Comunicazione dalla redazione >> Prepariamoci a un blog incontro? Metà /fine novembre?

Dal mio villaggio io vedo quanto della terra si può vedere dell'Universo...
Per questo il mio villaggio è grande quanto qualsiasi altro luogo,
perché io sono della dimensione di ciò che vedo,
e non della dimensione della mia altezza...
Nella città la vita è più piccola
che qui nella mia casa in cima a questo colle.
Nelle città le grandi case chiudono a chiave la visuale,
nascondono l'orizzonte, spingono il nostro sguardo lontano da tutto il cielo,
ci rendono piccoli perché ci tolgono ciò che i nostri occhi ci possono dare,
e ci rendono poveri perché la nostra unica ricchezza è vedere.
Alberto Caeiro O GUARDADOR DE REBANHOS
[in UNA SOLA MOLTITUDINE, Fernando Pessoa]
Cari amici e blogger, come scritto nel mio ultimo blog-editoriale, è il momento di andare oltre.
Da oggi intraisassblog chiude.
Dai primi di gennaio partirà la nuova creatura che vi avevo promesso.
Naturalmente quell'andare oltre è una meta-metafora, per noi che non siamo meta. E' dunque un voltare pagina, un mutare radicalmente forma, come fu il passare dal FUintraisass al "non più attuale" blog. Then, quell'oltre resterà il confine da cui intraisass mai si allontanerà per congenita natura. Anzi, sottolineeremo questa sua natura borderline ancora di più e sono certo che la nuova elaborazione che ho escogitato nei due mesi di silenzio che hanno seguito l'utimo mio POeSTremo editoriale, lascerà contenti, e spero coinvolti, molti di voi. Una sola e nuova moltitudine. Per questo inizio e concludo con una poesia di Alberto Caeiro - poeta nella e della moltitudine - per annunciare la Riunione IntraPlenaria dei blogger storici di intraisass ed eventuali new entries presso la Redazione di Intraisass c/o Antersass Casa Editrice cc/oo Libreria La Casa di Giovanni [Acer?] che avrà luogo in uno dei giorni da concordare mediante consultazione che porteremo avanti nei commenti di questo post. Io propongo 6 o 8 dicembre, tutta la giornata, con mattina accoglienza nella mia Libreria, pranzo e cena comuni, pomeriggio riunione presso Antersass New Lab e probabile escursione sul Colle di Montecchio, ultimo piede delle Alpi, reale confine tra pianura e montagna. Eventuali pre/post-pernottamenti a richiesta su varie sedi che potrò mettere a disposizione. Possibilità coda d'incontri domenica 13 dicembre (+ l'8 dicembre se la riunione si fa il 6) per chi non potrà presenziare alla riunione plenaria. Mia intenzione è di presentare personalmente a tutti, per poi discuterne insieme, il nuovo progetto. Avete tre giorni a disposizione. Ovviamente la riunione intra:-[]-:plenaria (dove ci siamo tutti o quasi) ha il suo fascino.
Chiudo definitivamente questo blog [a parte i commenti e lo storico] e vi aspetto, cari blogger, numerosi.
Agli amici lettori, durante la pausa annunciata, rimando a intotherocks, sempre più seguito e apprezzato e già di per sé traccia concreta di ciò che è stato e sarà il nostro cammino.
Devo a Giancarlo Milan la scoperta della Val Canali, quella che in seguito sarebbe diventata la mia valle adottiva, terreno di anni di escursioni e arrampicate, oltre che di tante uscite dei corsi di alpinismo da me diretti per la sezione del CAI di Ferrara.
Aggregandomi al gruppo di amici che partivano con lui verso le montagne ogni sabato sera alla chiusura del suo negozio di articoli sportivi ho imparato a conoscere e ad amare quei luoghi fino ad allora a me sconosciuti e ho potuto rivelare a me stesso, e in seguito affinare, quell’istinto di avventura che giaceva sopito dentro di me dopo le infinite escursioni adolescenziali nella valle agordina.
