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sabato, 29 aprile 2006

GRANDE NORD: ALCUNE SOLITUDINI

postato da francomichieli alle 09:46 in alpinismo extraeuropeo

Sciolari in Alaska, Pontrandolfo al Polo Geomagnetico

 

La guida alpina residente a San Vito di Cadore Ario Sciolari, noto per una traversata solitaria invernale della Norvegia narrata nel libro di successo “Il sogno del lupo”, ha completato da pochi giorni la lunga e straordinaria traversata annunciata alcuni mesi fa su questo sito: partito l’11 dicembre 2005 da Lake Louise (62° latitudine nord), subito a nord della catena costiera alaskana, ha percorso con gli sci e con le racchette da neve, tirando una piccola pulka, l’immenso territorio selvaggio da quel punto fino alla costa dell’Artico, nel villaggio di Kaktovik (70° latitudine nord), dove si è fermato il 20 di aprile. Una grande esperienza della solitudine, del freddo e del buio, ma soprattutto cinque mesi vissuti in collaborazione con la comunità nativa dei Gwich`in, residente nell’area wilderness dell’Arctic Refuge, minacciata dal progetto USA di sfruttamento di giacimenti petroliferi che causerebbero danni ambientali irrimediabili. Con un utile insignificante, dato che i giacimenti in quell’area risultano essere molto modesti. La traversata dunque è stata effettuata attraversando in particolare il territorio in questione per sensibilizzare sulla necessità di non distruggere questo angolo prezioso di Artico. Fortunatamente, già prima della partenza di Ario, il Congresso americano ha fermato per il momento il progetto di trivellazione. Si spera che la scelta venga confermata in futuro. Per approfondire il tema si veda il sito di Sciolari , www.backtothemother.it .

 

Da un punto indeterminato dell’Artico, che a noi potrebbe sembrare non molto lontano dall’Alaska (ma ci sono in mezzo migliaia di chilometri), ieri mi è arrivata una strana telefonata da un altro originale personaggio. “Ciao, sono Michele! Sono sull’isola di Ellesmere, sono arrivato pochi giorni fa al Polo Nord Geomagnetico!”. È davvero bizzarro quello che succede al giorno d’oggi: la telefonata di un amico perso fra i ghiacci da settimane in totale solitudine, in attesa per non si sa quanti giorni che un aereo venga a prenderlo. È il pordenonese Michele Pontrandolfo, che vive in una passione inestinguibile per i mondi ghiacciati, già traversatore della Groenlandia alcuni anni fa, che finalmente ha vissuto un primo assaggio del suo sogno custodito da tanti anni, andare al Polo Nord geografico. Troppo costoso; per ora ce la fatta con il meno distante Geomagnetico, in un ambiente glaciale da cataclisma: “questo terreno è incredibile: a un certo punto ho impiegato quattro giorni per fare tre chilometri e mezzo. È il freddo è quasi insostenibile”. Ora Michele dev’essere ancora là nella sua tenda, in attesa.

Probabilmente risentiremo parlare di queste avventure.
giovedì, 27 aprile 2006

DINO BUZZATI E IL PELMO

postato da marcoconte alle 20:15 in
pelmoI nomi dei vincitori rimarranno come al solito top secret fino ad estate inoltrata, ma qualche notizia di carattere organizzativo sulla prossima edizione del premio Pelmo d'Oro possiamo cominciare fin d'ora a diffonderla. Anche perché in fin dei conti si tratta di informazioni di pubblico dominio. La sede di svolgimento, prima di tutto: dopo Forno di Zoldo, questa volta è il turno di Feltre, nella giornata di sabato 29 luglio 2006. La decisione è stata presa dalla commissione esaminatrice della Provincia di Belluno nella riunione tenutasi lo scorso 12 gennaio.
«Avevamo avanzato la domanda in tal senso, muovendo da alcune considerazioni legate soprattutto alla figura di Dino Buzzati», spiega il sindaco di Feltre Alberto Brambilla sul sito dell'amministrazione comunale: «Innanzitutto, perché quest’anno ricorre il centenario della sua nascita e, come scrittore ed alpinista, ha amato tanto le nostre montagne. Inoltre, a Feltre hanno sede l’Associazione Dino Buzzati ed il Centro internazionale di studi Buzzati, a lui intitolati, che rappresentano la massima forma di conoscenza e divulgazione della sua opera letteraria».
Novità infine anche per quanto riguarda la composizione della giuria della manifestazione alpinistica, nella quale fa il suo ingresso Giuliano De Marchi. Lo scalatore bellunese (ma originario della marca trevigiana) era già stato premiato nel 2005 nella sezione Alpinismo in attività. Della commissione esaminatrice fanno parte, insieme ai rappresentanti dell'amministrazione provinciale bellunese, anche il past president del CAI Roberto De Martin, l'accademico Italo Zandonella Callegher, Gianni Pais Becher, Soro Dorotei, Agostino Da Polenza e Matteo Fiori.
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LA PATAGONIA NUEVA - VII

postato da francomichieli alle 17:58 in cosas patagonicas

El fracaso del Fraile

 

