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domenica, 26 febbraio 2006

MAURO E GLI STONES

postato da lucavisentini alle 13:44 in il paese
Conobbi Mauro nell'autunno del 1992. Allora ero impegnato nella guida dell'Oltrepiave che per l'incompiuta elaborazione di un lutto personale venne in seguito pubblicata con il testo ahimè incomprensibile. Avevo preso alloggio a Lozzo di Cadore. Era già scesa in quota la neve, quella che non sarebbe andata più via sino a maggio. Sarei rientrato in città l'indomani. Decisi di fare un salto in Val Cimoliana, volevo salutarla ancora una volta. Mi fermai alla palestra di roccia nei pressi della diga del Vaiont, per ammirare gli arrampicatori. Vidi Corona su "Alien", un 6b+, rinviare l'ultima protezione soltanto. Venti metri disotto pensai: «Minchia!». Scese e venimmo presentati. Tuonò: «Adesso arrivi! È dall'inizio dell'estate che trovo i tuoi bigliettini da naufrago sopra le nostre vette». Replicai: «Non sono comunque riuscito a terminare, dovrò ritornare l'anno prossimo». M'incalzò: «Cosa ti manca?». Risposi: «Ad esempio le cime intorno al Bivacco Baroni». E lui: «Partiamo stasera e facciamo base al bivacco con un bel po' di pastasciutta finché non le abbiamo scalate tutte». Ed io: «No, sono troppe, mi avanzano anche le sommità del Pramaggiore». Di nuovo lui: «Ripartiamo la settimana dopo con un bel po' di pastasciutta per la Casera Pramaggiore e restiamo lì finché non le abbiamo scalate tutte». Di nuovo io: «No, no...». Bevemmo ad Erto, parlando della montagna e delle donne. Bevemmo a Cimolais, parlando della vita e delle donne. Bevemmo a Claut, parlando della letteratura e delle donne. Finimmo all'interno della Pizzeria Cellina, ovvero in un locale con una fauna umana che non avrebbe sfigurato nel bar di "Guerre Stellari". Due coppiette innamorate, sì, mangiavano la pizza, ma cinquanta ceffi con il bicchiere in mano al banco e attorno, scatenati, non so quanto gliela lasciassero gustare. E mentre discorrevamo della leggerezza, dell'esattezza e della molteplicità di Italo Calvino, Mauro fece una cosa strana. Stappò una bottiglia di rosso afferrata sul tavolino in un disimpegno e la versò nella mia coppa, completamente, spandendo i sei settimi del contenuto lungo la tovaglia bianca. Osservavo il vino traboccare dalla coppa, inesorabilmente, non osando intervenire. Quand'ebbe svuotato la bottiglia s'accorse dello sproposito, esclamò: «Ops!», ne prese un'altra e stavolta si servì per quel che bastava. Nessuno dei presenti, nemmeno il gestore, con ciò si scompose. Scoprivo un mondo. Continuammo con la rapidità e la visibilità. Passammo la metà della nottata. Lo riaccompagnai quindi ad Erto e lui, dinnanzi al suo studio, mi disse di aspettare un attimo. Entrò ed uscì con una statua chiara, un nudo di donna fiero e dolcissimo. Da baciare come faceva Gianni Cavina, il servo di Ugo Tognazzi, ne "La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone". La infilò nella mia Renault 4 commentando: «Questa intanto va a Milano, adesso è di legno e però vedrai che diventerà di carne». Obiettai che era troppo, che ci conoscevamo solamente da dieci ore. Chiuse il discorso ammonendomi che altrimenti l'avrebbe bruciata nella stufa. Ci salutammo infine, promettendoci tante salite assieme per l'estate successiva. Partii nella notte con la statua accanto, un intrigante strabismo, verso il Cadore. La mia solitudine era a una svolta? Per questa sarebbe occorso dell'altro tempo e non me ne rimaneva molto invece, al momento, per occuparmi di un disagio ulteriore. Rapito dall'incontro magico con Mauro infatti non avevo più fatto la pipì. Forse da Lozzo. Bisognava che accostassi. Non nelle gallerie. Neppure sui tornanti. Lungo la Strada d'Alemagna poi, gli indigeni a Indianapolis, manco per sogno. Passai Tai e Pieve. Passai cento fabbriche di occhiali con i cancelli sulla carreggiata e mille operai abbruttiti dal turno notturno che mi abbagliavano davanti o didietro. Non mi restava che il distributore di Mario Meneghin, presidente del Club Alpino Italiano, a Domegge. Che mi notassero! L'avrei fatta lì. Che mi arrestassero, mentre pisciavo sugli erogatori di benzina! Avrei dichiarato: «Un Rolling Stone piscia dove gli pare». Ed in guardina, sbattuto dentro, avrei cantato: «We love you». Ma Meneghin aveva chiuso il piazzale delle pompe con le catenelle. Ripensai: «Minchia!». Poi: «Lozzo, Lozzo!». Tra l'auto ed il bagno mi scappò non poca pipì addosso. Feci il bidè e il bucato. Dormii qualche ora. Sciacquai ed avvolsi fra gli asciugamani i pantaloni, le calze e le mutande, nel modo in cui mi aveva insegnato il Castoro. Caricai i bagagli nella R4. Tornavo a casa, sotto gli occhi di Venere al mio fianco.
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martedì, 21 febbraio 2006

