Sciolari in Alaska, Pontrandolfo al Polo Geomagnetico
La guida alpina residente a San Vito di Cadore Ario Sciolari, noto per una traversata solitaria invernale della Norvegia narrata nel libro di successo “Il sogno del lupo”, ha completato da pochi giorni la lunga e straordinaria traversata annunciata alcuni mesi fa su questo sito: partito l’11 dicembre 2005 da Lake Louise (62° latitudine nord), subito a nord della catena costiera alaskana, ha percorso con gli sci e con le racchette da neve, tirando una piccola pulka, l’immenso territorio selvaggio da quel punto fino alla costa dell’Artico, nel villaggio di Kaktovik (70° latitudine nord), dove si è fermato il 20 di aprile. Una grande esperienza della solitudine, del freddo e del buio, ma soprattutto cinque mesi vissuti in collaborazione con la comunità nativa dei Gwich`in, residente nell’area wilderness dell’Arctic Refuge, minacciata dal progetto USA di sfruttamento di giacimenti petroliferi che causerebbero danni ambientali irrimediabili. Con un utile insignificante, dato che i giacimenti in quell’area risultano essere molto modesti. La traversata dunque è stata effettuata attraversando in particolare il territorio in questione per sensibilizzare sulla necessità di non distruggere questo angolo prezioso di Artico. Fortunatamente, già prima della partenza di Ario, il Congresso americano ha fermato per il momento il progetto di trivellazione. Si spera che la scelta venga confermata in futuro. Per approfondire il tema si veda il sito di Sciolari , www.backtothemother.it .
Da un punto indeterminato dell’Artico, che a noi potrebbe sembrare non molto lontano dall’Alaska (ma ci sono in mezzo migliaia di chilometri), ieri mi è arrivata una strana telefonata da un altro originale personaggio. “Ciao, sono Michele! Sono sull’isola di Ellesmere, sono arrivato pochi giorni fa al Polo Nord Geomagnetico!”. È davvero bizzarro quello che succede al giorno d’oggi: la telefonata di un amico perso fra i ghiacci da settimane in totale solitudine, in attesa per non si sa quanti giorni che un aereo venga a prenderlo. È il pordenonese Michele Pontrandolfo, che vive in una passione inestinguibile per i mondi ghiacciati, già traversatore della Groenlandia alcuni anni fa, che finalmente ha vissuto un primo assaggio del suo sogno custodito da tanti anni, andare al Polo Nord geografico. Troppo costoso; per ora ce la fatta con il meno distante Geomagnetico, in un ambiente glaciale da cataclisma: “questo terreno è incredibile: a un certo punto ho impiegato quattro giorni per fare tre chilometri e mezzo. È il freddo è quasi insostenibile”. Ora Michele dev’essere ancora là nella sua tenda, in attesa.
Probabilmente risentiremo parlare di queste avventure.
