Curatore Luciano Santin classe 1946, nativo di Pola (vedi http://www.telequattro.it/testate.php?area=70 ), giornalista colto e preparato e collaboratore di diverse testate. Ieri la pagina riportava, nel taglio alto, alla voce Appuntamenti, un articolo dal titolo Rilanciare la Carnia. Si deve promuovere la naturale vocazione turistica. Vi si segnalano due incontri di studio/lavoro: la IX edizione della Settimana nazionale dell'escursionismo che si terrà a Tolmezzo dal 16 al 25 giugno e il convegno del GISM (di cui ha dato notizia qui Marco Conte), a Cimolais dal 16 al 18. Dice Santin "in questo campo c'è ancora molto da costruire, ma si stanno facendo passi importanti: e il territorio ha forti potenzialità ancora inespresse. Occorre naturalmente curare l'immagine, far conoscere il territorio, ancora, per molti, terra incognita. Ma per fortuna si è definitivamente chiuso il periodo in cui, a chiedere una campagna promozionale per la Carnia a una grande agenzia pubblicitaria italiana, si correva il rischio che l'interlocutore vadesse in equivoco: si trattava di un Consorzio per la macellazione?".
Il taglio basso è occupato da tre recensioni di libri, quella per i tipi di Vivalda, autore Antonie Chandellier, su Siffredi, La traccia dell'angelo "Forse Siffredi incarna l'evoluzione, obbligata e non conclusa, di quei randonneurs delle cime e delle pareti che, partendo da Lammer, sono arrivati a Hemming. La discesa non è la salita, già". Poi si parla di due libri in cui la mano di Bepi Pellegrinon c'entra prima come editore e poi come curatore, vale a dire I colori del cuore. Vita sui monti di Franco Bertoldi e Gli angeli delle Dolomiti. Cinquant'anni di solidarietà con il Soccorso alpino bellunese.
Nel taglio centrale infine viene riportato un recit d'ascension dell'alpinista friulano, anzi, carnico, Sergio Liessi, che Santin definisce arrampicatore di cuore e di cui dice: "Non può mettersi in lizza con i ventenni, cui potrebbe esser nonno, i suoi VI e più, però se li fa ancora".
Scusatemi, ma non posso leggere senza spiegare.
Scusatemi, forse per questo post non scriverò mai più nel blog, perché non mi vorranno più.
Scusatemi, ma devo dirlo, la mia testa me lo impone, il mio carattere me lo impone, e soprattutto il mio cuore me lo impone. E ve lo dico così, piattamente, apertamente, senza alcun formalismo e senza alcuna battuta, disposta ad accettare il vostro disprezzo e anche i vostri insulti. Sicuramente mi ferirete perché non sono fatta di ghiaccio, ma in questo modo so di non essere stata ipocrita, so di aver cercato di essere pulita, so di averli difesi, di non essere stata zitta in un angolo ad osservare mentre li colpivate. I miei amici.
Vi parlo di un amico, Silvio, un uomo dal cuore grandissimo e onesto, che ha posato nudo per la pubblicità della Mico, e non ho paura né di fare il suo nome né di fare il nome dell’azienda che ha pubblicizzato.
Vi parlo di lui, perché con i soldi che raccoglie per ogni serata in cui racconta i suoi 8000, raccoglie soldi per un ospedale, due scuole, un presidio ospedaliero, tutto in Nepal, e paga la scuola e il mantenimento ad un gruppo di bambini a Kathmandu. E fa questo assieme ad altri alpinisti, come Marco. Sabato li ho visti felici come quei bambini mentre distribuivano i vestiti, e se li abbracciavano contenti, mentre i bambini erano veramente felici di vederli, senza quell’aria di ‘dovere da regalo ricevuto’ che ho visto altre volte. E mi hanno colpita. Vi parlo di loro che fanno gli 8000 e quando ci arrivano alzano le braccia al cielo, e lo farei anche io se ci arrivassi. E sarei felice. Questi sono Silvio e sono Marco.