Lo spettacolare va e vieni sul Cerro Solo in giornata da El Chalten era andato meravigliosamente. Le solite informazioni abnormi dei locals – uguali in tutto il mondo – dipingevano quella bellissima neve crepacciata, e lassù, al culmine, divisa per metà in seracco e per metà in scivolo, come stregata e quindi insuperabile: “ultimamente chi ha provato a salire è affondato fino all’anca, ed è stato costretto a tornare giù”. Figuriamoci. Se ne inventano di tutti i colori per tenere la gente nella bassa a consumare bistecche e vinaccia, senza che nessuno rischi brutte figure. Al contrario, quell’ammonticchiarsi di rocce in basso, e di ghiacci in alto, chiamato Solo e proteso verso El Chalten e il Lago Viedma, ha la particolarità di restare quasi sempre fuori dal maltempo: quando i nembi avvolgono le alte creste puntute di graniti e meringhe, là dagli Adela al Torre fino al Pier Giorgio, e piove nel grigiore sulle alture che precedono la pampa, il Solo se ne sta fuori, dove i venti dell’ovest digradano, si comprimono, si essiccano. Del resto al giorno d’oggi non piove affatto neanche là dietro e il sole spacca il Fitz Roy in quattro. Neve marcia? Il primo ripido muro, lassù, era di ghiaccio vivo; poi Eleazar ed Elias si diedero il cambio a tracciare una linea nel dedalo di crepi, trascurando le vie logiche; e se all’inizio dei 50° finali mormorava un bel ruscello sottoneve in cui vangava la piccozza, non era certo cosa da raccontare come monito a star giù, anzi: “andate a vedere che meraviglia, che acqua chiara, dolce, fresca scorre lassù, come splende il sole della Patagonia, che colori hanno le rocce!”. In cima scrutavamo giù i Glaciares Grande, Adela e Torre confluenti ai nostri piedi, e su, intorno, le sfilze di guglie che fan da sipario ai ghiacci infiniti.

Mentre i due peruviani, Davide e io scendevamo, anche Edgar e Jaime, partiti più tardi di noi, andavano ridendo in cima. Dopo una decina di giorni ci eravamo ben ambientati, come negarlo? L’attrattiva che a molti di noi italiani pareva più forte – entrare nello Hielo Patagonico e da qualche parte salire monti di ghiaccio – poteva concretizzarsi.

 

Facemmo preparativi per un paio di giorni. Giancarlo Sardini, il direttore della Escuela de Alta Montaña “Don Bosco en los Andes” dove si sono formati i nostri amici guide, che si era speso fino allo stremo per organizzare questo viaggio per i suoi giovani, approfittò del viaggio all’aeroporto di Comodoro Rivadavia con il gruppo dei missionari per fare una spesa gigante di viveri da Hielo. Cibo per oltre venti persone per una decina di giorni. Tutto per mezzo de El Poderoso. Si tratta di un bus preso a nolo per due mesi con cui i peruviani sono calati lungo la Cordillera de los Andes. L’epopea che mi ha narrato Giancarlo, delle mille afflizioni doganali con cui cileni e argentini hanno vessato gli spregiati vicini peruviani ad ogni frontiera – giorni e giorni di sosta ogni volta, alla ricerca di documenti impossibili o incompleti dove ministri peruviani in persona avevano firmato, rifirmato, timbrato, autenticato, confermato, invano, e benché fosse una spedizione peruviana ufficiale, con il bus totalmente svuotato, annusato dai cani dentro e fuori, ririempito e poco dopo risvuotato – quest’epopea chiave della denigrazione vicendevole delle nazioni sudamericane avrebbe dell’incredibile, se non fosse sudamericana. E ora ecco Giancarlo, instancabile nonostante la fatica, contrattare con un gaucho il trasporto della massa di viveri con i cavalli fino alla Piedra del Fraile. Finalmente si andava. Per la prima volta, in una giornata di vero vento patagonico, che squassava la foresta di mostri preistorici crollati, ondeggianti, cadenti. Spettri di Nothofagus e cavalli trottanti.

 

Piovve un pochino il primo pomeriggio e piovve un po’ di più il secondo giorno. La più naturale delle piogge, una cosa fine, benché il vento fosse sferzante appena fuori dal riparo della grande Piedra, quel blocco roccioso in mezzo alla valle dove si era accampato nelle sue esplorazioni padre Alberto Maria De Agostini, cioè il fraile (in realtà sacerdote, non frate, ma pazienza). Il campeggio accanto al piccolo rifugio è a pagamento, e chi non pernotta paga 10 pesos solo per passare. Sotto la roccia c’è una serie di tettoie grondanti dove ci si può ricoverare a cucinare. L’umore dei più pareva farsi negativo, stanco; io camminavo nervosamente fra le tettoie e i ruscelli in piena, guardavo su il Cerro Electrico nelle vele di pioggia sottile sospinte dal vento e avrei voluto almeno fare un salto in cima, finché si attendeva, ma mi dicevo: “conserviamo gli abiti asciutti ancora un po’, magari domani si va sullo Hielo”. Come siamo forti, noi alpinisti! Ecco i bimbi dei gestori del Fraile che corrono in felpa di cotone e scarpe da ginnastica sui prati di pioggia; saltano nelle pozzanghere, ci battono i piedi; ridono e giocano per il giorno intero, i capelli grondanti gocce. Ogni tanto la sciura del Fraile, loro madre, esce a chiamarli, così per convenzione, poi rientra e loro corrono in felpa fradicia sui prati di pioggia; saltano nelle pozzanghere, ci battono i piedi; ridono e giocano per il giorno intero. E i forti alpinisti, le forti guide, li guardano mogi, racchiusi sotto cappucci iridescenti, imbaccuccati in capi tecnici forgiati per bufere d’Infinito Sur, annoiati sotto le tettoie grondanti, solo ad aspettare che il tempo scada.