I nomi dei vincitori rimarranno come al solito top secret fino ad estate inoltrata, ma qualche notizia di carattere organizzativo sulla prossima edizione del premio Pelmo d'Oro possiamo cominciare fin d'ora a diffonderla. Anche perché in fin dei conti si tratta di informazioni di pubblico dominio. La sede di svolgimento, prima di tutto: dopo Forno di Zoldo, questa volta è il turno di Feltre, nella giornata di sabato 29 luglio 2006. La decisione è stata presa dalla commissione esaminatrice della Provincia di Belluno nella riunione tenutasi lo scorso 12 gennaio.El fracaso del Fraile
Lo spettacolare va e vieni sul Cerro Solo in giornata da El Chalten era andato meravigliosamente. Le solite informazioni abnormi dei locals – uguali in tutto il mondo – dipingevano quella bellissima neve crepacciata, e lassù, al culmine, divisa per metà in seracco e per metà in scivolo, come stregata e quindi insuperabile: “ultimamente chi ha provato a salire è affondato fino all’anca, ed è stato costretto a tornare giù”. Figuriamoci. Se ne inventano di tutti i colori per tenere la gente nella bassa a consumare bistecche e vinaccia, senza che nessuno rischi brutte figure. Al contrario, quell’ammonticchiarsi di rocce in basso, e di ghiacci in alto, chiamato Solo e proteso verso El Chalten e il Lago Viedma, ha la particolarità di restare quasi sempre fuori dal maltempo: quando i nembi avvolgono le alte creste puntute di graniti e meringhe, là dagli Adela al Torre fino al Pier Giorgio, e piove nel grigiore sulle alture che precedono la pampa, il Solo se ne sta fuori, dove i venti dell’ovest digradano, si comprimono, si essiccano. Del resto al giorno d’oggi non piove affatto neanche là dietro e il sole spacca il Fitz Roy in quattro. Neve marcia? Il primo ripido muro, lassù, era di ghiaccio vivo; poi Eleazar ed Elias si diedero il cambio a tracciare una linea nel dedalo di crepi, trascurando le vie logiche; e se all’inizio dei 50° finali mormorava un bel ruscello sottoneve in cui vangava la piccozza, non era certo cosa da raccontare come monito a star giù, anzi: “andate a vedere che meraviglia, che acqua chiara, dolce, fresca scorre lassù, come splende il sole della Patagonia, che colori hanno le rocce!”. In cima scrutavamo giù i Glaciares Grande, Adela e Torre confluenti ai nostri piedi, e su, intorno, le sfilze di guglie che fan da sipario ai ghiacci infiniti.
Mentre i due peruviani, Davide e io scendevamo, anche Edgar e Jaime, partiti più tardi di noi, andavano ridendo in cima. Dopo una decina di giorni ci eravamo ben ambientati, come negarlo? L’attrattiva che a molti di noi italiani pareva più forte – entrare nello Hielo Patagonico e da qualche parte salire monti di ghiaccio – poteva concretizzarsi.
Facemmo preparativi per un paio di giorni. Giancarlo Sardini, il direttore della Escuela de Alta Montaña “Don Bosco en los Andes” dove si sono formati i nostri amici guide, che si era speso fino allo stremo per organizzare questo viaggio per i suoi giovani, approfittò del viaggio all’aeroporto di Comodoro Rivadavia con il gruppo dei missionari per fare una spesa gigante di viveri da Hielo. Cibo per oltre venti persone per una decina di giorni. Tutto per mezzo de El Poderoso. Si tratta di un bus preso a nolo per due mesi con cui i peruviani sono calati lungo la Cordillera de los Andes. L’epopea che mi ha narrato Giancarlo, delle mille afflizioni doganali con cui cileni e argentini hanno vessato gli spregiati vicini peruviani ad ogni frontiera – giorni e giorni di sosta ogni volta, alla ricerca di documenti impossibili o incompleti dove ministri peruviani in persona avevano firmato, rifirmato, timbrato, autenticato, confermato, invano, e benché fosse una spedizione peruviana ufficiale, con il bus totalmente svuotato, annusato dai cani dentro e fuori, ririempito e poco dopo risvuotato – quest’epopea chiave della denigrazione vicendevole delle nazioni sudamericane avrebbe dell’incredibile, se non fosse sudamericana. E ora ecco Giancarlo, instancabile nonostante la fatica, contrattare con un gaucho il trasporto della massa di viveri con i cavalli fino alla Piedra del Fraile. Finalmente si andava. Per la prima volta, in una giornata di vero vento patagonico, che squassava la foresta di mostri preistorici crollati, ondeggianti, cadenti. Spettri di Nothofagus e cavalli trottanti.