Silvio è un finanziere. Silvio non è ricco e ingrassato dagli sponsor, il lavoro di Silvio è salvare vite umane sul Monte Rosa. Silvio ha salvato vite umane anche in Himalaya, ed a Kathmandu, tra gli alpinisti, tutti lo conoscono e lo apprezzano per il suo cuore grande e sincero, un cuore che si incazza e reagisce come un leone alle ingiustizie e che si accontenta di una birra e un abbraccio come ringraziamento. Sabato ho visto due giornalisti americani avvicinarsi a lui tremanti, chiedendogli un’intervista sui suoi salvataggi in Himalaya, e ho visto Silvio scappare, chiedermi aiuto per tradurre e dirmi ‘invece di parlare di me raccontiamogli delle scuole e degli ospedali’…. Questo è Silvio.
E poi c’è Simone, un altro di quelli che alza le braccia quando è in cima. E lo farei pure io. Simone che senza dire niente a nessuno, in silenzio, ha finanziato delle scuole in Nepal. Simone è una persona di una generosità sconvolgente e travolgente con tutti quelli che incontra. Non ha nessun filtro nel darsi, nell’aiutare e nel donare, non si centellina con nessuno, dall’alpinista in cima al Lhotse ad un semplice camminatore. Puoi essere dall’altra parte dell’universo e chiedergli aiuto, e Simone è una di quelle rare persone, in via di estinzione, che pianta tutto e arriva, e che inoltre, se fa una promessa, si spacca in quattro per mantenerla. Questo è Simone.
Sì, loro fanno gli alpinisti professionisti, hanno degli sponsor. Si vendono? Senza sponsor come potrebbero vivere, mangiare…ed essere dei professionisti? Non lo so, io non li giudico, non me la sento. Li ho visti, li ho conosciuti, ho visto quello che fanno, la loro umanità, la loro generosità, la loro amicizia… e ve lo devo urlare, la mia testa mi impone di non poter stare zitta.
Poi c’è Gianpaolo, che dedica la sua vita alla montagna e all’educazione dei minori, uno di quelli che in silenzio è arrivato in cima al Lhotse, vicentino d’acciaio tra grandi alpinisti internazionali. Lo ha fatto con umiltà, con il suo dolce sorriso pacato, con fatica e divertendosi. Giovedì mattina mia ha abbracciata, e gli occhi gli splendevano enormi da quanto era felice.
E poi c’è Cristina, la piccola vicentina con gli occhi grandi e blu, che ha un cuore talmente aperto e un sorriso talmente grande, ed una generosità talmente dolce che ti spacca un due. Per il libro che mi hai regalato Cristina, per la tua dedica, per le tue parole profonde, per la tua dolcezza nel farmi una carezza e nel dirmi di tener duro.
E quando se ne sono andati, Gianpaolo e Cristina, con Patrizia, la dolce e profonda Patrizia, abbracciandomi, ho pianto come una fontana e non ne ho avuto vergogna. Ho pianto a 30 anni davanti a tutti. E quando Silvio, Marco e Simone se ne sono andati, ieri, mi sono seduta per terra e ho pianto anche allora, guardandoli andare via.
E scusatemi, questo è un post di amore urlato per loro, e non ho né paura né vergogna nel dirlo… per la loro amicizia, per la settimana di felicità e amicizia che mi hanno regalato, per le loro mille attenzioni, per la loro onestà e stima, per quel bidone di cibo che mi hanno riempito da portare in Tibet, per i libri che mi hanno regalato, per gli abbracci, per tutte le volte che mi hanno chiamata piccoletta in veneto/bresciano/bergamasco, perché mi hanno incoraggiata e sostenuta.
E sono tornata a Lhasa, oggi, e ho trovato due pacchi spediti da Franco Michieli. Due pacchi pieni di attenzione, affetto, di scelte fatte con una cura incredibile: colmi di 4 tipi di cioccolata diversa, nera fondente, con nocciole, delizia di paesi diversi, e 4 tipi di caffè sudamericani diversi, di grana, di speck….e dentro c’era un biglietto: ‘con amicizia ed affetto dall’Italia, il Blog’.
Allora mi sono seduta in cucina e ho pianto per la terza volta, di gioia e di riconoscenza.