APPUNTAMENTI postGIRO

Nel mentre la ML ci dona un post foriero di leggerezza e solitudini imminenti, quasi a suggello della nostra nuova copertina, a sua volta annunciatrice di un nuovo maniMANIfesto, un manifesto al quadrato per chi saprà aspettare ed intendere, due requisiti di non facile reperibilità, al momento... al mercato dell'intratteniMENTO... nel mentre accade tutto ciò vi affido una breve stringa di testo-serate per informarvi sui prossimi importanti appuntamenti, tutti ovviamente legati al nostro POSTgiro.
QUESTA SERA: ore 21.00 all'Auditorium Canneti di Vicenza per i martedì del CAI arriverà il nostro caro amico Ivo Rabanser, alpinista e uomo gardenese di grande fascino, cultura e azione. "La parete che chiama", quale altro titolo potrebbe identificare la profonda passione di Ivo per l'alpinismo?
VENERDI' 24 FEBBRAIO: ore 18 (libreria LCDG), ore 21 (Teatro San Pietro, Montecchio), ore 23 c. (Locanda Botella, Montecchio) sarà la volta di Giuseppe Cederna e de "La Danza di Shiva", secondo appuntamento della rassegna A un passo dal confine. Si preannuncia un'altra grande serata, anche per l'intervento del musicista Alberto Capelli che accompagnerà Giuseppe con strumenti a corda non così facili da sentire e vedere, quali il sitar.
VENERDI' 10 MARZO: serata speciale ancora all'Auditorium Canneti di Vicenza con la poliedrica Cecilia Carreri, appena tornata
dalla regata oceanica Transat Jacque Vabre 2005 con compagno il celebre skipper Joé Seeten. Il difficile passaggio dell'equatore e la sua passione per la montagna e l'alpinismo saranno raccontati in un'unica irripetibile serata dal titolo MARE VERTICALE, dall'alpinismo all'oceano...
Vi aspetto, come sempre, numerosi.

UN GIORNO LE MONTAGNE SE NE ANDRANNO VIA, VOLANDO

postato da mluisanodari alle 00:43 in storie dal tibet

Secondo la tradizione tibetana alcune montagne vennero volando, da sole, o vennero portate da un altro paese, in tempi antichi e duri. La loro presenza non è per nulla permanente, e loro possono volare via in qualsiasi momento. Queste montagne – come il Kailash o l’Amye machen - si possono muovere, il che può sembrare sorprendente, dato che la montagna rappresenta, in genere, stabilità e immutabilità. E questo spiega come, per i tibetani, sia necessario fissarle al terreno. Ma le montagne possono volare via.

La kandro la, la reincarnazione di Yeshe Tsogyel sposa di Trisong Detsen, me lo aveva detto, là, a Tidrum. Stavo guardando le montagne e lei mi aveva detto ‘Cosa stai guardando? Non sai che un giorno le montagne se ne andranno via, volando, se ne voleranno via?’ E allora io, sgomenta, avevo immaginato un mondo senza montagne: un immenso, freddo, desertico e infinito Chanthang, senza un posto in cima al quale noi ci potessimo sentire incredibilmente vivi e felici.

La kandro la mi aveva guardata con quei suoi grandissimi occhi bruni indagatori, e mi aveva chiesto se le avevo fissate, le mie montagne. Io avevo risposto che le avevo lasciate libere, che non sarei riuscita a fissarle. La kandro la allora mi aveva guardata negli occhi e mi aveva detto che avevo gli occhi come il lago Namsto, calmi solo in superficie. E mi aveva anche detto che ben presto mi sarei spaventata, perché come il lago Namtso e il monte Thanglha, avrebbero cercato di fissarmi, e con una delle montagne volanti, le più pericolose, le più potenti. Io ero scesa da Tidrum annuvolata dalla predizione.

