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Comunicazione dalla redazione >> A un passo dal cielo - LA NUOVA GUIDA >> Promo PDF

sabato, 04 luglio 2009

IL MIO CAPOCORDATA “DÒ CALZÈTI”

postato da gabrielevilla alle 00:48 in storie

E’ incredibile come i ricordi giacciano nella nostra mente, latenti, come sepolti, eppure pronti a riemergere, forti e intensi, a volte in maniera casuale, vien da dire perfino “pretestuosa”.

Pretestuosa perché sembra impossibile che guardando un bellissimo film western come “Balla coi lupi”, là dove la vita del tenente John Dunbar, nel lontano avamposto di frontiera, entra in empatia con un lupo dalle zampe anteriori bianche e per questo chiamato “Due Calzini”, possa portare al ricordo di una giornata di arrampicata fatta con un caro amico scomparso. Eppure…

            

Domenica 23 novembre 1980. Parete sud del Piz Ciavazes.

Dicono le note del mio diario di quel fine settimana: Via Micheluzzi – Castiglioni con Giancarlo Milan capocordata. Sviluppo 420 metri. Difficoltà: prevalentemente 5°, passaggi di 5°+, tratti di 4°. Tempo impiegato: 6 ore e mezza (dalle 10 alle 16,30). Viaggio il sabato pomeriggio e notte passata in auto a Passo Sella. Prima salita con la mia nuova corda rossa.

 

L’avevo comprata al negozio di articoli sportivi di Giancarlo, a Rovigo, la mia corda nuova, come tutte le attrezzature da arrampicata acquistate dall’estate 1975 in avanti. Tutte da lui e, molto spesso, ad ogni acquisto seguivano lunghe chiacchierate che ci avevano permesso di scoprire una buona sintonia tra noi che ci aveva portato ad arrampicare assieme qualche volta, oltre a rinsaldare una buona amicizia, di quelle che nascono da affinità di carattere.

Lui era un sestogradista molto forte che si permetteva di ripetere vie classiche fino al 6° grado in solitaria e senza corda, io ero un “mediogradista”, ma ugualmente s’era instaurata una forte sintonia tra noi che ogni tanto ci portava a percorrere qualche via assieme, quando lui non aveva compagni per fare cose più impegnative ed io ero sufficientemente allenato per seguirlo.   

Attraverso di lui respiravo aria di “grande” alpinismo, lui che in quei giorni era appena rientrato dal tentativo di salita all’Everest con la spedizione di Francesco Santon e ora ritornava ad arrampicare (e proprio assieme a me) alle “sue” Dolomiti.

 

Quel sabato notte dormimmo nel furgone del negozio, quello che usava per il trasporto dei capi di vestiario e delle merci e quando ci svegliammo la giornata era bellissima.

Ricordo che al momento di prepararci gli sentii dire: “Gò scordà i calzèti…”

C’era però sul furgone uno scatolone con dei rimasugli e, frugando all’interno, Giancarlo tirò fuori due calzettoni di lana, uno grigio e uno giallo che prontamente indossò con gli scarponcini blu e neri. Si rideva di quella miscellanea di colori che ne era venuto fuori, ma Giancarlo era più che altro divertito, non erano certo quelli i problemi che lo potessero mettere di malumore e del resto aveva trovato quel che gli serviva: “Dò calzéti … e i và benissimo.” – concluse.   

 

Di quell’arrampicata ricordo in particolare due momenti: un passaggio sui tiri iniziali, mi pare alla partenza dalla seconda sosta, di cui Giancarlo non riusciva a venire a capo.

Mi spiegò che in quei tre mesi di spedizione all’Everest non aveva potuto arrampicare e quindi aveva perso un po’ della fluidità di arrampicata che gli era abituale e paventò l’idea di una discesa in corda doppia. Nel frattempo sopraggiungeva da sotto una cordata di tedeschi, non erano giovanissimi, ma lui “tirava su” veloce e lei lo seguiva con altrettanta rapidità.

I lasèmo pasàre – disse semplicemente Giancarlo – così vedo come che ‘l fà lù”. I due ringraziarono di quella che credevano una cortesia spontanea, (e invece aveva un “secondo fine”…), passarono veloci e noi li seguimmo e, tiro dopo tiro, Giancarlo ritrovò la sua scioltezza, mentre io mi accorsi di essere “in giornata”, una di quelle che “magari ce ne fossero più spesso”. Fu per quello che la lunga traversata a destra me la potei gustare e imparai anche la calata carrucolata con rinvio all’imbrago in quei cinque difficili metri iniziali da fare in discesa, che il mio esperto compagno mi insegnò al momento.