Perché questi sono i miei amici, ed io li conosco, conosco la loro generosità, e ne sono orgogliosa.
In ogni settore di attività, in ogni professione, ci sono regole da cui non si può (o non si dovrebbe) derogare. E’ quando queste regole vengono “forzate” che nascono i problemi. In giornalismo, ad esempio, è la ricerca esasperata della notizia, per cui fra cento notizie sarà quella più strana, più sconvolgente, truculenta o raccapricciante, più anomala, che troverà spazio e pubblicazione. Esasperando la cosa, si finisce non più con il fare “informazione”, ma “sensazione”, finendo per uscire dai confini della deontologia della professione giornalistica. In campo pubblicitario questa metodologia è stata oramai eletta a regola; per incentivare le vendite, difficilmente oggi si fa informazione seria sul prodotto da commercializzare, si fa leva piuttosto sui sentimenti umani (molto spesso quelli più deteriori) quali spirito di emulazione, competitività, molto spesso invidia e ambizione. L’importante è spingere all’acquisto, a tutti i costi. Un problema che, fino a qualche anno fa, non aveva quasi mai toccato il mondo dell’alpinismo. Poi è arrivata l’arrampicata sportiva a dare una spallata ed ora, dopo i climbers, anche gli alpinisti sono diventati testimonial appetibili per vendere qualcosa a qualcuno. L’antesignano è stato (manco a dirlo) Reinhold Messner, il primo ad arrivare fino al “media maximo”, la televisione, con la sua bottiglia di acqua minerale “purissima, altissima, ecc …”. L’alpinista era utilizzato per veicolare il prodotto verso le masse consumatrici, però nella riconoscibile consonanza fra il prodotto stesso e il suo testimonial. Per questo, negli anni sono stati pubblicizzati prodotti per l’alpinismo (scarpette da arrampicata, zaini, tende d’alta quota, capi tecnici, ramponi e piccozze da cascata, ecc. ecc.) legandoli alla specificità caratteristica dell’alpinista o dell’arrampicatore che li certificava e/o proponeva, nel rispetto dell’uno (il testimonial) e degli altri (i prodotti). Ma anche qui, come in giornalismo, quando, per necessità di aumentare le vendite, la “sensazione” prende il posto “dell’informazione”, si esce dalle regole dell’etica fino ad arrivare alla mancanza di rispetto del testimonial, posposto e subordinato al prodotto che deve pubblicizzare. E’ così che dopo avere visto i “nostri eroi” sulle pagine della stampa sociale (del Club Alpino, intendo) ritratti su cime di “prestigiosi 8000” esultare con le braccia alzate al cielo, vestiti di capi tecnici con le griffe ben visibili, li ritroviamo, a distanza di nemmeno un anno, completamente nudi, in posizioni alla “bronzo di Riace” o in altre assai più improbabili. La legge del marketing ha vinto ancora una volta, brutalmente. Se l’alpinista in vetta ad una montagna a braccia alzate si confonde con cento altri (perché tutti, oggi, alzano le braccia in cima ad una montagna e più sono “piccoli” più le alzano) e non attira più l’attenzione del popolo consumatore, spogliamolo nudo e tutti, incuriositi, andranno a guardare il marchio che è riuscito a tanto. Chissà se chi si presta a questo gioco (che certamente è ben remunerato) si rende conto che vende la propria dignità, se non di uomo, certamente di alpinista. Che altro aggiungere? Se negli ultimi anni ci si chiedeva “dove sta andando l’alpinismo?”, ora cominceremo a chiederci “dove stanno andando gli alpinisti?”, ma soprattutto, “si rendono conto di dove stanno andando?”. Se l’alpinismo è diventato questo, fermatelo, voglio scendere!