Piovve un pochino il primo pomeriggio e piovve un po’ di più il secondo giorno. La più naturale delle piogge, una cosa fine, benché il vento fosse sferzante appena fuori dal riparo della grande Piedra, quel blocco roccioso in mezzo alla valle dove si era accampato nelle sue esplorazioni padre Alberto Maria De Agostini, cioè il fraile (in realtà sacerdote, non frate, ma pazienza). Il campeggio accanto al piccolo rifugio è a pagamento, e chi non pernotta paga 10 pesos solo per passare. Sotto la roccia c’è una serie di tettoie grondanti dove ci si può ricoverare a cucinare. L’umore dei più pareva farsi negativo, stanco; io camminavo nervosamente fra le tettoie e i ruscelli in piena, guardavo su il Cerro Electrico nelle vele di pioggia sottile sospinte dal vento e avrei voluto almeno fare un salto in cima, finché si attendeva, ma mi dicevo: “conserviamo gli abiti asciutti ancora un po’, magari domani si va sullo Hielo”. Come siamo forti, noi alpinisti! Ecco i bimbi dei gestori del Fraile che corrono in felpa di cotone e scarpe da ginnastica sui prati di pioggia; saltano nelle pozzanghere, ci battono i piedi; ridono e giocano per il giorno intero, i capelli grondanti gocce. Ogni tanto la sciura del Fraile, loro madre, esce a chiamarli, così per convenzione, poi rientra e loro corrono in felpa fradicia sui prati di pioggia; saltano nelle pozzanghere, ci battono i piedi; ridono e giocano per il giorno intero. E i forti alpinisti, le forti guide, li guardano mogi, racchiusi sotto cappucci iridescenti, imbaccuccati in capi tecnici forgiati per bufere d’Infinito Sur, annoiati sotto le tettoie grondanti, solo ad aspettare che il tempo scada.
Non si era mai visto, nel mio Nord, nelle mie Norvegie, Islande, Groenlandie o altre isole disperse, che con tempeste di questo tipo si facesse sosta ad aspettare chissà cosa, anziché andare avanti in quel mare di epica poesia che è la montagna che si rigenera di nascosto nelle acque, nelle nevi, nei venti erosivi della tempesta. “Chi ha subito un danno è pericoloso, perché sa di poter sopravvivere”, si diceva in un famoso film; “chi ha camminato dentro mille tempeste è fastidioso, perché sa che si può andare avanti” si potrebbe dire di me o di qualsiasi altro innamorato di queste latitudini, australi o boreali. Io non volevo propriamente dare fastidio, ma avevo sognato che l’avventura dello Hielo, con o senza bufere, potesse diventare uno dei più intensi momenti di condivisione e di scambio di esperienze e conoscenze tra noi occidentali e figli della Cordillera. Ero partito per questo. In parte azzeccando, in parte sbagliando. Non sono riuscito, non siamo riusciti, a farci capire sull’unicità dell’occasione che ci stava davanti. I ragazzi mai usciti prima dal Perù, giustamente, volevano fare un intervallo: vedere la modernità, le lunghe strade, le belle ragazze, le città favolose della fine del Continente. E la mattina del terzo giorno, col tempo invariato, riecheggiava un grido solo: “Vamos a Ushuaia!”. Come un formicaio accanto a cui sia caduto a un tratto un gocciolone di miele, il campo si animò frenetico e allegro, e in pochi momenti si svuotò. El poderoso avrebbe portato i più verso il Canale Beagle, in fondo alla Terra del Fuoco. In sei italiani saremmo rimasti dove eravamo: passare dieci giorni in bus ci avrebbe ucciso. Alcuni di noi si sentivano dentro qualcosa di spezzato. Da ricomporre tra un po’, quando ci saremmo ritrovati tutti per andare all’Aconcagua.