Ero completamente inesperto in quella primavera del 1976, ma ugualmente mi trovai a mio agio in quel clima tra lo zingaro e il vagabondo che promanava da Giancarlo e ispirava quelle uscite che raggiungevano in prevalenza
Di quella mia prima escursione in Val Canali ne ho scoperto traccia in un notes conservato tra i miei diari di attività in montagna.
Credo che quella semplice cronaca, pur nella sua sintetica telegraficità, renda bene l’idea delle escursioni di quel periodo e dello spirito allegro che le animava.
Sabato 24 aprile 1976.
Partenza da Rovigo ore 21e30 con due pullmini (18 persone), con meta il Rifugio Treviso in Val Canali.
Neve abbondante negli ultimi giorni sull’arco alpino.
Arriviamo all’1e30 di notte e piove.
Alziamo una sbarra ed entriamo in una proprietà privata piantando le tende in un’abetaia.
Alle due io e Rodolfo siamo in tenda e ci apprestiamo a dormire.
Molto freddo durante la notte, varie contorsioni per infilarmi addosso un maglione dentro il sacco a pelo troppo leggero.
Verso mattina è un continuo rigirare per cercare di vincere il freddo.
Alle 6e30 suona un clacson e cominciamo a svegliarci, sono intirizzito, e pensare che ho dormito con la giacca a vento sotto la testa senza pensare di infilarla!
Esco dalla tenda e vedo tutto bianco, due centimetri di neve sono caduti durante la notte, siamo a circa
Domenica 25 aprile 1976.
Dopo un breve percorso in furgone, si comincia a camminare, qui la neve fresca è alta dieci centimetri. Due ore di marcia in uno scenario bellissimo che riusciamo a vedere grazie a qualche schiarita.
Al Rifugio Treviso preparativi per la polenta e salsiccia.
Rumore di valanghe quando finalmente esce il sole, pallate di neve, si arrampica sui muri del rifugio, faccio qualche foto, si mangia e si parla.
Nelle prime ore del pomeriggio ritorno al furgone e partenza per Rovigo, con sosta in pizzeria. Arrivo alle 21e30 circa a Rovigo.
Che altro poter aggiungere al ricordo del mio amico scomparso e di quelle avventure?
Solo due parole: gratitudine e nostalgia.
Ci sono persone che amano porsi con estrema sincerità per quello che sono, il loro modo di fare è aperto, diretto, e quando parlano lo fanno senza ipocrisie, senza giri di parole, cioè badano alla sostanza dei fatti e, come si suole dire, parlano “senza peli sulla lingua”.
Giancarlo Milan era una di queste persone, sincero e diretto fino a rasentare a volte la sfacciataggine, il fatto è che io me ne dovetti accorgere tutto in un colpo e, dovrei aggiungere, a mie spese, se non fosse un ricordo che conservo piacevolmente a tutt’oggi, dopo più di trent’anni dall’episodio che lo ha generato.
Doveva essere il 1977 e Giancarlo era stato invitato presso la sezione del CAI a Ferrara per una video proiezione incentrata sulle sue arrampicate e sulla spedizione K76 in Pakistan di cui era stato uno dei protagonisti.
Non c’era
Che non ci fosse una organizzazione ben definita lo conferma il fatto che qualcuno chiese a me di presentarlo al pubblico accorso numeroso nella bella sala della sede di quegli anni per il fatto che io lo conoscevo “bene”, dicevano loro, per il semplice motivo che ero andato ad arrampicare abbastanza spesso con lui e il suo gruppo, nell’anno precedente.
Ero iscritto alla sezione da nemmeno due anni, non avevo mai assistito prima di allora ad alcuna serata, né avevo una pallida idea di cosa potesse significare “presentazione” di un ospite, ma accettai senza battere ciglio perché era una cosa che mi faceva piacere e perché avevo l’incoscienza (e forse anche l’entusiasmo) dei neofiti.