Alcuni giorni fa, in una lettera collettiva interna al blog, era stato sollecitato un intervento per sollevare la questione su cosa fosse l'alpinismo e l'esplorazione D'ECCELLENZA propugnato da progetti italiani legati al giro mediatico di montagna.org, specie dopo la VERGOGNOSA PROFANAZIONE di una montagna sacra. Infatti, si pensava, la regola prima dell'eccellenza nell'esplorazione, quando ci si spinge in territori altrui, dovrebbe essere il rispetto dell'ALTRUI cultura, altrimenti l'esplorazione si trasforma in prevaricazione, quindi non solo in anacronistica conquista geografica/alpinistica, bensì in ignobile e attualissima "conquista" culturale, riservando al termine conquista l'accezione che lo lega all'altrettanto attuale e mai sopito termine colonialismo. E si restava stupiti, se non indignati, che a questa forma di alpinismo si riservasse l'aggettivo d'eccellenza, in particolare essendo a conoscenza delle esplicite richieste dei locali che si sono visti profanare PER SEMPRE un luogo a loro caro, attorno al quale ruotava la vita di una comunità secolare [i profanatori non si rendono conto delle conseguenze irreversibili del loro gesto], e considerando le centinaia di montagne "vergini" e "senza amanti" che ci sono in giro per il Tibet.
A fare questo intervento ci ha pensato Carlo Alberto Pinelli, in altra sede.
Riportiamo il suo autorevole ed efficace intervento da it.sport.montagna:
Nei giorni scorsi si è molto parlato della profanazione del cimitero
ebraico di Milano. Tutti, giustamente, hanno stigmatizzato quel gesto
vergognoso e indegno di un paese civile, anche qualora la finalità non
fosse stata prevalentemente di stampo razzista. Nessuno però, a quanto mi
risulta, si è indignato leggendo sull'Alto Adige del 19 maggio, la
notizia che quattro alpinisti altoatesini sono riusciti a scalare per la
prima volta la parete nord del monte Genyen, nel Tibet Orientale; una
vetta che i buddhisti considerano sacra. Cosa hanno in comune questi due
episodi, apparentemente tanto diversi? E perché dovrebbero provocare una
analoga indignazione? Ce lo spiega, purtroppo involontariamente, lo
stesso articolista. Ecco un brano del testo:
«E' una zona molto sacra, dove si raccolgono solo i monaci
buddhisti per meditare e pregare le loro divinità, ad ognuna delle
quali corrisponde una precisa cima dell'anfiteatro.
L'estrema sacralità del luogo ha creato infatti qualche difficoltà
agli alpinisti. I monaci locali hanno tentato più
volte di dissuaderli dall'impresa di violare il monte sacro. Com'è
stato risolto il conflitto di interessi? "Semplice: abbiamo scalato la
montagna senza dire nulla ai monaci", scherza, ma nemmeno poi tanto il
capo spedizione Unterkircher».
Trovo desolante che ancora oggi si calpestino con tanta superficiale
arroganza le credenze di popoli diversi da noi. E' evidente che i nostri
baldi scalatori hanno considerato le pacifiche suppliche dei monaci come
il frutto di superstizioni risibili e non degne di un minimo rispetto.
L'impresa, che il cronista dell'Alto Adige celebra con toni trionfali,
dovrebbe invece essere stigmatizzata dai veri alpinisti e dalle
associazioni che li rappresentano come una squallida bravata di
inequivocabile stampo colonialista. Un motivo di vergogna e non di gloria.
Carlo Alberto Pinelli
Presidente Onorario e Garante di Mountain Wilderness Italia
(di Ettore Zuccolotto)
Il Coro è un monte che si confonde tra le grandi pareti nord della Schiara e del Burel, in alto sulla valle del Cordevole e le cime dolomitiche. La tramontana gioca sullo scivolo nord della Marmolada, come una snowboarder ragazzina, salta l’Agner fa una capriola e cade sul vecchio materassone delle nebbie di pianura. Ne risultano spesso polveroni nuvolosi che si depositano con calma proprio lungo le pareti del Coro, dalla Stanga, dentro i boral, le forre, sopra l’erba e i rododendri. Ma questa mattina la ragazzina non ha saltato e sui rilievi del Coro non si vede la polvere della pianura, ad evidenziarne le cenge. Visto dal basso il Coro sembra un vecchio palazzone trascurato dai suoi inquilini, nella periferia di una città. La città ha un centro storico a tre stelle del quale i turisti fotografano, le colonne, le cupole, le pareti e le masse in equilibrio tra loro e con i vuoti del cielo: le Pale, Civetta, Agner, Marmolada. Sul Coro invece – banlieu dolomitica – le erbacce si aggrappano alle grondaie ed i mughi crescono sui terrazzi sporchi. Quasi sulla cima un larice se ne sta rinsecchito come l’asta da bandiera di un bivacco che non c’è più, senza ospiti da tanti anni. Cespugli di rododendri coprono la punta. Tutto precipita velocemente, in canaloni e scariche di pietre che rimbalzano nell’erba cresciuta sulle cenge, e si fermano là, instabili.
