Sarebbe bello essere lassù, sospesi nell'aria, e osservarlo mentre sale. Per cercare di capire se è sempre lui, se non gli capita qualcosa di strano, se all'attacco non trangugia un intruglio scoperto tra i druidi, se sono i capelli a dargli la forza... Quando gli parli, dopo, ti sembra di avere a che fare con un artista maledetto ancora intento alla sua opera, un marziano esaltato, quasi invasato, un fiume in piena, un treno, un orso in corsa. Cerchi di fargli qualche domanda e lui ti risponde a raffica, ti mette al muro e tu devi richiedergli le stesse cose, perché non sei riuscito a prendere appunti sul tuo blocco scassato. Ma cosa ci possiamo fare se in lui «il sangue circola molto più velocemente»?. Possiamo soltanto lasciarlo parlare, sfogare... «Quando inizio a salire e tutto intorno montagne maestose e un gran silenzio, ecco, l'olfatto si fa più sensibile, gli occhi vedono cose mai viste ed i timpani odono l'impercettibile... salgo, salgo, velocemente, non so andare piano, non posso... abituato a correre nella vita, sul lavoro, nella quotidianità. Porto le mie abitudini anche tra le montagne... Non uso frasi strane per descriverne il significato, non esiste la traduzione di SOLITARIA...». Insomma: «Bello, bello, un gran vione, hai visto la foto?, era un po' che ci pensavo... Dall'altra parte c'era un "canaio" di gente, sul diedro, sull'altro diedro, sul Piano inclinato: roba di un anno o due, neh, poi tutto tornerà come prima... Ma io volevo starmene solo, fuori dalla mischia, al mio ritmo, come un treno, sono superallenato... Sai cosa ti dico? Che di torri così ce ne vorrebbero quattro o cinque di fila, da salire una dopo l'altra... Bello, bello, capito? Una roba che volevo fare: era un po' che mi mancava. Se qualcuno mi avesse detto: andiamo insieme? gli avrei risposto di no, avevo altro in testa. Su in scarpette, senza corda, senza niente - non cadi lì, la roccia è da favola -, come piace a me».
SPIZ AGNER NORD, via "FLORA DE BIASIO" (Lorenzo Massarotto e compagno, 1985; prima ripetizione: Daniele Costantini e compagno, 2003), 700 metri, V+ (scala Massarotto) - Seconda ripetizione e prima solitaria: IVO FERRARI, 19 giugno 2005, alle 5.30 da Ester (in valle), alle 8 all'attacco, alle 11.20 in cima. La morale: «Istinto, solamente istinto».
Mi chiama Gogna da Levanto a Cimolais e mi dice che laggiù si sta rompendo le scatole e mi domanda se per caso ho in programma delle scalate quassù nelle Dolomiti. Gogna che s'interessa ai miei programmi? Gli rispondo di sì, che l'indomani salgo in Civetta con due amici per tre o quattro giornate. Mi chiede allora se ci può raggiungere. Gogna che vuole accompagnarsi a noialtri? Alessandro Gogna, il Felice Gimondi od il Keith Richards dell'alpinismo, una leggenda vivente a spasso per i monti con me ed i Ragazzacci? Ne sono soprattutto lusingato, però la faccenda un tantino mi preoccupa. Non già per la nostra, inevitabile, brutta figura. Ché in lui prevale l'uomo sulla competizione, la ricerca sull'esibizione. È che lo so preciso, mentre noi azzecchiamo talvolta qualche cima e per lo più siamo votati all'anarchia. Comunque sia, va bene, si combina.
L'indomani dunque c'incontriamo nella Val Corpassa. Lui arriva in piena sindrome da GPS ed ha viaggiato con un congegno apposito sull'auto, un viaggio fluido, costantemente a 120 all'ora. Tino e lo Squiccia ne sono soggiogati. Saliamo al Vazzolèr. Ceniamo dentro. Usciamo dal rifugio. Tino e lo Squiccia estraggono una bottiglia di grappa "Noi e voi", la più economica, comprata per tremila lire vicino a Fiera di Primolano. Fiera di Primolano? Alessandro obietta. Ma come spiegargli al momento che non sopportiamo più quanti sull'alpe t'indicano ad ogni passo un posto, che odiamo la Gusèla spesso avvistabile e scontatamente additabile, che preferiamo in cammino il silenzio ed abbiamo preso l'abitudine di storpiare apposta i nomi quale legittima difesa? Come raccontargli ad esempio che proprio lo Squiccia nell'ultima scialpinistica sul Colbricon ha mandato in confusione un invadente saputello della SAT scambiando la funivia della Marmolada con la Casera Cornetto ed il Passo Cereda con la Val Bosco del Belo? Gli offriamo, meglio, un sorso. Tuttavia lui si nega, affermando che sa in che modo va poi a finire. No, lo rassicuriamo, solamente un goccio a testa. Lo sa e sa pure che Tino sta per Vomitino. Svuotiamo infatti, davanti alla chiesetta, il contenuto.
