Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
venerdì, 30 giugno 2006

LA NORD-OVEST DELLA CIVETTA

postato da gabrielevilla alle 14:48 in storie, storia dell alpinismo

Passavamo le estati giocando a “pontro” (nascondino), andando a rubare “bisi” (piselli) negli orti attorno al paese, esercitandoci con i “tira sass” (le fionde), ma là, alta sopra di noi, c’era sempre “lei”, la parete delle pareti, la nord-ovest della Civetta. Sì, era proprio così, perchè la caratteristica principale di Pecol è quella: dal paese la vista si perde verso sud, incontrando prima il monte di Celàt sulle cui pendici c’è il “capoluogo”, San Tomaso Agordino, per finire nella conca di Cencenighe, dominata dal versante nord delle Pale di San Lucano e dalla Cima di Pape (che tutti lassù chiamano Spiz de Mezodì); ma alla fine lo sguardo finisce, come calamitato, verso est, a sinistra, in alto, sulla nord-ovest, sul crestone della Civetta e sulla “triade”: le cime De Gasperi, Su Alto e Terranova. Anche quando andavamo in escursione salendo per il sentiero nel bosco per arrivare a Col d’Armente e, più su ancora, a Ciàmp, alla fine “lei” era là, ancora più bella, sempre più affascinante. Da Ciàmp si vede anche la Val Civetta in tutta la sua lunghezza, con tutti i suoi ghiaioni sotto la nord-ovest e la sequenza di cime che dall’appuntito Campanile di Pian de la Lora arriva fino ai Cantoni di Pelsa di cui, allora, non conoscevamo i nomi. Ugualmente avevamo capito che là, su quella parete, c’era stato e c’era “l’alpinismo”, (quello dei “grandi”) perché ci era arrivato di rimbalzo e se n’era avvertito il respiro intenso. Ricordo lo zio Mario, quasi ogni mattina, guardare con il binocolo la cresta sommitale del Civetta per vedere gli arrivi sulla cima dei primi salitori della via ferrata degli Alleghesi. Quell’abitudine, quasi un rituale, l’aveva presa nell’inverno del 1963 quando, dal radio giornale del veneto, aveva appreso che Ignazio Pissi, Giorgio Redaelli e Toni Hiebeler erano impegnati nella prima ripetizione invernale della via Solleder-Lettembauer (effettuata dal 28 febbraio al 7 marzo). Era la prima “grande invernale” di quei tempi e lui era rimasto incollato al binocolo un’intera settimana a scrutare quella parete dalla finestra della stua di casa e non aveva perso un’edizione del radio giornale, così come aveva fatto la zia Veronica, altra appassionata di crode, unica fra quelle cinquanta anime che abitavano Pecol ad avere la tessera del CAI (Sezione di Agordo). Infine, la videro partire a piedi per andare a San Tomaso a prendere la corriera e alla domanda “Onde vàsto, Veri?” rispose con la massima tranquillità e convinzione “Vade a Listolade a ghe dà la man a quei del Civetta”. E noi avevamo “respirato” quell’interesse per l’alpinismo, assolutamente spontaneo e istintivo, e avevamo, inconsapevoli, subito il fascino di quella montagna ogni volta che il nostro sguardo era rimbalzato sugli apicchi della nord-ovest. Ricordo un titolo del Gazzettino, letto al bar della Sofi a San Tomaso che diceva: “La Civetta tiene il broncio a Cesare Maestri” e si raccontava del “Ragno” che, impegnato in una solitaria sulla nord-ovest, aveva avuto una qualche difficoltà e, sembrava di capire, più per creare suspance giornalistica che per problemi reali. Del resto lo stesso Cesare Maestri aveva realizzato la prima solitaria della Solleder-Lettembauer il 4 settembre del 1952. A distanza di tanti anni, oramai alpinista a mia volta (seppur modesto) e istruttore di alpinismo di lungo corso, mi ero chiesto se la mia passione fosse legata al Dna ereditato da mia madre originaria dell’agordino, poi, ripensando a quelle estati, mi ero risposto che no, quella passione era ed è figlia legittima di quell’imprinting che il fascino della nord-ovest aveva esercitato su di me, estate dopo estate, implacabile, dall’alto di quelle meravigliose verticalità tante volte ammirate.