Quando venne il momento di iniziare mi posi di fronte al pubblico e dissi, più o meno, così: “Vi presento l’ospite di questa sera, Giancarlo Milan, che ci presenterà le immagini delle sue scalate, ma prima ancora che un bravo alpinista per noi Giancarlo è un grande amico”.
Giancarlo era seduto in prima fila e, vista la mia telegrafica presentazione, dovette alzarsi e mettersi davanti al pubblico e fu lì che disse, con un tono di voce assolutamente calmo, come pronunciasse le parole più semplici del mondo, un po’ in italiano un po’ in dialetto veneto: “Grazie per questa presentaziòn da culo… forse adesso l’è mèio che diga qualcossa mì….”.
Poi iniziò in modo spigliato il racconto di sé e delle sue imprese, mentre io rimasi in disparte praticamente basito, e dev’essere per quello che di quella serata non ricordo assolutamente null’altro.
Questo ricordo mi è tornato in mente non più di dieci giorni fa, quando Alfredo, uno degli amici del gruppo di allora, mi ha chiesto la disponibilità a presentare la serata a ricordo di Giancarlo Milan, nel venticinquesimo della sua tragica morte al Pizzo d’Uccello sulle Alpi Apuane.
Non avevo ancora visto nessuna delle immagini preparate, montate e musicate, ma accettare è stato spontaneo, istintivo e immediato, esattamente come lo fu in quel lontanissimo 1977.
La serata a ricordo di Giancarlo Milan, organizzata a cura della sezione del CAI di Rovigo, si svolgerà venerdì 20 novembre 2009, alle ore 21:00 presso il Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo, in zona San Bortolo.
Il lato invisibile del paradiso. Pellegrinaggi ai confini del TibetIl trascorrere del tempo non si misura con l'orologio, con quello si misurano i minuti, le ore, si può avere un'idea precisa di quanto manca ad un appuntamento o da quanto tempo si sta facendo una certa cosa, ma il trascorrere del tempo è ben altro.
E' una dimensione che a volte si misura in anni, ma non solo.
Ne abbiamo una percezione precisa solo quando ci fermiamo a guardare con più attenzione le persone che ci stanno intorno, è allora che ci accorgiamo dei figli che sono cresciuti e divenuti grandi, dei genitori o degli amici invecchiati, proprio così come è successo a noi stessi, anche se vedendoci tutti i giorni allo specchio non ci siamo resi conto dei lenti cambiamenti.
Hai voglia di fare finta di nulla perché, in fondo, tutto sembra funzionare come sempre ha funzionato: il tempo trascorso trova il modo di ricordarti che non è così.
C'è un cantante famoso che ha scritto una canzone al proposito e recita così la strofa:
"E intanto il tempo se ne va
coi sogni e le preoccupazioni,
le calze a rete han preso già
il posto dei calzettoni".
Guarda la figlia cresciuta che oramai sta diventando donna e capisce che non conta il "quanto" è trascorso, piuttosto il fatto che intorno qualche cosa è cambiato o sta cambiando radicalmente, anche suo malgrado.
Non si ha percezione di ciò quando si è giovani, è più avanti negli anni che la sensazione diventa percepibile e, a volte, trasmette un senso di disagio.
Cosicché succede che, se ti fermi a guardare con occhi più attenti, il tempo trascorso ti si materializza davanti agli occhi, magari ti capita mentre parcheggi l'auto sotto l'abete nel piazzale di Rocca Pendice (quello davanti al cimitero del paese di Teolo), e ti accorgi di quanto sia diventato grande quell'albero, ricordandoti di quando venivi le prime volte ad arrampicare, oramai trent'anni prima.
Allora, in quello stesso punto, c'era un alberetto che superava di poco il tettuccio dell'auto e ti ricordi anche di averlo fotografato, proprio a fianco del figlio dodicenne del tuo compagno di cordata di quel giorno.
Ce l'hai ancora quella foto, da qualche parte, è sufficiente una breve ricerca per farla saltare fuori, da un quadernetto/diario sul quale era stata incollata a ricordo di quella giornata di arrampicata trascorsa, c'è anche la data: 11 gennaio 1976.
