Passavamo le estati giocando a “pontro” (nascondino), andando a rubare “bisi” (piselli) negli orti attorno al paese, esercitandoci con i “tira sass” (le fionde), ma là, alta sopra di noi, c’era sempre “lei”, la parete delle pareti, la nord-ovest della Civetta. Sì, era proprio così, perchè la caratteristica principale di Pecol è quella: dal paese la vista si perde verso sud, incontrando prima il monte di Celàt sulle cui pendici c’è il “capoluogo”, San Tomaso Agordino, per finire nella conca di Cencenighe, dominata dal versante nord delle Pale di San Lucano e dalla Cima di Pape (che tutti lassù chiamano Spiz de Mezodì); ma alla fine lo sguardo finisce, come calamitato, verso est, a sinistra, in alto, sulla nord-ovest, sul crestone della Civetta e sulla “triade”: le cime De Gasperi, Su Alto e Terranova. Anche quando andavamo in escursione salendo per il sentiero nel bosco per arrivare a Col d’Armente e, più su ancora, a Ciàmp, alla fine “lei” era là, ancora più bella, sempre più affascinante. Da Ciàmp si vede anche la Val Civetta in tutta la sua lunghezza, con tutti i suoi ghiaioni sotto la nord-ovest e la sequenza di cime che dall’appuntito Campanile di Pian de la Lora arriva fino ai Cantoni di Pelsa di cui, allora, non conoscevamo i nomi. Ugualmente avevamo capito che là, su quella parete, c’era stato e c’era “l’alpinismo”, (quello dei “grandi”) perché ci era arrivato di rimbalzo e se n’era avvertito il respiro intenso. Ricordo lo zio Mario, quasi ogni mattina, guardare con il binocolo la cresta sommitale del Civetta per vedere gli arrivi sulla cima dei primi salitori della via ferrata degli Alleghesi. Quell’abitudine, quasi un rituale, l’aveva presa nell’inverno del 1963 quando, dal radio giornale del veneto, aveva appreso che Ignazio Pissi, Giorgio Redaelli e Toni Hiebeler erano impegnati nella prima ripetizione invernale della via Solleder-Lettembauer (effettuata dal 28 febbraio al 7 marzo). Era la prima “grande invernale” di quei tempi e lui era rimasto incollato al binocolo un’intera settimana a scrutare quella parete dalla finestra della stua di casa e non aveva perso un’edizione del radio giornale, così come aveva fatto la zia Veronica, altra appassionata di crode, unica fra quelle cinquanta anime che abitavano Pecol ad avere la tessera del CAI (Sezione di Agordo). Infine, la videro partire a piedi per andare a San Tomaso a prendere la corriera e alla domanda “Onde vàsto, Veri?” rispose con la massima tranquillità e convinzione “Vade a Listolade a ghe dà la man a quei del Civetta”. E noi avevamo “respirato” quell’interesse per l’alpinismo, assolutamente spontaneo e istintivo, e avevamo, inconsapevoli, subito il fascino di quella montagna ogni volta che il nostro sguardo era rimbalzato sugli apicchi della nord-ovest. Ricordo un titolo del Gazzettino, letto al bar della Sofi a San Tomaso che diceva: “La Civetta tiene il broncio a Cesare Maestri” e si raccontava del “Ragno” che, impegnato in una solitaria sulla nord-ovest, aveva avuto una qualche difficoltà e, sembrava di capire, più per creare suspance giornalistica che per problemi reali. Del resto lo stesso Cesare Maestri aveva realizzato la prima solitaria della Solleder-Lettembauer il 4 settembre del 1952. A distanza di tanti anni, oramai alpinista a mia volta (seppur modesto) e istruttore di alpinismo di lungo corso, mi ero chiesto se la mia passione fosse legata al Dna ereditato da mia madre originaria dell’agordino, poi, ripensando a quelle estati, mi ero risposto che no, quella passione era ed è figlia legittima di quell’imprinting che il fascino della nord-ovest aveva esercitato su di me, estate dopo estate, implacabile, dall’alto di quelle meravigliose verticalità tante volte ammirate.
