Segnaliamo un paio di notizie apparse in rete.
La prima notizia concerne la mobilitazione contro i piloni giganti della linea ad alta tensione che dovrebbe collegare Spagna e Francia attraversando i Pirenei; la linea elettrica si avvarrebbe di (e si appoggerebbe a) picchi e passi alpini che collegano i due versanti di questa catena montuosa, nodo culturale prima ancora che orografico. A questo proposito il sito pyrenees-pireneus.com si chiede dove stia la verità, se a favore o contro l’opera.
La seconda notizia riguarda le ipotizzate turbine a vento nei pressi di Stanedge Lodge (v. il sito di Nigel Spencer), zona di arrampicata in Gran Bretagna. A differenza del progetto franco-ispanico, questo sarebbe a gestione privata e sostituirebbe un rumoroso generatore diesel. Ecco le specifiche. Altezza: m.10, 3; lunghezza pale: m 2,75 l’una; colori: grigio e nero.
Ma scavalchiamo le Alpi per sconfinare in Italia.
Chi risale la valle di Champorcher (Aosta) non potrà non andare a sbattere contro altri piloni, quelli del famigerato Superphenix, elettrodotto italo-francese che ha cambiato i connotati alla Reale Strada di Caccia fatta costruire dal re Vittorio Emanuele. Anche chi si addentra nel vallone dell’Urtier (versante di Cogne) dovrà fare i conti con queste incombenti strutture metalliche, che segnano indelebilmente la Finestra di Champorcher, colle che mette storicamente in comunicazione le due valli valdostane.
Spostandoci ancora più ad est, ricordiamo poi la val di Mello e la val Masino, dove lo scontro tra ambiente ed interessi economici si chiude al momento sul punteggio di 1 ad 1. Dopo l’efficace protesta contro la captazione dei torrenti della sponda meridionale della val di Mello, l’attenzione si è rivolta alla val Masino, dove esiste un progetto per la costruzione di due centrali idroelettriche.
E chiudiamo con gli impianti di risalita, sparsi sulle Dolomiti a piene mani.
Sembra quindi che l’arte meccanica greca si sia trasformata da studio del movimento dei corpi in comportamento automatico, quasi privo di volontà o di intelligenza.
Come appare invece evidente da quanto finora scritto (e letto), i piloni che preferiamo in montagna stanno nel bacino del Freney; inoltre ci piace molto di più giocare con i figli, costruendo tralicci - rigorosamente in miniatura - con il Meccano.
Chissà
Vigo di Fassa, estate 1968. Camminavamo liberi, precoce Rita, oltre i prati ed i fienili di Larzonei. Là dove adesso sorgono le seconde case e gli alberghi con la sauna turca per gli skiatori. E nel bosco di Santa Giuliana, risparmiato in quell'ultima stagione dalle piste, esitai forse un po' troppo a darti il primo bacio. Poiché tu replicasti: "Era ora!".
Ricordo che ad agosto comprasti Jumping Jack Flash, il più recente 45 giri degli Stones, presso l'Elettricista Pollam. L'unico a vendere musica non soltanto nel paese, ma in tutta la valle allora naturale. I soldi li chiedesti a tuo padre e lui te li diede purché mangiassi la frutta, che solitamente saltavi, della quale avevi invece bisogno. Una banana per l'occasione, mi sembra oggi stesso.
Ci rincontrammo qualche anno dopo, entrambi sulla propria strada, nella campagna reggiana. E dentro una trattoria fra i campi di cocomero, mentre scorrevano i carrelli dei lessi e degli arrosti, ti rammentai l'episodio del disco acquistato in montagna. Tu, passata già a Lou Reed, mostrasti scarso interesse per il fatto e però di una cosa ti sentisti certa: il frutto in questione era una pesca. Insistetti: "Una banana". Una pesca... Una banana... Tagliasti corto: "Sono sicura che si trattasse d'una pesca perché le banane, a parte quelle di carne, non mi son mai piaciute".
Mio caro amore (I), che tu fossi aggressiva o prendessi comunque l'iniziativa, hai sempre precorso i tempi: scappai.