 

Non si era mai visto, nel mio Nord, nelle mie Norvegie, Islande, Groenlandie o altre isole disperse, che con tempeste di questo tipo si facesse sosta ad aspettare chissà cosa, anziché andare avanti in quel mare di epica poesia che è la montagna che si rigenera di nascosto nelle acque, nelle nevi, nei venti erosivi della tempesta. “Chi ha subito un danno è pericoloso, perché sa di poter sopravvivere”, si diceva in un famoso film; “chi ha camminato dentro mille tempeste è fastidioso, perché sa che si può andare avanti” si potrebbe dire di me o di qualsiasi altro innamorato di queste latitudini, australi o boreali. Io non volevo propriamente dare fastidio, ma avevo sognato che l’avventura dello Hielo, con o senza bufere, potesse diventare uno dei più intensi momenti di condivisione e di scambio di esperienze e conoscenze tra noi occidentali e figli della Cordillera. Ero partito per questo. In parte azzeccando, in parte sbagliando. Non sono riuscito, non siamo riusciti, a farci capire sull’unicità dell’occasione che ci stava davanti. I ragazzi mai usciti prima dal Perù, giustamente, volevano fare un intervallo: vedere la modernità, le lunghe strade, le belle ragazze, le città favolose della fine del Continente. E la mattina del terzo giorno, col tempo invariato, riecheggiava un grido solo: “Vamos a Ushuaia!”. Come un formicaio accanto a cui sia caduto a un tratto un gocciolone di miele, il campo si animò frenetico e allegro, e in pochi momenti si svuotò. El poderoso avrebbe portato i più verso il Canale Beagle, in fondo alla Terra del Fuoco. In sei italiani saremmo rimasti dove eravamo: passare dieci giorni in bus ci avrebbe ucciso. Alcuni di noi si sentivano dentro qualcosa di spezzato. Da ricomporre tra un po’, quando ci saremmo ritrovati tutti per andare all’Aconcagua.

 

El fracaso, il fallimento, non è mancare una cima, ma scontrarsi con gli errori commessi nelle relazioni. Quella sera stessa - mentre i soliti locals al Chalten sparavano baggianate sui “metri di neve” caduti sullo Hielo (a stento aveva nevicato in cima al Fitz Roy), sui morti per isolamento in mezzo al medesimo Hielo (non ne so nulla), sulle crepacciate insuperabili (dove ultimamente alcuni gruppi erano passati in scarpe da ginnastica) -, quella sera stessa, la Via Lattea tersa e luminosa spaccava il cielo australe in due. All’alba, una delle più chiare che abbia mai visto la Valle del Rio Electrico, il sole già spaccava il Fitz Roy in quattro. Giancarlo ci salutò affettuosamente sulla porta de El Poderoso, che stava per volgere a sud. Noi sei volgemmo al Paso Marconi. Nel nostro cuore giganteggiava padre Topio, che si sacrificò accettando di restare sul bus con gli amici.

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mercoledì, 26 aprile 2006

IL RAMPONE DI DAMOCLE

postato da mauromazzetti alle 09:30 in intraisass
Ma l’avete vista bene la scheda Festival che Alberto Peruffo ha messo in rete l’altro giorno? Avete guardato con attenzione, ma che dico con attenzione, con spirito critico, la foto che campeggia in alto a sinistra – proprio come il vecchio simbolo del vetero Partito Comunista Italiano sulle schede elettorali?
Vi siete resi conto del messaggio non verbale – ma visivo – che il suddetto Peruffo ha mandato in giro sul web e che sarà distribuito con santini vari in occasione dell’e-vento di e-trento (con la “e” che sta a significare electronic)?
Fonti bene informate ci hanno segnalato che la suddetta fotografia è stata scattata all’interno di un ufficio/bazar in Pakistan. Alessandro Pianalto ci ha messo dentro tutto il suo innegabile spirito creativo e la sua impareggiabile sapienza tecnica. Eppure, nonostante gli sforzi del fotografo, la vera natura di Peruffo tracima, più che fuoriuscire, da tutti quei pixel bianchi e neri.

Da noi c'é un detto che suona pressappoco così: sun xeniexe risu reu, strinsu i denti e parlu ciaeu (sono genovese e rido poco, stringo i denti e parlo chiaro). Ossia, giacché ho occhi per vedere, non mi nascondo dietro il dito mediatico di un inarrestabile culto della personalità peruffiana. Non sono un pe-ruffiano; al contrario, non faccio fatica ad affermare che non sopporto la foto in questione, dove il Vate alpino, alias Penna sottile, guarda verso un lontano orizzonte, unico e stremato erede di atavici padri fondatori della cultura globale.
Per di più, la foto mi ha ricordato le schede di ministri ed imprenditori, tutti immortalati con almeno un telefono all'orecchio, in maniche di camicia e con la giacca sulla spalla, oppure intenti a ponzare sulle sorti e sui destini del mondo.
Peruffo no, riesce meglio in pile piuttosto che in cravatta. Ma nel suo genere è altrettanto pericoloso come quegli altri. Se non ancora di più.
Guardate di nuovo la foto. Dietro le spalle dell’ineffabile, sfilacciato nei contorni ma netto nei contenuti, sta in agguato un rampone, novella ed alpinistica spada di Damocle che pende inquietante.
E non è rivolto verso e contro Peruffo. Come in una rastrelliera di fucili dentro l’ufficio dello sceriffo di Ombre rosse, il rampone sta lì, pronto per essere brandito - novello martello degli eretici da utilizzare quale spada teoretica – a traguardare il "popol bue". Peruffo vuole mandare un messaggio forte: eccomi, con la mia schiacciante superiorità lessico-cultural-sociologico-letteraria-musicale-echipiunehapiunemetta, io che negli altrui confronti posso vantare crediti assoluti e posizioni di primato.
Voi siete imi (a Peruffo piace giocare con il latino); voi non siete i migliori di una razza eletta. Al massimo potete e dovete abbeverarvi con le gocce di sapere che vi centellina accuratamente; il suo artvideomix è un cocktail pericoloso di ingredienti inoffensivi, se presi uno alla volta. Provate a mettere insieme la glicerina e qualche nitrato: la miscela sarà esplosiva.

“Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare”: Peruffo - Blade Runner non replica ma affonda, pervicacemente avvinghiato allo sparuto ceppo dei di-versi, di quelli che si volgono in una direzione opposta.
Forse questa sua di-versità lo salverà dall’inferno mediatico. O forse no.
No.
Forse.
Forse gli piacerà.
I bravi bambini vanno in paradiso.
Quelli cattivi dove vogliono.