A distanza di due mesi sto per ritornare dalla kandro la. Penso che le dirò che le montagne qui da noi se ne andranno via ben presto, se ne voleranno via, anche le mie bianche e bellissime Dolomiti, perché non siamo riusciti a fissarle. E le dirò anche, masticando il granello di zucchero nella pallina di burro che avrà preparato per me, perché saprà che sarò sfinita dalla quota che soffrirò di nuovo per arrivare al suo alto monastero, che aveva ragione, che mi sono spaventata, e per una montagna volante.

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domenica, 19 febbraio 2006

FUORI DALLE PALE

postato da marcoconte alle 14:53 in varia
Abbiamo forse rotto le Pale? Le Pale si sono stufate di tutto questo inutile e controproducente rumore, alla faccia del Silenzio da noi stessi sbandierato come risorsa da tutelare? E come dargli torto? Siamo sempre stati degli importuni, in fin dei conti. Non solo per le povere Pale, ma anche per il resto delle montagne che ci stanno più a cuore. Qualche esempio? Cominciamo dalla cronaca recentissima ed andiamo indietro.
Dal Corriere delle Alpi di oggi, domenica 19 febbraio 2006 (articolo di Francesco Dal Mas): «Blocchiamo coloro che vogliono passare con moto e quad». La commissione TAM sta predisponendo una legge da presentare nella prossima legislatura [...] Come ha anticipato Guglielmo Romanini della TAM nazionale al convegno di ieri a Belluno sulla sentieristica, «questa legge ha lo scopo di bloccare la proposta avanzata recentemente da 53 parlamentari, prima firma Carrara di Forza Italia, per "motorizzare" gli itinerari in quota». [...] Giù le mani dai sentieri alpini. Troppi le mettono. E il risultato è quello di una deregulation che porterà alla loro cancellazione.
Da La montagna presa in giro di Bepi Mazzotti, anno 1933: «Le strade e le altre opere, consentendo che il cittadino avvicini con facilità la montagna, virtualmente la diminuiscono. I grandi monti sono tolti a poco a poco dal loro isolamento, e finiranno per parere soltanto mucchi di roccia e ghiaccio. L'equivoco sta in questo: che molti si illudono di salire andando con tali mezzi sui monti. Si rende meschino un ideale per non faticare a raggiungerlo: è più comodo. Basta sapersi accontentare».
Per concludere, un breve ricordo di ciò che avvenne sulle Dolomiti in un inverno di 90 anni fa, uno dei più freddi del ventesimo secolo. «Purtroppo per centinaia di migliaia di soldati i Monti Pallidi, ovvero le montagne delle fole, delle leggende, dell'enrosadira, ispiratrici della poesia più pura rappresentarono l'inferno [...] La guerra e le Dolomiti furono un tutt'uno e per molti che non avevano mai visto prima una montagna ed erano stati spediti in prima linea, diventarono un autentico incubo, una crudeltà inimmaginabile» (citazione da Alberto M. Franco, La Via della Montagna, Edizioni Antilia, Treviso 2002).
Lasciamo in pace questi luoghi, di guai ne abbiamo combinati abbastanza e non abbiamo ancora perso il vizio. Come suggerisce Luca, andiamocene fuori dalle Pale una buona volta.
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venerdì, 17 febbraio 2006

BlogSTAR: interviene WARREN HARDING

In molti mi hanno scritto di intervenire: "Che ne pensa l'intrablog di tutto ciò?". Non so, mi sono detto. In questi giorni di mezzo febbraio non riesco a pensare. Sarà mai possibile? Sì, è possibile. Tutto è possibile, a parole, benché i fatti poi siano nemici delle parole, spesso. E allora mi sono chiesto, incipit di pensiero, che cosa mai avrebbe detto Warren Harding di tutto ciò? Lui certo non è del NordEst. Ho preso in mano il telefono stellare - un nuovo media non ancora convenzionale per i detentori dei media e della mediocrità - e ho chiamato Warren. Egli, poco serafico, dall'alto dei cieli, mi ha risposto secco secco, Ehi, cosa state combinando laggiù! Eppoi io in Italia, per discutere di queste facezie, parlo solo con il mio grande amico Giuseppe "Popi" Miotti, sai quello di Sondrio che di sassi, granito e non solo... ne sa un bel po'. Bene, STai in stAND by Warren, ho risposto io. Ho depositato la cornetta del telefono stellare e mi sono connesso alla rete terrestre. Di là del cavo c'era Popi, energico e passionale come sempre. Ci penso io, intrablog, ha detto lui, a fare un'intervista impossibile a Warren.
Detto, fatto.
Ed è così, cari amici, che è venuta alla luce, in tempi fin troppo sospetti,
 Che avrebbe detto Warren Harding? - l'ultimo provocatorio contenuto di intraisass.it >>>