El fracaso, il fallimento, non è mancare una cima, ma scontrarsi con gli errori commessi nelle relazioni. Quella sera stessa - mentre i soliti locals al Chalten sparavano baggianate sui “metri di neve” caduti sullo Hielo (a stento aveva nevicato in cima al Fitz Roy), sui morti per isolamento in mezzo al medesimo Hielo (non ne so nulla), sulle crepacciate insuperabili (dove ultimamente alcuni gruppi erano passati in scarpe da ginnastica) -, quella sera stessa, la Via Lattea tersa e luminosa spaccava il cielo australe in due. All’alba, una delle più chiare che abbia mai visto la Valle del Rio Electrico, il sole già spaccava il Fitz Roy in quattro. Giancarlo ci salutò affettuosamente sulla porta de El Poderoso, che stava per volgere a sud. Noi sei volgemmo al Paso Marconi. Nel nostro cuore giganteggiava padre Topio, che si sacrificò accettando di restare sul bus con gli amici.
Anticipo una notizia che coinvolge due dei nostri IntraBloggers, almeno da quanto risulta sull'edizione del Corriere delle Alpi di mercoledì scorso. È programmato a Cimolais tra il 16 e il 18 giugno il raduno annuale del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna (GISM), sodalizio presieduto da Spiro Dalla Porta Xidias. Nella manifestazione saranno coinvolti in realtà anche i Comuni di Claut, Erto e Casso, Parco, Provincia, Regione, sezioni CAI e pro loco. Per Luca Visentini e Mauro Corona sono previsti spazi ed iniziative appositamente organizzati.Una questione di prospettiva
Sono a casa, appena rientrato dalle Calanques di Marsiglia, le braccia ancora un po’ legate dallo spettacolare Diedro Livanos unto da mille passaggi appassionati sopra le onde di Morgiou, gli occhi pieni di quinte sovrapposte di calcare, digradanti nel mare che tramonta, quando l’Adele mi chiama: “passa di qui, se vuoi essere felice!”.
Passo, e ho un sospetto. Giusto. È arrivato per me un pacco dal Sudamerica, una cosa patagonica.
È un quadro. Un quadro non di un pittore qualsiasi, ma di uno che sa trasformare la vita delle persone. Sono convinto che sia un santo, non certo perché fa miracoli, ma perché ascolta, parla, inventa, agisce con una tale incisività verso il bene altrui da permettere realmente a chi lo conosce di diventare a sua volta più generoso. È una cosa travolgente che non si può spiegare.
«Carissimo Franco, anche se non puoi rivedermi mentre dipingo, tu sai con quanta gioia io guardo la natura anche quando non posso più conoscerla con i piedi, ma solo con gli occhi. Quando tu vai in montagna ora ci vai anche per me».
Avevo passato quella mattina con lui alzandomi presto mezzo morto di stanchezza per riuscire a stargli accanto mentre dipingeva. Eravamo presso le acque del Rio de las Vueltas che riflettevano le catene dentellate tutt’attorno al Paso Marconi, e a fianco c’erano il Fitz Roy e il Cerro Electrico NE, quello salito da Alberto Maria De Agostini. Seduto sul suo sgabello, una casacca piena di macchie di colore, le mani fasciate per ripararsi dai raggi brucianti del sole, una tavolozza colma di miscugli a olio color pastello e una tavoletta in mano, contemplava quelle luci indicibili con gli occhi azzurri che per la prima volta avevano visto le montagne 84 anni fa.
«Ti lascio questa mia maniera di guardare la natura, la luce».
In quella settimana sotto il Cerro Torre e il Fitz Roy ha dipinto 18 quadri. Totalmente assorto, assorbito dal succedersi di forme e trasparenze inspiegabili, quasi incapace di rispondere nel caso qualcuno gli avesse chiesto qualcosa – lui che altrimenti mantiene relazioni con migliaia di persone – si lasciava trasportare con tutto se stesso verso la ricerca della prospettiva di ciò che gli stava davanti, ovvero dalla reale essenza presente in quel mistero. In pochi istanti, un minuto o due, con un carboncino tracciava sulla tavoletta le linee fondamentali di quella fuga del creato verso il cielo, e subito passava alla sua spatola e ai mucchi di colore.
