Il racconto di
Mauro Corona Salvataggio anomalo, apparso sul nostro blog poche settimane fa, ha svelato uno dei drastici mutamenti in corso nei comportamenti umani in seguito all’imporsi delle nuove tecnologie di telecomunicazione. Altri oggetti nuovi, di recente, avevano già permesso salvataggi assai originali: per esempio un mio anziano parente, cacciatore d’altri tempi e grandissimo conoscitore dei selvatici, amante dei lunghi giri solitari lontano dai sentieri, una volta si ruppe una gamba tra le mughe, dove nessuno avrebbe potuto trovarlo. Per coincidenza, un uomo che si era lanciato non ricordo se col deltaplano o col parapendio da una cima dell’Agordino, gli volò proprio sopra, lo avvistò e poté mandargli i soccorsi. Oggi però non siamo di fronte a eventi fortuiti che trasformano casi particolari, ma a spaesamenti generalizzati del comportamento. Forse molti di noi avevano già percepito come stia rapidamente entrando in uso l’atteggiamento di
salire, anziché
scendere, per comunicare con qualcuno quando si è in montagna, portandosi in cresta dove, a volte ma non sempre,
prende il telefonino. Del resto nel fatto in sé non c’è nulla di grave. Si tratta di capire se, in cambio, si perde qualcos’altro. La piccola odissea del cacciatore Carlo, narrata da Mauro con ammirevole intreccio di leggende viventi e fatti concreti, dà un segnale assai più forte: tutto sta cambiando; e un esempio chiaro è dato dall’istinto di sopravvivenza che non spinge più a trascinarsi a valle, tra gli uomini, ma in cima, dove corrono onde elettromagnetiche captabili. Sempre che uno abbia con sé un cellulare, che io, ad esempio, in montagna non ho mai portato, anche se vado spesso e da solo in luoghi impervi. Dopo la disavventura toccata al suo amico, Mauro rivela che ora, quando va da solo per montagne selvagge, si porta il pur detestabile telefonino; e conclude che non si dovrebbe andare da soli in certi posti.
È possibile generalizzare questo tipo di scelte, cioè
vivere ancora oppure
non vivere più l’isolamento? E il tenore di sicurezza che si ottiene con l’una o con l’altra, alla lunga, darà un saldo positivo o negativo?
Il racconto di Mauro è fatto apposta per stimolare a pensarci. E anche per indurre a riesaminare esperienze vissute di recente che al momento non avevamo saputo inquadrare così bene come ha fatto lui.
Arrivando al termine della lettura mi rendo conto che un paio di mesi fa anch’io ho assitito a una scena del tutto analoga al suo
Salvataggio anomalo, cioè a una fuga alpinistica verso l’alto. Perfetto è anche il legame con l’incredibile avventura di Joe Simpson che si trascina a valle sul ghiacciaio del Siula Grande, citata da Mauro come esempio di istinto tradizionale. Lo dico perché nell’ultimo anno ho visto e rivisto, e anche presentato in diverse serate, il film
Touching the void tratto dal romanzo di Simpson: ho come stampate nella mente le scene dell’alpinista ferito che si trascina verso il basso, tra crepacci e morene. Immagini che influirono non poco sulle mie decisioni quando, in una limpida e insolitamente gelida sera dello scorso agosto, a pochi minuti dal tramonto, emersi finalmente sull’orlo del Ghiacciaio delle Grandes Murailles, nell’alta Valpelline. Ero completamente solo entro uno degli scenari meno frequentati e più isolati delle Alpi. Salvo che... a un tratto scorsi un segnetto scuro sul ghiacciaio, a grande distanza, che poteva essere una pietra, ma anche un essere umano. Dunque non ero completamente solo?
Ma andiamo con ordine.
