Secondo la tradizione tibetana alcune montagne vennero volando, da sole, o vennero portate da un altro paese, in tempi antichi e duri. La loro presenza non è per nulla permanente, e loro possono volare via in qualsiasi momento. Queste montagne – come il Kailash o l’Amye machen - si possono muovere, il che può sembrare sorprendente, dato che la montagna rappresenta, in genere, stabilità e immutabilità. E questo spiega come, per i tibetani, sia necessario fissarle al terreno. Ma le montagne possono volare via.
La kandro la, la reincarnazione di Yeshe Tsogyel sposa di Trisong Detsen, me lo aveva detto, là, a Tidrum. Stavo guardando le montagne e lei mi aveva detto ‘Cosa stai guardando? Non sai che un giorno le montagne se ne andranno via, volando, se ne voleranno via?’ E allora io, sgomenta, avevo immaginato un mondo senza montagne: un immenso, freddo, desertico e infinito Chanthang, senza un posto in cima al quale noi ci potessimo sentire incredibilmente vivi e felici.
La kandro la mi aveva guardata con quei suoi grandissimi occhi bruni indagatori, e mi aveva chiesto se le avevo fissate, le mie montagne. Io avevo risposto che le avevo lasciate libere, che non sarei riuscita a fissarle. La kandro la allora mi aveva guardata negli occhi e mi aveva detto che avevo gli occhi come il lago Namsto, calmi solo in superficie. E mi aveva anche detto che ben presto mi sarei spaventata, perché come il lago Namtso e il monte Thanglha, avrebbero cercato di fissarmi, e con una delle montagne volanti, le più pericolose, le più potenti. Io ero scesa da Tidrum annuvolata dalla predizione.
A distanza di due mesi sto per ritornare dalla kandro la. Penso che le dirò che le montagne qui da noi se ne andranno via ben presto, se ne voleranno via, anche le mie bianche e bellissime Dolomiti, perché non siamo riusciti a fissarle. E le dirò anche, masticando il granello di zucchero nella pallina di burro che avrà preparato per me, perché saprà che sarò sfinita dalla quota che soffrirò di nuovo per arrivare al suo alto monastero, che aveva ragione, che mi sono spaventata, e per una montagna volante.
In molti mi hanno scritto di intervenire: "Che ne pensa l'intrablog di tutto ciò?". Non so, mi sono detto. In questi giorni di mezzo febbraio non riesco a pensare. Sarà mai possibile? Sì, è possibile. Tutto è possibile, a parole, benché i fatti poi siano nemici delle parole, spesso. E allora mi sono chiesto, incipit di pensiero, che cosa mai avrebbe detto Warren Harding di tutto ciò? Lui certo non è del NordEst. Ho preso in mano il telefono stellare - un nuovo media non ancora convenzionale per i detentori dei media e della mediocrità - e ho chiamato Warren. Egli, poco serafico, dall'alto dei cieli, mi ha risposto secco secco, Ehi, cosa state combinando laggiù! Eppoi io in Italia, per discutere di queste facezie, parlo solo con il mio grande amico Giuseppe "Popi" Miotti, sai quello di Sondrio che di sassi, granito e non solo... ne sa un bel po'. Bene, STai in stAND by Warren, ho risposto io. Ho depositato la cornetta del telefono stellare e mi sono connesso alla rete terrestre. Di là del cavo c'era Popi, energico e passionale come sempre. Ci penso io, intrablog, ha detto lui, a fare un'intervista impossibile a Warren.
Detto, fatto.
Ed è così, cari amici, che è venuta alla luce, in tempi fin troppo sospetti, Che avrebbe detto Warren Harding? - l'ultimo provocatorio contenuto di intraisass.it >>>
Oggi noi del blog non parliamo. O meglio non scriviamo. Ossia: non commentiamo, non discutiamo, non litighiamo e non facciamo pace, non alludiamo e non spieghiamo, non parafrasiamo e non iperbolizziamo. Oggi ci affidiamo alle parole de “La provincia” e del giornalista Spreafico.