Dopo la caduta del muro di Berlino, niente è più stato come prima.
Basterebbe questo luogo comune per chiudere il post senza tema di sbagliare. Eppure avventuriamoci tra i numeri, senza peraltro fare della numerologia, che lasciamo volentieri agli imbonitori televisivi come ai seri studiosi.
Resta il fatto che, tra le tante certezze venute meno, anche l’altezza dell’Everest ha subito uno scrollone non da poco. Ma pensate: a scuola era mnemonicamente facile da ricordare il numero 8848. Poi le variazioni si sono succedute fino all’ultimo intervento della spedizione italiana, destabilizzando proditoriamente le quattro armoniche cifre.
Ma non basta. Scendiamo dalla vetta ed attraversiamo la valle Rolwaling fino al villaggio nepalese di Beding, lasciando da parte tutti i problemi comuni alle valli nepalesi, problemi che spaziano dal sociale all’economia, dall’istruzione alla sanità.
Nonostante tutto, Beding è infatti riuscito suo malgrado a fare notizia in ambito internazionale.
Team India segnala così che questo villaggio dà del tu all’Everest come nessun altro. Due fratelli sherpa di Beding hanno salito per ben dieci volte ciascuno il tetto del mondo; conteggiando anche i fratelli, passiamo a 24 salite. Ma non basta: se consideriamo la famiglia allargata – si sa che in un piccolo paese si è sempre parenti di qualcun altro – il numero di ascensioni portate a termine “vittoriosamente” sale addirittura a 142.
In verità non sappiamo granché di quanto succede veramente in quel paese; suggeriamo comunque la visione della cassetta Khangri – La montagna per conoscere qualcosa di più sulla vita vera degli sherpa, popolo gentile, fiero e negletto.
Sarebbe inoltre interessante scavare almeno un po’ in questa realtà, per conoscere episodi, fatterelli, personaggi e storie; purtroppo però a Beding non abbiamo attenti corrispondenti privilegiati come a Cimolais…
Due arti
LA PROVINCIA:-) Scienza e alpinisti alzano l'Everest. Nuova quota determinata in 8852,10 metri ma senza la neve e il ghia
L'ADIGE:-( Tre persone che sono venute in contatto con Ötzi subito dopo il suo rinvenimento sono morte. La maledizione della mummia. Per
Dedicato ai pendolari di Milano, quelli che la sera escono dal lavoro dopo le 18:00 e quando va bene mettono piede in casa un paio d'ore dopo; dedicato a chi vive in Brianza o sotto le Grigne, quelli che ogni tanto (ma proprio tanto tanto) è bello fare un giro di sera a Milano; dedicato a quelli che il giovedì si trovano sempre in Galleria nelle sedi della SEM o del CAI Milano perché hanno voglia di parlare di montagna e non sanno dove altro andare; dedicato a tutti voi: una grande settimana di montagna a Milano.
Inizia domani mercoledi 24 con la serata organizzata da Musica e Montagna tutta da scoprire.
Prosegue poi da giovedi 25 a domenica 28 con la rassegna del cinema e del libro di montagna Montagne in città organizzata per la prima volta a Milano da Alt(r)i Spazi in collaborazione con Versante Sud e decisamente da non perdere. Tutti i dettagli nel programma in formato PDF.