* * *
Finalmente arriva l’alba, ma mi sento più stanco e assonnato di ieri sera, quando ero sfuggito alle raffiche riparandomi dentro il minuscolo bivacco Manenti, sul fianco occidentale della Valtournenche. Il vento ha scrollato con tanta forza la struttura metallica che non ho quasi chiuso occhio. Nella notte sembrava che tutta la natura fosse colta di sorpresa da quel gelo, così insolito nel mezzo di un’estate di questi tempi. Intorno al bivacco, tra dossi di rocce montonate, sostavano cercando riparo gruppetti di femmine di stambecco con i loro capretti. I piccoli belavano tra le raffiche con gemiti che parevano pianti di un bambino, insinuando un senso di inquietudine e precarietà che penetrava al cuore. Ora che il nuovo sole tocca le cime e che il vento da nord è sensibilmente calato tutto pare più tranquillo. Fuori però ogni gocciolio d’acqua è trasformato in solido vetrato. Al soprastante e quasi deserto rifugio Perrucca-Vuillermoz, a 2900 metri, faccio colazione con qualcosa di caldo cercando di scuotermi di dosso la nottata, ma commetto un errore: dimentico di riempire la borraccia. Do per scontato che tanto troverò qualche rigagnolo, ma mi sbaglio. Proprio questo, nelle ore seguenti, mi farà prendere coscienza di quanto sia scesa la temperatura. Mentre risalgo l’anfiteatro roccioso delle Punte di Fontanella e del Dragone, dove i ghiacciai si sono ritirati lasciando mari di pietre e di placche levigate, cerco invano fra i sassi: i ruscelli sono duri come il marmo. Una paretina accanto a un canale mostra un gran cespo di candelotti di ghiaccio, che nonostante l’arrivo del sole restano vetrificati: riesco a trarne solo poche gocce. Rinuncio all’acqua e mi concentro sulla bella cresta sud-est della Punta Fontanella, che si conferma un’arrampicata facile, divertente ed elevata tra grandi spazi alpini, ideale anche per una tranquilla salita solitaria. In cima, fra le tre punte principali che sfiorano i 3400 metri, scopro con meraviglia che sui resti del ghiacciaietto sommitale esiste davvero, ancora oggi, un minuscolo “lago artico”, come fu definito dall’Abbé Henry il piccolo specchio d’acqua che, secondo la sua esperienza, nell’800 si formava quassù “alla fine di estati particolarmente calde”. Solo che oggi è una lastra di ghiaccio pieno, che pare arrivare fino al fondo. Lo stesso vale per il ruscello che esce dalla piccola massa glaciale. Solo dove il rivo precipita in un canalone verso la Valpelline, sotto l’armatura vitrea sento scorrere l’acqua.. Mi calo e cerco di spaccare il ghiaccio spesso parecchi centimetri, ma trovo ben poco liquido e in posizione tale da poter riempire solo mezza borraccia.
Per ore mi perdo sulle aeree rocce sospese tra la Valtournenche e la Valpelline, tra il Monte Rosa con accanto un Cervino svettante dalle Grandes Murailles da una parte, e il seghettato orizzonte di vette delle Alpi Pennine dall’altra. Passaggio dopo passaggio scavalco spuntoni e crestine verso il Dragone. Il grande risalto verticale di quaranta metri non fa per me, lo aggiro calando sulle placchette inclinate e piene di ghiaino e pietre della parete ovest, anziché, come si usa, sulla est. Non è escluso che nessuno sia mai passato di qui. Risalgo e sbuco in cima al Dragone. L’aria è tersa, e abbastanza fredda da moderare la sete; tutto è silenzioso e splendente: la vista dei paesaggi di laghetti glaciali e dei remoti solchi dei torrenti è così aerea che mi sento sospeso nel cielo. Vado avanti e indietro, sul tratto di cresta soprastante il risalto aggirato, per conoscere anche quello; poi scendo per la cresta nord-ovest, che conserva ancora una parte glaciale simile a una piccola Biancograt. Ogni tanto mi fermo a scrivere appunti. Annoto le caratteristiche dei percorsi, le condizioni delle montagne. È davvero miracoloso che si tratti anche di un lavoro. Così passa gran parte del giorno, in assoluta solitudine. Rotta solo dai branchi di camosci che pascolano sui ripiani dei valloni sotto i ghiacciai in ritiro di Bellatsà e des Dames. Sono sceso di un migliaio di metri sul versante della Valpelline, e qui trovo bellissimi torrenti per dissetarmi e rifornirmi d’acqua. E finalmente, nel tardo pomeriggio, comincio a traversare in salita verso una meta che mi incuriosisce da tempo: il bivacco Tête des Roéses, isolato su una testa rocciosa a 3200 metri tra le lingue crepacciate del vasto Ghiacciaio delle Grandes Murailles. Pare che sia raggiunto solo poche volte all’anno e in genere solo da qualcuno esperto dei luoghi. Avevo sperato di andarci una decina di giorni fa, nel corso di un lungo giro del Cervino assieme al mio amico Gabriele, ma un violento temporale ci aveva indotti a rinunciare. Il gestore del vicino rifugio Aosta ci aveva detto che, per quanto ne sapeva, nell’estate c’era andata solo la guida locale Gigi con una famiglia e una bambina di otto anni, cosa davvero ammirevole, traversando poi il complesso ripiano glaciale fino al rifugio stesso. Quest’insieme di caratteristiche rende ai miei occhi il luogo estremamente attraente. Voglio raggiungerlo e pernottare lassù, certo che l’atmosfera sarà incantata.