Oltre all’intenso ricordo, di quell’arrampicata mi rimangono otto diapositive, cinque delle quali scattate sulla traversata, di cui l’ultima ritrae Giancarlo proprio sugli ultimi metri di questa, girato verso di me, il volto con un’espressione concentrata, tutto vestito di rosso, casco compreso e quei “dò calzèti”, il sinistro grigio e il destro giallo, come una specie di inconsueto e colorato marchio di quella bella giornata e del mio indimenticabile amico.

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venerdì, 03 luglio 2009

DEL NASCERE – 3/D

postato da mmazzetto alle 07:30 in parole verticali
Essere nascenti/aurorali significa incrociare il verticale con l'orizzontale. Diventare esseri verticali e orizzontali.

Due legni qui ti attendono: il primo, verticale, per invitarti a mete ancora più ardite; il secondo, orizzontale, per ricordarti di accogliere in un unico abbraccio tutti gli uomini tuoi fratelli.” E' una frase che ho visto incisa - dal CAI dell'Altopiano dei 7 Comuni, nell'Anno Internazionale della Montagna 2002 - sulla Croce di legno di Cima Dodici.

Al di là di ciò che pensiamo delle croci sulle vette delle montagne (neanch'io, a dire il vero, ne sono particolarmente entusiasta, soprattutto di alcune), rimane, la croce, un simbolo non sempre e non solo di morte, ma anche di vita, di rinascita, almeno come appello. Invito ad innalzarci e invito, contemporaneamente, ad abbassarci. Qualcuno ha detto che quanto più ci si abbassa, nella fraternità e condivisione, tanto più ci si innalza alle vette dello spirito, ossia della nostra umanità.

Là in alto si tocca il cielo con un dito e ci si sente più vicini a Dio. La montagna è uno dei mezzi che ti permette di scoprirlo; se non immediatamente lo capisci con il tempo. Renato Casarotto”: questa, invece, di un famoso, e solitario, alpinista vicentino scomparso, l'ho letta qualche anno fa frequentando per alcuni giorni lo splendido Gruppo delle Orobie; è riportata nella targa che sta sotto l'Angelo delle Cadelle, a Cima Cadelle, 2490 mt.

Sì, la montagna può elevarci dalle nostre bassure, ma, almeno per me , la vicinanza alla divinità (che qualcuno identifica con la parte più profonda, e più preziosa, di sé) passa attraverso l'amicizia e la solidarietà, di cui la pratica della montagna, secondo la mia esperienza, è sempre stata generosa maestra.
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mercoledì, 01 luglio 2009

DELL'ORGOGLIO, DELLA RABBIA E DI ALTRI DEMONI*- PARTE 4 DI 4

postato da gpcastellano alle 23:16 in storie

*titolo prestato da Gabriel Garcia Marquez e Oriana Fallaci

Arriviamo all’auto, muti come fantasmi. Unico rumore la fontana della piazza. Ci cambiamo in silenzio, nessuna battuta, nessuna parola. Ci sono rabbie che covano, sono state dette parole pesanti che hanno lasciato ferite e lividi difficili da assorbire. Didier sbatte la portiera con più forza del dovuto, Chantal lo fulmina con uno sguardo furibondo. Lo so cosa pensa. Che se ci fossimo stati soltanto lei ed io, oggi, saremmo sicuramente arrivati in cima. Ed ora saremmo smarriti sulla via di discesa, intenti a cercare un riparo per la notte. Forse è stato meglio così. Ma se ora parlassi rischierei la vita. Didier ha voluto venire a tutti i costi, ed ora sconta la furia di Chantal. Peggio per lui, davanti allo tsunami ognuno nuoti come può.. Finalmente siamo in città, al parcheggio che è il solito punto di ritrovo mattutino. Il salutarsi è un riflesso della buona educazione ricevuta in passato. Null’altro. Nessun arrivederci, nessun proponimento di nuove gite e nuovi incontri. Quando arrivo a casa telefono a Chantal per spiegare, per capire. Ricevo un secco invito a scomparire dalla sua vita. E’ finito qualcosa che forse non era mai iniziato. Voglio solo dormire e svegliarmi domani, per ricominciare a vivere e seguire altri demoni. Abbiamo lanciato una sfida infernale ed abbiamo perso. Se non tutto, sicuramente molto.

Si può spiegare ad una bimba di sette anni cosa sono i demoni che ci spingono, ci blandiscono, ci costringono a mentire, simulare, ingannare? Ci obbligano a prendere zaini, corde, piccozze, per lasciarli cadere a terra la sera della domenica, stanchi morti, promettendo che è l’ultima volta e già sapendo di mentire a noi stessi, perché la settimana successiva saremo nuovamente in cerca di montagne e di avventure?

I demoni….

La piccola Beatrice non conosce l’orgoglio che nasconde i nostri limiti e ci fa correre rischi insensati per raggiungere i nostri obiettivi, scelti avventatamente e senza criterio.