martedì, 14 febbraio 2006

PURA FATICA

postato da marcoconte alle 22:20 in alpinismo
Non finiscono mai di stupire, le Pale di San Lucano. Il paragone non è proprio di stampo alpinistico, ma l'impressione che personalmente ne ricavo è quella di un gruppo montuoso fatto un po' a fisarmonica. Da lontano sembrano minute, rinserrate, compatte, mute e poco evidenti, in netto svantaggio nei confronti del vicino castello dell'Agnèr; a starci in mezzo invece si espandono, dischiudono canaloni e borài di profondità insospettata, svelano armonie e paesaggi prima inattesi. C'è sempre qualcosa di nuovo da imparare sulle Pale, almeno per il sottoscritto.
Ho dovuto dunque proprio cercarla sulla cartina topografica, la Cima Orientale D’Ambrusògn, dopo aver appreso da Ivo Ferrari della sua ultima realizzazione insieme ai compagni di cordata Renzo Corona e Fabio Valseschini. E dire che sul versante nord delle Pale, quello più facile, qualche volta ci sono stato anch'io a camminare. Ivo, Renzo e Fabio, sabato e domenica scorsi, si sono fatti invece un bel week-end intensivo di arrampicata e nuoto nella neve lungo la Via del Diedro sulla parete est della già citata Cima Orientale. Si tratta della prima ascensione invernale di un itinerario aperto nel giugno 1979 da Ilio De Biasio, Franco Schiavinato e Sandro Soppelsa. Sviluppo 520 metri, 6-7 ore di arrampicata e difficoltà fino al VI grado, apprendo dalla guida di Ettore.
«Se penso allo sforzo fisico che abbiamo fatto, o ancor meglio se l’avessi saputo prima, "forse" non ci sarei andato», esordisce Ivo ricordando i «due giorni di pura fatica passati nel gruppo più bello di tutte le Dolomiti». Sei ore di sfinimento in mezzo alla neve si sono rese necessarie solo per arrivare al campo base del bivacco Bedìn, che nella notte ha dato il meglio di se stesso regalando ai tre compagni una minima di 15° sotto zero misurati all'esterno e di -4° sotto le coperte. Domenica di buon mattino, inoltre, ancora neve abbondante e qualche spavento sui pericolosi traversi che conducono allo zoccolo sotto il Diedro.
«La salita si è svolta rincorrendo il Sole,» spiega ancora Ivo parlando della scalata propriamente detta, «Sole che rispetto a noi, con guanti, zaini e giubbettoni... corre molto più veloce!». Le difficoltà non sono terminate tuttavia col raggiungimento della vetta: «La Cresta a lama di rasoio in estate sarebbe stata una semplice cavalcata ma adesso, con un buon metro di neve, le cose cambiano». Il gruppo è infine rientrato sano e salvo a Pradimezzo in serata, dopo un intrepido corpo a corpo con la neve che arrivava alle cosce. «Era da parecchio tempo che non faticavo cosi tanto», conclude il nostro col senno di poi, «Provare per credere!»
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UN ALTRO PREMIO? SI’, GRAZIE, FORSE