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sabato, 22 aprile 2006

SCRITTORI ALL'OMBRA DEL CAMPANILE

postato da marcoconte alle 20:24 in cultura, associazioni
montanaiaAnticipo una notizia che coinvolge due dei nostri IntraBloggers, almeno da quanto risulta sull'edizione del Corriere delle Alpi di mercoledì scorso. È programmato a Cimolais tra il 16 e il 18 giugno il raduno annuale del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna (GISM), sodalizio presieduto da Spiro Dalla Porta Xidias. Nella manifestazione saranno coinvolti in realtà anche i Comuni di Claut, Erto e Casso, Parco, Provincia, Regione, sezioni CAI e pro loco. Per Luca Visentini e Mauro Corona sono previsti spazi ed iniziative appositamente organizzati.
Prologo il 16 giugno con il ritrovo ad Erto dei partecipanti al raduno, visita allo studio di Mauro e vernice di due mostre dedicate rispettivamente al tema della memoria e al mestiere del commercio ambulante. In serata, prima convocazione dell'assemblea del gruppo, e quindi concerto notturno del coro Voci dal Cordevole sulla diga del Vajont. Sabato 17 la scena si sposta alla base del vicino Campanile di Val Montanaia, con la possibilità di compiere scalate o più facile escursioni nei dintorni della celebre guglia rocciosa.
Sempre nel pomeriggio di sabato seconda convocazione dell'assemblea e relazione del presidente, un appuntamento che si conclude con l'assegnazione dei premi letterari GISM. Spazio anche per una tavola rotonda intitolata "la brutta faccia dell'alpinismo: le polemiche". Per tutta la durata del raduno di Cimolais saranno aperte anche altre mostre: alcuni spazi espositivi saranno curati da Luca Visentini e dal pittore Luciano Gaio, più una retrospettiva dedicata a "Maria Giordani Breveglieri e l'alpinismo femminile del Novecento".
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giovedì, 20 aprile 2006

LA PATAGONIA NUEVA - VI

postato da francomichieli alle 14:17 in cosas patagonicas

Una questione di prospettiva

 

Sono a casa, appena rientrato dalle Calanques di Marsiglia, le braccia ancora un po’ legate dallo spettacolare Diedro Livanos unto da mille passaggi appassionati sopra le onde di Morgiou, gli occhi pieni di quinte sovrapposte di calcare, digradanti nel mare che tramonta, quando l’Adele mi chiama: “passa di qui, se vuoi essere felice!”.

Passo, e ho un sospetto. Giusto. È arrivato per me un pacco dal Sudamerica, una cosa patagonica.

È un quadro. Un quadro non di un pittore qualsiasi, ma di uno che sa trasformare la vita delle persone. Sono convinto che sia un santo, non certo perché fa miracoli, ma perché ascolta, parla, inventa, agisce con una tale incisività verso il bene altrui da permettere realmente a chi lo conosce di diventare a sua volta più generoso. È una cosa travolgente che non si può spiegare.

«Carissimo Franco, anche se non puoi rivedermi mentre dipingo, tu sai con quanta gioia io guardo la natura anche quando non posso più conoscerla con i piedi, ma solo con gli occhi. Quando tu vai in montagna ora ci vai anche per me».

Avevo passato quella mattina con lui alzandomi presto mezzo morto di stanchezza per riuscire a stargli accanto mentre dipingeva. Eravamo presso le acque del Rio de las Vueltas che riflettevano le catene dentellate tutt’attorno al Paso Marconi, e a fianco c’erano il Fitz Roy e il Cerro Electrico NE, quello salito da Alberto Maria De Agostini. Seduto sul suo sgabello, una casacca piena di macchie di colore, le mani fasciate per ripararsi dai raggi brucianti del sole, una tavolozza colma di miscugli a olio color pastello e una tavoletta in mano, contemplava quelle luci indicibili con gli occhi azzurri che per la prima volta avevano visto le montagne 84 anni fa.

«Ti lascio questa mia maniera di guardare la natura, la luce».

 

In quella settimana sotto il Cerro Torre e il Fitz Roy ha dipinto 18 quadri. Totalmente assorto, assorbito dal succedersi di forme e trasparenze inspiegabili, quasi incapace di rispondere nel caso qualcuno gli avesse chiesto qualcosa – lui che altrimenti mantiene relazioni con migliaia di persone – si lasciava trasportare con tutto se stesso verso la ricerca della prospettiva di ciò che gli stava davanti, ovvero dalla reale essenza presente in quel mistero. In pochi istanti, un minuto o due, con un carboncino tracciava sulla tavoletta le linee fondamentali di quella fuga del creato verso il cielo, e subito passava alla sua spatola e ai mucchi di colore.

«A volte mi dicono: ma Hugo, non vedi, ci sono colori più intensi lì, perché li fai così chiari? Non è mica così quella montagna! Ma no, io non uso mai i colori sgargianti, perché distraggono, deviano l’attenzione. L’importante è la prospettiva: devi usare colori sfumati, non appariscenti, perché l’attenzione vada naturalmente a cercare l’orizzonte di tutto l’insieme; devo mostrare che c’è qualcosa di più di quello che vedo. È una questione di prospettiva».

 

Il dipinto si materializzava in pochissimo tempo. Un’ora, massimo due. Con un continuo mescolare di colori e colpi di una piccola spatola, seguendo un tragitto interiore che io osservavo da esterno, come correndo dentro una valle sconosciuta, senza sapere cosa mi sarebbe apparso dietro ogni svolta. Hugo invece sembrava conoscere bene il punto di arrivo.

«Amo moltissimo la luce. Le tre parole più importanti che dicono qualcosa di Dio sono: vita, amore, luce».

Assieme a Giovanna apro con attenzione il pacco incartato con molta cura nel lontano Perù e giunto fin qui. È la catena del Fitz Roy, con le creste spumose degli Adela perse dietro. Non avrei osato sperare di poter tenere in casa un quadro di Hugo, e invece ora è qui. C’è il mondo in cui ho girovagato con gli amici peruviani e italiani, quelli a cui l’intuizione del pittore-missionario ha cambiato la vita.

