La vedo ritornare in questi freddi pomeriggi con il pulmino dall'asilo e sento che mi affida la sua mano, a lato della strada, su e giù per i cumuli di neve.
Non ha trovato ancora una compagna con cui scambiare le figurine doppie e triple delle Winx, le magiche fatine non giapponesi in onda su Rai 2: nella valle - tranne che per il Tg 3 provinciale - i televisori sono perlopiù sintonizzati sulle reti private. Ed il paese, nel quale ci si vuole tanto bene, è anche quello raccontato dall'ultimo Premio Nobel della letteratura Elfriede Jelinek: comporta molta ignoranza, grettezza, avidità (qui da noi ad esempio la canzone intonata coralmente nelle sagre risulta "Vagabondo", degli amati Nomadi, però io me li immagino gli stessi cimoliani alle prese con un vero zingaro o semplicemente uno spiantato...). E questo Nord-Est inoltre, puntuale alla Santa Messa, si appresta a trasferire la produzione in Cina oppure in Romania: là dove una donna prende mezza paga rispetto al maschio, a parità d'orario e di mansione, soltanto perché è donna.
Farà rimbombare con la migliore gioventù la via più fashion della città in cui andrà a studiare al grido di "Borghesia assassina!"? Eviterà i sassi dall'alto ed il vuoto ad un passo per mille montagne? Sposerà un padano arricchito che la vorrà a casa mentre lui trascorre le serate al videopocker e le vacanze con i camerati in una lontana località di poverette?
Per fortuna, quando azzardo simili pensieri e quasi non sapessi che lei ballerà comunque sola, mi viene in soccorso l'amico Giacomo di Claut con ben due figlie: "Tu ti preoccupi di quel che farà Marinella fra quindici anni, io invece sono già contento se riesco a programmare qualcosa per la settimana prossima".
“I praticanti del bouldering sono visti, dalla maggior parte della popolazione arrampicatoria, come dei pigroni”. Così comincia l’articolo che si può trovare su kairn.com ed intitolato “Alimentazione dei boulderisti”. L’autrice Heather Clark motiva questa affermazione con le seguenti argomentazioni:
Dopo un incipit di tal fatta, il tono cambia però di registro, spostando l’analisi sul piano della scienza dell’alimentazione.
Vengono così esaminate le due parole (il di-lemma) “potenza” e “durata” (sottintendendo “della prestazione”), concetti antitetici e difficilmente armonizzabili. Come guadagnare massa muscolare senza pagare pegno salato con un aumento di peso?
La (presumiamo) dottoressa Clark si addentra pertanto in un terreno che fa sicuramente la felicità degli addetti ai lavori; via quindi al rutilante valzer di proteine animali e vegetali, nobili e ig-nobili, che servono a ristorare ed a reintegrare i preziosi tessuti di chi sprigiona potenza esplosiva in pochi, durissimi movimenti concatenati a prezzo di sforzi serrati e continui.
Ed ancora carboidrati dosati con accortezza e bilancino farmaceutico. Sotto il masso “sì” senza riserve ad un cracker (uno solo, si badi), per non appesantire (…) la digestione e la conseguente irrorazione di sangue nei tessuti muscolari; “sì” ma con giudizio – e proprio se non se ne può fare a meno - a cioccolato, cubetti di gelatina dolce e caramelle (forse che gli specialisti di boulder sono nemici dei dentisti? n.d.r.).
Insomma, la vita dei forzati arrampicatori è senz’altro dura, ingabbiata com’é in schemi, vincoli, regole, norme, intrisa di biologici controlli incrociati tra cause ed effetti procurati dall’ingestione di un cibo rispetto ad un altro (ed anche di uno stesso cibo in quantità diverse, ed anche di uno stesso cibo in differenti momenti della giornata, ed anche di un mix di cibi che tenga conto dei precedenti parametri e di tutti quegli altri che non riusciamo neanche ad immaginare, gongolanti come siamo di una crassa e grassa ignoranza dietetica).