* * *
Atmosfera incantata: ho introdotto l’ora del tramonto col racconto della giornata perché penso sia utile per capire il seguito degli eventi. Su per i terrazzi erbosi, per gli zigzag tra paretine, per le roccette, ho fatto una gara coi raggi del sole, che salivano rapidi sempre più in alto, inseguiti dall’ombra. Ce l’ho fatta: sul crinale roccioso sommitale dietro cui si cela il solitario bivacco sono ancora immerso per breve tempo nella luce dorata. Nonostante la fatica accumulata in questi due giorni mi sento quasi euforico: la bellezza misteriosa del ghiacciaio tutto gobbe, ripiani, reti di crepacci e occhi di roccia, come scolpiti dalla luce nell’aria di cristallo, mi lascia stupefatto, incessantemente meravigliato. Sopra, le pareti occidentali di ghiaccio e roccia e le guglie delle Grandes Murailles splendono arcane, vicine eppure restie a farsi toccare dagli uomini. Mi dedico alle fotografie. Quando torno a guardare l’altopiano di ghiaccio a sud, è come se di colpo scattasse un meccanismo teatrale, come se in un istante uno sfondo di scena venisse scambiato: quel segnetto scuro e verticale che avevo notato una decina di minuti fa, che stava assolutamente immobile e quindi doveva essere un sasso o una fenditura, ora si è leggermente spostato. Improvvisamente il paesaggio non è più solitario. Ogni tensione è cambiata. A meno che non sia un animale: un camoscio, o uno stambecco, visto di fronte o da dietro che traversa il ghiacciaio. Fisso col teleobiettivo la sottile figura: il suo movimento è lentissimo, anzi è quasi fermo; forse solo ogni tanto fa un passo. Eppure in qualche momento si capisce che è il passo di un uomo. Sì, è proprio una persona. Sarà a due chilometri da me.
Devo dire che sono realmente stupito. Da stamattina, dal rifugio Perrucca-Vuillermoz, non ho visto anima viva, e ora, al tramonto, c’è invece un solitario in mezzo al ghiacciaio. Da dove può essere arrivato? E perché è là, sul far della sera? Con quell’andatura quasi immobile?