Non ha idea della rabbia che esplode nel vedere i nostri sforzi penosi vanificati dalla pochezza dei nostri mezzi.

Vogliamo parlarle della bramosia che ci induce a pretendere sempre di più da una situazione o da una persona, costringendoci a chiederle ciò che non vuole o non può darci? Non immagina ancora cos’è la perdita di controllo nei momenti di debolezza, l’ansia di cui vorremmo liberarci.

E poi l’amore, quel demone trasformista che ci rivolta come un guanto. Enorme inganno che ci fa credere di essere più percettivi e sensibili, quando in realtà siamo soltanto più suscettibili e deboli.

Come faccio a spiegare ad una bambina che la differenza tra inferno e paradiso sta soltanto in un appiglio che al momento giusto non si trova, oppure nel sole che tramonta sulla cresta di fronte?

Non sarò io a svelarti tutto questo, Beatrice. Non servirebbe. Dovrai essere tu a salire la tua Cresta del Ferro, incontro ai demoni che ti aspettano lassù. È il loro compito, quello: farti toccare il fondo dei tuoi dubbi e delle tue debolezze. Perché solo conoscendoli saprai quanto vali. Il bello dell’alpinismo, dicono. Affacciarsi oltre i propri limiti, fissare lo sguardo nel buio della paura, del pericolo e della sconfitta. Passare oltre, oppure tornar indietro. E non sapere mai se vince di più chi osa e riesce, oppure chi ha paura e cede.  Io, a questo punto, mi ritiro e taccio, come ho fatto quel giorno, quando non ho difeso Didier. Vedi, mia diletta nipotina, non ci si libera facilmente dei propri demoni.

“Nonno, tu eri il più forte di tutti”

Sorrido. Che l’incontro con i tuoi demoni non ti sia grave, Beatrice. Che tu li riconosca, lotti con loro e ne esca vittoriosa. O, per lo meno, non amareggiata.

“Beatrice, mi aiuti a spostare la sedia a rotelle? Voglio andare là, a vedere il sole che tramonta”.

Fine 4 di 4

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sabato, 27 giugno 2009

ABBRACCIARE L’INFINITO

postato da gabrielevilla alle 08:11 in intraisass

Ricordo il foglio di polistirolo espanso steso sul prato di Malga Pioda a restituire il calore del mio corpo infilato nel sacco a pelo, il cielo limpidissimo e stellato come non è possibile vedere in città e poi in città quando mai ti capita di fermarti a guardare il cielo di notte?

Ricordo il piacevole calore saturare il sacco a pelo e contrastare con la brezzolina fresca e tesa che sfiorava l’erba e il volto appena sporgente dall’apertura del sacco.

Non avevamo avuto voglia di montare la tenda in quella sera d’estate e lo sguardo poté perdersi in quell’immensità che dava la sensazione di abbracciare l’infinito.

 

Al pari mi è tornato alla mente un ricordo molto simile, ma ancora più lontano, che mi riporta a una delle prime emozioni della mia vita.

Era sempre una sera d’estate, ed ero sdraiato su di un panno steso sull’aia della casa di campagna dove abitavo allora, sentivo i “grandi” parlare ed erano figure femminili, di certo mia madre e le zie, mentre io, piccoletto, ero perso a guardare la sconosciuta meraviglia di un cielo stellato che ammiravo per la prima volta.

Una sensazione di infinitesimo mi calava addosso da quell’immensità e solo la voce rassicurante dei grandi che parlavano tranquillamente lì vicino, mi infondeva la sicurezza necessaria per non essere spaventato e sopraffatto da quella sensazione.

 

Deve essere anche, o forse soprattutto?, per quella lontana sensazione che ho sempre amato bivaccare in montagna, gustando il momento di infilarsi nel sacco a pelo e chiudersi dentro a ruminare le sensazioni della giornata appena trascorsa o a stemperare le tensioni per quella che mi attendeva l’indomani.

 

In queste ultime settimane il pensiero è tornato spesso a questi ricordi, probabilmente per richiamarne la “pace”, per contrastare il flusso di nuovi ricordi che, troppi e troppo in fretta, mi stavano sommergendo in quell’ingrato compito che è stato svuotare la casa di mia madre, mettere mano a tutte le sue cose, chiudere l’ultima pratica (la più triste) del mio lavoro di badante part time.

 

Ora che l’ingrato compito è terminato sento più forte la voglia di albe, di tramonti, di quiete, di avere tempo per percepire la primordialità della natura, di ritornare a poter abbracciare l’infinito con lo sguardo perso in un cielo stellato, e così di ritrovare la serenità.