postato da mauromazzetti alle 16:05 in varia, alpinismo extraeuropeo
Non ci lasciamo scappare l’occasione di fare i bastian contrari, ma solo per segnalare che il panorama dei premi assegnati alle rilevanti realizzazioni in montagna non si esaurisce con il seppur prestigioso e famoso Piolet d’or. Anche perché “più famoso” non equivale necessariamente a “più attendibile”.
Ricordiamo così che in questi giorni è stato assegnato un ulteriore premio, il Mugs Stump Climbing Awards. Questo premio, giunto alla 14ma edizione, è stato ideato per ricordare la figura di Mugs Stump, “uno dei più visionari arrampicatori nordamericani”, come si legge nella presentazione dell’iniziativa. Anche qui sono indicati requisiti severi per l’ammissione e per la valutazione delle salite proposte: piccole spedizioni con obiettivi che trovino ragione e fondamento in un alpinismo leggero, veloce e pulito.
Le 17 nominations (tanto siamo in periodo di Oscar) sono state severamente esaminate sulla scorta dei criteri di cui sopra. La giuria ha così deciso per 6 vincitori – ossia per 6 team differenti che hanno agito su 6 montagne distinte. Sono tutte realizzazioni di grande rilievo, che meritano certamente una consacrazione ufficiale ed un premio in denaro (da 500 a 5000 dollari n.d.r.).
Resta solo un dubbio, a noi malfidati e disincantati. Cinque sponsor dell’iniziativa a fronte di sei vincitori: par condicio negata o ragion di stato?

Ed infine un sasso lanciato nel brodo primordiale della Fattoria artistica: che fine ha fatto il "nostro" Rakaposhi?
giovedì, 09 febbraio 2006

RITORNO A CASA

postato da marcoconte alle 22:31 in storia dell alpinismo
Nei locali della locanda Alla Stanga, situata nel Canal d'Agordo poco a monte di Candàten, si respira aria di montagna da quasi un secolo e mezzo. Fondata nel 1850 dai fratelli Zanella, fu per lungo tempo una stazione di esattoria del pedaggio stradale tra Belluno ed Agordo. Giuseppe Zanella, che ne curò la gestione fino alla sua morte nel 1901, fu un leggendario cacciatore di camosci. Per l'albergo transitarono Cesare Tomè, Gottfried Merzbacher e Feliciano Vinanti nelle prime esplorazioni pionieristiche sul gruppo della Schiara. All'interno del bar, vicino al caratteristico larìn, si possono ammirare alle pareti splendide immagini in bianco e nero del gigantesco Burèl, vetta raggiungibile mica tanto facilmente dalla vicina Val de Piero. Autore di queste foto è Franco Miotto, che in materia di caccia, alpinismo ed escursionismo estremo ha decisamente avuto qualcosa da dire negli ultimi quarant'anni. Anche lui, tra queste mura, si sente come a casa propria.
È giusto ora di cena quando, lunedì scorso, lascio la Twingo nel parcheggio del ristorante ed entro. All'interno mi attendono Franco e Tito De Luca, che con l'aiuto dei giovani gestori hanno già predisposto la sala grande montando proiettori e schermo. Si tratta di una serata un po' speciale: il ristorante è chiuso, ma il portone di ingresso viene lasciato accostato poiché si è sparsa la voce che l'Uomo dei Viàz ha organizzato una proiezione di diapositive per un piccolo gruppo di amici e conoscenti. L'aggettivo "piccolo" è in realtà un eufemismo, perché entro le 20.30 le sedie sono finite è ci sono già spettatori in piedi sul fondo della sala: il passaparola sembra avere funzionato. Tito De Luca presenta brevemente Franco alla platea, lasciandogli quindi la parola e il telecomando del proiettore.
Molta è la carne al fuoco, le serate di Franco Miotto si protraggono spesso e volentieri fino alle ore piccole senza dare l'impressione che il tempo passi. Si inizia con il Viàz dei Camòrz e dei Camorzieri cavalcando per creste e cenge dalla Pala Alta fino al Monte Coro, mentre in seguito le immagini ci accompagnano alla base del Pizzocco ed in fondo alla Valle di San Lucano, dove alziamo lo sguardo verso lo Spiz di Lagunàz che si incendia nel tramonto. La storia mi è già nota, ed è forse per questo che pongo maggiore attenzione ai particolari, agli incisi, al contenuto delle parentesi. Franco racconta di nottate trascorse nel bosco ad ascoltare il canto del fagiano di monte, di ore passate a contemplare la lotta tra una salamandra e un lombrico, di larici schiantati dal fulmine che continuano testardamente la loro battaglia per la vita. Franco racconta della montagna che non va affrontata come una sfida tra uomo e uomo, bensì vissuta come un confronto tra noi stessi e le nostre debolezze. «Non si arrampica per avere un applauso», avrebbe magari concordato con lui Ettore Castiglioni.
È ormai tardi quando lasciamo la Stanga in direzione delle rispettive sistemazioni notturne, ma la partenza in qualche modo ci è pesante. Chissà, forse anche noi cominciamo a sentirci a casa seduti intorno a questo vecchio larìn.