L’articolo schiude comunque uno spiraglio di speranza, forse di indulgenza, nei confronti degli ormai atterriti lettori: il messaggio è che non bisogna farsi prendere la mano dalla super specializzazione alimentare. Attenti quindi a dosi, quantità e qualità dei cibi, senza però avvitarsi in un’esasperazione integralista (nel doppio senso di cibi “bio”e di estremismi ideologici).
Tutto questo rimuginavamo ieri sera, sbucciando un’arancia e pensando ad un nostro ormai non più amico che aveva bandito la frutta dal pasto serale; tale drastica e draconiana scelta era stata compiuta per non aumentare la fermentazione gastrica intestinale, con conseguente ineluttabile aggravio dei tempi e dei modi di digestione e contemporaneo proditorio attentato ai corretti processi metabolici.
Condividiamo quindi nello spirito la considerazione apparsa su pofroad.com riguardo al citato articolo: mentre sono incentivati biscotti e frutta secca/fresca, non viene invece menzionata la francese tartiflette (pastone di formaggio e patate cotto al forno n.d.r.), peraltro tripudio assoluto di carboidrati e di proteine.
Condividiamo nello spirito ma non nella sostanza: noi laici e pagani delle province occidentali dell’impero, refrattari a sciovinistici piatti gallici, innalzeremo un totem alla cui base porremo una pietra sacrificale colma di cibi iniziatici e propedeutici (trenette al pesto, fritti misti, stoccafisso c.d. “accomodato”, farinata di ceci e focaccia alla genovese).
Prosegue la querelle a distanza "invernale sì, invernale no". Teatro: Shisha Pangma; Attori protagonisti: Jean Christophe Lafaille, Simone Moro, Piotr Morawski; attore non protagonista: Krzysztof Wielicki.
I nuovi sviluppi, riportati da La Provincia, riguardano il riconoscimento ufficiale da parte della China-Tibetan Mountaineering Association dell'impresa di Moro e Morawski come prima invernale assoluta allo Shisha Pangma. Mentre, sempre su La Provincia, leggiamo la risposta di Lafaille al contributo polemico di Wielicki.
[l'autore degli articoli è sempre l'infaticabile e meticoloso Giorgio Spreafico che, ricordiamo, con la sua pagine di montagna e alpinismo pubblicate settimanalmente su LA PROVINCIA compila una rubrica unica in Italia. N.d.BlogM]
Chiudiamo la rassegna stampa odierna con la singolare iniziativa del comune di L'Aquila per intitolare una cima del Gran Sasso a Papa Giovanni Paolo II.
Incontri da non perdere nei prossimi giorni a Lecco e dintorni. Giovedì 27 gennaio, alle 21, in sala Ticozzi (Lecco, via Ongania), grazie al gruppo alpinistico Gamma e alla locale sezione dell'Uoei (Unione operaia escursionisti italiani), serata d'eccezione con tre protagonisti dell'arrampicata e dell'alpinismo britannico. Si tratta di BEN HEASON, specialista della scalata su arenaria (che presenterà "Walking in a dangerous place"), dell'arrampicatore sportivo STEVE MC CLURE ("The very big and the very small" il titolo del suo intervento) e infine dell'alpinista "classico" IAN PARNELL ("The British disease"). Un appuntamento, dunque, che va al di là delle solite immagini più o meno spettacolari delle serate alpinistiche e che punta invece, grazie alla consolidata esperienza dell'instancabile organizzatore Renato Frigerio, a presentare in tutti i suoi aspetti il mondo verticale d'Oltremanica. Ricordiamo quindi i prossimi incontri del ciclo Gamma-Uoei (sempre alle 21 in sala Ticozzi): 17 marzo 2005, il tedesco KURT ALBERT in "Vivere sopra le righe"; 6 ottobre 2005, la slovena TINA DI BATISTA in "Scelta di donna per le vette del mondo" e, il 17 novembre, l'altoatesino HELMUT GARGITTER in "Montagne sconosciute". Passiamo quindi da Lecco a Valmadrera dove, sabato 29 gennaio, alle 21, nel cinema-teatro in via dell'Incoronata, l'Osa (Organizzazione sportiva alpinisti) in collaborazione con le altre realtà e associazioni legate alla montagna, presenterà una conferenza di FAUSTO DE STEFANI, secondo italiano a raggiungere la vetta di tutti i quattordici Ottomila. Titolo della serata, da non perdere, "Lungo i sentieri dell'armonia". Chiudiamo con l'appuntamento di martedì 15 febbraio, sempre alle 21, nella sede del gruppo Gamma a Lecco (corso Promessi Sposi 23 N/1). Per il ciclo "Incontri con i testimoni" (ennesimo frutto della mente vulcanica del solito Frigerio), incontro con GIOVANNI RUSCONI, presentato da Carlo Caccia, che racconterà le sue imprese invernali degli anni Settanta del secolo scorso
A Genova via Fracchia non evoca il personaggio-Fantozzi e l’attore Paolo Villaggio; a Genova via Fracchia sta per omicidio di Guido Rossa, sindacalista ed alpinista ucciso dalle Brigate Rosse il 24 gennaio 1979 in questa strada sulle alture della città.
