraverso lo schermo della fatica; il cielo si mostrava per la prima volta quel giorno, iniziato nel fitto buio ben prima dell’alba e trascorso tra i muri a perpendicolo dello stretto labirinto che ci aveva guidato fino a quel punto. Il cielo, palese metafora dell’apertura delle porte costrittrici, della larghezza dell’orizzonte, della vastità dell’altopiano che non avevamo ancora raggiunto ma già immaginato.
Il cielo come primo ed ultimo elemento di un’equazione: cielo uguale a respiro, uguale a spazio, uguale a sogno, uguale a libertà, uguale a cielo. L’alfa e l’omega della nostra via, iniziata il giorno prima durante la salita al rifugio, sotto strane e fantastiche nuvole che giocavano a rimpiattino tra di loro, sotto il vigile ed attento sguardo del cielo.
La progressione in parete aperta stimola sensazioni assai differenti: ci si guarda attorno, perdendosi nel vuoto circostante, come quando si cerca vanamente di fissare un punto determinato nell’acqua scrosciante di un impetuoso torrente di montagna. Oggi no, abbiamo raggiunto il nostro obiettivo percorrendo una strada diversa, che ci ha vincolato strettamente al rispetto di regole dure, severe ed immodificabili: abbiamo conquistato il nostro spazio vitale, il nostro cielo, solo dopo aver sdoganato le nostre paure ed averle utilizzate a nostro favore.
 
Come sempre, non abbiamo vinto niente; come sempre, nessuno tranne noi ha tratto (forse) giovamento dal nostro agire; come sempre, il mondo non é migliorato o si é modificato, anche se ci mettiamo e ci sentiamo al suo centro. Per un momento.
 
Se vedemmu.
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IL PIANETA SCONOSCIUTO

postato da andreasalva alle 00:03 in varia
Il sentiero che da Maso Corto porta al Rifugio Bellavista sale lentamente, alle mie spalle la funivia dei ghiacciai della Val Senales, patria dello sci estivo, davanti a me cavi e scavi e bellissime cime. Arrivo al rifugio e si presenta uno spettacolo affascinante, salendo pensavo di scrivere un articolo contro gli impianti in quota e i ghiacciai rovinati, invece no, la situazione è molto più complessa di ciò che sembra. Il ghiacciaio è ricoperto da una sottile polvere nera e le cime intorno appaiono scure a causa delle ombre proiettate dal passaggio delle nubi in quota, salgo sopra un dosso e mi appare la stazione a monte di un grande impianto invernale, è fantastica, una costruzione rotonda ricoperta di pannelli di colore bianco pare emergere dal ghiacciaio, di colpo il sole si oscura per il passaggio di una spessa nube, degli uomini stanno armeggiando attorno alla struttura in una atmosfera cupa... ...ma certo è identica all'astronave aliena del film di John Carpenter "La Cosa"! Immagino che gli uomini stiano cercando qualcosa in quella struttura incastrata nei ghiacci. Giro lo sguardo è vedo che nella roccia rossa è stata scavata una strada, che con pendenze inverosimili porta al rifugio, sembra di essere nelle zone minerarie delle Ande, mi immagino H. Bogart guidare su una strada simile un camion carico di nitroglicerina nel film "Il salario della paura". La realtà è più avventurosa del film stesso, immaginate guidare un mezzo che scava una strada con pendenze al limite del ribaltamento sopra un precipizio di centinaia di metri, il cingolato viene ancorato con delle funi di acciaio e appeso alla montagna per evitare che precipiti con il conducente, gli uomini che lavorano su queste montagne rischiano moltissimo. Tutto ciò mi da un vago senso di smarrimento, la montagna la conosco da anni, ma questo cos'è? Ed è stato fatto solo per far sciare delle persone? Mi rendo conto che tutto ciò non è montagna è un altro luogo, una scenografia creata dall'uomo per scopi non teatrali, c'è un fascino filmico, onirico, il richiamo antico del desiderio umano di modificare l'ambiente, una base su un pianeta sconosciuto.
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sabato, 29 luglio 2006