Un mese dopo il viaggio al Filmfestival di Teplice nad Metuji, Repubblica Ceca, di cui ho abbozzato alcune impressioni qualche settimana fa, eccomi ripartire da solo per la 35° edizione del più celebre Filmfestival svizzero dedicato alla montagna, quello di Les Diablerets, nel Vallese (18-25 settembre 2004, www.fifad.ch ). Oltre la serpentina di tornanti del Passo del Gran San Bernardo e il gran solco della Valle del Rodano, giungo al villaggio turistico che dà nome al Festival, ben curato e costellato di chalet in legno sparsi per la conca verdeggiante. Purtroppo, causa altri impegni, non posso cogliere che un assaggio della rassegna, cioè gli eventi di un giorno e mezzo su otto totali. Su 26 film in concorso ne vedo 11, più tre in retrospettiva. I contorni non sono male: buffet di specialità svizzere, “raclette delle guide” e possibilità di escursioni al mattino. L’unico difetto dal punto di vista dell’unico italiano con un film in concorso è, appunto, il fatto di essere l’unico. Nonostante l’internazionalità del festival la frequentazione è decisamente francofona – e, indubbiamente per pura coincidenza, anche i nove riconoscimenti fra premi e menzioni vanno tutti a film di registi di lingua francese. Una bella occasione di incontro come questa guadagnerebbe molto dalla presenza di più stranieri. Colpisce invece il forte interesse delle televisioni svizzere per la rassegna: ecco un solco più profondo che separa l’evento dall’Italia. E tuttavia c’è una conseguenza che fa riflettere: il pubblico, benché in crescita rispetto al passato, non è così numeroso come mi aspetterei nello Stato alpino per eccellenza. Forse perché le tv degnano già la montagna di una certa attenzione, tanto che l’evento cinematografico non è atteso in modo spasmodico come, ad esempio, da noi?
Quando in piena notte proiettori e canti popolari si spengono, salgo al Col du Pillon in auto per dormirci dentro, avvolto da piogge e nebbie. Le sequenze dei vari film continuano a passarmi davanti agli occhi. Rivedo situazioni straordinarie come nel vincitore Zanskar, le chemin des glaces, con i piedi nudi di quegli uomini sul fiume imalaiano ghiacciato; ambienti pazzeschi per varietà naturalistica, come in Voyage au centre de la pierre nel labirinto calcareo del Madagascar; o mostruosi per degrado, come ne L’or du glacier dedicato alla bidonville peruviana presso una miniera d’oro a 5400 m. Ma chissà perché mi viene invece da pensare a qualcosa che non riesco a vedere. Un essere che a poco a poco metto a fuoco, finché si definisce: ecco che cosa mi manca! Il co-protagonista di uno dei più straordinari racconti di Dino Buzzati: Il colombre. Un racconto di mare, che evoca l’enigma della montagna forse meglio di qualsiasi altro.
«Quello è un colombre. È il pesce che i marinai sopra tutti temono, in ogni parte del mondo» si sente dire il giovane navigatore cui è capitato di scorgerlo. «Fin che tu andrai per mare non ti darà pace». Eppure non riesce a rinunciare a quella vita: Navigare, navigare, era il suo unico pensiero. [...] Sapeva che fuori c’era il colombre ad aspettarlo, e che il colombre era sinonimo di rovina. Perché rovina tutti affermano che porti, quel simbolo incomprensibile dell’essenza del mare. Finché un giorno, nell’estrema vecchiaia, il navigatore smette di fuggire, e gli va incontro su un guscio di noce. «Che lunga strada per trovarti – gli confessa finalmente il colombre -. E tu fuggivi, fuggivi. E non hai mai capito niente». E mostrando sulla lingua una misteriosa sfera: «dal re del mare avevo soltanto avuto l’incarico di consegnarti questo».
Allora il vecchio riconobbe la famosa Perla del Mare che dà, a chi la possiede, fortuna, potenza, amore, e pace dell’animo. Ma era ormai troppo tardi, chiude Buzzati.
È tutto qui, mi dico, quello che dovremmo riuscire a raccontare in un film. Questi momenti segreti che la nostra società evita come il demonio; quei momenti in cui la fuga dall’arazionale si ferma in qualche luogo di solitudine, e un essere misterioso ci porge uno strano cristallo dicendo: «dal re della montagna avevo soltanto avuto l’incarico di consegnarti questo».
No, no, non posso. Sai, la televisione, il palinsesto, i produttori, le giurie, la critica...
Nella nebbia densa e bagnata, sotto il nevischio, ripasso il Gran San Bernardo. Mi sembro in un sottomarino che naviga nel liquido dei misteri non detti; mi pare di vederle, le antiche calotte dell’immaginazione che fondono sotto i raggi catodici, e la superficie delle onde che sale, sale verso le cime dei monti invisibili, lassù, da qualche parte.
«Addio, pover'uomo» rispose il colombre. E sprofondò nelle acque nere per sempre.