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Comunicazione dalla redazione >> Prepariamoci a un blog incontro? Metà/fine novembre?

venerdì, 20 novembre 2009

INTRAISASSblog CHIUDE!

postato da intrablog alle 12:00 in intraisass

Alberto Peruffo presenta Vinicio Capossela e Mario Brunello | Teatro Olimpico 27 ottobre 2009

Dal mio villaggio io vedo quanto della terra si può vedere dell'Universo...
Per questo il mio villaggio è grande quanto qualsiasi altro luogo,
perché io sono della dimensione di ciò che vedo,
e non della dimensione della mia altezza...

Nella città la vita è più piccola
che qui nella mia casa in cima a questo colle.
Nelle città le grandi case chiudono a chiave la visuale,
nascondono l'orizzonte, spingono il nostro sguardo lontano da tutto il cielo,
ci rendono piccoli perché ci tolgono ciò che i nostri occhi ci possono dare,
e ci rendono poveri perché la nostra unica ricchezza è vedere.

Alberto Caeiro O GUARDADOR DE REBANHOS
[in UNA SOLA MOLTITUDINE, Fernando Pessoa]


Cari amici e blogger, come scritto nel mio ultimo blog-editoriale, è il momento di andare oltre.
Da oggi intraisassblog chiude.
Dai primi di gennaio partirà la nuova creatura che vi avevo promesso.
Naturalmente quell'andare oltre è una meta-metafora, per noi che non siamo meta. E' dunque un voltare pagina, un mutare radicalmente forma, come fu il passare dal
FUintraisass al "non più attuale" blog. Then, quell'oltre resterà il confine da cui intraisass mai si allontanerà per congenita natura. Anzi, sottolineeremo questa sua natura borderline ancora di più e sono certo che la nuova elaborazione che ho escogitato nei due mesi di silenzio che hanno seguito l'utimo mio POeSTremo editoriale, lascerà contenti, e spero coinvolti, molti di voi. Una sola e nuova moltitudine. Per questo inizio e concludo con una poesia di Alberto Caeiro - poeta nella e della moltitudine - per annunciare la Riunione IntraPlenaria dei blogger storici di intraisass ed eventuali new entries presso la Redazione di Intraisass c/o Antersass Casa Editrice cc/oo Libreria La Casa di Giovanni [Acer?] che avrà luogo in uno dei giorni da concordare mediante consultazione che porteremo avanti nei commenti di questo post. Io propongo 6 o 8 dicembre, tutta la giornata, con mattina accoglienza nella mia Libreria, pranzo e cena comuni, pomeriggio riunione presso Antersass New Lab e probabile escursione sul Colle di Montecchio, ultimo piede delle Alpi, reale confine tra pianura e montagna. Eventuali pre/post-pernottamenti a richiesta su varie sedi che potrò mettere a disposizione. Possibilità coda d'incontri domenica 13 dicembre (+ l'8 dicembre se la riunione si fa il 6) per chi non potrà presenziare alla riunione plenaria. Mia intenzione è di presentare personalmente a tutti, per poi discuterne insieme, il nuovo progetto. Avete tre giorni a disposizione. Ovviamente la riunione intra:-[]-:plenaria (dove ci siamo tutti o quasi) ha il suo fascino.

Chiudo definitivamente questo blog [a parte i commenti e lo storico] e vi aspetto, cari blogger, numerosi.

Agli amici lettori, durante la pausa annunciata, rimando a intotherocks, sempre più seguito e apprezzato e già di per sé traccia concreta di ciò che è stato e sarà il nostro cammino.

link al post | commenti (16) | categoria intraisass
giovedì, 19 novembre 2009

GRATITUDINE E NOSTALGIA

postato da gabrielevilla alle 18:30 in storie

Devo a Giancarlo Milan la scoperta della Val Canali, quella che in seguito sarebbe diventata la mia valle adottiva, terreno di anni di escursioni e arrampicate, oltre che di tante uscite dei corsi di alpinismo da me diretti per la sezione del CAI di Ferrara.

Aggregandomi al gruppo di amici che partivano con lui verso le montagne ogni sabato sera alla chiusura del suo negozio di articoli sportivi ho imparato a conoscere e ad amare quei luoghi fino ad allora a me sconosciuti e ho potuto rivelare a me stesso, e in seguito affinare, quell’istinto di avventura che giaceva sopito dentro di me dopo le infinite escursioni adolescenziali nella valle agordina.

Ero completamente inesperto in quella primavera del 1976, ma ugualmente mi trovai a mio agio in quel clima tra lo zingaro e il vagabondo che promanava da Giancarlo e ispirava quelle uscite che raggiungevano in prevalenza la Val Canali e il Primiero, suo terreno di esperienza nella sua adolescenza come per me lo era stato l’agordino.

Di quella mia prima escursione in Val Canali ne ho scoperto traccia in un notes conservato tra i miei diari di attività in montagna.

Credo che quella semplice cronaca, pur nella sua sintetica telegraficità, renda bene l’idea delle escursioni di quel periodo e dello spirito allegro che le animava.  

 

Sabato 24 aprile 1976.

Partenza da Rovigo ore 21e30 con due pullmini (18 persone), con meta il Rifugio Treviso in Val Canali.
Neve abbondante negli ultimi giorni sull’arco alpino.

Arriviamo all’1e30 di notte e piove.