Tempo di festeggiamenti e bilanci per la prima, storica traversata dei Monti Pallidi: l'Alta Via n. 1 delle Dolomiti, dal lago di Bràies alla Schiara, spegne quest'anno 40 candeline. Onore dunque, ancora una volta, al gruppo di lavoro internazionale che quattro decenni addietro tirò fuori dal cilindro questo splendido itinerario che in 150 km cavalca i monti bellunesi in direzione nord – sud: Piero Rossi, Mario Brovelli, Giovanni Angelini, Armando "Tama" Da Roit, Toni Hiebeler, Sigi Lechner e Franz Hauleitner. Sono le medesime persone che negli stessi anni teorizzavano l'istituzione del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, ma sono convinto che non si tratti di un caso.La seconda notizia ci introduce ad un argomento ben più serio, rispetto alla solita “conquista dell’inutile”. Si è tenuto a Kathmandu il primo grande raduno maoista, organizzato e gestito come una grande convention. Grande dispiego di mezzi, 5.000 volontari a regolare il flusso dei partecipanti. I dati ufficiali parlano di 800.000 partecipanti; altre fonti stimano le presenze in 150/200.000. Come sempre, sotto ogni latitudine, non c’è mai rispondenza e corrispondenza fra l’ufficialità e la verità alternativa; provate per esempio a pensare agli scioperi nostrani. Tutto il mondo è paese.
La terza notizia riguarda infine due suore canterine, imprigionate nel 1990 per aver partecipato a delle manifestazioni di protesta. Nel 1993 le due religiose hanno registrato in carcere delle canzoni, gorgheggiando a favore del Dalai Lama. Reato ascritto: “Canzoni reazionarie”. Veniamo adesso a sapere che sono state liberate ed esiliate. Anche qui, niente di nuovo sotto il sole. L’ostracismo greco ha solo cambiato di continente.
Agli inizi della mia attività di arrampicatore, nei primissimi entusiastici mesi soprattutto, amavo definirmi (non senza una buona dose di presunzione) un autodidatta, uno che aveva imparato da solo. Ebbi modo ben presto di accorgermi che, fatta salva la capacità di “tirare da primo”, in effetti, non avevo ancora imparato nulla. Fu quando con il migliorare dell’allenamento e della confidenza con la roccia, aumentarono anche le “ambizioni” e si cominciò a guardare anche alle vie o alle porzioni della parete Est di Rocca Pendice che fino ad allora avevamo trascurate. Fra queste vi era la fessura Rinaldi, detta da tutti la “Rinaldina” con tono vezzeggiativo che però non poteva sminuirne insidie e difficoltà. La fessura parte dal sentiero che sale in breve alla cengia dove si andava, e si va tuttora, per fare le prove di trattenuta con il paranco e il copertone, proseguendo poi verso l’alto per una cinquantina di metri. Il primo chiodo di via si trovava ad alcuni metri da terra, ma, in quel periodo l’ipotesi di salire sopra la cengia, gettando una corda per progredire assicurati in “moulinette”, non era nemmeno presa in considerazione: si saliva in cordata rigorosamente assicurati dal basso. Era il 30 gennaio 1976, quando ci provai, accompagnato da un giovanissimo amico. Con l’aiuto di un chiodo da me piantato, avevo superato il primo strapiombo utilizzando una staffa, proseguendo poi in libera fino ad avvicinarmi al chiodo della via. Quando mi resi conto di essermi alzato da terra alcuni metri e della necessità di posizionare un’assicurazione, capii, contestualmente, di non essere in grado di farlo. La fessura strapiombava e capii che non sarei riuscito a staccare una mano per prendere un chiodo, piantarvelo e proteggermi; del resto, il materiale che avevo sistemato abbastanza disordinatamente in un cordino a tracolla mi era finito dietro la schiena, rendendo l’operazione ancora più complessa. Capito di non avere alcun’altra possibilità se non quella di scendere, raccolsi le residue energie ed iniziai l’arrampicata a ritroso con le mani ad incastro nella