LA PRIMA RIPETIZIONE ITALIANA DELLA SOLLEDER

postato da gabrielevilla alle 00:09 in storia dell alpinismo

Negli anni ’30, tempo di nazismi e di fascismi, il nazionalismo era un valore molto enfatizzato, certamente anche in alpinismo. Ma non fu per amor patrio che Attilio Tissi e Giovanni Andrich pensarono di andare ad affrontare la via Solleder-Lettembauer alla nord ovest della Civetta, prima cordata di italiani e prima ripetizione senza bivacco, contribuendo ad annullare quel gap tecnico che l’alpinismo italiano aveva pagato a quello di lingua tedesca nel corso degli anni ’20. Semplicemente, preso atto delle loro straordinarie capacità alpinistiche, si sentirono invogliati a cimentarsi sulla più grande via della più bella montagna della loro valle. Gustosa la cronaca dell’evento, fatta da Alfonso Bernardi, attraverso la testimonianza diretta di uno dei protagonisti, Giovanni Andrich.

 

Così fu che, all’alba del 31 agosto 1931, Tissi ed Andrich partirono dal rifugio Vazzolèr alla volta della Solleder, accompagnati da un portatore – un bravo montanaro di Sospirolo – incaricato di recuperare gli scarponi ferrati e di portarli al rifugio Coldai. Ancor prima dell’alba, i tre sono ai piedi dello zoccolo della muraglia, che, proprio in corrispondenza dell’attacco della direttissima, protende nelle ghiaie una specie di artiglio di croda. E la montagna dà ai temerari un pauroso benvenuto, sotto forma di una scarica di pietre, fra cui fa spicco un cospicuo macigno di un buon metro cubo. Risalito lo zoccolo insidioso, i due sono ora alle prese con la difficilissima fessura d’attacco. Tissi, per salire più spedito, ha caricato Andrich di entrambi i sacchi. Sale con la leggendaria sicurezza e si porta in un punto di sosta. Nel frattempo giù in basso, provenienti dal Coldai ecco apparire le figure di due alpinisti. Sapranno dopo che si tratta di Hans Steger e Paula Wiesinger, una fra le più celebri cordate del momento, nelle Dolomiti. Quando tocca ad Andrich, questi compie una mossa sbagliata che gli provoca un crampo alla mano, mentre si trova in posizione assai critica. Andrich si rende conto che un volo significherebbe, quantomeno, un pauroso e pericoloso pendolo. Proprio quando le forze stanno per abbandonarlo, riesce ad infilare con la mano un chiodo in un piccolo buco della roccia e ad appoggiarvi sopra un piede. E’ quanto basta per riprendere fiato. “Ma intant – rievoca Andrich – là all’attacco avòn fat le maschere!”. Steger e la Wiesinger osservano, dal basso, quei due matti sconosciuti, convinti di vederseli cascare addosso da un momento all’altro. Invece, la cordata italiana riprende la sua marcia, ora veloce e spedita ed, in breve, scompare sopra il temibile “camino bloccato”. Giunti nel canalino ghiaioso sovrastante, Andrich racconta al compagno come si era trovato “inte le pétole” e che “’l li aveva spendésti tuti”. Tirano fuori dal sacco una bottiglia di zabaglione che ottiene effetti prodigiosi. In breve distanziano di molte lunghezze la cordata che li segue e, strada facendo, arricchiscono persino il loro arsenale con vari chiodi e moschettoni abbandonati da qualche precedente ripetitore. Hanno la fortuna di trovare poca acqua sulla temuta ”cascata” della grande gola superiore e, sforzando l’andatura, ad onta della stanchezza, alle 18 sono in vetta. La gioia della vittoria è turbata dall’incertezza della via del ritorno, che nessuno di loro ha mai percorso. Si calano di corsa, alla brava, aspettando di incontrare il noto “Passo del Tenente”, ma, come dice Andrich, non trovano ”né passo del Tenente, né passo del Capitano!”. Ben presto sono sul sentiero Tivàn. E’ ormai buio, ma Tissi, per fortuna, ha un “feràl” (lanterna), però ben presto inciampa e il “feràl và a remengo”. Alla cieca si calano, battagliando con le mughe fino a che raggiungono un pastore all’addiaccio con il suo gregge. Dietro un compenso di cinque lire, accetta di accompagnarli al rifugio Coldai. Qui giunti ordinano subito tre pastasciutte. “Ma il terzo dov’è?” chiede il custode. “Arriva, arriva!” rispondono ed, in quattro bocconi, si fan fuori i tre piatti. Poi salgono nel dormitorio. L’indomani scendono ad Agordo. La notizia si sparge in un baleno e allora “tèra vèrzete!”. Entusiasmo degli amici ad Agordo, a Belluno, negli ambienti alpinistici veneti. Arriva un telegramma di congratulazioni di Antonio Berti …

(Da “La Grande Civetta”, a cura di Alfonso Bernardi, ZANICHELLI Editore – Bologna, luglio 1972).