Oggi siamo RASSEGNA-ti, principalmente per la scomparsa di JC Lafaille, in misura minore per la defezione di Brenna al progetto UP, in minima parte su chi vincerà il Piolet d’or.
Per prima cosa, è indispensabile mantenere la piastrella, Marinella.
Per seconda cosa, è proprio vero che la montagna è femmina. Parola di antropologa. E l’alpinista è maschio, e che sia maschio o che sia femmina. Insomma, pensateci bene: dagli anni 30 e per un bel po’ si son fatte le spedizioni ai monti come ci si provava con le donne. Militareschi. Freddi. Conquistatori. Epici. Esser ragazza o montagna allora deve esser stato emozionante come essere un’asse da stiro. Hum. In Himalaya ad esempio c’erano tedeschi di cui sotto, gli inglesi che son come il prezzemolo, i russi che tramavano nell’ombra e cinesi coi complessi d’inferiorità. Tutti in truppa, per poche montagne e per poche donne. Poi per fortuna vennero gli anni 70, quelli dell’amore libero. In montagna l’era un gran casino, neh, un grumo caotico per tante montagne e con tante donne diverse. E basta militari, per fortuna. [Però ragazze, l’avete visto il finanziere valdostano -glauco occhio azzurro - espressione fissa&fredda&passionale da conquistatore del Klondike a fine ‘800- quello che è andato in Patagonia alla conquista di s-variati monti???].
Dico poi: prendete la serata di venerdì. Quattro uomini sul palco, un grumo di donne tremanti&sospiranti a terra. Non si sapeva più dove guardare. Un caos. Le mie vicine gemevano come quattordicenni al concerto di una boy band, due sul palco infilavano frasi deliranti e irresistibili tra partite di morra e bicchieri di vino, altri due (sempre del palco) cercavano la matassa -nel caos- Luca ed Icio dietro a me ridevano, la platea (femminile) era rapita, conquistata, cotta come pasta al dente. Un delirio, una massa di donne come un unico grande rigatone al ragù d’oca sul grande altare-tavolo [con tovaglia bianca] del teatro, pronto a farsi addentare, masticare e digerire.
Si esce. Fellini ne sarebbe stato fiero. Della compagnia, del posto, di noi insomma. Io che avevo tentato di non esser rigatone ci casco, da copione. L’Ertano mi sgrida e quanto aveva ragione lui non immagina neppure. Colpita sto per affondare, ma Luca&Icio mi soccorrono, i Ragazzacci mi circondano, Abe mi recupera. Mi tendono la mano luccicanti ed eroici come cavalieri medioevali su un cavallo bianco con la solita bambinella deficiente, quella che si mette nei guai da sola. Il vino scorre, l’attore mi sgrana gli occhi ed ha paura di me, l’esploratore musicale mi cita Lou Reed, il pittore parla di un negozio di insaccati. Io sono rapita, ovviamente. Un’Abe trottola e lancia occhiate anche ad un’ostessa felliniana come la tabaccaia di Amarcord, che ci guarda, Luca ed io, mentre ci sentiamo in dovere di finire una bottiglia di grappa. Alla fine l’ostessa viene insidiata e la Fattoria mi saluta confondendo il mio nome con un’altrA. Fattoria, non si sbaglia MAI il nome di una ragazza, meglio non chiamarla per nulla, in caso. E lo so che avete spettegolato dentro in macchina, poi, voi TRE, neh.
Ho riparato a Cimolais un paio di giorni dopo, nel caldo risotto di Claudia, per tentare di riordinare le idee. Ho scoperto che buona parte del Sud America e della Romania si sono stabilite da quelle parti, e che ad Icio è arrivata la scarpa.
Mantieni sempre la piastrella, oh Marinella.