 

«Ho fatto questo quadretto alle sei di sera dal Mirador che è appena fuori da El Chalten sulla strada che porta al Lago Viedma. Il cielo era coperto e le cime del Fitz Roy e della Poincenot avevano un cappello che non permetteva di vederle per intero. La luce era bellissima. La luce mi incanta».

La luce mi incanta. È vero. Bisogna stare a guardare davanti al quadro e farsi illuminare, poco a poco. C’è la trasparenza della sera: il venir meno delle ombre che dalle terre cespugliose in primo piano si stemperano nei violetti delle alture erose, fino al chiareggiare delle torri di granito a catena che ancora si stagliano contro i ghiacci candidi e si immergono nelle nubi di sole. In una luce piena di rilievi, pilastri, fessure, rigonfiamenti lasciati dalla spatola.

 

Quelle decine d’anni cambiano gli occhi. Decine di anni spesi a cercare di rinnovare la vita di chissà quante migliaia di persone sparse tra le Ande e le foreste.

«Con la testa non ci arrivo. La testa mi dice di no, che Dio non c’è, non c’è niente. L’unico modo in cui posso sperare di trovare Dio è provare a vivere come ci ha chiesto Gesù: vai, vendi quello che hai e dallo ai poveri, poi seguimi. Se io almeno ci tento, se mi spendo per questo come riesco, allora Dio ci può essere».

 

Però si intromette sempre la questione della bellezza artistica; di inventare lavori capaci di produrre bellezza. L’ha proposto in tutte le scuole e nelle cooperative dell'Operazione Mato Grosso.

«Il futuro sarà della bellezza; dobbiamo prepararci a fare cose belle, non solo utili».

Un suggerimento per giovani che devono cavarsela in questo mondo. Ma c’è anche un’altra prospettiva. Perché se l’inizio ideale fu un giardino di frutti gustosi e animali pacifici, l’orizzonte ideale è una Gerusalemme celeste, una città, una costruzione piena sia della natura, sia di ogni opera d’arte e di ogni amore che noi poverelli ci siamo ostinati a creare.

 

Questo che mi sta davanti doveva essere il secondo o il terzo quadro della giornata. Mi immagino padre Hugo De Censi assorto sul suo seggiolino, la tavoletta in mano, girata e rigirata, guardata da tutte le parti, e là davanti quella catena impressionante, elevata nei raggi obliqui del sole. Intorno i suoi compagni di missione, barbe valtellinesi imbiancate sulle Ande, personaggi di un’Iliade al contrario che gli porgono colori, sabbia da mischiare, scatole per riporre i dipinti. Partiti per regalarsi anziché per conquistare, eppure votati allo stesso apparente nulla degli eroi achei, che dopo un decennio di battaglie a Troia se ne tornarono a casa decimati lasciando solo una città vuota.

«Io ho un desiderio grande: che Dio ci sia. Gesù, ti prego, cerca di esserci».

Vite piene di episodi epici: incontri con folle inferocite di villaggi sul punto di linciare qualche terrorista, e l’autorità per dire: “non potete farlo, la vita appartiene a Dio, solo Lui può darla o toglierla”. Scommessa nel vuoto, e anni più tardi, messi in fila contro il muro da un’irruzione di terroristi, essere riconosciuti: “andiamocene, loro mi hanno salvato”. E così ora essere ancora qui, a guardare il Fitz Roy. Ci vorrebbe un’Omero all’incontrario per cantare queste vite, un cantore che con la stessa elegia e coscienza del dolore immortalasse la misericordia anziché la vendetta.

 

Itaca c’è e non c’è, dietro quella luce, in questo quadro che ora, per la vita, mi porta dentro casa la chiara catena del Fitz Roy vista non da me, ma dagli occhi di un cercatore che è andato più lontano di me.

 

«Non uso mai il nero nel dipingere la natura».

È una questione di prospettiva.
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RICOMINCIAMO DAL MARE

La settimana scorsa l'amico Ermanno Salvaterra mi ha inviato due lettere sul mai sopito problema Cerro Torre. Da restare sbal-orditi. St-orditi. Per nulla sopiti, di tali orditi. Credo proprio che sia ora, per molti alpinisti, di ricominciare dal mare: ecco perché rinnovo l'invito per domenica 30 aprile e colgo l'insolita occasione ;-( grazie Ermanno )-: per accludere una sorpresa indiziaria, per quanto ufficiale [scheda Festival].
 
 
 From Ermanno Salvaterra
 
 1.
 Il giorno 3 marzo 2006 mando una lettera a Cesare Maestri e Cesarino Fava. Pochi giorni dopo ricevo da Maestri, una busta gialla e grande contenente la mia lettera. Sul retro della busta, con calligrafia quasi incomprensibile, c’erano alcune frasi. Voglio evitare di riportare quanto scritto da Maestri. L’unica cosa che devo dire è che Maestri mi scrive di non aver aperto la busta. Qualche giorno dopo ricevo la lettera mandata a Fava che lui ha rispedito al mittente.
 La cosa non mi avrebbe sorpreso più di tanto se non fosse che si capisce chiaramente che Maestri la mia busta l’ha aperta e successivamente richiusa usando della colla e questo senza ombra di dubbio lo potrebbe capire anche un bimbo di 7 anni. Non avevo mandato la lettera, che voi ora leggete, ad un giornale; la lettera era per loro e poteva rimanere una scrittura privata ma ora mi sento in diritto di diffonderla.
 Eppure Maestri su un noto mensile come National Geographic afferma che lui non ha mai raccontato bugie…
 Solo loro possono godere di diritti? Gli altri non valgono niente? Loro hanno il diritto di offendere gli altri? C’è stato mai qualcuno che ha detto a loro, Maestri e Fava, “imbecille”, “torvo”, “ipocrita”, “torquemada” o “figlio di …”?
 