Vicino a quel larice rinsecchito c’è per davvero un vecchio bivacco. E’ il Grand Hotel Coro, come lo chiama Piero Rossi nella sua bella guida dedicata alla Schiara. Cosa avveniva un tempo quassù, quand’ancora i grandi grattaceli del centro non erano fondali per spot pubblicitari? Il Grand Hotel, quel che ne rimane, è un lastrone di pietra appoggiato ad altre pietre. I solchi dell’acqua sembrano tegole di marmo bianco. All’interno crescono ortiche e si vedono tracce di lavoro umano. Sono dei ripiani in pietra, opera paziente di chi stava ad aspettare il momento buono per uscire e intanto non aveva niente da fare.
Il cacciatore si alza di notte, sotto la luna, e prende la strada per il tronco di larice. Da quell’albero comincia il sentiero. Nel buio il vento fischia sulle orecchie dell’uomo, sulla passerella erbosa e gelata, sulla parete di altissimo brivido sostenuta da un cielo limpido che si appoggia a vette quasi vergini, ammuffite dai mughi e dai larici. Il cacciatore scende per un ripido prato inclinato e scivoloso, si aggrappa ai rododendri ed entra nella cengia, dopo un grande macigno. La percorre pensando lentamente ogni passo, mentre le stelle scompaiono nel cielo sempre più azzurro. A destra è vicino il salto che porta giù in valle, seicento metri più in basso. A sinistra la mano si appoggia alla roccia. Ad uno spigolo è cresciuto un larice. Ci si aggrappa, sente un fruscio. Guarda. Un camoscio lo guarda. Non si torna indietro. La paura prende entrambi alla gola. Il camoscio potrebbe decidere di scappare nella sua direzione e buttarlo giù. E’ vecchio ma è grosso, pesante. Continuano a guardarsi mentre si alza il sole e l’animale è ancora immobile. Il cacciatore non vuole girarsi, per paura di essere travolto. Lentamente indietreggia, continuando a guardare il camoscio. Scompare dietro l’albero, dietro lo spigolo. Prende il fucile, ora può. E spara un colpo, nell’aria. Poi il silenzio. Il cacciatore torna all’albero: il camoscio non c’è. Non c’è lungo la cengia, né più in basso sfracellato nel dirupo. Il suono dello sparo lo risveglia sotto il tetto di roccia del suo ricovero, accanto alla mensoletta in pietra. Qualcosa corre nelle sterpaglie fuori. Contro la luna c’è la sagoma di un camoscio vicino al larice rinsecchito.
Il senso di questa montagna? Aver superato la cima e sapere che la vera cima sta più sotto, nei tremendi corridoi, nei cavi sospesi che girano attorno alle pareti, nei cunicoli di aerazione di un hotel abbandonato, nelle stanze di un relitto sotto il mare o nei grandi saloni popolati dai fantasmi.
Qua, in cima al Coro, il cielo ha una luce insopportabile, il sole di novembre. Torniamo a casa. Povere montagne: scenari pubblicitari, spot di auto, carburanti, povera folla in festa che si crede nel silenzio e invece è solo corpo appena sceso dall’auto. A bocca aperta, ingannato.
La montagna per tutti, questo è il Coro. Avvolta nel calore del Sole, circondata da muraglie altissime.