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venerdì, 28 luglio 2006

GHIACCIO DI LUGLIO

postato da mauromazzetti alle 09:12 in alpinismo extraeuropeo

Prendo lo spunto dal titolo del pregevole “Giornale di bordo” su Orizzontintorno di ieri, per segnalare un’apparente paradosso di questi giorni, paradosso ripreso dal sito climbing.com

Si tratta di due prime salite di linee nuove su ghiaccio, scovate dagli slovacchi Čmárik e Kopold in Karakoram. In particolare, i due hanno scalato la Torre est dell’Hainabrak, che sfiora i 5800 m. Al secondo tentativo, effettuato l’8 di giugno, gli slovacchi si sono mossi a mezzanotte ed hanno risalito 1000 metri di parete ghiacciata verticale; dopo un bivacco, hanno raggiunto la cresta sommitale.

Si sono quindi rivolti alla Shipton Spire, tentandone la scalata per la vergine parete nord; i due però, hanno “marcato visita”, rinunciando così dopo 450 metri di tentativo.

Ma Čmárik e Kopold non hanno ritenuta chiusa la loro campagna.

Il 23 di giugno si presentano infatti sotto la parete nordovest dell’Uli Biaho (6400 m), per risalirne il pericoloso couloir retrostante. Partiti con una lunga sezione di ghiaccio verticale, gli alpinisti hanno proseguito fino a notte, bivaccando poco e male. A seguire, i due hanno affrontato il tiro più difficile: al solito [perché altrimenti non fa notizia – e forse ormai non la fa neanche più così n.d.r.], il ghiaccio era sottile, improteggibile, appiccicato alla roccia mercè gli usuali miracoli di coesione.

La cima è stata finalmente raggiunta, anche se non contemporaneamente. I due hanno fatto sosta 10 metri sotto la vetta, ed hanno superato alternativamente il nevoso fungo finale, considerato l’esiguo e fragile spazio a disposizione.

Doppie a non finire per tutta la notte e rientro alla base 54 ore dopo l’inizio dell’avventura.

Cosa dire di tutto ciò, in questo afoso mattino di fine luglio?
giovedì, 27 luglio 2006