Ho voglia che ritorni il quieto fluire (e il sereno scriverne su intraisassblog) dei ricordi legati alla montagna, all’arrampicata, all’azione e agli amici e compagni che l’hanno resa possibile.

 

Tutto quello che ci è accaduto,

o che abbiamo udito raccontare

ha lasciato un segno dentro di noi, un insegnamento,

o quantomeno ci ha fatto riflettere.

La vita, nel bene e nel male è maestra per tutti.

(Mauro Corona da Gocce di resina) 

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giovedì, 25 giugno 2009

DEL NASCERE – 3/C

postato da mmazzetto alle 17:19 in parole verticali

Terra Futura FirenzeC'è un simbolo che unisce l'alto e il basso, il verticale e l'orizzontale, un simbolo universale: ed è la croce. “Il più universale tra i simboli elementari, non solo in ambito cristiano. Rappresenta anzitutto l'orientamento nello spazio, il punto di intersezione tra le linee su/giù e destra/sinistra, l'unificazione di molti sistemi dualistici sotto forma di una totalità, che corrisponde alla forma umana con le braccia aperte” (Biederman, Enciclopedia dei simboli, Garzanti, 1991, p. 142).

Il 29-31 maggio 2009 un cimitero di croci, è “riapparso” tra gli uomini che vivono nelle città. Un “cimitero di guerra”, di quelli che ricordano le vicende belliche che hanno interessato le nostre montagne, e che, oggi e sempre, dovrebbe far riflettere le nostre città (ossia la vita nella polis).

A Firenze, all'interno delle iniziative legate a “TERRA FUTURA” che si sono svolte alla Fortezza Da Basso, è ritornato, in quei giorni, il “THE WANDERING CEMETERY” (http://www.antersass.it/wandering_cemetery).

Il cimitero di croci (itinerante), però, ora è “fiorito”, ad indicare una speranza futura, che nasce in chi sa imparare dalla storia. Se ne possono vedere le foto nel sito http://www.antersass.it/terra_futura.htm.

Mi colpiva, tra tante di significative ed “eloquenti”, nel loro silenzio, una croce, dipinta molto probabilmente da un ragazzo o ragazza. Riportava sul legno le parole “sapienza, consiglio, intelletto, ... fortezza” e, in aggiunta a questi - che, secondo la tradizione cristiana, sono i “doni dello Spirito” - la parola “fuoco” (ovviamente dello Spirito).

Sì, per rinascere, per far rifiorire - spesso dalle macerie della storia - la nostra vita e la comune e civile convivenza, non bastano la terra e l'acqua, ci vuole il fuoco, cioè il calore, che fa sorgere o risorgere la vita.

Non è questo, in fin dei conti, che ci manca di più, il fuoco?

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mercoledì, 24 giugno 2009

MARI E MONTI

postato da mariocrespan alle 14:29 in ritorni a valle
Parenzo, 19 settembre 2004, tarda mattinata.
Il sole, il mare spandono luce spietata. Tutti qui, praticamente nudi, sdraiati sulla sabbia. Si ha l’impressione che nulla di noi possa sfuggire alla vista della gente, peli, magrezze assurde o chili di troppo, gambe storte, schiene curve, ma anche meccanismi di pensiero, conciliaboli segreti, favole, illusioni, voglie. In montagna la luce è ugualmente spietata, piena, abbagliante perfino, però in quota troviamo affollamento più distribuito, non di rado vera solitudine su grandi spazi molto articolati. Gli altopiani a mezzogiorno sono scenografie metafisiche, dove scompaiono i confini dell’essere. E se pure a volte in montagna – a somiglianza del mare – possiamo permetterci abbigliamenti assai ridotti o addirittura inesistenti, sappiamo comunque che pochi ci vedranno, e non temiamo di sentirci scoperti così nel fisico come nella mente. Lassù la luce non ci scopre, né ci denuncia. È complice. Conserviamo solo per noi le brutture che sappiamo di avere, visibili o invisibili che siano per definizione. E inoltre tutte le nostre indecenze, i vergognosi segreti che non confidiamo a nessuno e talvolta nemmeno a noi stessi, cercano un riscatto nella fatica, nella lontananza, nella lotta contro le difficoltà e il maltempo. Una via di espiazione che transita attraverso una cima o un sentiero selvaggio alla fine della quale torniamo a valle purificati. O almeno così crediamo.
Qui al mare, invece, non vi è lotta né fatica quando ci si stende al sole rimanendo poi lì, immobili o quasi. È una semplice esposizione. Gli altri, attorno a noi, fanno la medesima cosa. Siamo qui raccolti in poco spazio e intenzionati a ignorare i vicini. Però con la coda dell’occhio diamo una sbirciatina ogni tanto, nella speranza di rubare indizi che ci inducano a sentirci migliori, pur di poco, a quelli là. Nell’apparente indifferenza generale, vera o finta che sia, siamo comunque ricondotti alla massa e annientati in essa. Fa niente se vediamo azzerata la nostra individualità, alla quale teniamo moltissimo. Stiamo qui, immobili, al sole e ci annulliamo. Eppure il mare è bellissimo, bellissimi luci e colori e orizzonti. Ma bisognerebbe allora avere la possibilità di vivere il mare secondo i medesimi criteri usati per l’alpinismo. Isolati e perciò protagonisti. In forme di sicuro più difficili da attuare, inseguendo confronti diretti con la natura e con noi stessi. Altrimenti le vacanze al mare, che sembrano attrarre e soddisfare tanta gente – ma vale anche per analoghe forme di vacanza in montagna – possono trasformarsi in puro appiattimento, la minima scintilla di pensiero bruciata dal sole e in esso dispersa. Precipitati nella maledetta oggettività del tempo, dello spazio, la legge della merda sovrana che appariglia ogni essere vivente o presunto tale. Come fossimo tutti qui intenti a fare i nostri bisogni sulla sabbia, sulle rocce, o nell’acqua stessa del mare. Come in un campo di prigionia dove ci avessero tolto tutto, gli occhi perduti e vuoti, senza più dignità né vergogna né sentimento, a un passo dal nulla ma… pronti a rinascere grazie a gelati, patatine e cocacola. No, non riesco a sopportare questa allegra propensione all’annullamento, preferisco non imparar la rotta per ricordarmi… il mare. Stare qui stamattina è stata pura perdita di tempo.
 