giovedì, 29 giugno 2006

QUARANT'ANNI DI ALTA VIA

postato da marcoconte alle 19:09 in storia dell alpinismo
BràiesTempo di festeggiamenti e bilanci per la prima, storica traversata dei Monti Pallidi: l'Alta Via n. 1 delle Dolomiti, dal lago di Bràies alla Schiara, spegne quest'anno 40 candeline. Onore dunque, ancora una volta, al gruppo di lavoro internazionale che quattro decenni addietro tirò fuori dal cilindro questo splendido itinerario che in 150 km cavalca i monti bellunesi in direzione nord – sud: Piero Rossi, Mario Brovelli, Giovanni Angelini, Armando "Tama" Da Roit, Toni Hiebeler, Sigi Lechner e Franz Hauleitner. Sono le medesime persone che negli stessi anni teorizzavano l'istituzione del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, ma sono convinto che non si tratti di un caso.
Le Dolomiti sono da sempre un crocevia di popoli, nel bene e nel male. Anche il percorso dell'Alta Via, a ben guardare, non fa altro che confermare questo dato di fatto: ha inizio in territori di tradizione germanica e si avvicina in modo graduale al «bel paese là dove 'l sì suona», senza trascurare le vallate di cultura ladina. Nel corso degli otto – dieci giorni necessari per il tragitto su sentiero cambiano le rocce, il paesaggio, la vegetazione, la lingua e i dialetti. Una montagna, molte montagne nello stesso tempo.
Per una documentazione esauriente sull'Alta Via n. 1 delle Dolomiti segnalo in primo luogo il sito internet predisposto alcuni anni fa dall'amministrazione provinciale bellunese, ed in seconda istanza il reportage di Stefano Ardito pubblicato sull'ultimo numero della Rivista della Montagna. Per quanti capitassero a Belluno nei prossimi tempi segnalo infine il convegno intitolato "Le Alte Vie delle Dolomiti e l'Alta Via Europa 6" organizzato presso l'auditorium comunale venerdì 7 luglio alle 20.30: saranno presenti Bruno Zannantonio, Sergio Chiappin, Italo Zandonella Callegher, Manrico Dell'Agnola, Gianni Frescura e Gianni Alberti.
link al post | commenti | categoria storia dell alpinismo

NOTIZIE DAL NEPAL

postato da mauromazzetti alle 09:58 in varia
In attesa che i bloggers si scatenino e “producano” significativo materiale per il nostro blog, segnaliamo alcune notizie che abbiamo ripreso pari pari dal sito di Navyo Nepal.

La prima riguarda l’ennesimo record di Ang Sherpa, che è salito sull’Everest per la sedicesima volta. Cosa dire di tutto ciò? E’ uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve fare…

 La seconda notizia ci introduce ad un argomento ben più serio, rispetto alla solita “conquista dell’inutile”. Si è tenuto a Kathmandu il primo grande raduno maoista, organizzato e gestito come una grande convention. Grande dispiego di mezzi, 5.000 volontari a regolare il flusso dei partecipanti. I dati ufficiali parlano di 800.000 partecipanti; altre fonti stimano le presenze in 150/200.000. Come sempre, sotto ogni latitudine, non c’è mai rispondenza e corrispondenza fra l’ufficialità e la verità alternativa; provate per esempio a pensare agli scioperi nostrani. Tutto il mondo è paese.

La terza notizia riguarda infine due suore canterine, imprigionate nel 1990 per aver partecipato a delle manifestazioni di protesta. Nel 1993 le due religiose hanno registrato in carcere delle canzoni, gorgheggiando a favore del Dalai Lama. Reato ascritto: “Canzoni reazionarie”. Veniamo adesso a sapere che sono state liberate ed esiliate. Anche qui, niente di nuovo sotto il sole. L’ostracismo greco ha solo cambiato di continente.

link al post | commenti | categoria varia
lunedì, 26 giugno 2006

LA PERA DI CHIAPPERA 1

postato da mauromazzetti alle 08:07 in gente di mare
Borgo S. Dalmazzo è il punto di smistamento di chi vuole andare in montagna nella provincia granda (la provincia di Cuneo n.d.a.). Da questo paese si imbocca infatti un sistema di valli parallele, orientate approssimativamente sull’asse ovest-est, che conducono a vari gruppi montuosi delle Alpi Marittime e Cozie.
Tra le tante, la val Maira è una delle più lunghe. Si sale per una cinquantina di chilometri tra prati e boschi, prendendo lentamente quota in un ambiente rilassante, oltrepassando paesini da presepe fino a raggiungere la testata del vallone. Lì finisce la strada, di fianco alla piccola borgata di Chiappera.
A Chiappera c’è poco e niente, salvo l’esteso panorama sulla destra orografica che inquadra le enormi cascate di Stroppia e l’altopiano soprastante, porta d’accesso ad aree aspre e selvagge, verso monti che superano i tremila metri come l’Aiguille de Chambeyron.
Da Chiappera si vede poi sulla sinistra orografica il gruppo Castello-Provenzale, monolitico monumento roccioso che propone salite su roccia per tutte le difficoltà, terreno di gioco per generazioni di scalatori piemontesi e liguri.
 