Eccolo allora materializzarsi, improvviso, il tempo che se n'è andato ed i "quasi trent'anni" assumono un significato tangibile, una dimensione temporale precisa che non avrebbe senso misurare con l'orologio.
Quasi un terzo di secolo, una generazione, o, come ha detto qualcuno, "l'equivalente di un batter di ciglia nel contesto della storia della terra?".
Quell'abete ora è alto più di dieci metri ed ancora continuerà a crescere, probabilmente sarà ancora lì quando tu avrai finito di arrampicarti sulle pareti di Rocca Pendice.
Quella è la dimensione del tempo che và.
Ma così è la vita: un continuo divenire.
L'importante è non pensarci troppo ai trent'anni che sono trascorsi.
Meglio concentrarsi sui prossimi trenta ancora da vivere.
[Da una riflessione scritta il 12 giugno 2003]
“A un passo dal cielo” è un titolo abbastanza inusuale per una guida alpinistica, fuori dalla solita e convenzionale formula quale invece appare nel sottotitolo “24 nuovi itinerari alpinistici e racconti sulle Piccole Dolomiti”.
E’ una delle “alpguide” della Casa Editrice Antersass, stampata nel febbraio del 2009 e firmata dal veronese Arturo Franco Castagna, Accademico del CAI dal 1999, “prossimo alle 1000 salite effettuate su tutto l’arco alpino, vive la montagna dal 1972 e dal 1982 pratica l’alpinismo con continuità”, come sta scritto nella sintetica presentazione.
Bella la foto di copertina (di Lorenzo Sgreva) che ritrae due alpinisti impegnati sullo scuro profilo dello spigolo Soldà al Baffelàn che si staglia sul tenue sfondo bianco e azzurro del cielo e sopra il grigiore delle foschie tipiche che incombono molto di frequente sulla pianura ai piedi delle Piccole Dolomiti.
Una bella immagine che ho guardato spesso nei mesi scorsi, rimasta immobile assieme al libro appoggiato sul tavolo a fianco del mio computer, dopo la prima sfogliata iniziale e la presa d’atto che praticamente tutte le vie avevano quanto meno passaggi di VI grado (se non oltre), non proprio l’ideale per uno come me che è rimasto al grado IV come esempio e riferimento di difficoltà “media”.
Ho conosciuto le Piccole Dolomiti nel 1976, quando ho iniziato a frequentarle come aiuto istruttore ai corsi roccia della sezione del CAI di Ferrara (quando avevano nel “grande” e indimenticato Gino Soldà il direttore tecnico) e negli anni seguenti ne ho salito qualcuna delle vie più classiche di allora, sul Baffelàn, al Cornetto e alla Guglia GEI.
In anni successivi e in seguito a qualche esperienza non sempre piacevole su vie meno conosciute (e molto friabili), le avevo “retrocesse” a terreno di escursione e di salite su qualche classico Vajo da effettuare nella stagione invernale con ramponi e piccozza.
Ci voleva l’invito di un amico, e la complicità di una stupenda giornata autunnale, per farmi ritornare sulle mie decisioni e ripresentarmi pochi giorni fa al Passo di Campogrosso, sotto la mitica Sisilla, con le scarpette da arrampicata e le corde al seguito.
Così ho ripreso in mano la guida “A un passo dal cielo” per dare un’occhiata alla scalata che l’amico mi aveva proposto sulla via “degli ometti” al Monte Cornetto, difficoltà d’insieme D, difficoltà massima tecnica V,
Il fatto è che non corrispondeva nemmeno questo: la lunghezza del primo tiro di corda è stata di
Seguendo il sentiero ci siamo riportati da dove eravamo partiti e, rileggendo con più attenzione la descrizione della guida, abbiamo trovato finalmente l’attacco della via “degli ometti” salendone i primi tre tiri (poco più di
Una volta in auto abbiamo guardato la guida e così mi sono accorto della presenza di uno schizzo che riproduceva esattamente la localizzazione dell’attacco, uno schizzo che il mio amico aveva riprodotto sul retro della fotocopia della relazione, ma con una matita talmente sottile da lasciare un tratto appena visibile.