Parenzo, 19 settembre 2004, sera.
Da una terrazza seguo con acuta partecipazione il tramonto del sole sul mare, fino all’ultimo sprazzo di luce, fino all’ultimo respiro del giorno. Piano piano il sole si inabissa e tanto vi sono concentrato che il piccolo evento cui assisto assume ai miei occhi un significato assoluto e surreale, al contempo interiore e universale, una voce che sale dal profondo fino a gridare e turbarmi, implacabile. Il tramonto è un fenomeno quotidiano, spesso ricco di colori struggenti, ma quante volte nella nostra vita siamo riusciti a seguirlo, attimo per attimo, nel suo completo decorso? Forse il mare riprende un punto a suo favore risvegliando in me un’attenzione quasi dolorosa. Non ho ricordi di tramonti vissuti e osservati con altrettanta empatia, nemmeno in montagna. È come se in questi minuti tanto intensi la mia vita abbia segnato una vera e propria svolta. Stasera dal mare ho recuperato tutto ciò che avevo perduto stamattina.
 
[Due versi di Pier Mario Giovannone]
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lunedì, 22 giugno 2009

VITTORINO MASON: IN RICORDO DELL'UOMO-ALPINISTA GIULIANO DE MARCHI

postato da claudiaavventi alle 12:18 in storia dell alpinismo
IL MAIUSCOLO DELL'AVVENTURA