A posteriori, cioè dopo la sua morte, sono stati scritti fiumi di inchiostro sulla figura esemplare di questo bellunese trapiantato in Piemonte e trasferitosi infine in Liguria; non aggiungiamo altro alle molte, approfondite, analitiche e cattedratiche discettazioni in argomento (una fra tutte quella al Filmfestival di Trento del 1999).
Ricordiamo solo il suo periodo genovese, l’iniziale scontro – anche ideologico – con Gianni Calcagno, con il quale non ebbe più rapporti, né alpinistici né personali. Le due personalità erano troppo diverse e troppo lontane per potersi attrarre e per verificare le potenziali affinità di carattere, di temperamento e di intendimenti. Eppure, il rigore morale di Calcagno ha punti di contatto con la scelta di vita “estrema” di Rossa; per entrambi la severa regola di una ferrea autodisciplina è stata alla base di una condotta di vita senza accomodamenti.
Nominandolo da vivo è una tipica espressione genovese, discretamente ipocrita e decisamente fuorviante: la morte non fa bella, ancorché lo sancisca un film americano di qualche tempo fa.
La morte non nasconde – non deve nascondere – i difetti, i dubbi, le perplessità, le incongruenze di una persona, non ne cancella le colpe e gli errori, non ne esalta – non ne deve esaltare – solo i pregi e gli aspetti positivi.
Leonardo Sciascia ha detto che “Il nostro è un paese senza memoria e senza verità, ed io per questo cerco di non dimenticare”.
Lasciamo quindi vivo il ricordo di Rossa come uomo e solo in secondo piano come alpinista: me piaxe di-i u ben e u ma-a (“mi piace dire il bene ed il male”, altro motto genovese, questo più vero e sincero n.d.r.).
Oh, Carla, nel Ciòl Tramontìn! Su di me vedevi lo spallone della Cima Sandolàr e ti pareva il "manto della Vìrgin del Pincio".
Arrivasti in carne ed ossa a Cimolais, da Granada via Milano, ben prima della messinscena di Pieraccioni. Impreziosendo l'innata sensualità andalusa con un sofisticato erotismo metropolitano. Passando disinvoltamente dallo spagnolo all'italiano e dal sacro al profano. Ringraziando il Signore che ha inventato il sesso perché non c'è niente di più bello al mondo.
Eri la donna che fa sembrare ad un uomo di non essere mai stato prima di lei con una donna. L'equivalente dell'uomo nuovo di una donna che finalmente crede di scoprire insieme a lui se stessa. Un vero e proprio ciclone, in sostanza.
Mio caro amore (XX), lì dunque nell'appartato solco del Ciòl Tramontìn, alla sinistra orografica della Val Cimoliana, quand'eravamo giusto sul più bello mi domandasti: "Vuoi che t'infili un dito nel culo?". Papale papale. Ma non è questo il punto. Il punto è che dopo che io, coinvolto e spiazzato, ti avevo risposto: "No grazie, Carlita", tu, forse per incoraggiarmi o comunque sia per accreditare la tua profferta, candidamente mi rivelasti: "A Giampiero piace".
(Ciòl: canale, canalone, colatoio dove scorre l'acqua).