La prima volta che vidi Chiappera, delle montagne non me ne fregava niente. L’autobus della parrocchia ci aveva scaricati diciassettenni presso una scalcinata casa per ferie, assieme al prete partigiano don Berto (adesso è monsignore, monsignor Ferrari, ma allora era “solo” un parroco di Genova con l’hobby della montagna). Ci portò a camminare e camminare, con il passo lento e preciso, attento e guardingo di chi si era nascosto alla macchia nell’entroterra di Genova durante la Resistenza. Scarpinammo in fila indiana, avendo come unico punto di riferimento la sagoma dell’escursionista davanti a ciascuno di noi. Io ero stato fortunato: davanti a me la cosiddetta “sagoma” era quella di una ventenne agile e spigliata, con lunghi capelli castani ed uno sguardo intrigante.
E’ inutile star qui a spiegare le diciassettenni tempeste ormonali. Anche allora tentai di cavarmela, studente liceale, utilizzando al meglio il mio supposto sapere. Con “Chiappe-era” feci una bellissima figura, atleticamente parlando ed allenato com’ero, aprendo una breccia nel cuore della ventenne.
Tentammo poi, in quella campagna tra l’amoroso e l’alpinistico, una salita a capodanno verso le sorgenti del Maira (o della Maira, ma non aveva allora importanza). Digiuni di tecnica arrampicatoria, ci lanciammo comunque in una decina di sciagurati su placche abbattute e lichenose, che la neve aveva appena abbandonato. La sorgente era spettacolare: l’acqua sgorgava da una polla del terreno, scavandosi il percorso tra lingue di neve bianchissima ed umida terra marrone, scrosciando verso la valle principale.
La discesa sulle placche fu rocambolesca e pericolosa, privi com’eravamo di corde, moschettoni e ferraglia varia. Uno degli sciagurati soffriva di vertigini e si era incrodato a metà della paretina, rifiutandosi di continuare a scendere. Riuscimmo a convincerlo solo ubriacandolo con una pera intinta generosamente nel cognac. L’alcol fece effetto e gli permise di scendere, grazie anche alla pietosa nebbia che ci avvolgeva e che nascondeva il precipizio. E da lì fu “Chi-[h]a-pera”.
Giunti infine al sicuro sul sentiero, lo sciagurato di cui sopra si addormentò, forse sognando “Chiappe-era”, che nel frattempo aveva organizzato una spedizione di soccorso.
 
Tornai a Chiappera qualche anno dopo, ospite casuale di una mia ex compagna di liceo, sogno proibito e vagheggiato di noi maschi. Facemmo tante belle passeggiate. E basta.
link al post | commenti | categoria gente di mare
sabato, 24 giugno 2006