Il primo giorno in montagna punto alla Torre di Pelsa. Diritto per la normale. Alessandro invece vorrebbe un giro prolungato e panoramico. Fotografare più rilievi dei Cantoni di Pelsa. Tino va quindi con lui per la Croda ed il Castello. La Guglia nonché il Tridente. Sempre di Pelsa. Lo Squiccia ed io portiamo la corda. Alessandro ancora. Ai saluti. Non hai letto che fuorché 5 m è soltanto II? Sì per Dal Bianco. Kelemina e Fontanive. Sì senza sorprese. Arrivederci in cresta. In cresta adesso. Lo Squiccia ed io stiamo attaccando il nostro torrazzo sommitale. Sentiamo un richiamo. Alessandro è alle spalle. Ci abbranca in un lampo. Gli serve la corda per recuperare Tino. Lo Squiccia ed io aspettiamo. Lo Squiccia contempla. Sussurra. Peeelsa. Pelsa? Qui tutto è Peeelsa. Senti piuttosto. Quando torna la corda riattacca all'istante. Ritorna la corda. C'è il buon Tino. E c'è Alessandro. Vorrei sapere cosa ve ne fate d'una corda di cento metri? Lo Squiccia la riprende silenzioso. Impiega un secondo. La taglia a metà con una pietra piatta che batte sopra una pietra aguzza. No! No! Dicevo così per dire. Ed oramai. Chi parte? Guardo lo Squiccia. Lui guarda altrove. Verso il cielo totale di Pelsa. Parte Alessandro. Riguardo lo Squiccia. Oh! È Gogna! Su nel camino. Che grado? È difficile? Più che difficile... È straaano. Ho capito. Il quarto grado superiore dello Squiccia. Raggiungiamo Alessandro e Tino sulla vetta. Una vetta importante. Alessandro in centottanta secondi. Chioda. Butta la doppia. Va giù per uno strapiombo. Rientriamo attraverso il Tridente. La Guglia. Il Castello e la Croda. Di Pelsa. Alessandro aiuta anche me. Alessandro. Per carità non vorrei offendere i loro primi salitori ma queste altre quote mi sembrano topograficamente irrilevanti.
Il secondo giorno saliamo tutti assieme la Cima dell'Elefante. Alessandro, in una situazione degna d'Indiana Jones, si emoziona toccando per primo con la sua mano l'estremità della proboscide. Una proboscide di 150 m! S'affaccia ad una bolgia di pilastri, d'inghiottitoi, di buchi neri. Mi avverte: "Luca! Rivelazioni Dolomitiche!". Sopra la Cima dell'Elefante lui e Tino ripartono alla volta nuovamente della cresta. Lo Squiccia ed io stiamo per inseguirli allorché li vediamo ritornare, lungo una cengia, dal canale nascosto e proposto nelle guide in commercio. Alessandro sentenzia: "Là dietro c'è un salto invincibile". Tira su dritto per la Cima Listolade. Apre forse in mezz'ora una via. Più che difficile, straaana. I ragazzi, io medesimo, siamo ormai conquistati. Facciamo le foto. In quella di Alessandro, lo Squiccia compare a sinistra e sullo sfondo di più spalti grandiosi. Nella mia lo stesso Squiccia, rivolto alla Cima delle Mede, sta sulla destra e sembra un soldatino scomposto in due pezzi. La scavalchiamo inoltre, la Cima delle Mede. Poi Alessandro trova il tempo addirittura per salire con l'itinerario più impegnativo il Dente della Henrietta.
Il quarto giorno Alessandro ed io, soli, visitiamo il Castello della Busazza e doppiamo il Col dei Camòrz. Mi rimprovera, io affaticato, le sigarette. Mi guida sicuro. Con dolcezza e premura. Le sue figliole ne hanno fatto un pane. Ci salutiamo, in ultimo, volendoci un gran bene.
Ed il terzo giorno? Piove. Siamo costretti al rifugio. Per lo Squiccia e Tino, con la birra alla spina sul banco, no problem. E per quanto mi riguarda, benché preferisca l'acquavite, idem. Adoro cazzeggiare. Fumare sul terrazzino. Fermare il tempo. Alessandro, viceversa, è impaziente. Propone le carte. Giochiamo per tre, quattro, cinque lunghissime ore. Lo Squiccia, a scopone, tutte le volte che scende dichiara: "Spariglio". Anche quando è diverso. Alessandro s'innervosisce. Così che propongo ad un tratto: "Se ci facessimo un bel tè?". Alessandro butta le carte sul tavolo e sbotta: "No! È troppo e tu ora me lo devi spiegare. Che cosa c'entra Loredana Berté?". Ok. Io mi mangio le parole. Ho persino la erre milanese. Ma perché Tino e lo Squiccia non vengono in mio soccorso e fingono di studiare le linee d'arrampicata tratteggiate sulle immagini esposte nel locale? Non staranno magari memorizzando le varie cazzate sortite in questi giorni onde usarle per degli infiniti tormentoni con Alessandro qualora diventassimo dei buoni compagni? Fortuna che nella circostanza il cielo si riapre all'improvviso e corriamo tutti fuori, dispersi nei boschi e per i pascoli di Pelsa, a fotografare.