Incapace di qualsiasi risposta mi metto a osservare attentamente. Per esperienza, per istinto, forse per logica, mi pare che qualcosa non funzioni. Del resto non voglio assolutamente asservirmi alla logica: la ricerca di bellezza, di avventura, di selvatichezza, o di altro, possono portare a scelte personali in montagna che gli altri non possono capire. Mi ha sempre infastidito chi non mostra rispetto per questa ipotesi. Osservo ancora . Il piano glaciale su cui si trova la figura è chiuso a sud-est dalla ripida parete nord-ovest della Becca di Guin e dal suo sperone occidentale, che nasconde lo scivolo del Col Budden; a sud il ghiacciaio finisce contro la cresta ovest della Punta Budden, che rappresenta un possibile punto di accesso. Verso valle, a ovest, precipitano invece delle seraccate. A nord, nella mia direzione, il piano è separato dal bivacco da pendii crepacciati. A questo punto la mia preoccupazione aumenta: riesco a riconoscere la traccia lasciata dall’omino, ma è una traccia mozza. Su di essa ora si sta allontanando, ma l’ha tracciata venendo in qua, verso il bivacco, forse in cerca di salvezza: la vedo infatti arrivare fino a dove inizia un’area crepacciata; qui ci sono un po’ di orme sparse, come avesse guardato qua e là senza trovare una via; poi basta. Deve aver fatto dietro front. Più ci penso e più il mistero si infittisce. Da dove è arrivato? Da qui no, come la traccia dimostra. Dalla cresta inferiore della Punta Budden? Ma allora, visto che è quasi notte, perché non ridiscende da quella parte? Perché sta quasi fermo? Cominciano a tornarmi in mente i belati di pianto dei capretti di stambecco della notte scorsa. Penso al freddo glaciale che ha fatto, e alla persistenza del gelo per tutta questa giornata. Quel tale non ha assolutamente un grosso zaino sulle spalle, forse non ha niente; come può pernottare sul ghiaccio in queste condizioni? Comincio anche a sentire sete per lui. Ce l’ho avuta per buona parte del giorno, e so bene che ora su quel ghiacciaio non corre il minimo rivolo d’acqua. Del resto cosa posso fare? Mettermi in contatto a voce è impossibile, la distanza è troppa, e tra noi sale lo scroscio delle cascate d’acqua sgorganti dalle lingue di ghiaccio, più potente di ogni grido. Andargli incontro, slegato per due chilometri di ghiacciaio crepacciato al calar della notte, sarebbe assurdo.
Finalmente comincio a ipotizzare una spiegazione. Quell’ombra è infatti arrivata presso delle gobbe nevose ai piedi della parete della Becca di Guin. È ferma e sembra guardare appena dietro una gobba, come dialogasse con qualcuno. Forse è tutto semplice: è con un compagno che ora sta dentro una truna che hanno scavato; bivaccano in questo luogo meraviglioso e domattina fanno una scalata! Ovvio che ora faccia con tutta calma una passeggiatina godendosi il tramonto! Riprendo a fare le mie foto, e dopo un po’ vedo l’uomo ricominciare a salire in diagonale – ma solo due o tre passi al minuto! – lungo il piede nevoso della parete. Ogni tanto vedo luccicare un oggetto, forse una piccozza. Poi si sdraia sulla neve. “Starà guardando il tramonto e fra poco tornerà alla truna”, mi dico.
Vado ad aprire il bivacco, che sta tra il culmine della Tête e il ghiacciaio. È grande e confortevole, con posto per una quindicina di persone, che non so se siano mai venute qui tutte assieme. Sono davvero contento di poter riposare stanotte in un così bel posto. Apro il libro del bivacco e scopro quanto sospettavo: gli unici passati quest’anno sono dei miei amici, affezionati alla Valpelline: mamma Cristina con i suoi bambini Giovanni e Teresa, venuti con Gigi la guida! Mi fa davvero piacere, e scrivo qualche pensiero sotto i loro nomi. Ma quando esco per ammirare le ultime fiammate d’arancio sulle creste, trasecolo. La piccola figura si è rialzata in piedi, e anziché scendere ha ripreso a salire, un passo ogni tanto, con una lentezza ossessionante, mentre l’ombra invade il ghiacciaio. Il suo intento mi sembra ora evidente: punta ad aggirare lo sperone ovest della Becca di Guin per imboccare lo scivolo ghiacciato del Col Budden, alla cui sommità, a quasi 3600 metri, si trova il bivacco Paoluccio. Forse lo ritiene la sua ultima possibilità di trovare un ricovero. O forse spera che da lassù prenda il suo telefonino. In ogni caso mi appare tutto inverosimile. Se si trova in quello stato di sfinimento su un pendio dolce, è impossibile che possa arrampicarsi nella notte sul ben più ripido e impegnativo scivolo di ghiaccio che l’aspetta. Di colpo ne sono certo. È evidente che devo scendere. Devo partire subito, finché le ultime luci mi lasciano ancora vedere il tratto più alto e complesso della via di discesa, che al buio risulterebbe quasi introvabile e pericolosa. Devo arrivare stanotte al rifugio Prarayer, perché domattina alle prime luci i soccorsi possano essere lassù. Per quanto ne so, quell’uomo può avere un abbigliamento leggero; sfinito come sembra, col gelo di questi giorni, potrebbe non sopportare una notte all’aperto sul ghiacciaio. In fretta e furia richiudo il bivacco, ingoio un pezzo di cioccolato e corro verso valle. Il sole è tramontato sulle vette da cinque minuti.