 2.
 Cesare e Cesarino,
 forse non vi aspettavate che vi scrivessi una lettera.
 Ebbene vi invito a leggerla sino all'ultima riga.
 Da decenni si discute della vostra ascensione sul Cerro Torre.
 Se il dibattito è ancora aperto la responsabilità è esclusivamente vostra.
 Se foste intervenuti avreste potuto chiarire i punti più oscuri e contraddittori dei vostri resoconti; la vostra indifferenza ha così alimentato i dubbi sulla prima salita al Torre.
 Sulla rete (internet) vi sono una "montagna" di interventi dei più forti alpinisti, a livello mondiale, che, dopo un attento esame di tutti gli elementi e contributi offerti, avanzano innumerevoli interrogativi sulla riuscita della vostra ascensione.
 Di fronte alle critiche cosa avete fatto? Siete rimasti muti.
 Nonostante il tempo trascorso non avete fornito alcun elemento in grado di risolvere le lacune del vostro racconto.
 E al mondo che vi chiedeva lumi avete risposto solo con vacui attacchi personali tanto gratuiti quanto infondati.
 Il "caso" non è quindi "scoppiato" per il mio intervento, come voi ben sapete, ma semplicemente perchè non avete convinto il mondo alpinistico di aver raggiunto la cima del Torre.
 Tutto quello che avete scritto e detto è pieno di insuperabili contraddizioni; purtroppo, salvo le descrizioni relative al diedro iniziale, nulla di ciò che avete riferito corrisponde a quella via.
 Quando vi difendevo, quando credevo alla vostra salita, mi sbagliavo.
 Ora che sono riuscito a salire, più o meno dove voi dite di averlo fatto, ho maturato la convinzione che in cima al Torre non ci siete mai arrivati; così come mi sono convinto che Cesarino non ha mai raggiunto il Colle.
 Piuttosto che insultarmi per essere giunto a questa amara conclusione dovreste prendervi la briga di esaminare il materiale fotografico; capireste in questo modo i motivi per i quali ciò che avete detto non può corrispondere alla realtà del Torre.
 Ma se ritenete che io sia in errore, se ritenete che i più autorevoli alpinisti siano in errore, allora intervenite, una volta per tutte, per dissolvere i dubbi che si vanno sempre più addensando intorno alla prima salita del Torre.
 Forniteci una prova, solo una prova di quello che dite di aver fatto; non trinceratevi dietro "le imprecisioni e le umane dimenticanze" anche perché le dichiarazioni in discussione sono quelle che avete fornito allora, nell'immediatezza, non quelle odierne.
 Fatelo, se non per voi, per tutto "il mondo della Montagna".
 Debbo precisare che la mia convinzione sulla prima salita del Torre non scalfisce in alcun modo la memoria, che mai ho inteso offendere, di Egger, nei confronti del quale nutro la più grande stima sia come alpinista sia come Uomo.
 Anche il suo migliore amico, Eduard Mueller da diversi anni non crede più che Egger sia arrivato in cima al Torre.
 Con ciò non si vuole mettere in dubbio tutta la storia dell'alpinismo.
 Anche Tomo Cesen era stato creduto dopo la sua fantastica salita alla Sud del Lhotse.
 Poi il mondo alpinistico ha cominciato a dubitare ed alla fine non è stato creduto.
 Se esaminaste certe vostre dichiarazioni ammettereste anche voi l'esistenza di palesi contraddizioni.
 Solo a titolo esemplificativo ve ne elenco qualcuna.
 a) Le condizioni eccezionali di cui avete parlato, ammesso che ci fossero, non avrebbero certo reso la salita al Torre più facile; una parete verticale, ricoperta con uno strato di ghiaccio, di 10 centimetri o di un metro, rimane sempre verticale. Io in Patagonia mi sono recato come sapete moltissime volte ma quelle condizioni non le ho mai trovate.
 b) Cesare Maestri da Rendena 16: «La parete nord, quella in cui noi ci arrampicammo usufruendo di una particolarissima e forse non più realizzabile condizione, noi la trovammo come un lenzuolo di neve. Fai conto la Nord della Presanella. Era completamente ghiacciata. A me non è sembrata una via difficile ma solo pericolosa, mortale. Ora se questo non avverrà mai più, non è colpa mia».
 Dal Diario del 1959 di Cesarino Fava arrivati al Colle:
 "Spigoli affilati, limati, lustri come balaustre incombono sopra le nostre teste, ci sfiorano e si perdono nel vuoto. Strapiombi paurosi; diedri senza fessure nè appigli, compatti come il metallo, coperti a tratti dalla neve che il vento vi smalta con inaudita violenza prima, e lavora in strani arabeschi poi".
 Spiegateci chi dei due ha ragione tu Cesare che dici che il Torre è come la Presanella (la Presenella l'ho discesa due volte con gli sci ma la nord del Torre, né io ne nessuno altro al mondo potrebbe farlo) o tu Cesarino che riferisci che le pareti del Torre sono impossibili.
 c) Dal Diario del 1959 di Cesarino Fava:
 "Sulla grande traversata che porta alla forcella” S “Toni Egger e Cesare Maestri mi hanno aiutato a superare il grande traverso in discesa".
 Spiegateci dove si trova questa grande traversata. Nessuno di coloro che sono stati lassù ha mai parlato dell'esistenza di una grande traversata.
 Forse il Torre è cambiato?
 d) Dal Diario del 1959 di Cesarino Fava:
 "Giunsi sul ghiacciaio che era notte; tuttavia l'estrema punta del Fitz Roy era ancora dorata dagli ultimi raggi riflessi del sol cadente".
 Dal libro di Cesare Maestri :
 (Parlando di Fava quando era sceso da solo dal Colle della Conquista)
 "A sera, quando il sole illumina solamente la punta del Fitz Roy, è sul ghiacciaio".
 Dal libro di Fava "Patagonia: terra di sogni infranti:
 "Seguendo ancora le orme abbastanza visibili anche se semicancellate dalla neve, pendolando un po' qua un po' là sotto il bordo del nevaio, approdai finalmente sulla tanto desiderata terrazzina dove avevano inizio le pesanti ma sicurissime corde fisse di canapa di dodici millimetri".
 Le possibilità sono due o è arrivato a sera sul ghiacciaio o ha dormito in alto verso la fine del diedro: tertium non datur!
 e) Dal diario di Maestri del ‘59
 "Due sarebbero le soluzioni: attraversare tutta la parete ovest per entrare in un gran camino che sembra porti alla base del grande strapiombo di ghiaccio orientato a sud - ovest per poi riattraversare in alto verso nord –
 ovest".
 Spiegateci dov'è quel camino? Ci sono due diedri paralleli e vicini con un aspetto repulsivo e fessure senza continuità e non un camino.
 f) Dal libro di Maestri:
 "Al termine della neve si alza una serie di fessure. Prendiamo la principale, in parte libera e in parte ricoperta di ghiaccio. Scambiamo ancora una volta le posizioni e i sacchi, e cominciamo a salire. Le difficoltà si aggirano sul quarto e quinto grado, ci alziamo abbastanza velocemente”.
 Dal libro di Fava:
 "Attraversiamo in diagonale il nevaio pensile fin sotto il liscio diedro trasformato in un ampio camino dalla neve incrostata sulla roccia".
 Anche in questo caso o trattasi di roccia di quarto e quinto grado o di un canale di neve.
 g) Lettera di Fava al Piòlet: "Che Toni Egger e Cesare Maestri abbiano raggiunto la vetta del Cerro Torre io non ho dubbio alcuno".
 Sullo Scarpone numero 17/91 Fava scriveva: "Io non so se sono arrivati in cima al Torre, o no. So solo che non ho il diritto per nessuna ragione al mondo di dubitare che ci siano arrivati. Non fosse altro per la memoria del Toni...".
 Anche Cesarino non ha una posizione monolitica.
 h) Su una foto de L'Europeo del 1959 Maestri ha segnato la via lungo lo spigolo nord. Due anni più tardi, nel 1961, sulla rivista francese La Montagne ha segnato la linea proprio in centro alla parete nord.
 Ora sono passati tanti anni, ed certe cose uno se le potrebbe dimenticare, o almeno qualche imprecisione potrebbe essere comprensibile e ma pochi anni dopo questi errori non trovano giustificazione.
 Errori? Dimenticanze? Ricordi confusi? Un po' troppo per la salita più grande della storia dell'alpinismo, davvero un po' troppo!.
 i) Dal libro i Cesare Maestri “ARRAMPICARE E’ IL MIO MESTIERE”
 "6 gennaio 1959
 Alle 12.20 ho piantato il primo chiodo alzandomi una ventina di metri.
 10 gennaio
 Risaliamo lungo la corda fissa i metri che avevamo lasciati attrezzati e continuiamo per altri cento metri circa.
 12 gennaio
 A circa centocinquanta metri dall’attacco, il diedro si è fatto strapiombante e bagnato. Oggi sono riuscito a salirne solo trenta metri.
 13 gennaio
 Sono le 6 quando arrivo al punto massimo raggiunto ieri. S Non c’è la possibilità di piantare chiodi, non mi resta che incominciare a usare i chiodi a espansione. S S S S
 E’ quasi sera e rifacciamo per l’ennesima volta la discesa lungo le corde fisse".
 Osservo che l'11 novembre siamo partiti dal Chalten alle ore 10.35 e, raggiunta la base, prima delle ore 17, in poco più di due ore siamo saliti 4 tiri e fissato così tre corde, dove voi avevate impiegato più di tre giorni di duro lavoro.
 l) Dal libro i Cesare Maestri “ARRAMPICARE E’ IL MIO MESTIERE”
 15 gennaio
 "Proseguo oltre Toni e continuo per il canale ghiacciato poi, stanco di essere continuamente investito dalle scariche, preferisco attaccare uno strapiombo sulla faccia sinistra del diedro. Verso la fine del pomeriggio
 sbuco sulla cima del diedro vedo che questo è terminato. S Il nevaio e il diedro in alto non sembrano difficili come il primo. S Sono le 9 di sera quando trascinando i piedi S".
 Osservo altresì che il giorno 12, i due tiri che ci portavano appena sotto il nevaio ci hanno richiesto quasi mezz’ora.
 