Toni Hiebeler “TRA CIELO E INFERNO” autobiografia di un alpinista
Anno 1963 – lire 800
Tradotto in Italia nel 1970 da Tamari Editore nella collana Nigritella Nigra curata da Spiro Dalla Porta Xidias
Tanto per restare in tema di Filmfestival ecco un autore che nel 1961 vinse un premio per un’opera sull’ascensione invernale dell’Eiger.
L’autobiografia di Toni Hiebeler a leggerla sembra un romanzo; estate passate a scorazzare per tutte le montagne d’Europa con la sola moto e senza un becco di un quattrino (sottolineo senza; senza sponsor, senza il conto corrente pronto o i genitori benestanti!), all’inizio degli anni ’50 mentre Diemberger esplora (nel vero senso della parola) l’Himalaya e V. Saudan fa il maestro di sci in Nord America e Nuova Zelanda in attesa di tornare in Italia ad iniziare l’era dello sci estremo.
Il libro, autobiografico, attraversa la sua vita trascorsa come se la montagna non fosse qualcosa di esterno ma la vita stessa; ecco perché affascina di più quando narra un Toni alle prese con il quotidiano che lo Hiebeler famoso alpinista, che non ha certo bisogno di presentazioni.
Nella lettura si scopre piacevolmente l’alpinista scrittore; un’abile scrittore dallo stile particolare, sottotraccia (dimesso, autoironico) si direbbe, nettamente in controtendenza rispetto alla metrica anni ’60 dove ancora prevale una narrazione “muscolare”.
Eppure le sue frequentazioni alpinistiche sono da brivido: Buhl, Brandler, Diemberger, Piussi, Uli Wjss tanto per citarne alcuni, come pure le imprese alpinistiche realizzate in mezzo mondo.
Nel libro invece prevale sull’evento in sé la continua ricerca estetica, un “bel raccontare” che produce delle autentiche perle letterarie come il racconto della prima invernale alla parete NO della Civetta del 1963 con Redaelli e Piussi, quando al primo bivacco si scopre che la benzina per il fornelletto è rimasta alla base e vedrà Piussi risolvere il problema, ogni sera di bivacco, utilizzando pezzetti di legno ricavati dai cunei per l’arrampicata.
Con lo stesso stile viene narrata la prima invernale alla Nord dell’Eiger del 1961; la narrazione delle difficoltà, dei passaggi estremi e i bivacchi danno l’esatta misura dell’enormità dell’impresa suscitando ammirazione ma mai sgomento e angoscia; uno stile completamente diverso dal quello di Jack Olsen in “arrampicarsi all’Inferno” del 1962 dove fin dalle prime pagine gli alpinisti sembrano mossi da un destino implacabile, da una inevitabile lotta fino alla morte.
Molto più interessante è lo Hiebeler “di pianura”, un uomo che non riesce a fare a meno della montagna, non tanto della montagna fisica che sa prima o poi dovrà abbandonare, ma della montagna narrata, divulgata come luogo di bellezza e come modo di essere e di vivere.
In questo senso è una figura che potrebbe essere il simbolo del nostro sito!
Tra i vari lavori, prima nel tessile poi come rappresentante scrive una bozza di “avventura alpinismo”, un libro che gli verrà pubblicato nel 1957 e che coinciderà con il suo ingresso nell’editoria di montagna dalla quale non si separerà mai più.