MORTE DI UN AUTODIDATTA

postato da gabrielevilla alle 00:41 in storie

Agli inizi della mia attività di arrampicatore, nei primissimi entusiastici mesi soprattutto, amavo definirmi (non senza una buona dose di presunzione) un autodidatta, uno che aveva imparato da solo. Ebbi modo ben presto di accorgermi che, fatta salva la capacità di “tirare da primo”, in effetti, non avevo ancora imparato nulla. Fu quando con il migliorare dell’allenamento e della confidenza con la roccia, aumentarono anche le “ambizioni” e si cominciò a guardare anche alle vie o alle porzioni della parete Est di Rocca Pendice che fino ad allora avevamo trascurate. Fra queste vi era la fessura Rinaldi, detta da tutti la “Rinaldina” con tono vezzeggiativo che però non poteva sminuirne insidie e difficoltà. La fessura parte dal sentiero che sale in breve alla cengia dove si andava, e si va tuttora, per fare le prove di trattenuta con il paranco e il copertone, proseguendo poi verso l’alto per una cinquantina di metri. Il primo chiodo di via si trovava ad alcuni metri da terra, ma, in quel periodo l’ipotesi di salire sopra la cengia, gettando una corda per progredire assicurati in “moulinette”, non era nemmeno presa in considerazione: si saliva in cordata rigorosamente assicurati dal basso. Era il 30 gennaio 1976, quando ci provai, accompagnato da un giovanissimo amico. Con l’aiuto di un chiodo da me piantato, avevo superato il primo strapiombo utilizzando una staffa, proseguendo poi in libera fino ad avvicinarmi al chiodo della via. Quando mi resi conto di essermi alzato da terra alcuni metri e della necessità di posizionare un’assicurazione, capii, contestualmente, di non essere in grado di farlo. La fessura strapiombava e capii che non sarei riuscito a staccare una mano per prendere un chiodo, piantarvelo e proteggermi; del resto, il materiale che avevo sistemato abbastanza disordinatamente in un cordino a tracolla mi era finito dietro la schiena, rendendo l’operazione ancora più complessa. Capito di non avere alcun’altra possibilità se non quella di scendere, raccolsi le residue energie ed iniziai l’arrampicata a ritroso con le mani ad incastro nella fessura, mentre il mio compagno recuperava la corda. Arrivato all’altezza della staffa non riuscii ad infilare lo scarpone nel gradino e, dopo alcuni tentativi infruttuosi, sentendomi mancare le forze, decisi che la soluzione migliore sarebbe stata quella di lasciarmi cadere, fidando nel chiodo che avevo piantato. Così mollai le mani, iniziando la caduta, ma non sentii nemmeno lo strappo del chiodo che avrebbe dovuto trattenermi e il mio volo, anziché arrestarsi, proseguì; dopo due metri di caduta, battei i piedi sul massone dal quale ero partito che fece da trampolino, tanto da farmi compiere un “salto mortale carpiato”, e mi ritrovai sul sentiero sassoso, tre metri sotto, lungo steso e faccia a valle. Fu un miracolo se rimasi illeso, ma la forte contusione ai muscoli della schiena e delle spalle mi procurò una settimana d’immobilità e di tormenti e un abbastanza lungo periodo di convalescenza. Qualche tempo dopo, parlando con un arrampicatore padovano, venni a sapere che la Rinaldina risultava salita in libera soltanto da uno scalatore: Renato Casarotto. La notizia non mi consolò affatto, ma quella “personalizzazione” con il forte alpinista vicentino, mi aiutò a fare tesoro di una lezione che si rivelò molto importante per il prosieguo della mia carriera alpinistica: mi fece certamente perdere un bel pò della mia spavalderia incosciente, ma ne guadagnai in prudenza e capacità di valutazione. Salvai la pelle e ne fui contento; il destino volle che, quel giorno, morisse soltanto l’autodidatta presuntuoso che era in me. 

link al post | commenti | categoria storie
venerdì, 23 giugno 2006

I MISTERI DELLA PIAVE

postato da marcoconte alle 22:14 in recensioni
busonLa Valle del Piave è uno strano luogo, misterioso e talvolta inquietante. Dalla fine della grande guerra se ne parla come di "fiume sacro alla patria" con nazionalistica retorica, ma dalle sue sorgenti ai piedi del Peralba fino alla foce ci sono diverse faccende che non quadrano, a cominciare dallo stesso genere del nome: IL Piave oppure LA Piave? C'è stato un tempo in cui le nonnine della valle, come spiega Italo Zandonella Callegher, usavano l'articolo femminile poiché il corso d'acqua era fonte di materna vitalità (come la latte, la sale).
In secondo luogo, un grande sconcerto sembra regnare nella fantasia popolare intorno ai mutamenti del suo letto nei secoli. I grandi corsi d'acqua della penisola sono conosciuti fin dall'antichità, ma solo nel VI secolo il prelato di Ceneda Venanzio Fortunato nomina per la prima volta il fiume Plavem, in seguito descritto da Paolo Diacono con l'appellativo di Plavis. C'è perfino chi giurerebbe, non tuttavia storici e geologi, che fino al terremoto del 365 o al nubifragio del 589 d.C. il Piave scorresse sul Fadalto verso l'attuale Vittorio Veneto.
Il mistero si mantiene ben fitto anche per molti aneddoti strampalati occorsi nei secoli, a ben vedere più vicini al canone della leggenda che non a quello della fiaba se vogliamo dare ascolto alla distinzione introdotta nell'Ottocento dai fratelli Grimm. Che dire infatti del selvaggio Rifiganti che nella notte dei tempi terrorizzava il Comelico, simile quasi ad un Troll di tolkieniana memoria? Esisteranno ancora i fantasmi del monte Peralba, condannati in eterno ad issare tronchi d'albero per rocce e canaloni a forza di braccia?
Ogni contrada attraversata dal fiume, a ben guardare, ha alimentato a perdita di memoria miti, incubi e creazioni poetiche. Nella tetra forra della Mortìs, vicino a Bolzano Bellunese, si davano appuntamento nottetempo le creature siderali frutto del male per iniziare le fresche anime dei dannati alle torture infernali; poco distante, dove oggi sorgono le Masiére di Vedana, sorgeva secoli addietro un villaggio di peccatori che divenne protagonista di un cataclisma biblico simile a quello di Sodoma e Gomorra, a causa dell'apocalittica frana del monte Peròn.
Poco più a nord, la vicina vallata di Agordo era popolata da semidei usciti dalla mitologia ellenica: la ninfa Plabea si tolse la vita gettandosi dalle rocce per sfuggire alle troppo tenaci attenzioni del satiro Caprile, ma i due si incontrarono ancora nella morte cambiando nome e forma, e passando alla storia rispettivamente come Piave e Cordevole. Un po' di puzza di zolfo non poteva infine mancare anche sui remoti e selvaggi Monti del Sole nei pressi di forcella dei Pòm, dove si mormora esistesse in passato l'ingresso al regno plutonico di messer satanasso.
--- ---