Non so se ci sia un tempo e un luogo per morire, di certo prima o poi si deve lasciare questa terra, diventare altro, forse ritornarvi. Di certo, se c’è un luogo dove un alpinista, un avventuriero possa desiderare di morire, questo non è il letto di casa o peggio di una casa di riposo dimenticato da tutti. Questo pensiero mi basta solo un poco per attenuare il dolore che mi ha afflitto oggi nel venire a conoscenza della morte di un grande amico: Giuliano de Marchi. Solo qualche ora prima di ricevere la brutta notizia stavo scrivendo di lui nel capitolo di un nuovo libro, scrivevo nella speranza di saperlo magari ferito, ma vivo e in attesa dei soccorritori. Un illusione durata l’attimo di qualche minuto. “Ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.” dice uno dei replicanti nel film “Blade Runner”. Anche per Giuliano è giunto questo tempo. Lui che sperimentò cosa siano l’avventura, il pericolo, il rischio, il dolore, la morte, sapeva bene che erano parte integrante della vita. Non immagino il caro Giuliano finito così, tra le morse o le braccia della montagna, a seconda delle prospettive, ma anche se fosse non ci sarebbe niente di male in fondo. Quello era il suo modo di cercare e andare. Non c’è niente di meglio che morire durante il cammino, dove volgevi la tua attenzione, solo, nella misericordia di quel vuoto che si fa immenso come un orizzonte senza traguardi. In un’intervista che gli feci al suo ritorno dalla nord del Mc Kinley, dove si era congelato di nuovo i piedi, alla domanda se ne era valsa la pena rispose: “Nonostante tutto sì. Non ho rimpianti. Non si deve mai avere rimpianti di quello che si è i non si è fatto. Nel 1991 è stata davvero dura perdere le dita. Ora sono come più preparato, so che in una maniera o nell’altra andrà a posto e supererò anche questa prova. L’unico rammarico è che da  adesso in poi dovrò stare più attento a non congelarmi ancora”. Sì, io credo che niente al mondo avrebbe fermato Giuliano dal vivere i propri sogni, per cui in questo, che non vuole essere un necrologio, ma un ricordo di un grande amico, nessun rimpianto.
Grande protagonista dell’alpinismo dolomitico, non si è limitato ad aprire solo vie sulle nostre montagne, ma ha cercato linee di salita in “su”, in “lungo”, e in “sé”, non solo per realizzare i propri sogni avventurosi, ma per cercare l’anima delle cose, la cultura dei popoli e l’esperienza di un vivere diverso dalla quotidianità, a contatto con una natura selvaggia, che per lui è sempre stata come una madre, un grande richiamo per andare. Per quelli che non conoscono, che non possono capire il fuoco, lo spirito che fa muovere gli uomini verso ambienti ostili, estremi e pericolosi, anche questa morte può sembrare assurda, evitabile, incomprensibile. “Iera mejo che el stea in ospedae a curar i maeai” direbbe qualcuno, ma questo non era l’unico scopo della vita di Giuliano e comunque lui si sentiva forse più a casa e a suo agio nei luoghi selvaggi. Sempre durante quella intervista alla domanda se aveva avuto paura dell’Alaska rispose: “No, anzi, mi esalta questo tipo di ambiente. Non c’era nessuno in giro a parte noi e rimanere in completa solitudine, sapendo che devi contare solo sulle tue forze, aggiunge ancora più fascino all’avventura”. Una sfida? gli chiesi “No. La possibilità di potersi ancora muovere in luoghi solitari, lontani dai campi base affollati dell’Himalaya, ambienti in cui è ancora possibile sentirsi dentro una vera Wilderness. Luoghi in cui non si viene distratti da nulla, in cui sperimentare un benessere interiore, una pace altrimenti difficile da ricercare nella quotidianità delle nostre città”.
Non so se Giuliano credesse in un Dio, so però che in più occasioni ha fatto suo l’insegnamento di Cristo. L’ho conosciuto telefonicamente e, senza neppure vederci di persona si è dimostrato amico subito, senza chiedere niente in cambio. Si è dimostrato altruista in più occasioni con me, la mia famiglia ed amici, sempre disinteressatamente, cosa rara in questo mondo di opportunisti e truffatori. Nel 1991 ha salvato la vita a Fausto De Stefani, rinunciando per la terza volta alla cima ormai prossima e al prezzo di rimanere congelato ai piedi e vederseli poi amputare! Non ha mai fatto delle sue imprese e delle sue avventure motivo di vanto, solo cosa propria, esperienza di viaggio.
“Socrate” amavo chiamarlo per il suo aspetto da filosofo greco, per come interpretava la vita, per il suo equilibrio nel non giudicare gli altri, nel non prendere posizione, non perché non ne avesse una, ma perché preferiva tenersi le cose dentro. Fisico statuario scolpito dallo mano di un artista, pelle bronzata, capelli ricci, per lo più bianchi, barba, anch’essa bianca, un uomo affascinante, dallo sguardo fiero ma sempre disponibile.
Giuliano era quel San Martino che si strappa il mantello per darlo al bisognoso, lo faceva senza chiedersi perché, e forse non a caso lavorava dentro un ospedale che porta il nome del santo. Ho conosciuto pochi medici che hanno perseguito l’insegnamento di Ippocrate, uno era lui.
Lo rivedo ancora quando sono andato a trovarlo a casa dopo la scalata della parete nord del Mc Kinley, prima italiana. Compì gli anni lassù. Sessanta! Era con i piedi fasciati per l’ennesima amputazione delle dita, ma era sereno. Nel giardino davanti casa le casette e le mangiatoie per gli uccelli, che lui amava tanto. Aveva pur messo delle stringhe colorate alla finestra affinché questi, non accorgendosi del vetro, non andassero a sbatterci contro. 
Appassionato di libri e di cinema, amava i viaggi e l’avventura come si può amare una donna con tutto sé stesso. Di questo suo amore è riuscito a trasmettere geni ai figli: la forza, il coraggio, la caparbietà, la lealtà, che sono propri del rubgy, a uno, la curiosità di viaggiare, di conoscere, studiare,  lavorare per e con i popoli, all’altra.
I viaggi sono quelli per mare con le navi, non coi treni. L’orizzonte dev’essere vuoto e deve staccare il cielo dall’acqua. Ci dev’essere niente intorno e sopra deve pesare l’immenso, allora è viaggio” racconta Erri De Luca dal suo “Il giorno prima della felicità”. Ha ragione; forse davvero si viaggia per sentirsi piccoli, umili, poca cosa di fronte alla grandezza dell’universo. È come ritornare bambini e correre tra le braccia di un padre che poi ti alza, per portarti in alto verso le ali di un piccione che ti attraversa la strada, e pare che per un momento di leggerezza pure tu possa prendere il volo.
In quel vuoto immenso è racchiusa la paura di scomparire, di perdersi nel mare dell’esistenza, abissare come in un silenzio profondo di cui non si è in grado di sostenere la compagnia. È questo il grande viaggio, la prova suprema, l’andare per dissolversi in ogni cosa, sentirsi parte del tutto e non più padrone di un corpo o di qualcosa. Piuttosto diventare, tramutare, cambiare, che rimanere immobile in un vestiario che giorno dopo giorno invecchia e muore con noi. Lanciare uno sguardo verso l’orizzonte, naufragare con un pensiero nel cielo aperto, perdersi tra i passi del giorno, ascoltare l’eco delle proprie sensazioni, rabbrividire di fronte uno scoglio sconosciuto e provare emozione senza domandarsi perché.
Sì, il viaggio apre le porte della percezione, è il viatico di ogni grande avventura che, finisca come finisca, vale la pena di essere vissuta. È per questo che mentre le lettere davanti a me compongono un mosaico e fuori una comunità di grandi barbe bianche veleggia ingrigiendosi nella sera, penso a Giuliano sulle nevi dell’Antelao.
La cima è quasi sempre il terminale delle tue emozioni in montagna, ma non è tutto. Per me la montagna significa anche l’ambiente che mi circonda, il luogo in cui esprimere la mia fisicità, sentire un benessere interiore, trovare un’armonia, una pace con me stesso e gli altri. Be’, riscoprire, avere la conferma di tutto ciò anche a sessant’anni. Un’esperienza così intensa e impegnativa sotto tutti i punti di vista ti segna in un modo indelebile. Attraversare da nord a sud questo gigante di granito è stata una gioia infinita, ho un entusiasmo profondo, come essere tornato bambino” mi disse un giorno. Di lui voglio conservare il ricordo immaginario del suo volto che, perso tra pensieri e sogni, dal vetro della finestra dell’ospedale, tra un paziente e l’altro, in un momento di pausa, si accosta e osserva, guarda le pareti e i diruppi della Schiàra, si alza sulla Gusèla del Vescovà e da lì proietta uno sguardo ancora più lontano, verso un altro grande viaggio.