 Ognuno ha il diritto di dire ciò che vuole se crede di essere nel giusto ma deve assumersi l'onere di accettare le critiche.
 Non dovete sentirvi offesi. Nessuno di noi ha inteso offendervi ma certo tutti noi vogliamo la Verità.
 Daltronde quello che dovrebbe sentirsi offeso è il sottoscritto insultato con i termini: SODOMIZZATORE, IMBECILLE, TORVO, IPOCRITA e TORQUEMADA.
 Avevo una grande stima di voi fino a non tanto tempo fa ma ora mi può rimanere solo ammirazione per quanto avete fatto ma la stima è una cosa diversa.

Ermanno
mercoledì, 19 aprile 2006

PARETI ROSA

“PARETI ROSA: le alpiniste trentine di ieri e oggi” questo il titolo del libro edito dalla Biblioteca della Montagna della SAT e che sarà presentato sabato 6 maggio presso la Sala delle conferenze della Fondazione CARITRO a Trento.

L’opera è il frutto di una ricerca promossa dalla SAT con lo scopo di evidenziare l’evoluzione dell’alpinismo femminile con particolare riferimento al Trentino.

Dopo l’introduzione curata da Silvia Metzeltin alcuni capitoli tracciano la storia dell’alpinismo femminile nelle Alpi e in altre catene montuose, l’alpinismo femminile in Trentino dalle viaggiatrici del XIX secolo ad oggi ed infine sono presentate le biografie di oltre novanta alpiniste e un’antologia di brani inediti nei quali le alpiniste si raccontano.

Caro Intraisass

postato da gabrielevilla alle 12:21 in intraisass

Caro Intraisass, pochi giorni e (dicono) forse morirai. Spero che ciò non succeda, ma, se fosse, volevo farti sapere che sei stato un buon padre, una traccia da seguire. Il tuo esempio ha dato coraggio e consapevolezza ad uno sparuto gruppo di alpinisti dispersi nelle nebbie delle sperdute lande ferraresi dove, nonostante quasi si avverta nelle narici l’odore della salsedine del vicino mare Adriatico, pulsa forte la passione per la montagna. Qualcuno di loro ti lesse e poi iniziò a scrivere e a scriverti e tu li accogliesti con parole di fiducia e di incoraggiamento: prima Francesco, poi Gabriele, infine Monica e altri dopo di loro. È stato bello vederli crescere, prendere convinzione condividendo l’esperienza di chi va in montagna non solo con le gambe ma anche con il cuore, di chi guarda intorno non solo con gli occhi ma anche con il sentimento, di chi ancora vuole e sa dare valore alla parola “condivisione”. Ah, che sbrodolata di buoni sentimenti e di decadente retorica! E’ la vicinanza della tua fine imminente (forse) che illanguidisce il cuore, che stende questa patina di malinconico rimpianto? Chissà! Ma se fine sarà, resterà la tua traccia, la tua indicazione, il tuo stimolo a cercare di renderci migliori coltivando sentimenti in un mondo sempre più arido, a raccontare delle nostre sensazioni anziché parlare per numeri indicanti difficoltà tecniche, a difendere la volontà di non farci omologare in un mondo di falsi vincenti, di paladini del nulla morale. Se ci riusciremo, (e ci impegneremo a farlo) il merito sarà stato tuo, per questo sei stato un buon padre, per questo ti vorrò sempre bene. Il tuo figlio ferrarese: intraigiarùn.

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martedì, 18 aprile 2006

HAI UN MOMENTO, DIO ovvero IL PARADISO PUO’ ATTENDERE

postato da mauromazzetti alle 13:14 in varia

Se volete avere qualche informazione in più sulla valle del Kullu Manali nel nord dell’India, potete consultare qui e qui due siti commerciali.
Se volete invece avere qualche notizia supplementare su cosa stia bollendo dentro una grossa pentola multimilionaria (in dollari), potete consultare il sito di Liberation, che ieri ha dedicato un articolo sulla potenziale tolleranza degli dei nei confronti della pratica dello sci.
Un consorzio di imprese anglosassoni, capitanato da Alfred Ford, nipote di Henry [quello delle automobili, tanto per capirci] ha infatti intenzione di costruire una grande stazione di sport invernali nella valle del Kullu Manali.
In breve qualche numero. Oltre 2.000 ettari di piste, 700 camere d'hotel, 300 ville di lusso in bassa valle ed un villaggio in alta quota con ristoranti, shopping center e mercato artigianale di gran lusso. Il tutto scaglionato tra 2.800 e 4.200 metri d'altitudine e collegato da telecabine.
Gli innumerevoli piccoli villaggi della valle, conosciuta anche come “valle degli dei”, possiedono ciascuno un proprio dio, chiamato devta, che sceglie con una cerimonia pubblica un oracolo-portavoce.
Questi devtas sono consultati per tutte le decisioni comunitarie, ed il loro parere sempre seguito. Gli abitanti dei villaggi parlano di questi dei e queste dee come se si trattasse di individui dotati di personalità. Alcuni sono così considerati per la loro bontà, altri per il loro cattivo carattere, altri ancora per il loro gusto per i sacrifici di animali. In questa occasione, i devtas, o almeno i rispettivi oracoli, sono furiosi all'idea di vedere le loro montagne trasformate in terreno di gioco per turisti fortunati. I devtas affermano infatti che il progetto inquinerà la montagna, caccerà gli animali e contaminerà i laghi. Ma non solo. Ragionando in termini di globalizzazione, i devtas si preoccupano anche del futuro della thapo-bhoomi [letteralmente "terra di meditazione" degli dei], che raccoglie tutte le cime dei dintorni.
Il 16 febbraio scorso, per esprimere collettivamente la loro insoddisfazione, più di 200 divinità, rappresentate dai loro oracoli, si sono riunite per la prima volta dopo 36 anni in una cerimonia chiamata jagti puch; per capire la portata e l’importanza della questione, va sottolineato come questa cerimonia sia di solito riservata alle situazioni di catastrofi naturali.
Per gli abitanti della valle, la decisione è senza appello. "Se non obbediamo agli dei, essi non ci aiuteranno più quando avremo bisogno di loro", riassume Ludramani Bhatar, oracolo del dio Jamlu, il primo ad avere dato voce all’opposizione nei confronti del progetto commerciale.
D’altra parte, "I devtas non dovrebbero essere mescolati a questa storia, questa è manipolazione politica", insorge Roshan Thakur, lui stesso figlio di oracolo.
Fa specie che Henry Ford e John Sims, rispettivamente promotore e direttore del progetto, continuino a tenere il piede in due scarpe. I due infatti sono convertiti all’induismo da decenni ed appartengono al movimento religioso Hare Krishna (ISKCON), di cui Ford è uno dei donatori più generosi.
"Rispetto le credenze locali, ma occorrerebbe porre le buone domande agli dei", anticipa prudentemente John Sims. Che sarebbe come dire, tanto per citare Bob Dylan, che è importante avere dio dalla nostra parte.

Cara ML, se leggi questo post, chiosa, correggi, modifica, integra, sostituisci, completa e/o smentisci: tu sei sicuramente più vicina di me all’India. Hasta el cafè siempre.

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