La stanchezza che sentivo fino a poco fa è sparita. Ora sto benissimo. Scendere ad avvertire il soccorso alpino mi sembra veramente il minimo che si possa fare dopo aver visto qualcuno in una situazione così probabilmente critica. Mi ritrovo ad ammettere con me stesso che questa corsa non ha niente del sacrificio: anzi, in contrasto con la preoccupazione per quello sconosciuto, è una sorta di avventura che mi fa piacere sperimentare. Così siamo fatti. E per fortuna può essere appassionante anche ipotizzare di essere utili a qualcuno, non solo realizzare un progetto proprio.
Riesco a calare molto in fretta sul primo versante ripido, imbroccando pendii di sfasciumi che mi evitano roccette più lente. La base della Becca di Guin è ancora in vista, perciò scruto un’ultima volta: la figurina ha puntanto diritta ad alcuni crepacci contornati dai massi scuri di qualche frana e ora tenta di superarli direttamente. Mi sento confermato nelle mie ipotesi: quei crepacci si potrebbero aggirare molto facilmente a destra con una diversione di poche decine di metri, ma evidentemente quell’uomo ha tali difficoltà di movimento da non sentirsi di allungare il tragitto. Vedo la sagoma minuscola animarsi per un attimo: qualcosa si alza verso l’alto, come braccia che brandiscono una piccozza in un gesto concitato. È proprio su un crepaccio. Non so cosa sia successo ma vedo che è giunto a monte della fenditura. Sullo sfondo della mia mente scorrono le immagini della ritirata solitaria di Joe Simpson e si confondono con quello che deve essere in corso ora lassù. Nonostante la contraddizione del senso inverso di marcia, verso l’alto.
Non sosto oltre e proseguo, perdendo definitivmente di vista lo sconosciuto. Al di là di un terrazzo comincio a scendere per roccette, più a salti che arrampicando, convinto di dover arrivare almeno al piano morenico sotto la maggiore lingua di ghiaccio prima che sia realmente buio. È questione di andare di qua e di là per imboccare cengette e canalini giusti, trovando conferma in qualche ometto di pietre. I rari e poco marcati segni gialli su alcune rocce ormai non sono più visibili. Sulle successive balze di zolle erbose e paretine è più facile finire fuori strada, ma per sorte o per istinto continuo a ritrovarmi sulla linea corretta, raggiungo la morena laterale del vallone sospeso e il piano morenico davanti alla bocca del ghiacciaio. Anche il crepuscolo sta ritraendosi e il cielo si punteggia di stelle. Salto sui massi del torrente, corro per placche montonate e detriti, risalgo per scavalcare il crestone che deriva dalla Punta Budden. So che questo è il tratto decisivo, perché se riuscirò a scendere ai pascoli di Bellatsà, poi potrò andare tranquillamente al buio. Preferisco muovermi senza accendere la torcia, perché la visione indistinta della forma complessiva della montagna è molto più utile che fissare i dettagli di erbe e pietre davanti ai piedi. In effetti è come se la grande concavità sotto alle Petites Murailles mi attirasse verso di sé. Al tenue chiarore delle stelle riconosco le gobbe erbose delle bizzarre e antiche stalle a volta letteralmente sepolte dentro i pascoli. Qui dieci giorni fa avevo bivaccato con Gabriele. Subito sotto comincia il sentiero. Sono stupito e rallegrato per come è andata bene la complessa discesa. Ora devo solo tenere un buon passo. Accendo la torcia che qui diventa utile per seguire il sentierino tra le erbe e punto ripidamente al fondo della Valpelline.
