Comunicazione dalla redazione >> A un passo dal cielo - LA NUOVA GUIDA >> Promo PDF
E’ incredibile come i ricordi giacciano nella nostra mente, latenti, come sepolti, eppure pronti a riemergere, forti e intensi, a volte in maniera casuale, vien da dire perfino “pretestuosa”.
Pretestuosa perché sembra impossibile che guardando un bellissimo film western come “Balla coi lupi”, là dove la vita del tenente John Dunbar, nel lontano avamposto di frontiera, entra in empatia con un lupo dalle zampe anteriori bianche e per questo chiamato “Due Calzini”, possa portare al ricordo di una giornata di arrampicata fatta con un caro amico scomparso. Eppure…
Domenica 23 novembre 1980. Parete sud del Piz Ciavazes.
Dicono le note del mio diario di quel fine settimana: Via Micheluzzi – Castiglioni con Giancarlo Milan capocordata. Sviluppo
L’avevo comprata al negozio di articoli sportivi di Giancarlo, a Rovigo, la mia corda nuova, come tutte le attrezzature da arrampicata acquistate dall’estate
Lui era un sestogradista molto forte che si permetteva di ripetere vie classiche fino al 6° grado in solitaria e senza corda, io ero un “mediogradista”, ma ugualmente s’era instaurata una forte sintonia tra noi che ogni tanto ci portava a percorrere qualche via assieme, quando lui non aveva compagni per fare cose più impegnative ed io ero sufficientemente allenato per seguirlo.
Attraverso di lui respiravo aria di “grande” alpinismo, lui che in quei giorni era appena rientrato dal tentativo di salita all’Everest con la spedizione di Francesco Santon e ora ritornava ad arrampicare (e proprio assieme a me) alle “sue” Dolomiti.
Quel sabato notte dormimmo nel furgone del negozio, quello che usava per il trasporto dei capi di vestiario e delle merci e quando ci svegliammo la giornata era bellissima.
Ricordo che al momento di prepararci gli sentii dire: “Gò scordà i calzèti…”
C’era però sul furgone uno scatolone con dei rimasugli e, frugando all’interno, Giancarlo tirò fuori due calzettoni di lana, uno grigio e uno giallo che prontamente indossò con gli scarponcini blu e neri. Si rideva di quella miscellanea di colori che ne era venuto fuori, ma Giancarlo era più che altro divertito, non erano certo quelli i problemi che lo potessero mettere di malumore e del resto aveva trovato quel che gli serviva: “Dò calzéti … e i và benissimo.” – concluse.
Di quell’arrampicata ricordo in particolare due momenti: un passaggio sui tiri iniziali, mi pare alla partenza dalla seconda sosta, di cui Giancarlo non riusciva a venire a capo.
Mi spiegò che in quei tre mesi di spedizione all’Everest non aveva potuto arrampicare e quindi aveva perso un po’ della fluidità di arrampicata che gli era abituale e paventò l’idea di una discesa in corda doppia. Nel frattempo sopraggiungeva da sotto una cordata di tedeschi, non erano giovanissimi, ma lui “tirava su” veloce e lei lo seguiva con altrettanta rapidità.
“I lasèmo pasàre – disse semplicemente Giancarlo – così vedo come che ‘l fà lù”. I due ringraziarono di quella che credevano una cortesia spontanea, (e invece aveva un “secondo fine”…), passarono veloci e noi li seguimmo e, tiro dopo tiro, Giancarlo ritrovò la sua scioltezza, mentre io mi accorsi di essere “in giornata”, una di quelle che “magari ce ne fossero più spesso”. Fu per quello che la lunga traversata a destra me la potei gustare e imparai anche la calata carrucolata con rinvio all’imbrago in quei cinque difficili metri iniziali da fare in discesa, che il mio esperto compagno mi insegnò al momento.
Oltre all’intenso ricordo, di quell’arrampicata mi rimangono otto diapositive, cinque delle quali scattate sulla traversata, di cui l’ultima ritrae Giancarlo proprio sugli ultimi metri di questa, girato verso di me, il volto con un’espressione concentrata, tutto vestito di rosso, casco compreso e quei “dò calzèti”, il sinistro grigio e il destro giallo, come una specie di inconsueto e colorato marchio di quella bella giornata e del mio indimenticabile amico.