«A volte mi dicono: ma Hugo, non vedi, ci sono colori più intensi lì, perché li fai così chiari? Non è mica così quella montagna! Ma no, io non uso mai i colori sgargianti, perché distraggono, deviano l’attenzione. L’importante è la prospettiva: devi usare colori sfumati, non appariscenti, perché l’attenzione vada naturalmente a cercare l’orizzonte di tutto l’insieme; devo mostrare che c’è qualcosa di più di quello che vedo. È una questione di prospettiva».
Il dipinto si materializzava in pochissimo tempo. Un’ora, massimo due. Con un continuo mescolare di colori e colpi di una piccola spatola, seguendo un tragitto interiore che io osservavo da esterno, come correndo dentro una valle sconosciuta, senza sapere cosa mi sarebbe apparso dietro ogni svolta. Hugo invece sembrava conoscere bene il punto di arrivo.
«Amo moltissimo la luce. Le tre parole più importanti che dicono qualcosa di Dio sono: vita, amore, luce».
Assieme a Giovanna apro con attenzione il pacco incartato con molta cura nel lontano Perù e giunto fin qui. È la catena del Fitz Roy, con le creste spumose degli Adela perse dietro. Non avrei osato sperare di poter tenere in casa un quadro di Hugo, e invece ora è qui. C’è il mondo in cui ho girovagato con gli amici peruviani e italiani, quelli a cui l’intuizione del pittore-missionario ha cambiato la vita.
«Ho fatto questo quadretto alle sei di sera dal Mirador che è appena fuori da El Chalten sulla strada che porta al Lago Viedma. Il cielo era coperto e le cime del Fitz Roy e della Poincenot avevano un cappello che non permetteva di vederle per intero. La luce era bellissima. La luce mi incanta».
La luce mi incanta. È vero. Bisogna stare a guardare davanti al quadro e farsi illuminare, poco a poco. C’è la trasparenza della sera: il venir meno delle ombre che dalle terre cespugliose in primo piano si stemperano nei violetti delle alture erose, fino al chiareggiare delle torri di granito a catena che ancora si stagliano contro i ghiacci candidi e si immergono nelle nubi di sole. In una luce piena di rilievi, pilastri, fessure, rigonfiamenti lasciati dalla spatola.
Quelle decine d’anni cambiano gli occhi. Decine di anni spesi a cercare di rinnovare la vita di chissà quante migliaia di persone sparse tra le Ande e le foreste.
«Con la testa non ci arrivo. La testa mi dice di no, che Dio non c’è, non c’è niente. L’unico modo in cui posso sperare di trovare Dio è provare a vivere come ci ha chiesto Gesù: vai, vendi quello che hai e dallo ai poveri, poi seguimi. Se io almeno ci tento, se mi spendo per questo come riesco, allora Dio ci può essere».
Però si intromette sempre la questione della bellezza artistica; di inventare lavori capaci di produrre bellezza. L’ha proposto in tutte le scuole e nelle cooperative dell'Operazione Mato Grosso.
«Il futuro sarà della bellezza; dobbiamo prepararci a fare cose belle, non solo utili».
Un suggerimento per giovani che devono cavarsela in questo mondo. Ma c’è anche un’altra prospettiva. Perché se l’inizio ideale fu un giardino di frutti gustosi e animali pacifici, l’orizzonte ideale è una Gerusalemme celeste, una città, una costruzione piena sia della natura, sia di ogni opera d’arte e di ogni amore che noi poverelli ci siamo ostinati a creare.