Le domande possono tornare ad accalcarsi. Sto cercando soccorso per qualcuno che non mi ha chiesto niente: e se fosse tutto un abbaglio? Se in mezzo a tanto isolamento fosse stata la mia mente a inventarsi questa storia, alla ricerca di chissà quale avventura? Il dubbio non mi ha ancora lasciato del tutto. E non è un dubbio da poco. È la lotta tra la fede nell’esperienza e nella capacità di aderirvi in modo efficace, e l’invasione del virtuale che ci vince, e finisce per sostituirsi indifferentemente, senza che ce ne accorgiamo, a ciò che materialmente accade. Ma ormai ho deciso di convincere i soccorritori ad andare a vedere, rischiando la figuraccia se si rivelerà un falso allarme. Del resto, c’è un altro aspetto della situazione che invece mi affascina. Ed è il pensiero che un’eventuale salvezza di chi si sente perduto può non dipendere in nessun modo dai nostri calcoli. Se quel tale è in seria difficoltà, certo sa che sta vagando in un luogo dove nessuno può vederlo. Sa di essere solo con la montagna e col suo destino. E invece le cose stanno andando diversamente. Ma da cosa dipende? Tra questi pensieri concitati travolgo la polvere del sentiero con passo forsennato, lungo il fondovalle interminabile nero come il carbone.
* * *
A un tratto un paio di lampioncini in fondo al prato rivelano l’edificio in pietra del Rifugio Prarayer, appena a monte del lago di Place Moulin. Vedo con sollievo che dentro c’è luce e vita, non stanno ancora dormendo. Mi presento nel salone ancora pieno di gente con un aspetto probabilmente un po’ scarmigliato, e chiedo alla ragazza che serve al bancone se posso parlare col gestore. Vedo che sono passate le 23. L’Albino, con la sua aria ironicamente scettica da veterano della montagna, ascolta il mio racconto non senza una momentanea incredulità. Le due ragazze del rifugio, molto giovani e piene di slancio, si fanno intorno partecipi e subito decise a chiamare il soccorso. Racconto più volte i dettagli sia ai gestori che ai gruppetti dei clienti che si avvicinano a chiedere; l’Albino scuote la testa convenendo che ben difficilmente un ferito potrebbe superare una notte sul ghiacciaio con il freddo di questi giorni. Alla fine, tutti d’accordo, il gestore prende in mano il telefono. Mi passerà un primo coordinatore del soccorso, cui spiego per filo e per segno quanto ho veduto. Più tardi una guida richiama, gli confermo i dettagli. Mi dicono che all’alba partirà un elicottero per andare a controllare. Mi sento sollevato.
Intanto la bionda e la bruna del rifugio mi colmano di attenzioni. Col benestare del bonario Albino mi servono gratis ogni ben di Dio e un gran boccale di birra. Siccome per rendere credibile il mio racconto ho detto di essere un professionista della montagna, le due giovani mi fanno un mucchio di domande, da come iniziare l’alpinismo fino all’orientamento con le stelle. È sorprendente come le situazioni possono mutare da un istante all’altro. Verso l’una di notte l’Albino mi apre la porta di una dépendance, un’antica casetta con l’interno rivestito in legno che fu dimora di Papa Pio XI durante una sua escursione, e mi offre di pernottare lì per la speciale occasione, ancora meravigliosamente gratis.
Avrei proprio bisogno di riposare, ma il pensiero ritorna alla lunga giornata e all’ombra sconosciuta che in questo momento deve essere nel buio e nel gelo sullo scivolo del Col Budden. Mi è stato confermato che in tutta quella zona i cellulari non prendono, a quanto pare nemmeno su in cresta, al bivacco Paoluccio. Se lo scopo della risalita dell’uomo era quella, è del tutto inutile. Mi colpisce un altro pensiero: se io fossi stato abituato a usare il cellulare, appena compresa la situazione dell’alpinista solitario avrei cercato di telefonare al soccorso. Non ci sarei riuscito e avrei provato a spostarmi di qua e di là in cerca del campo. Sarebbe venuto buio senza alcun risultato. Anziché aver avuto la prontezza di scendere, avrei maledetto satelliti e ripetitori. E forse sarei rimasto là per la notte, senza fare nulla, non solo a causa dell’oscurità divenuta fitta, ma per aver ormai delegato a uno strumento fuori da me stesso la mia fiducia. Senza fiducia, certe cose non si riesce più a farle. Non c’è nulla di matematico o di esatto in questo pensiero; ma per istinto sento che la fiducia deve essere coltivata per mezzo di condizioni autentiche, altrimenti si rinsecchisce senza che ce ne accorgiamo.