Beh, questo lungo preambolo per dire che cosa?
Intanto che non conta l’esperienza personale se si fanno poi le cose con poca attenzione, in secondo luogo che questa esperienza mi ha stimolato, una volta arrivato a casa, a una più attenta rilettura della guida “A un passo dal cielo”.
Così ho scoperto cosa significa “alpinisticamente ben protetta”, trovando buona chiodatura là dove la montagna ne offre la possibilità, magari con chiodi ripiegati per annullare il braccio di leva, o infissi in fessure trovate su roccia all’apparenza inchiodabile, frutto di attenta ricerca e abilità nel chiodare come si sapeva fare ai “vecchi tempi”.
Ho apprezzato, e potuto constatare di persona, ciò che ha scritto Arturo Franco Castagna:
“Ho sempre inteso passare per linee logiche, dove la montagna si concedeva nelle sue pieghe naturali, compatibili con una proteggibilità classica o naturale, come spesso si presta. Potevo forzare placche compatte, alzandone il valore tecnico ma, per il mio intendere, avrei distrutto quel fascino misurato, naturale, di reciproco rispetto, in armonia con la natura stessa della roccia”.
Una filosofia che condivido e apprezzo nei suoi principi ispiratori:
“Tutte le vie hanno una storia, interiore, esteriore, ambizione e altruismo, ma gli aspetti più importanti sono un mix di studio e ricerca, esplorazione dal basso sfruttando la neve, l’acqua e il sole, per capire ove la montagna si concedeva…” e, aggiungo io, anche a costo di aprire vie discontinue, forse anche un po’ tortuose, ma ispirate ad uno spirito alpinistico classico ed etico.
In questo senso i due spit che abbiamo visto sulla “Placca Aperta”, la variante bassa tracciata da Alberto Peruffo e Mirco Scarso nel corso di una ripetizione, appaiono assai blasfemi.
Ho pensato anche se non fosse presuntuoso da parte mia dare giudizi sulla base di un’unica ripetizione e per di più parziale, ma gli “indizi” che ho trovato sul campo ritengo siano sufficienti a farmi assumere questa piccola responsabilità, anche perché ho concluso di trovarmi di fronte ad un autentico innamorato delle Piccole Dolomiti “piccolo fiore in un piccolo giardino” nel quale, se si cerca, si guarda bene, si trova tutto ciò che l’alpinismo ti può dare.
Devo dire che proprio questa è la sensazione che ho provato lunedì scorso dopo la scalata del nostro sconosciuto “Camino Fantasma” sull’avancorpo ovest del Cornetto e dopo la ripetizione (seppur parziale) della via “degli ometti” alla parete sud/ovest.
Ne ho conosciuti un bel po’ di ragazzi dell’alto agordino, sono cresciuto assieme a molti di loro, estate dopo estate. Ci si incontrava a volte sulla piazza di San Tomaso o davanti alla cooperativa di Mezzavalle e scattava sempre la domanda che temevo, Bèveto che? Cosa potevo rispondere io, cittadino astemio, se non uno sconsolante Nìa, grazie.
Vedevo che ci restavano male perché sembrava un atto di scortesia da parte mia, del resto loro il significato della parola “astemio” nemmeno riuscivano ad immaginarselo.
Il vino o la birra erano anche un modo di stare in compagnia in quei paesini nei quali si era isolati, ci si muoveva a piedi, o al massimo con la corriera, nessuno aveva la televisione… insomma, erano gli inizi degli anni ’60.
Praticamente … altri tempi e un altro mondo rispetto ad oggi.
A volte, il vino poteva servire anche ad annegare una delusione amorosa a seguito di una profferta d’amore non corrisposta: la ciòca era la soluzione più semplice praticata dai giovani per stordirsi e dimenticare il dispiacere.