LE ALPI IN BICICLETTA

postato da melanialunazzi alle 12:38 in varia
C’è chi le traversa a piedi, come Messner e Corona (vedi blog precedenti), e chi invece decide di farlo in sella ad una bicicletta…
Pare un po’ una moda questa delle traversate. Alla base, certo, c’è l’idea del viaggio, ma forse rivela anche un segno dei nostri tempi così dispersivi, in cui, per reazione, si tenta di ricucire dei bordi sfilacciati, di riappropriarsi con un colpo d’occhio di più spazi e di diverse realtà. Meglio se si tratta di realtà meno soggette ai cambiamenti e più adatte ad una presa di coscienza della “distanza” dal mondo urbanizzato. Stiamo parlando della realtà delle Alpi, di recente riclassificata in una nuova griglia di lettura, quella della SOIUSA, nel libro di Sergio Marazzi, in un tentativo di unione sopranazionale, scevro da patriottismi ormai demodé. E vogliamo parlarvi di un’idea di Marco Albino Ferrari, autore di diversi libri – tra i quali vanno menzionati quello sulla tragedia del Freney e quelli su Ettore Castiglioni– e direttore di Meridiani Montagne. L’idea porta il suggestivo sottotitolo Dall’alba al tramonto e consiste nel percorrere le Alpi in bicicletta da Trieste a Ventimiglia in 18 tappe, valicando passi e confini e percorrendo verdi vallate: “Scopo del viaggio: dove si collocano le Alpi nell’immaginario contemporaneo? Cosa vede, quali differenze registra, quali sensazioni riceve un viaggiatore che, lungo valli antropizzate e alti passi, percorre sulla strada l’intera catena?”. Anche quella della bici è ormai moda - specie tra i manager e i professionisti milanesi – che ha trasformato uno sport da poveri quasi in un passatempo elitario, ma soprattutto salutare. Il viaggio, suddiviso in tre tappe, ciascuna scandita in pedalate lunghe una settimana, è iniziato il 19 giugno da Trieste. Il gruppo è eterogeneo, ci sono campioni e campionesse, fotografi, matematiche, studiosi di scienze naturali e persone normali.
Le tappe e alcune foto del viaggio, assieme al commento audio, si possono vedere/ ascoltare sul sito internet del canale due della radio svizzera www.rtsi.ch/trasm/dimensioneviaggio/default.htm.
I racconti delle stesse vengono pubblicati ogni mercoledì e venerdì su La Stampa, anche on line www.lastampa.it/spediali/diariodiviaggio2006 . Autore dei testi lo stesso Ferrari, che ci conduce con il suo sguardo dentro altri sguardi, per cogliere una parte dello spirito dei luoghi. Ogni tappa è il ritratto di un uomo e quindi dei paesaggi che vive e riflette: a Caporetto, nel Museo della Grande Guerra, c’è Zeljko Cimbric, uno dei conservatori dello stesso, a Tarvisio un giovane organizzatore di eventi musicali di successo, Claudio Tognoni, e nella Valle del Gail, in un colloquio telefonico, Werner Batzing, l’autore di un libro che tutti, come frequentatori della montagna, dovremmo avere sul comodino.
Se dunque avete tre settimane di ferie, passione per l’Alpe (questa è scontata..) e buone gambe ecco pronta la vostra vacanza fai da te.
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mercoledì, 26 luglio 2006

DAL NOSTRO INVIATO A BELLUNO

postato da marcoconte alle 21:51 in varia
Un po' di rassegna stampa dalle edizioni del Corriere delle Alpi uscite in questi ultimi giorni: c'è spazio sia per la cronaca, sia per alcuni spunti di riflessione, anche con qualche concessione al vizio dell'autoreferenza, se me la volete concedere (ma sono ancora in tempo per l'indulto).
«Morto Carlo Andrich, Accademico del CAI» (sabato 22/07/2006). «Si è spento giovedì 20 luglio ad Arco di Trento, esponente di una illustre famiglia di alpinisti agordini della quale hanno fatto parte in precedenza anche i più celebri Alvise ed il padre Giovanni, già compagno di scalata di Attilio Tissi. Carlo Andrich aveva svolto la parte centrale della sua carriera di scalatore negli anni Sessanta, seguendo le orme del padre come socio dell'Accademico a partire dal 1972. Faceva parte della stessa generazione di arrampicatori di altri grandi nomi quali Roberto Sorgato, Gianni Gianeselli, Giorgio Garna, Piero Sommavilla e diversi altri».
«Chiuso per ciclisti, ora siamo stufi» (lunedì 24/06/2006). Gli albergatori dell'alto Agordino, a quanto pare, sono in rivolta contro la chiusura delle strade in occasione delle corse ciclistiche. «"Non possiamo diventare la riserva indiana dei ciclisti. Non ho nulla contro coloro che amano il ciclismo e lo praticano, ma non possiamo ritrovarci nel pieno della stagione con le strade spesso chiuse". Walter De Cassan, albergatore a Livinallongo, questo problema lo ha seguito direttamente anche come rappresentante dell'ASCOM e in prima persona come operatore turistico in una zona molto battuta dai passaggi delle gare sulle due ruote». N.d.B. (nota del blogger): comprendiamo come l'aria pura d'alta quota faccia comodo agli operatori solo quando è in vigore la convertibilità immediata in denaro liquido. In caso contrario, molto meglio le polveri sottili.
«La montagna scritta da un indipendente» (giovedì 20/07/2006). Luca Visentini non me ne voglia se anticipo sul blog uno scampolo della sua intervista che mi sembra significativo, mentre lui la leggerà solo sabato. «D: Dal punto di vista della conservazione dell'ambiente naturale spesso si discute se sia preferibile far conoscere oppure "lasciar dimenticare" alcune montagne delicate. R: Tempo fa alcuni hanno sostenuto che anche gli autori di guide alpinistiche inquinano, perché rivelano alla massa degli spazi incontaminati. Non sono d'accordo. Divulgando un angolo sconosciuto si favorisce invece una conoscenza responsabile, giocando a sfavore dei pochi che approfittano invece del silenzio per attuare discutibili operazioni di "valorizzazione". Queste persone non si rendono conto che inseguendo a rimorchio le strategie turistiche di Alto Adige e Svizzera viaggeremo sempre con 20 - 30 anni di ritardo, e resteremo comunque tagliati fuori dal turismo di massa». Bravo Luca, non a caso sei dei nostri.
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STELLA STELLINA: sullo Spiz de la Lastia Ivo e Fabio recitano una filastrocca senza chiodi