Questo che mi sta davanti doveva essere il secondo o il terzo quadro della giornata. Mi immagino padre Hugo De Censi assorto sul suo seggiolino, la tavoletta in mano, girata e rigirata, guardata da tutte le parti, e là davanti quella catena impressionante, elevata nei raggi obliqui del sole. Intorno i suoi compagni di missione, barbe valtellinesi imbiancate sulle Ande, personaggi di un’Iliade al contrario che gli porgono colori, sabbia da mischiare, scatole per riporre i dipinti. Partiti per regalarsi anziché per conquistare, eppure votati allo stesso apparente nulla degli eroi achei, che dopo un decennio di battaglie a Troia se ne tornarono a casa decimati lasciando solo una città vuota.
«Io ho un desiderio grande: che Dio ci sia. Gesù, ti prego, cerca di esserci».
Vite piene di episodi epici: incontri con folle inferocite di villaggi sul punto di linciare qualche terrorista, e l’autorità per dire: “non potete farlo, la vita appartiene a Dio, solo Lui può darla o toglierla”. Scommessa nel vuoto, e anni più tardi, messi in fila contro il muro da un’irruzione di terroristi, essere riconosciuti: “andiamocene, loro mi hanno salvato”. E così ora essere ancora qui, a guardare il Fitz Roy. Ci vorrebbe un’Omero all’incontrario per cantare queste vite, un cantore che con la stessa elegia e coscienza del dolore immortalasse la misericordia anziché la vendetta.
Itaca c’è e non c’è, dietro quella luce, in questo quadro che ora, per la vita, mi porta dentro casa la chiara catena del Fitz Roy vista non da me, ma dagli occhi di un cercatore che è andato più lontano di me.
«Non uso mai il nero nel dipingere la natura».
È una questione di prospettiva.“PARETI ROSA: le alpiniste trentine di ieri e oggi” questo il titolo del libro edito dalla Biblioteca della Montagna della SAT e che sarà presentato sabato 6 maggio presso la Sala delle conferenze della Fondazione CARITRO a Trento.
L’opera è il frutto di una ricerca promossa dalla SAT con lo scopo di evidenziare l’evoluzione dell’alpinismo femminile con particolare riferimento al Trentino.
Dopo l’introduzione curata da Silvia Metzeltin alcuni capitoli tracciano la storia dell’alpinismo femminile nelle Alpi e in altre catene montuose, l’alpinismo femminile in Trentino dalle viaggiatrici del XIX secolo ad oggi ed infine sono presentate le biografie di oltre novanta alpiniste e un’antologia di brani inediti nei quali le alpiniste si raccontano.
Caro Intraisass, pochi giorni e (dicono) forse morirai. Spero che ciò non succeda, ma, se fosse, volevo farti sapere che sei stato un buon padre, una traccia da seguire. Il tuo esempio ha dato coraggio e consapevolezza ad uno sparuto gruppo di alpinisti dispersi nelle nebbie delle sperdute lande ferraresi dove, nonostante quasi si avverta nelle narici l’odore della salsedine del vicino mare Adriatico, pulsa forte la passione per la montagna. Qualcuno di loro ti lesse e poi iniziò a scrivere e a scriverti e tu li accogliesti con parole di fiducia e di incoraggiamento: prima Francesco, poi Gabriele, infine Monica e altri dopo di loro. È stato bello vederli crescere, prendere convinzione condividendo l’esperienza di chi va in montagna non solo con le gambe ma anche con il cuore, di chi guarda intorno non solo con gli occhi ma anche con il sentimento, di chi ancora vuole e sa dare valore alla parola “condivisione”. Ah, che sbrodolata di buoni sentimenti e di decadente retorica! E’ la vicinanza della tua fine imminente (forse) che illanguidisce il cuore, che stende questa patina di malinconico rimpianto? Chissà! Ma se fine sarà, resterà la tua traccia, la tua indicazione, il tuo stimolo a cercare di renderci migliori coltivando sentimenti in un mondo sempre più arido, a raccontare delle nostre sensazioni anziché parlare per numeri indicanti difficoltà tecniche, a difendere la volontà di non farci omologare in un mondo di falsi vincenti, di paladini del nulla morale. Se ci riusciremo, (e ci impegneremo a farlo) il merito sarà stato tuo, per questo sei stato un buon padre, per questo ti vorrò sempre bene. Il tuo figlio ferrarese: intraigiarùn.