Credo che tutti abbiano conosciuto qualcuno capace di essere il migliore in ogni campo. C’è sempre il più bravo, che si laurea in fisica nucleare con lode e dignità di stampa, e subito dopo vince il campionato italiano di ping pong, mentre nel frattempo suona la chitarra come Segovia, arrampica slegato sul 6c in salita ed in discesa e scrive best sellers sull’antropologia. Forse non eravamo pronti (e nemmeno siamo stati preparati) all’evento. Alla morte di Intraisass, intendo. Ci siamo trovati al funerale con sguardi smarriti per chiederci: che facciamo adesso? E ci è stata indicata una strada, quella del blog. Dare nuovo slancio, contenuti, significati a questo luogo d’incontro virtuale con l’ambizione di farlo diventare fucina di cultura alpinistica. Cultura “altra”, come si dice, “artigianale” vorrei aggiungere. Per questo mi piace pensare alla fucina e immagino un braciere, una pinza, dei guantoni e un grembiulone di pelle e un martello con il quale “sagomare” un’idea incandescente, un ragionamento, un’ipotesi di pensiero, una qualsiasi cosa che non sia “prestampata” dalla grande macchina del business, dalla legge del mercato, da una qualche linea di pensiero perfettamente omologata e griffata. Un’idea ambiziosa, difficile da perseguire e da realizzare e mi (ci) vengono seri dubbi di esserne capace (capaci). Tra l’altro Intraisass, come contenitore del blog, era molto protettivo, ci faceva sentire meno esposti. Ora il padre è morto improvvisamente ed i figli sono chiamati a nuove responsabilità, a compiti che prima erano svolti da altri e non li toccavano. Ma questo funerale di Intraisass un merito lo ha avuto. Ha fornito l’occasione per dare un volto a dei nomi di persone (i bloggers) che, senza conoscersi, lavoravano ad un’idea comune partendo da realtà individuali separate. Un incontro utile se sarà servito (e ancora non ne sono personalmente certo) a farci sentire “gruppo di lavoro”, vicini idealmente anche se lontani fisicamente. Forse allora il blog vivrà. E meno male che ogni tanto c’è un funerale: così almeno si ha un’occasione per vedersi!
La fonte perenne
Come sospinti da una forza irresistibile, benché un bel vento secco ci soffiasse contro, c’innalzavamo a gonfie vele verso lo Hielo Patagonico Sur. Eppure il sentimento dell’assenza continuava a pulsarci dentro. Se almeno uno, uno solo dei giovani amici peruviani fosse stato lì, a varcare quell’orizzonte con noi!
Eppure...eppure ci sono rapporti di forza, tra le cose che accadono, che sanno far ripartire la vita. Era come se i nostri passi divorassero il ghiacciaio, elastici anche sotto trenta chili di zaino: perché oltre quell’orlo lucente di nordovest, là dove splendeva il sole della sera, c’era un sogno cresciuto per decenni. Lungo una curvatura appena accennata affioravamo al Paso Marconi immenso, nei raggi radenti che correvano sulla superficie di neve croccante come fasci di luce sul palcoscenico, mossi magicamente dalle nuvole in continua fuga verso est.
Poi il vento crebbe d’un tratto e la sottile tessitura di ghiaccio creata dal disgelo e rigelo su tutta la sconfinata superficie convessa si frantumò di colpo e prese il volo. Membrane finissime, di ogni dimensione, dorate di luce come estesi merletti di gelo rifrangente, volavano attorno a noi, alte cinque, dieci metri. Foglie di topazio nel vento puro, senza autunno. Volarono per un minuto e poi atterrarono, senza lasciare traccia. Guardai: la piana infinita bianca misteriosa dello Hielo Sur si stendeva davanti a me.
Quando gettai lo zaino mostruoso sui primi scogli al limitare del mare erano le ultime luci di quel giorno. La traversata di un versante di quell’onda leggera sembrava essere durato come un’età del mondo, o un’età della vita, che è lo stesso. Cioè: passare dalla mitologia di un luogo all’averci camminato dentro nel modo più naturale e tranquillo.
La mia traccia sulla neve era infinitamente più preziosa di decenni di storie ascoltate. I miei cinque amici erano puntini sgranati, in avvicinamento sull’onda. L'entusiasta e spassoso Sergio finì anche in un crepaccetto fino alla cintura. Domenico e Davide avanzavano con la serenità di chi è diretto al giardino originale. Donatella surclassava qualsiasi fatica con la sua risata capace di ammansire il vento. Enrico era radioso di rivedere il suo Hielo, la Gorra Blanca con una sua via, e di sapere più in là, nascoste, quelle montagne misteriose intraviste dieci anni fa, verso cui andare con cammino sicuro.