postato da carlocaccia alle 16:20 in alpinismo

Ivo Ferrari e Fabio Valseschini: sabato scorso erano sullo Spiz de la Lastia, nel gruppo dell'Agner. Erano, per la precisione, su quella parete nord-ovest già salita da Detassis e Castiglioni nel 1935 e da Lorenzo Massarotto e Leopoldo Roman nel 1981. Ivo la guardava da un pezzo, aveva studiato per bene i tetti del settore sinistro e si era convinto che qualcosa, là in mezzo, si potesse combinare. Ci volevano soltanto due cose: la giornata giusta e il compagno giusto. Che dire? Che sabato scorso il buon Ivo ha trovato entrambi gli ingredienti e, mescolandoli come lui sa fare, ha cavato dal pentolone una via memorabile. E l'ha chiamata Stella stellina per ricordare il suo Dario, un tesoro di pochi mesi che, a dir la verità, gli somiglia proprio. Sono saliti alternandosi al comando della cordata, Ivo e Fabio (perché anche il Valseschini, lecchese, è un tipo tosto, di quelli che non si tirano mai indietro) e dopo aver lasciato il fondovalle alle 5.30 del mattino, dopo aver attaccato la via alle 8.30, sono sbucati in vetta alle 14.15. Un bell'andare, non trovate? Perché la nuova viona, che a detta di Ferrari è il massimo - ma proprio il massimo, il non plus ultra - in fatto di bellezza, logica e molto altro, si sviluppa per 600 metri e presenta difficoltà di V e V+, con un bel tiro di VI+. Attenzione, poi: Stella stellina è una scalata senza chiodi intermedi. I due amici si sono divertiti con clessidre e spuntoni, con friend e dadi e il martello lo hanno lasciato sull'imbragatura (a parte in sosta, per piantare 3 o forse 4 ferri). Una successione magica di fessure, una linea ideale verso il cielo aggirando bravamente, come per magia, i soffitti colossali: una scalata su roccia perfetta che Ivo non dimenticherà, che forse racconterà sabato a Feltre (dove riceverà il "Pelmo d'oro") e alla quale, cari lettori, ne seguiranno altre dello stesso genere. Tanto, ormai, c'è Fabio.

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ADDIO AL CAMPANILE

postato da andreagabrieli alle 15:43 in recensioni

copertina_XydiasEcco l'ultima fatica di Spiro Dalla Porta Xydias.
Un libro interamente dedicato non al Campanile di Val Montanaia, ma al rapporto dell'autore con questa montagna: "estetica così perfetta da diventare etica"; la guglia "più bella del mondo"; il Campanile che non può essere secondo nemmeno al Cervino. Tale è la passione che un capitolo del libro è dedicato ad un minuzioso confronto tra le due cime.
Esiste un legame talmente forte tra Uomo e Campanile da lasciare quasi interdetti; a questa "stupenda Guglia" Spiro Dalla Porta ha legato la sua vita alpinistica e la sua esistenza stessa.
Un legame indissolubile che si percepisce in ogni riga del libro. Perché ricostruendo la storia alpinistica dell'autore e la storia alpinistica del Campanile, le cose si confondono, si sovrappongono.
Pochi alpinisti si riconoscono in una cima come Spiro nel Campanile, tanto che lui stesso si definisce, insieme a Corona e a Casara, uno dei tre "uomini del Campanile".

Resta l'addio dato al Campanile, che porta ad accostarsi al libro con una sorta di amarezza. Che viene cancellata via via che ci si addentra nella lettura e nel rapporto tra Spiro e il Campanile.