Finalmente mi addormento, ma con vari risvegli per placare la sete ancestrale.
* * *
Verso le 6.30 del mattino il battito delle pale dell’elicottero inizia a risuonare tra gli alti versanti della valle, svegliandomi. Proprio la finestrella accanto a me, da cui forse Pio XI sbirciò i monti ai suoi risvegli, inquadra la Punta Budden, tanto che dal letto vedo volarle incontro la libellula meccanica. Mi sento contrito al pensiero di essere io la causa di quello sconquasso, e spero davvero di non averlo provocato per nulla. Mi alzo e corro fuori a guardare, assieme ad altri curiosi. L’elicottero vola nei luoghi giusti, sul Ghiacciaio delle Grandes Murailles, sulle creste soprastanti, al Col Budden dove sembra sostare a lungo, qua e là nei dintorni, infine se ne va. Non si è capito cosa abbia concluso. Io entro a fare colazione. Passa un po’ di tempo e si sente di nuovo l’elicottero. Dopo un po’ la gestrice viene a dirmi che i soccorritori hanno telefonato: al bivacco non c’era nessuno, e neanche altrove; hanno visto le tracce, e ritengono che l’uomo sia sceso a valle per conto suo.
Così, dunque? Le mie sensazioni sono state fasulle. Non so cosa pensare, salvo prendere atto del risultato. Quello che avevo visto - come i miei occhi me l’avevano fatto vedere - non ammetteva un esito così semplice. Non c’erano, ieri sera, secondo tutte le mie capacità di comprensione, le condizioni perché quell’ombra solitaria e a stento in grado di muovere qualche passo lasciasse lo scivolo di ghiaccio per venir via, al buio, con le proprie forze. Invece, a quanto pare, è andata così. O forse avevo ragione a temere di aver dato vita a un fantasma.
Sono ancora al tavolo che scrivo qualche appunto sul percorso di ieri quando sento suonare il telefono; subito dopo ritorna da me la gestrice sorridente: «hanno richiamato quelli del soccorso: l’hanno trovato. Hanno fatto un secondo giro con delle guide locali, più esperte dei luoghi, e hanno cercato meglio. Hanno detto che non era riuscito a raggiungere il bivacco, che ha passato la notte sul ghiacciaio. Aveva una caviglia infortunata, lo hanno portato all’ospedale di Aosta. Ah, dicono che ringrazia per il soccorso».
Anche stamattina c’è un sole bellissimo e l’aria è fresca. Metto via le mie cose, saluto e ringrazio tutti e riparto per il Colle di Valcournera. Voglio verificare ancora un’ennesima cresta del Dragone e conoscere l’accesso a due valichi, prima di scendere a Valtournenche.
Chissà se la piccola ombra delle Grandes Murailles è uomo o donna, italiano o straniero, giovane o anziano; e soprattutto chissà da dove era giunta là, e perché si era infortunata. Sono contento di non saperne nulla e di sparire subito nei boschi. Sarebbe desolante se in una storia come questa l’attenzione si soffermasse sul tizio – in questo caso su di me - che per motivi incomprensibili è divenuto il mezzo che ha dato inizio a un salvataggio. Il senso degli eventi è di tutt’altro tipo. Perché sono capitato lassù, dove non va quasi mai nessuno, proprio in tempo per accorgermi di cosa succedeva, e cosa mi ha comandato all’improvviso di scendere? Perché proprio io non avevo con me il cellulare, non mi sono messo a cercare un aiuto con quel mezzo inutile, ma avendo fiducia nelle gambe e nella discesa ho potuto fare quello che serviva? Perché i soccorritori mi hanno creduto fino in fondo e per scrupolo hanno voluto fare un secondo viaggio? La verità è che non lo sappiamo, oppure che ognuno può pensare quello che vuole. Però se notiamo tutte queste cose ci rendiamo conto che c’è poco da fare calcoli, nel decidere quali mezzi ci aiuteranno a salvarci in un caso o nell’altro. Forse conta di più essere capaci di stare all’erta. E coltivare la fiducia più in ciò che siamo che in quello che ci inventiamo.