*titolo prestato da Gabriel Garcia Marquez e Oriana Fallaci
Arriviamo all’auto, muti come fantasmi. Unico rumore la fontana della piazza. Ci cambiamo in silenzio, nessuna battuta, nessuna parola. Ci sono rabbie che covano, sono state dette parole pesanti che hanno lasciato ferite e lividi difficili da assorbire. Didier sbatte la portiera con più forza del dovuto, Chantal lo fulmina con uno sguardo furibondo. Lo so cosa pensa. Che se ci fossimo stati soltanto lei ed io, oggi, saremmo sicuramente arrivati in cima. Ed ora saremmo smarriti sulla via di discesa, intenti a cercare un riparo per la notte. Forse è stato meglio così. Ma se ora parlassi rischierei la vita. Didier ha voluto venire a tutti i costi, ed ora sconta la furia di Chantal. Peggio per lui, davanti allo tsunami ognuno nuoti come può.. Finalmente siamo in città, al parcheggio che è il solito punto di ritrovo mattutino. Il salutarsi è un riflesso della buona educazione ricevuta in passato. Null’altro. Nessun arrivederci, nessun proponimento di nuove gite e nuovi incontri. Quando arrivo a casa telefono a Chantal per spiegare, per capire. Ricevo un secco invito a scomparire dalla sua vita. E’ finito qualcosa che forse non era mai iniziato. Voglio solo dormire e svegliarmi domani, per ricominciare a vivere e seguire altri demoni. Abbiamo lanciato una sfida infernale ed abbiamo perso. Se non tutto, sicuramente molto.
Si può spiegare ad una bimba di sette anni cosa sono i demoni che ci spingono, ci blandiscono, ci costringono a mentire, simulare, ingannare? Ci obbligano a prendere zaini, corde, piccozze, per lasciarli cadere a terra la sera della domenica, stanchi morti, promettendo che è l’ultima volta e già sapendo di mentire a noi stessi, perché la settimana successiva saremo nuovamente in cerca di montagne e di avventure?
I demoni….
La piccola Beatrice non conosce l’orgoglio che nasconde i nostri limiti e ci fa correre rischi insensati per raggiungere i nostri obiettivi, scelti avventatamente e senza criterio.
Non ha idea della rabbia che esplode nel vedere i nostri sforzi penosi vanificati dalla pochezza dei nostri mezzi.
Vogliamo parlarle della bramosia che ci induce a pretendere sempre di più da una situazione o da una persona, costringendoci a chiederle ciò che non vuole o non può darci? Non immagina ancora cos’è la perdita di controllo nei momenti di debolezza, l’ansia di cui vorremmo liberarci.
E poi l’amore, quel demone trasformista che ci rivolta come un guanto. Enorme inganno che ci fa credere di essere più percettivi e sensibili, quando in realtà siamo soltanto più suscettibili e deboli.
Come faccio a spiegare ad una bambina che la differenza tra inferno e paradiso sta soltanto in un appiglio che al momento giusto non si trova, oppure nel sole che tramonta sulla cresta di fronte?
“Nonno, tu eri il più forte di tutti”
Sorrido. Che l’incontro con i tuoi demoni non ti sia grave, Beatrice. Che tu li riconosca, lotti con loro e ne esca vittoriosa. O, per lo meno, non amareggiata.
“Beatrice, mi aiuti a spostare la sedia a rotelle? Voglio andare là, a vedere il sole che tramonta”.
Ricordo il foglio di polistirolo espanso steso sul prato di Malga Pioda a restituire il calore del mio corpo infilato nel sacco a pelo, il cielo limpidissimo e stellato come non è possibile vedere in città e poi in città quando mai ti capita di fermarti a guardare il cielo di notte?
Ricordo il piacevole calore saturare il sacco a pelo e contrastare con la brezzolina fresca e tesa che sfiorava l’erba e il volto appena sporgente dall’apertura del sacco.
Non avevamo avuto voglia di montare la tenda in quella sera d’estate e lo sguardo poté perdersi in quell’immensità che dava la sensazione di abbracciare l’infinito.
Al pari mi è tornato alla mente un ricordo molto simile, ma ancora più lontano, che mi riporta a una delle prime emozioni della mia vita.
Era sempre una sera d’estate, ed ero sdraiato su di un panno steso sull’aia della casa di campagna dove abitavo allora, sentivo i “grandi” parlare ed erano figure femminili, di certo mia madre e le zie, mentre io, piccoletto, ero perso a guardare la sconosciuta meraviglia di un cielo stellato che ammiravo per la prima volta.
Una sensazione di infinitesimo mi calava addosso da quell’immensità e solo la voce rassicurante dei grandi che parlavano tranquillamente lì vicino, mi infondeva la sicurezza necessaria per non essere spaventato e sopraffatto da quella sensazione.
Deve essere anche, o forse soprattutto?, per quella lontana sensazione che ho sempre amato bivaccare in montagna, gustando il momento di infilarsi nel sacco a pelo e chiudersi dentro a ruminare le sensazioni della giornata appena trascorsa o a stemperare le tensioni per quella che mi attendeva l’indomani.
In queste ultime settimane il pensiero è tornato spesso a questi ricordi, probabilmente per richiamarne la “pace”, per contrastare il flusso di nuovi ricordi che, troppi e troppo in fretta, mi stavano sommergendo in quell’ingrato compito che è stato svuotare la casa di mia madre, mettere mano a tutte le sue cose, chiudere l’ultima pratica (la più triste) del mio lavoro di badante part time.