Titolo: RACCONTI DELLA VAL DI PIAVE
Leggende e tradizioni nelle Dolomiti Orientali
Autore: Italo Zandonella Callegher
Pagg. 126, con stampe d'epoca B/N
Editore: Nordpress Edizioni, collana Campo Base - 2006
link al post | commenti | categoria recensioni
mercoledì, 21 giugno 2006

ALPINISMO E VOYEURISMO

postato da albertoperuffo alle 10:24 in cultura

Dopo avere assistito a un SEMInario di selezionatori per canali di avventura (pitching forum per decision makers), dove si parlava di target e market da applicare alle opere filmiche e i poveri ascoltatori subivano un linguaggio forbito di termini inglesi dimenticando l'originaria madre lingua degli stessi relatori - eravamo a Trento, in Italia, con relatori italiani - non avevamo dubbi. Ma solo task. Indirizzare e selezionare a priori ciò che si pretende poi essere avventura è un fatto contraddittorio. Per chi pratica la vera avventura, che non conosce a-priori, tutto ciò INgenera sintomi vomitevoli, come quando si assistono ai grandi fardelli (ops, fratelli) o alle isole dei formosi (ops, famosi). L'avventura diventa voyeurismo e l'alpinismo spazzatura. Non più degna di essere raccolta. Seppure in evidente decomposizione. Morente. Se volete partecipare DI questi sintomi o leggere DI questi concetti entrate qui (sempre in inglese) o stay tuned with Discovery Channel. Scoprirete, you discover, il voyeurismo che è in voi. La North Face della vostra anima. Never stop disgorging.

P.S. VOYEURISMO: da voyeur, "veditore", o meglio, guardone. "Persona che assiste, in una casa di tolleranza, a scene lubriche". O, applicato alle nostre esigenze, colui che trae piacere, comodamente seduto, non solo dai piaceri altrui, ma soprattutto, più che probabilmente, dalle altrui disgrazie.

link al post | commenti | categoria cultura
martedì, 20 giugno 2006

REPORTAGE di CREMONESI dal RUWENZORI per il centenario

Sul sito del Corriere della Sera www.corriere.it, potete trovare il denso reportage del giornalista milanese Lorenzo Cremonesi - classe 1957, corrispondente dall'Iraq  dal 1984 per lo stesso giornale, sequestrato e poi liberato lo scorso settembre a Gaza - sulle celebrazioni del centenario della salita del Duca degli Abruzzi al Ruwenzori.

  La spedizione della commemorazione ufficiale, i cui componenti erano costituiti, oltre che dallo stesso Cremonesi e dai portatori, da rappresentanti degli Alpini, guide alpine, inviati del Club alpino italiano e da una delegazione del Cnr, ha raggiunto la cima il 18 giugno, lo stesso giorno in cui il Duca vi posò il suo nobile piede.