I ragazzi che non bevevano vino, se non a pasto, erano rari come mosche bianche e Benedetto era uno di questi ultimi: lui era un “integerrimo”, studente all’Università Padova, lui la domenica preferiva arrampicare piuttosto che girovagare di bar in bar a collezionare “ombre de vin” e birrette assieme agli amici.
Però gli era capitato di ricevere un “due di picche” da una ragazza del luogo, me lo aveva raccontato il mio amico Bruno che, sulla piazza di San Tomaso era stato avvicinato da Benedetto che, visibilmente deluso fin dentro l’anima, gli aveva chiesto a bruciapelo: “Vègneto a copàrte con mi su
Non volendo ricorrere alla classica ciòca aveva pensato ad una soluzione a lui più congeniale anche se “estrema”: copàrse su una via d’arrampicata impegnativa.
Bruno era allora alle prime armi e non aveva nessuna intenzione di copàrse, ma una gran voglia di arrampicare, era un fuoco che gli bruciava dentro e Benedetto possedeva le corde, conosceva i nodi di assicurazione, aveva le guide di arrampicata e i manuali, cioè quel patrimonio di conoscenze e strumenti tecnici che Bruno ancora non aveva acquisito se non in minima parte. Delle difficoltà, francamente, non gli interessava, lui non conosceva molto i gradi della scala Welzembach, allora, le montagne le misurava esclusivamente con la sua voglia istintiva di salirle.
Così i due si accordarono e, vista l’occasione particolare, Bruno diede fondo ai pochi risparmi e comprò un chiodo profilato ad U nuovo fiammante.
Credo che la via prescelta fosse quella dello spigolo nord ovest (di Alvise Andrich, Attilio Zancristoforo e Furio Bianchet, del 1935, oltre
Dispiaceva lasciare il materiale di calata in parete, ma non c’erano molte alternative e, quando oramai mancava poco alla base, si accorsero di avere finito i chiodi mentre sarebbe rimasta da fare un’ultima corda doppia.
“Ma no te ha el ciòdo a U che te ha comprà?” – chiese Benedetto.
Bruno rispose negativamente, e si offrì di calarlo con la corda, dopo di che sarebbe sceso arrampicando a ritroso, senza assicurazione.
Rideva di gusto il mio amico Bruno mentre me lo raccontava, un sorriso che conoscevo bene, uno di quelli che gli venivano “dal di dentro” e che ti coinvolgevano ancora di più negli aneddoti che ti raccontava.
Rideva dicendo: “L’avee scondù inte scarsèla el ciòdo. L’avee apèna comprà. Esto màt che ‘l làse piantà su
Lui il chiodo lo aveva comprato per assicurare la salita e arrivare in cima mica per farci una doppia e lasciarlo conficcato nella parete…
Livanos sosteneva che “è meglio un chiodo in più che un alpinista in meno”.
Per Bruno era molto meglio “una corda doppia in meno e un chiodo in tasca in più”.
[Nota a margine: La prima salita invernale dello spigolo nord ovest di cima De Gasperi è stata realizzata il 28 gennaio 1983 dalla cordata di Bruno e Giorgio De Donà con Olindo De Biasio.]
Novembre di incontri ad Arsiero, organizzati dalla locale sezione del CAI
venerdì 6/11
Massimo Ruzzenenti presenta:
IN UN MARE DI MONTAGNE
Viaggio scialpinistico tra i fiordi norvegesi Tromso e isole Lofoten.
venerdì 13/11
Alberto Pedrotti presenta:
MONTAGNE… IN BICI!
appunti di viaggio
venerdì 27/11
Paolo Tosi presenta:
Camminare o correre? Salire dritti o a zig-zag?
QUANDO CEDONO LE GAMBE
Uno sguardo sulla scienza della locomozione umana
venerdì 4/12
Arturo Castagna presenta il libro:
"A UN PASSO DAL CIELO"
24 nuovi itinerari alpinistici
e racconti sulle Piccole Dolomiti
tutti gli appuntamenti ore 20.45 – Sala della Bibilioteca Comunale di Arsiero
Via Innocente Stella (vicino alle Poste)