Ora che l’ingrato compito è terminato sento più forte la voglia di albe, di tramonti, di quiete, di avere tempo per percepire la primordialità della natura, di ritornare a poter abbracciare l’infinito con lo sguardo perso in un cielo stellato, e così di ritrovare la serenità.
Ho voglia che ritorni il quieto fluire (e il sereno scriverne su intraisassblog) dei ricordi legati alla montagna, all’arrampicata, all’azione e agli amici e compagni che l’hanno resa possibile.
Tutto quello che ci è accaduto,
o che abbiamo udito raccontare
ha lasciato un segno dentro di noi, un insegnamento,
o quantomeno ci ha fatto riflettere.
La vita, nel bene e nel male è maestra per tutti.
(Mauro Corona da Gocce di resina)
C'è un simbolo che unisce l'alto e il basso, il verticale e l'orizzontale, un simbolo universale: ed è la croce. “Il più universale tra i simboli elementari, non solo in ambito cristiano. Rappresenta anzitutto l'orientamento nello spazio, il punto di intersezione tra le linee su/giù e destra/sinistra, l'unificazione di molti sistemi dualistici sotto forma di una totalità, che corrisponde alla forma umana con le braccia aperte” (Biederman, Enciclopedia dei simboli, Garzanti, 1991, p. 142).
Il 29-31 maggio 2009 un cimitero di croci, è “riapparso” tra gli uomini che vivono nelle città. Un “cimitero di guerra”, di quelli che ricordano le vicende belliche che hanno interessato le nostre montagne, e che, oggi e sempre, dovrebbe far riflettere le nostre città (ossia la vita nella polis).
A Firenze, all'interno delle iniziative legate a “TERRA FUTURA” che si sono svolte alla Fortezza Da Basso, è ritornato, in quei giorni, il “THE WANDERING CEMETERY” (http://www.antersass.it/wandering_cemetery).
Il cimitero di croci (itinerante), però, ora è “fiorito”, ad indicare una speranza futura, che nasce in chi sa imparare dalla storia. Se ne possono vedere le foto nel sito http://www.antersass.it/terra_futura.htm.
Mi colpiva, tra tante di significative ed “eloquenti”, nel loro silenzio, una croce, dipinta molto probabilmente da un ragazzo o ragazza. Riportava sul legno le parole “sapienza, consiglio, intelletto, ... fortezza” e, in aggiunta a questi - che, secondo la tradizione cristiana, sono i “doni dello Spirito” - la parola “fuoco” (ovviamente dello Spirito).
Sì, per rinascere, per far rifiorire - spesso dalle macerie della storia - la nostra vita e la comune e civile convivenza, non bastano la terra e l'acqua, ci vuole il fuoco, cioè il calore, che fa sorgere o risorgere la vita.
Non è questo, in fin dei conti, che ci manca di più, il fuoco?
Ci avevano provato a dicembre 2008, Maurizio e Carla, a proporre una serie di incontri presso la malga-ristoro che gestiscono in Val Malene di Pieve Tesino.
Le abbondanti nevicate dell’inverno scorso avevano però fatto annullare l’intero programma perché la strada di accesso alla malga era stata interrotta dalla valanga del Boalòn che, nevicata dopo nevicata, era scesa più volte isolandoli dal resto del mondo.
Così l’inverno per loro è diventato non solo solitudine, ma una vera e propria “prova di sopravvivenza” perché i giorni di isolamento sono stati ben 95 complessivi.
Ora la neve se n’è andata, la strada è tornata percorribile e Maurizio e Carla ripresentano la loro proposta di incontri per i primi tre sabati pomeriggio del prossimo mese di luglio.
Sabato 4 luglio 2009 ore 17:00
“Epilogo di un sogno … Alpi
Inizieranno Franco Nicolini e Mirco Mezzanotte, infaticabili personaggi, che presenteranno una “cavalcata” dal Gruppo del Brenta, ai 3000 delle Dolomiti e ai 4000 delle Alpi.
Sabato 11 luglio 2009 ore 17:00
“Quella montagna che sta dentro”
Seguiranno Rosy Buffa e Claudio Moretto, coppia in parete e nella vita, lei ha origini tesine, lui è bassanese. Racconteranno le loro scalate in Marmolada, Civetta, Badile.
Sabato 18 luglio 2009 ore 17:00
“Le montagne del Far West”
Chiuderà Mauro Mazzetti, genovese, frequentatore delle Alpi Marittime, Liguri e Cozie. Blogger “storico” di intraisass [in aspettativa... (?)], divenuto alpinista sul far dei trent’anni, mostrerà scalate di stampo classico e la salita dell’Aconcagua.
Al termine degli incontri vi sarà la piacevole consuetudine di rimanere a cena presso Malga Sorgazza a degustare piatti tipici in allegra compagnia.
Per ulteriori informazioni e/o prenotazioni vedere la locandina dell’iniziativa.
GIUSEPPE CAUZZI