Il reportage è riportato tramite una audio cronaca in sei tappe ed è preceduto da una brillante e documentata introduzione all'iniziativa.

lunedì, 19 giugno 2006

LA GEOMETRIA E IL MONVISO

postato da mauromazzetti alle 09:28 in gente di mare
Risalendo in macchina le valli del Cuneese, spesso capita di sbagliare strada (almeno per chi non è della zona). La segnaletica sembra essere studiata da chi e per chi bazzica abitualmente Pianfei, S. Rocco Castagneretta, Villafaletto e Borgo San Dalmazzo, immemore o inconsapevole che i foresti non conoscono le sottigliezze basilari e fondamentali del muoversi in pianura. Noi liguri non ci possiamo sbagliare: faccia al mare e spalle ai monti, se andiamo a destra abbiamo la Riviera di Ponente, se andiamo a sinistra quella di Levante. Dritti no, altrimenti finiamo sulla spiaggia, dove scarpette e piccozze le possiamo usare, ma con difficoltà.
In provincia di Cuneo è diverso; capita raramente di ripetere al ritorno l’itinerario stradale dell’andata (e questo varia anche al variare delle stagioni, delle condizioni atmosferiche, del mutare della segnaletica, dello stadio di stanchezza, nonché di mille altri imprevedibili ed insondabili parametri).
Se riuscite ad arrivarci però, non mancate di imboccare la val Varaita, che d’inverno raccoglie ghiacciatori italiani e stranieri in quantità. Questa valle, stretta e severa, trova sbocchi impensati nelle diramazioni laterali. Una fra le tante è quella del vallone di Vallanta, porta di accesso secondaria al gruppo del Monviso.
 
Il Mons Vesulus è la vetta principale di un nodo montuoso tra i più importanti e famosi delle Alpi occidentali, conosciuto pochissimo al di là della famosa (ed aggiungo io un po' monotona) via normale di salita ai 3841 metri del "Re di pietra".
Non ci metto niente di mio né di nuovo: al contrario saccheggio a piene mani da Cumbre (film sulla prima salita solitaria di Marco Pedrini al Cerro Torre per la via del compressore). Ecco quindi che anche il Monviso diventa il fulcro ed il centro di una scacchiera, con tutti i pezzi schierati attorno al sovrano. Sarà che, scavalcato o bucato l’Appennino, la sua sagoma solitaria emerge inconfondibile; sarà che questo naturale castello di roccia e di ghiaccio balza fuori e sopra dalla pianura; sarà anche che questo gruppo nasconde tra le sue pieghe innumerevoli itinerari, linee di salita come prezioni cammei di un alpinismo lontano dal “massificio” delle autostrade delle vie normali.
Sarà questo ed altro ancora.
E poi il Monviso se ne frega: anche se non arriva ai quattromila metri di altezza, non lo considera un impedimento o una limitazione. Al contrario, se ne fa un vanto, bello e disponibile solo nei confronti di chi lo ama e lo rispetta.
 
Il vallone sale ripido e stretto, rinserrato tra le pareti di un orrido roccioso che vuole lasciare intendere presagi minacciosi ed incombenti. Poi, all’improvviso, la valle si allarga; dopo essere transitati sotto il Triangolo della Caprera e la Punta Caprera, vere miniere di salite su roccia, ghiaccio e terreno misto, il sentiero attraversa piane verdi e corsi d’acqua, si impenna e raggiunge il rifugio Vallanta. Non conosco l’architetto che lo ha ideato e progettato; quando ci vado, ed è ormai da parecchio tempo, penso sempre a certe chiese moderne.
Lontani i profili e gli sfondi di basiliche e cattedrali “normali”, cioè con la faccia da chiesa che uno si aspetta, con il sagrato, il rosone e il canonico campanile. Questi rifugi non sembrano rustiche costruzioni in pietra, con addosso gli odori e gli afrori della montagna; sembrano piuttosto astronavi extraterrestri, atterrate per caso e fuori luogo, pensate da Alvar Aalto e non, per citarne uno, da Quintino Sella. Ci si aspetta un improvviso decollo, magari verso nuove montagne e verso panorami inconsueti.
 