Dietro di me c’era quel grosso Lem cui avevamo puntato. Un rifugio cileno isolato qui, che qualcuno di passaggio sotto il Paso Marconi, e poi sparito, ci aveva nominato per evitare di montare il campo la prima sera. Era uno strano, enorme involucro grigio a mezza botte, fatto di una specie di tela e di impalcature metalliche. Dentro, qualche ombra si muoveva. Fuori, tra gli scogli, sbatacchiavano politeni strappati; ammassi di batterie elettriche marcivano tra chiazze in fusione; bidoni vuoti, o forse pieni, fungevano qua e là da monoliti declassati a ruggine; una motoslitta lievemente passava caldi e geli, contenta nei pensier contemplativi.
Quanto fummo lì tutti e sei, si pensò ad entrare. Ma per quanto girassimo intorno al Lem, non si scopriva nessuna porta, nessuna apertura praticabile, nessuna feritoia. Eppure dentro c’erano quelle ombre. Un’altro giro. Niente, non c’era niente, non eravamo pazzi. Ci venne in mente un’unica possibilità: che si entrasse dal pavimento. Il Lem era sollevato dagli scogli acquosi su sottili gambette metalliche. Ci si poteva infilare sotto, ma quelle ombrose decine di metri quadri di pannelli lignei non mostravano tracce di botole. Né scalette. Qualcuno bussò contro il sotto del pavimento e dopo non molto un intero pannello di due metri, pesantissimo, si sollevò: una mano aiutò a issare uno zaino e il primo di noi.
Erano due alpinisti americani in attesa di bel tempo per salire con gli sci la Gorra Blanca, “il Cappuccio Bianco”, che nei giorni precedenti non se l’era mai tolto. Ci accolsero simpaticamente. Nello spazio enorme del Lem stavano accatastate decine di materassi, e poi cianfrusaglie e marchingegni e apparecchiature e ciarpame in cumuli di metri, per quasi tutta la vastità di quello spazio concavo destinato a contenere tutto quanto si riuscisse a metterci della follia della Patagonia, per lasciar credere che il vuoto, invece, fosse chiuso fuori. A quelli che non si tolgono dalla testa che una volta c’era il vuoto, in Patagonia.
Corridoio enorme. Quanto largo? Prima venti, alla fine dieci, circa. Qui dieci chilometri, da questo Nunatak fino alle fiamme granitiche del Fitz Roy e del Cerro Torre, che stanno dall’altra parte. Piano e liscio, perfetto, bianco e senza traccia. Corridoio enorme. Senza nulla di ingannevole. Tra sponde bianche e nere: riferimenti sicuri anche quando le nuvole scendevano e oscuravano ogni monte, lasciando solo i nostri puntini neri nella piana sconfinata, nel vento variabile che salvava dal sudore.
In fondo a quella fila di orme quasi diritte allineate per una ventina di chilometri ecco due onde di ghiaccio come cavalloni, con veri incavi nascosti, ulteriori ripari dal vento ai piedi del Nunatak.
Era nevosa, ma come lo può essere una valletta erbosa, tra due piccoli crinali, accogliente e calma. Appena più in alto, nell’incavo, emergevano crepacci e piccoli risalti di ghiaccio. Come un richiamo, un leggero canto lontano, che forse era un silenzio. Volevo cercarla, perché credevo che ci fosse. Passavo da un dorso azzurro all’altro, per cumuli di neve vecchia. Non poteva non esserci. Mormorava. Salii su un ripiano vitreo e la vidi: al di sopra di un balcone azzurro, dentro un marmorea acquamarina levigata, scorreva limpida e fresca in un perfetto piccolo canale, poi si inabissava in un gorgo. Feci per arrampicarmi sul balcone per poterla attingere, ma lo scarpone ramponato che piantai nella balaustra cedette, con un frantumarsi di vetri. Lo ritirai. Mi chinai con somma meraviglia: il coperchio di cristallo della fonte si era aperto. Il fiotto d’acqua spesso come un braccio sgorgava qui dalla balaustra di ghiaccio, condotto fino a quella bocca turchese da un tubo naturale nascosto. Unii le mani a conchiglia e le lasciai riempire, poi portai l’acqua freschissima alla bocca. Le aprii, e sotto vedevo il getto cadere sul fondo della fontana e cantilenare fra bolle d’aria.
Piazzammo le tende nella valletta senza un alito di vento, dissetati dalla fonte perenne.