RASSEGNA STAMPA

postato da mauromazzetti alle 10:37 in

Oggi noi del blog non parliamo. O meglio non scriviamo. Ossia: non commentiamo, non discutiamo, non litighiamo e non facciamo pace, non alludiamo e non spieghiamo, non parafrasiamo e non iperbolizziamo. Oggi ci affidiamo alle parole de “La provincia” e del giornalista Spreafico.
Oggi siamo RASSEGNA-ti, principalmente per la scomparsa di JC Lafaille, in misura minore per la defezione di Brenna al progetto UP, in minima parte su chi vincerà il Piolet d’or.

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mercoledì, 08 febbraio 2006

HO BATTUTO INDENTRO GLI ALBERI (Icio, Cimolais, 06.02.06)

postato da mluisanodari alle 00:43 in varia, storie dal tibet

Per prima cosa, è indispensabile mantenere la piastrella, Marinella.

Per seconda cosa, è proprio vero che la montagna è femmina. Parola di antropologa. E l’alpinista è maschio, e che sia maschio o che sia femmina. Insomma, pensateci bene: dagli anni 30 e per un bel po’ si son fatte le spedizioni ai monti come ci si provava con le donne. Militareschi. Freddi. Conquistatori. Epici. Esser ragazza o montagna allora deve esser stato emozionante come essere un’asse da stiro. Hum. In Himalaya ad esempio c’erano tedeschi di cui sotto, gli inglesi che son come il prezzemolo, i russi che tramavano nell’ombra e cinesi coi complessi d’inferiorità. Tutti in truppa, per poche montagne e per poche donne. Poi per fortuna vennero gli anni 70, quelli dell’amore libero. In montagna l’era un gran casino, neh, un grumo caotico per tante montagne e con tante donne diverse. E basta militari, per fortuna. [Però ragazze, l’avete visto il finanziere valdostano -glauco occhio azzurro - espressione fissa&fredda&passionale da conquistatore del Klondike a fine ‘800- quello che è andato in Patagonia alla conquista di s-variati monti???].

Dico poi: prendete la serata di venerdì. Quattro uomini sul palco, un grumo di donne tremanti&sospiranti a terra. Non si sapeva più dove guardare. Un caos. Le mie vicine gemevano come quattordicenni al concerto di una boy band, due sul palco infilavano frasi deliranti e irresistibili tra partite di morra e bicchieri di vino, altri due (sempre del palco) cercavano la matassa -nel caos- Luca ed Icio dietro a me ridevano, la platea (femminile) era rapita, conquistata, cotta come pasta al dente. Un delirio, una massa di donne come un unico grande rigatone al ragù d’oca sul grande altare-tavolo [con tovaglia bianca] del teatro, pronto a farsi addentare, masticare e digerire.

Si esce. Fellini ne sarebbe stato fiero. Della compagnia, del posto, di noi insomma. Io che avevo tentato di non esser rigatone ci casco, da copione. L’Ertano mi sgrida e quanto aveva ragione lui non immagina neppure. Colpita sto per affondare, ma Luca&Icio mi soccorrono, i Ragazzacci mi circondano, Abe mi recupera. Mi tendono la mano luccicanti ed eroici come cavalieri medioevali su un cavallo bianco con la solita bambinella deficiente, quella che si mette nei guai da sola. Il vino scorre, l’attore mi sgrana gli occhi ed ha paura di me, l’esploratore musicale mi cita Lou Reed, il pittore parla di un negozio di insaccati. Io sono rapita, ovviamente. Un’Abe trottola e lancia occhiate anche ad un’ostessa felliniana come la tabaccaia di Amarcord, che ci guarda, Luca ed io, mentre ci sentiamo in dovere di finire una bottiglia di grappa. Alla fine l’ostessa viene insidiata e la Fattoria mi saluta confondendo il mio nome con un’altrA. Fattoria, non si sbaglia MAI il nome di una ragazza, meglio non chiamarla per nulla, in caso. E lo so che avete spettegolato dentro in macchina, poi, voi TRE, neh.

Ho riparato a Cimolais un paio di giorni dopo, nel caldo risotto di Claudia, per tentare di riordinare le idee. Ho scoperto che buona parte del Sud America e della Romania si sono stabilite da quelle parti, e che ad Icio è arrivata la scarpa.

Mantieni sempre la piastrella, oh Marinella.

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