Inquadrato da questo versante ovest, il Monviso perde parecchia della sua connotazione di primadonna alpina; attorno a lui sono infatti collocati picchi (o appicchi formidabili, per dirla con linguaggio desueto e retorico) che lo accerchiano e ne fanno sfumare la sua identità principale. Visolotto, Dado di Vallanta, Punta Due Dita, Cadreghe di Viso: queste ed altre vette confondono l’occhio all’osservatore che si accinge a districarsi in questo labirinto di guglie e di canali.
Ma basta piegare all’indietro la testa ancora un po’ di più, ed il Monviso si riconosce, da qui tozzo nella sua forma e non snello come dalla pianura.
Per tutti quelli che lo frequentano, lo amano o lo temono, il Monviso è chiamato familiarmente “Viso”, così come accade in città, quando si elide l’indicazione toponomastica (piazza De Ferrari diventa De Ferrari e così via). Ecco dunque il Viso, e la sua storia alpinistica legata a tante piccole e grandi vicende. Il Viso come un parco giochi per i “conquistatori dell’inutile” che partono con negli occhi l’apparente piattezza del mare; dove divertirsi lungo creste rocciose e strette linee di ghiaccio significa guardare con l’occhio epicureo di chi vuole e sa trarre godimento da salite anche impegnative e di ambiente.
 
Sul Viso si sale e si scende da sud, per la contorta e faticosa via normale che viene dalla valle del Po, dimentichi che la prima salita della montagna ha avuto inizio proprio dalla val Varaita e dal vallone di Vallanta, logica e primaria linea naturale. Sul Viso si sale da est, lungo la omonima cresta rocciosa che raggiunge la vetta dopo 1200 metri di dislivello, affacciati su quinte e scenari di selvaggia e solitaria bellezza. Sul Viso si sale da nord, ripercorrendo le tracce del reverendo inglese Coolidge, scalando canaloni ghiacciati, speroni rocciosi e creste nevose, dove bisogna avere un buon karma e non aver paura di rinunciare se le condizioni lo suggeriscono o lo impongono. Sul Viso si può infine salire da ovest, facendosi tentare da un percorso lineare e geometrico semplice ed affascinante. Si rimontano dapprima i 1000 metri del canale che conduce al colletto Pensa; poi da lì si vira di 90° e per cresta si raggiunge la vetta principale. A differenza delle vie sulla nord, solo recentemente gli alpinisti si sono accorti della parete ovest. Data infatti al 1977 la prima salita del canale che porta al citato colletto (“diretta del Triangolo”).
 
Anche in questo angolo delle Alpi Cozie mi piace vedere la geometria applicata alla montagna. Qui è ancora più facile che sulla Serra dell’Argentera, aiutati come siamo dai toponimi in uso. E quindi, dopo aver attraversato un grande pianoro rettangolare, saliamo diritti in linea retta per un sistema di fessure, diedri e placche impiastrate di neve e ghiaccio, raggiungiamo il ghiacciaietto pensile detto “del Triangolo” e sbuchiamo al colletto subito a fianco del Dado di Vallanta, enorme parallelepipedo roccioso. Su questo Dado sono state tracciate molte vie di arrampicata: fra tutte mi piace ricordarne una, che il primo salitore Gian Carlo Grassi chiamò Vallantethics proprio perché fu aperta dal basso e solo con protezioni rimovibili e pulite. Ed ancora, tanto per rimanere nel discorso della geometria: per cresta esposta arriviamo al vertice di questa piramide a base quadrata, a 3841 metri sopra il mare dal quale siamo partiti.
Sul Viso arrivano per la via normale comitive di alpinisti e di escursionisti, spesso grupponi impreparati, sprovveduti ed improvvidi. In cima si mescolano a quelli che salgono dagli altri versanti, nella solita babele che ricorda i rifugi d’alta quota che si raggiungono anche in funivia.
Sul Viso ci sono salito e salito; ho avuto sempre la fortuna di non incontrare nessuno (o era troppo presto, o era troppo tardi…). Solo, con i compagni di cordata, si apprezza al meglio una sensazione indefinibile di libertà; poi ci si gira veloci verso il ritorno, attraverso valloni pietrosi e lunari, selvaggi ed aspri, accompagnati dal rumore delle pietre che rotolano dai fianchi della montagna. Si passano i laghi delle Forciolline, ancora semi ghiacciati, che spiccano come magici cerchi (la geometria, ancora!); si continua a divallare per quinte rocciose prive di sipario, fino a traguardare, molto lontano ed in basso, la traccia serpeggiante che ricondurrà, vallone dopo vallone, fino alla valle principale.
 
Di nuovo davanti al computer. Ho voglia di cambiare il salva schermo, che al momento riflette figure geometriche in movimento.
 