Se volete avere qualche informazione in più sulla valle del Kullu Manali nel nord dell’India, potete consultare qui e qui due siti commerciali.
Se volete invece avere qualche notizia supplementare su cosa stia bollendo dentro una grossa pentola multimilionaria (in dollari), potete consultare il sito di Liberation, che ieri ha dedicato un articolo sulla potenziale tolleranza degli dei nei confronti della pratica dello sci.
Un consorzio di imprese anglosassoni, capitanato da Alfred Ford, nipote di Henry [quello delle automobili, tanto per capirci] ha infatti intenzione di costruire una grande stazione di sport invernali nella valle del Kullu Manali.
In breve qualche numero. Oltre 2.000 ettari di piste, 700 camere d'hotel, 300 ville di lusso in bassa valle ed un villaggio in alta quota con ristoranti, shopping center e mercato artigianale di gran lusso. Il tutto scaglionato tra 2.800 e 4.200 metri d'altitudine e collegato da telecabine.
Gli innumerevoli piccoli villaggi della valle, conosciuta anche come “valle degli dei”, possiedono ciascuno un proprio dio, chiamato devta, che sceglie con una cerimonia pubblica un oracolo-portavoce.
Questi devtas sono consultati per tutte le decisioni comunitarie, ed il loro parere sempre seguito. Gli abitanti dei villaggi parlano di questi dei e queste dee come se si trattasse di individui dotati di personalità. Alcuni sono così considerati per la loro bontà, altri per il loro cattivo carattere, altri ancora per il loro gusto per i sacrifici di animali. In questa occasione, i devtas, o almeno i rispettivi oracoli, sono furiosi all'idea di vedere le loro montagne trasformate in terreno di gioco per turisti fortunati. I devtas affermano infatti che il progetto inquinerà la montagna, caccerà gli animali e contaminerà i laghi. Ma non solo. Ragionando in termini di globalizzazione, i devtas si preoccupano anche del futuro della thapo-bhoomi [letteralmente "terra di meditazione" degli dei], che raccoglie tutte le cime dei dintorni.
Il 16 febbraio scorso, per esprimere collettivamente la loro insoddisfazione, più di 200 divinità, rappresentate dai loro oracoli, si sono riunite per la prima volta dopo 36 anni in una cerimonia chiamata jagti puch; per capire la portata e l’importanza della questione, va sottolineato come questa cerimonia sia di solito riservata alle situazioni di catastrofi naturali.
Per gli abitanti della valle, la decisione è senza appello. "Se non obbediamo agli dei, essi non ci aiuteranno più quando avremo bisogno di loro", riassume Ludramani Bhatar, oracolo del dio Jamlu, il primo ad avere dato voce all’opposizione nei confronti del progetto commerciale.
D’altra parte, "I devtas non dovrebbero essere mescolati a questa storia, questa è manipolazione politica", insorge Roshan Thakur, lui stesso figlio di oracolo.
Fa specie che Henry Ford e John Sims, rispettivamente promotore e direttore del progetto, continuino a tenere il piede in due scarpe. I due infatti sono convertiti all’induismo da decenni ed appartengono al movimento religioso Hare Krishna (ISKCON), di cui Ford è uno dei donatori più generosi. "Rispetto le credenze locali, ma occorrerebbe porre le buone domande agli dei", anticipa prudentemente John Sims. Che sarebbe come dire, tanto per citare Bob Dylan, che è importante avere dio dalla nostra parte.
Cara ML, se leggi questo post, chiosa, correggi, modifica, integra, sostituisci, completa e/o smentisci: tu sei sicuramente più vicina di me all’India. Hasta el cafè siempre.