fessura, mentre il mio compagno recuperava la corda. Arrivato all’altezza della staffa non riuscii ad infilare lo scarpone nel gradino e, dopo alcuni tentativi infruttuosi, sentendomi mancare le forze, decisi che la soluzione migliore sarebbe stata quella di lasciarmi cadere, fidando nel chiodo che avevo piantato. Così mollai le mani, iniziando la caduta, ma non sentii nemmeno lo strappo del chiodo che avrebbe dovuto trattenermi e il mio volo, anziché arrestarsi, proseguì; dopo due metri di caduta, battei i piedi sul massone dal quale ero partito che fece da trampolino, tanto da farmi compiere un “salto mortale carpiato”, e mi ritrovai sul sentiero sassoso, tre metri sotto, lungo steso e faccia a valle. Fu un miracolo se rimasi illeso, ma la forte contusione ai muscoli della schiena e delle spalle mi procurò una settimana d’immobilità e di tormenti e un abbastanza lungo periodo di convalescenza. Qualche tempo dopo, parlando con un arrampicatore padovano, venni a sapere che la Rinaldina risultava salita in libera soltanto da uno scalatore: Renato Casarotto. La notizia non mi consolò affatto, ma quella “personalizzazione” con il forte alpinista vicentino, mi aiutò a fare tesoro di una lezione che si rivelò molto importante per il prosieguo della mia carriera alpinistica: mi fece certamente perdere un bel pò della mia spavalderia incosciente, ma ne guadagnai in prudenza e capacità di valutazione. Salvai la pelle e ne fui contento; il destino volle che, quel giorno, morisse soltanto l’autodidatta presuntuoso che era in me.
La Valle del Piave è uno strano luogo, misterioso e talvolta inquietante. Dalla fine della grande guerra se ne parla come di "fiume sacro alla patria" con nazionalistica retorica, ma dalle sue sorgenti ai piedi del Peralba fino alla foce ci sono diverse faccende che non quadrano, a cominciare dallo stesso genere del nome: IL Piave oppure LA Piave? C'è stato un tempo in cui le nonnine della valle, come spiega Italo Zandonella Callegher, usavano l'articolo femminile poiché il corso d'acqua era fonte di materna vitalità (come la latte, la sale).Dopo avere assistito a un SEMInario di selezionatori per canali di avventura (pitching forum per decision makers), dove si parlava di target e market da applicare alle opere filmiche e i poveri ascoltatori subivano un linguaggio forbito di termini inglesi dimenticando l'originaria madre lingua degli stessi relatori - eravamo a Trento, in Italia, con relatori italiani - non avevamo dubbi. Ma solo task. Indirizzare e selezionare a priori ciò che si pretende poi essere avventura è un fatto contraddittorio. Per chi pratica la vera avventura, che non conosce a-priori, tutto ciò INgenera sintomi vomitevoli, come quando si assistono ai grandi fardelli (ops, fratelli) o alle isole dei formosi (ops, famosi). L'avventura diventa voyeurismo e l'alpinismo spazzatura. Non più degna di essere raccolta. Seppure in evidente decomposizione. Morente. Se volete partecipare DI questi sintomi o leggere DI questi concetti entrate qui (sempre in inglese) o stay tuned with Discovery Channel. Scoprirete, you discover, il voyeurismo che è in voi. La North Face della vostra anima. Never stop disgorging.
P.S. VOYEURISMO: da voyeur, "veditore", o meglio, guardone. "Persona che assiste, in una casa di tolleranza, a scene lubriche". O, applicato alle nostre esigenze, colui che trae piacere, comodamente seduto, non solo dai piaceri altrui, ma soprattutto, più che probabilmente, dalle altrui disgrazie.
La spedizione della commemorazione ufficiale, i cui componenti erano costituiti, oltre che dallo stesso Cremonesi e dai portatori, da rappresentanti degli Alpini, guide alpine, inviati del Club alpino italiano e da una delegazione del Cnr, ha raggiunto la cima il 18 giugno, lo stesso giorno in cui il Duca vi posò il suo nobile piede.