Fessure in linea retta => Ghiacciaio del Triangolo => Dado di Vallanta => Piramide del Monviso => Laghi delle Forciolline.
Retta => Triangolo => Dado => Piramide => Cerchio.
Spegni.
Arresto del sistema.
Click.
Alla prossima.
link al post | commenti | categoria gente di mare
sabato, 17 giugno 2006

ERANO PROPRIO ALTRI TEMPI (Parte II)

postato da gabrielevilla alle 00:48 in storie

Quando uno scrive “altri tempi” non è che per forza vuol significare migliori, anche se, scrivendone, indulge un po’ alla nostalgia. Più semplicemente vuol dire “diversi”, perché diverse erano le persone e diverso il loro modo di rapportarsi al mondo intorno a loro. Parlo ancora di quella primavera del 1976, nella quale per il primo anno prestavo la mia collaborazione da aiuto istruttore al corso roccia della sezione. Non è che servisse molto per fare l’aiuto istruttore a quei tempi: era sufficiente conoscere i nodi fondamentali (barcaiolo, mezzo barcaiolo, bulino, prusik e doppio inglese) e “tirare da primo”. Io avevo iniziato ad arrampicare nell’agosto dell’anno precedente e potevo contare al mio attivo tanta attività in palestra di roccia a Rocca Pendice, ma solamente nove vie in Dolomiti, due delle quali da capocordata. Però “tiravo da primo” e questa era la cosa più importante. Era già stata svolta la prima parte del corso, quella auto gestita dai soci più esperti, alla palestra delle Numerate ai Colli Euganei. Dopo eravamo passati a Campogrosso, alle Piccole Dolomiti, sotto la gestione e supervisione di Gino Soldà, mitico alpinista recoarese, fra i protagonisti della spedizione italiana al K2, amico personale di Sandro Gorini, il vicepresidente della nostra sezione del Cai, allora alpinista di riferimento per i ferraresi e coordinatore del loro gruppo “rocciatori”. Quel mattino il gruppo compatto aveva risalito il Boale del Baffelan e ne era arrivato ai piedi della parete Est per accingersi a salirne le vie Verona e Vicenza, cavalli di battaglia di chissà quanti corsi di roccia del nord est. Nel gruppo, fra gli allievi, ce n’era uno con il quale avevo stretto un buon rapporto di amicizia: ragioniere di banca, aveva una spiccata propensione per l’allegria e non perdeva occasione per raccontare barzellette, lanciare battute di spirito e affibbiare nomignoli a tutti. Un simpaticone insomma. Ugo Ughi, si chiamava, e quando gli facevamo notare l’assonanza del suo nome, non faceva una piega, anzi, rilanciava : “Questo è niente, ragazzi; il fatto è che ho un cugino che si chiama Uber Ughi e siamo parenti con il famoso violinista Uto Ughi”. Mentre il gruppo stava preparandosi, mi allontanai per soddisfare un impellente e improvviso bisogno al riparo di un massone in grado di nascondermi alla vista. Sentivo le voci dei corsisti, di Soldà e di Sandro, il nostro coordinatore, che chiamava le persone affinché si formassero le cordate. Ad un certo punto lo sentii distintamente rivolgersi al mio amico: “Vieni Ughi, che ti leghi con Gino Soldà”. Al che, con mia somma sorpresa, sentii l’amico declinare l’invito con gentilezza, ma con estrema convinzione: “No, no, grazie. Io mi lego con Villa”. Beh, non nascondo che fu la mia prima grande soddisfazione da aiuto istruttore quella di essere preferito al grande Gino, anche se mi rendevo ben conto era dovuta solo a motivi di amicizia, non certo a considerazioni tecniche. Intanto avevo velocizzato le mie “operazioni” in modo da salire in cordata subito dietro quella del grande Gino Soldà, ovviamente legato all’amico Ugo, che era stato accontentato nei suoi desideri. Potemmo così seguire la cordata di Gino Soldà e vederlo muovere sulla roccia, compiere le manovre di corda con perizia e velocità, ed era quella, già di per sé, una lezione che si svolgeva senza bisogno di alcuna parola. Anche il suo modo di rapportarsi alla gente, con rispetto, modestia e cordialità era una lezione, non tecnica, ma di comportamento, se non di vita. Forse è proprio per questo che, a distanza di trent’anni, ne conservo un ricordo così vivo, così piacevole. Forse è per questo che continuo a ripetermi e a ripetere: erano proprio altri tempi. 

link al post | commenti | categoria storie