Vittorino Mason
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sabato, 20 giugno 2009

INCONTRI A MALGA SORGAZZA

postato da gabrielevilla alle 00:49 in incontri e manifestazioni

Ci avevano provato a dicembre 2008, Maurizio e Carla, a proporre una serie di incontri presso la malga-ristoro che gestiscono in Val Malene di Pieve Tesino.

Le abbondanti nevicate dell’inverno scorso avevano però fatto annullare l’intero programma perché la strada di accesso alla malga era stata interrotta dalla valanga del Boalòn che, nevicata dopo nevicata, era scesa più volte isolandoli dal resto del mondo.

Così l’inverno per loro è diventato non solo solitudine, ma una vera e propria “prova di sopravvivenza” perché i giorni di isolamento sono stati ben 95 complessivi.

Ora la neve se n’è andata, la strada è tornata percorribile e Maurizio e Carla ripresentano la loro proposta di incontri per i primi tre sabati pomeriggio del prossimo mese di luglio.

 

Sabato 4 luglio 2009        ore 17:00            
Epilogo di un sogno … Alpi 4000

Inizieranno Franco Nicolini e Mirco Mezzanotte, infaticabili personaggi, che presenteranno una “cavalcata” dal Gruppo del Brenta, ai 3000 delle Dolomiti e ai 4000 delle Alpi.

 

Sabato 11 luglio 2009      ore 17:00            
Quella montagna che sta dentro

Seguiranno Rosy Buffa e Claudio Moretto, coppia in parete e nella vita, lei ha origini tesine, lui è bassanese. Racconteranno le loro scalate in Marmolada, Civetta, Badile.

 

Sabato 18 luglio 2009      ore 17:00            
Le montagne del Far West

Chiuderà Mauro Mazzetti, genovese, frequentatore delle Alpi Marittime, Liguri e Cozie. Blogger “storico” di intraisass [in aspettativa... (?)], divenuto alpinista sul far dei trent’anni, mostrerà scalate di stampo classico e la salita dell’Aconcagua.

 

Al termine degli incontri vi sarà la piacevole consuetudine di rimanere a cena presso Malga Sorgazza a degustare piatti tipici in allegra compagnia.