 

Titolo: Addio al Campanile

Autore: Spiro Dalla Porta Xydias
Pagg. 163
Editore: Luca Visentini Editore, giugno 2006
Prezzo: € 12,00

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lunedì, 24 luglio 2006

IL CIELO SOPRA I PANCIONI 1

postato da mauromazzetti alle 08:14 in gente di mare
Detto per inciso, le Alpi Liguri e le Alpi Marittime hanno poco a che fare con la Liguria in senso stretto; molti scrittori hanno comunque motivato tutto ed il suo contrario per accorparle o no alle regioni di quello che fu il Regno di Sardegna.
A noi non interessa più di tanto, sudati ed affaticati già in macchina, con negli occhi le nostre spiagge sabbiose – o più spesso rocciose. Dalle spiagge partiamo, guardati con aria di compatimento se va bene, con aria di pietà se va male. Chi immaginerebbe di vedere degli individui (apparentemente ed abitualmente normodotati) già bardati con abbigliamento e materiali inusuali (salopette, pile, zaini e piccozze), che prendono promiscuamente l’ascensore di casa con bagnanti in tenuta da bagnante? Da noi capita spesso, come quando parto a notte fonda ed incontro nel portone il mio vicino del piano di sotto, che sta rientrando da una notte brava in abbigliamento da discotecaro. Ormai è un rito, una gag che non possiamo mancare, anche senza pubblico. Dove vai a quest’ora? Ma dove vai tu, a quest’ora! E via di seguito.
Fatto sta che, superati i rilievi dell’Appennino Ligure, puntiamo ancora una volta su Borgo S. Dalmazzo. E da lì imbocchiamo la valle Pesio.
Lasciata alle spalle la omonima Certosa, il sentiero ci porta verso il gruppo montuoso del Marguarèis.
 
Permettete a questo punto una breve digressione linguistico-semantica.
E’ storia nota e sfruttata quella che stigmatizza la parsimonia dei genovesi, e dei liguri in generale. Questa sobrietà la si riscontra anche nel linguaggio. Un vero genovese non dice Buenos Aires, bensì Buone Saire; il monte Tenibres, che richiama astutamente notti cupe e panorami nibelungici, sotto la Lanterna è chiamato Tenibre. Allo stesso modo, il Marguarèis diventa ineluttabilmente Màrguarei, proprio come Mazzetti si trasforma apoditticamente prima in Massetti ed a ruota in Ma[s/x]etti. Tutto è fatto e studiato per risparmiare fiato e lettere. Anche in montagna.
 
Il massiccio del Marguarèis, si diceva. Tolte la via normale di salita ed i canali a denominazione geografica controllata (dei Savonesi, dei Torinesi, dei Genovesi), la montagna non promette nulla di buono. Roccia calcarea sgretolata, fratturata e sminuzzata, solo nell’inverno o ad inizio primavera si lascia salire con minori pericoli oggettivi. Proprio a fianco della vetta principale, ci sono una serie di guglie e gugliette che invitano ad arrampicare, quando la neve ed il ghiaccio fanno ancora da collante alla poco invitante pietra biancastra. Tra due di queste vette secondarie (la Cima Armusso e la Punta Tino Prato), sale un canale un po’ anomalo, chiamato “dei Pancioni”.
La storia narra che i primi salitori, tutti originari di Mondovì (CN), avessero inoltrato nel 1943 la relazione al CAI centrale battezzando la via con il nome della loro città. Ma la severa commissione preposta alla toponomastica decise di non accettare questo suggerimento, perché il nome non si rifaceva alla struttura geologica e morfologica della montagna, bensì ad un soggetto poco idoneo.
Pronta fu la risposta di Sandro Comino, il capocordata dei primi salitori. In dialetto piemontese non perse l’occasione di mostrare il proprio disprezzo nei confronti ‘d cui pansun ch’j stan a Roma. Il Canale di Mondovì si trasformò quindi in Canale dei Pancioni. I soloni del CAI approvarono senza indugio, senza sospettare la natura ironica della relazione presentata da Comino; questi infatti motivò il nuovo nome con l’individuazione di certe strutture e rigonfiamenti rocciosi presenti nel canale stesso.
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