Il reportage è riportato tramite una audio cronaca in sei tappe ed è preceduto da una brillante e documentata introduzione all'iniziativa.
Quando uno scrive “altri tempi” non è che per forza vuol significare migliori, anche se, scrivendone, indulge un po’ alla nostalgia. Più semplicemente vuol dire “diversi”, perché diverse erano le persone e diverso il loro modo di rapportarsi al mondo intorno a loro. Parlo ancora di quella primavera del 1976, nella quale per il primo anno prestavo la mia collaborazione da aiuto istruttore al corso roccia della sezione. Non è che servisse molto per fare l’aiuto istruttore a quei tempi: era sufficiente conoscere i nodi fondamentali (barcaiolo, mezzo barcaiolo, bulino, prusik e doppio inglese) e “tirare da primo”. Io avevo iniziato ad arrampicare nell’agosto dell’anno precedente e potevo contare al mio attivo tanta attività in palestra di roccia a Rocca Pendice, ma solamente nove vie in Dolomiti, due delle quali da capocordata. Però “tiravo da primo” e questa era la cosa più importante. Era già stata svolta la prima parte del corso, quella auto gestita dai soci più esperti, alla palestra delle Numerate ai Colli Euganei. Dopo eravamo passati a Campogrosso, alle Piccole Dolomiti, sotto la gestione e supervisione di Gino Soldà, mitico alpinista recoarese, fra i protagonisti della spedizione italiana al K2, amico personale di Sandro Gorini, il vicepresidente della nostra sezione del Cai, allora alpinista di riferimento per i ferraresi e coordinatore del loro gruppo “rocciatori”. Quel mattino il gruppo compatto aveva risalito il Boale del Baffelan e ne era arrivato ai piedi della parete Est per accingersi a salirne le vie Verona e Vicenza, cavalli di battaglia di chissà quanti corsi di roccia del nord est. Nel gruppo, fra gli allievi, ce n’era uno con il quale avevo stretto un buon rapporto di amicizia: ragioniere di banca, aveva una spiccata propensione per l’allegria e non perdeva occasione per raccontare barzellette, lanciare battute di spirito e affibbiare nomignoli a tutti. Un simpaticone insomma. Ugo Ughi, si chiamava, e quando gli facevamo notare l’assonanza del suo nome, non faceva una piega, anzi, rilanciava : “Questo è niente, ragazzi; il fatto è che ho un cugino che si chiama Uber Ughi e siamo parenti con il famoso violinista Uto Ughi”. Mentre il gruppo stava preparandosi, mi allontanai per soddisfare un impellente e improvviso bisogno al riparo di un massone in grado di nascondermi alla vista. Sentivo le voci dei corsisti, di Soldà e di Sandro, il nostro coordinatore, che chiamava le persone affinché si formassero le cordate. Ad un certo punto lo sentii distintamente rivolgersi al mio amico: “Vieni Ughi, che ti leghi con Gino Soldà”. Al che, con mia somma sorpresa, sentii l’amico declinare l’invito con gentilezza, ma con estrema convinzione: “No, no, grazie. Io mi lego con Villa”. Beh, non nascondo che fu la mia prima grande soddisfazione da aiuto istruttore quella di essere preferito al grande Gino, anche se mi rendevo ben conto era dovuta solo a motivi di amicizia, non certo a considerazioni tecniche. Intanto avevo velocizzato le mie “operazioni” in modo da salire in cordata subito dietro quella del grande Gino Soldà, ovviamente legato all’amico Ugo, che era stato accontentato nei suoi desideri. Potemmo così seguire la cordata di Gino Soldà e vederlo muovere sulla roccia, compiere le manovre di corda con perizia e velocità, ed era quella, già di per sé, una lezione che si svolgeva senza bisogno di alcuna parola. Anche il suo modo di rapportarsi alla gente, con rispetto, modestia e cordialità era una lezione, non tecnica, ma di comportamento, se non di vita. Forse è proprio per questo che, a distanza di trent’anni, ne conservo un ricordo così vivo, così piacevole. Forse è per questo che continuo a ripetermi e a ripetere: erano proprio altri tempi.