                                        

Per ulteriori informazioni e/o prenotazioni vedere la locandina dell’iniziativa.

mercoledì, 17 giugno 2009

IL PELLEGRINAGGIO RITROVATO: INCONTRO CON L'AUTORE...

postato da claudiaavventi alle 18:53 in incontri e manifestazioni
GIUSEPPE CAUZZIGIUSEPPE CAUZZI
DALLE VALLI VICENTINE ALLA MADONNA DELLA CORONA
ATTRAVERSO IL PARCO DELLA LESSINIA

Venerdì 19 giugno
presso la Sala Riunioni COOP VENETO sc
via Roma 21/a
RECOARO TERME, Vi

Nella serata di venerdì Liliana Magnani, Presidente Coop Veneto, e Andrea Sivero, Dirigente dell'istituto Alberghiero "Berti" di Soave, introdurranno l'amico-autore Giuseppe Cauzzi.
Il libro descrive il cammino che dalle valli vicentine raggiunge il Santuario della Madonna della Corona e si propone come guida articolata in tredici itinerari escursionistici.
Il testo è stato scritto sulla traccia dell'esperienza vissuta da cinque ragazzi dell'Alberghiero di Soave che, assieme a due docenti e due guide esperte, hanno percorso quei sentieri che da decenni sono solcati instancabilmente da pellegrini e non solo. A questi ragazzi è stato dato il compito di raccogliere impressioni, scatti, suggestioni e documentazioni sul cammino verso il Santuario.
Il materiale raccolto e composto dall'autore si articola attorno alle testimonianze di pellegrini, documenti sulle montagne e descrizioni dettagliate dei sentieri. Il libro è corredato da schede scritte dagli studenti con le indicazioni per ospitalità e turismo enogastronomico.

Camminare significa aprirsi al mondo. L'atto del camminare riporta l'uomo alla coscienza felice della priopria esistenza, immerge in una forma attiva di meditazione che sollecita la piena partecipazione dei sensi.

David Le Breton, Il mondo a Piedi

IL SOGNO DI AVANZARE DI UN PASSO...

postato da giovannibusato alle 17:31 in recensioni storiche
3x8000MESSNERReinhold Messner
3 x 8000. IL MIO GRANDE ANNO HIMALAJANO
Istituto Geografico De Agostani
Novara 1984
Pp. 161, disegni, foto e cartine a colori e b/n


Il sogno di avanzare di un passo...


Oggi la scalata di un ottomila, per la via normale,fa notizia come la partenza di una navetta Shuttle, ma nel 1982 la corsa agli ottomila era ancora aperta, le quote estreme ancora da studiare, i materiali in piena evoluzione e quando si parlava di spedizione ad un ottomila era il lavoro di un anno, forse più...
Ecco perché l’idea di Messner, di salirne ben tre in un solo anno era, ancora una volta, andare oltre l’immaginabile, varcare ancora una volta i confini dell’alpinismo.
Quell’anno Messner salì il Kanchenjunga, il Gasherbrum II e il Broad Peak portando la propria resistenza fisica e psichica ai limiti estremi,  e i racconti ne illustrano ampiamente i risvolti e le grandi emozioni.
Ma il pregio grande di questo libro, oltre ad una raccolta fotografica eccezionale, è dare voce e volto a tutti i componenti delle varie spedizioni; così vengono alla luce personaggi come il fortissimo alpinista Friedl Mutschlechner, Vojtek Kurtyka e gli emergenti Hans Kammerlander e Hans Peter Eisendle, ognuno dei quali arricchisce il libro con un proprio scritto; diversi punti di vista che mettono in luce quanTo diversa e personale sia la percezione delle cose tra le persone.
Splendido  il capitolo di Bruno Laner, scrittore altoatesino al seguito del tentativo al Cho Oyo che dal suo punto di vista analizza il comportamento dei vari componenti della spedizione rispetto alla gerarchia che si crea in un gruppo sottoposto a prove estreme in ambienti estremi.
E ancora Uschi Demeter, compagna di Messner, che scrive delle lunghe attese al campo base, del girovagare alla ricerca di motivazioni, dell’accettare le tragedie altrui pensando che “ la morte in un letto di ospedale non è poi tanto meglio che la morte in montagna...”.
Un capitolo intero è poi dedicato alle opere del pittore Luis Stefan Stecher che seguiva Messner al Cho Oyo e alle sue opere disseminate al campo, il tutto commentato dalla penna graffiante ed ironica di Bruno Laner dà l’idea di quanto stimolante possano essere staTi quei momenti di creatività.
Resta da segnalare infine come le montagne salite e i relativi capitoli siano preceduti da una interessante introduzione storica che riporta fedelmente le prime esplorazioni, i relativi tentativi e la prima salita, completando così un libro che compie 25 anni ma che ha tutti i titoli per figurare tra i libri che non verranno dimenticati.
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