Alziamo una sbarra ed entriamo in una proprietà privata piantando le tende in un’abetaia.

Alle due io e Rodolfo siamo in tenda e ci apprestiamo a dormire.

Molto freddo durante la notte, varie contorsioni per infilarmi addosso un maglione dentro il sacco a pelo troppo leggero.

Verso mattina è un continuo rigirare per cercare di vincere il freddo.

Alle 6e30 suona un clacson e cominciamo a svegliarci, sono intirizzito, e pensare che ho dormito con la giacca a vento sotto la testa senza pensare di infilarla!

Esco dalla tenda e vedo tutto bianco, due centimetri di neve sono caduti durante la notte, siamo a circa 900 metri di altitudine.

 

Domenica 25 aprile 1976.

Dopo un breve percorso in furgone, si comincia a camminare, qui la neve fresca è alta dieci centimetri. Due ore di marcia in uno scenario bellissimo che riusciamo a vedere grazie a qualche schiarita.

Al Rifugio Treviso preparativi per la polenta e salsiccia.

Rumore di valanghe quando finalmente esce il sole, pallate di neve, si arrampica sui muri del rifugio, faccio qualche foto, si mangia e si parla.

Nelle prime ore del pomeriggio ritorno al furgone e partenza per Rovigo, con sosta in pizzeria. Arrivo alle 21e30 circa a Rovigo.

 

Che altro poter aggiungere al ricordo del mio amico scomparso e di quelle avventure?

Solo due parole: gratitudine e nostalgia.

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sabato, 14 novembre 2009

SENZA PELI SULLA LINGUA

postato da gabrielevilla alle 01:05 in storie

Ci sono persone che amano porsi con estrema sincerità per quello che sono, il loro modo di fare è aperto, diretto, e quando parlano lo fanno senza ipocrisie, senza giri di parole, cioè badano alla sostanza dei fatti e, come si suole dire, parlano “senza peli sulla lingua”.

Giancarlo Milan era una di queste persone, sincero e diretto fino a rasentare a volte la sfacciataggine, il fatto è che io me ne dovetti accorgere tutto in un colpo e, dovrei aggiungere, a mie spese, se non fosse un ricordo che conservo piacevolmente a tutt’oggi, dopo più di trent’anni dall’episodio che lo ha generato.

 

Doveva essere il 1977 e Giancarlo era stato invitato presso la sezione del CAI a Ferrara per una video proiezione incentrata sulle sue arrampicate e sulla spedizione K76 in Pakistan di cui era stato uno dei protagonisti.

Non c’era la Commissione Manifestazioni allora, come c’è adesso, tutto nasceva per iniziativa spontanea di qualche socio più esperto o intraprendente e io ritengo che Giancarlo fosse stato invitato a seguito dei rapporti che intercorrevano tra i molti soci della sezione ferrarese che si servivano presso il negozio di articoli sportivi che gestiva in centro, nella vicina Rovigo.

Che non ci fosse una organizzazione ben definita lo conferma il fatto che qualcuno chiese a me di presentarlo al pubblico accorso numeroso nella bella sala della sede di quegli anni per il fatto che io lo conoscevo “bene”, dicevano loro, per il semplice motivo che ero andato ad arrampicare abbastanza spesso con lui e il suo gruppo, nell’anno precedente.

Ero iscritto alla sezione da nemmeno due anni, non avevo mai assistito prima di allora ad alcuna serata, né avevo una pallida idea di cosa potesse significare “presentazione” di un ospite, ma accettai senza battere ciglio perché era una cosa che mi faceva piacere e perché avevo l’incoscienza (e forse anche l’entusiasmo) dei neofiti.

Quando venne il momento di iniziare mi posi di fronte al pubblico e dissi, più o meno, così: Vi presento l’ospite di questa sera, Giancarlo Milan, che ci presenterà le immagini delle sue scalate, ma prima ancora che un bravo alpinista per noi Giancarlo è un grande amico”.

Giancarlo era seduto in prima fila e, vista la mia telegrafica presentazione, dovette alzarsi e mettersi davanti al pubblico e fu lì che disse, con un tono di voce assolutamente calmo, come pronunciasse le parole più semplici del mondo, un po’ in italiano un po’ in dialetto veneto: Grazie per questa presentaziòn da culo… forse adesso l’è mèio che diga qualcossa mì….”.

Poi iniziò in modo spigliato il racconto di sé e delle sue imprese, mentre io rimasi in disparte praticamente basito, e dev’essere per quello che di quella serata non ricordo assolutamente null’altro.

 

Questo ricordo mi è tornato in mente non più di dieci giorni fa, quando Alfredo, uno degli amici del gruppo di allora, mi ha chiesto la disponibilità a presentare la serata a ricordo di Giancarlo Milan, nel venticinquesimo della sua tragica morte al Pizzo d’Uccello sulle Alpi Apuane.
Non avevo ancora visto nessuna delle immagini preparate, montate e musicate, ma accettare è stato spontaneo, istintivo e immediato, esattamente come lo fu in quel lontanissimo 1977.

 

La serata a ricordo di Giancarlo Milan, organizzata a cura della sezione del CAI di Rovigo, si svolgerà venerdì 20 novembre 2009, alle ore 21:00 presso il Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo, in zona San Bortolo.

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mercoledì, 11 novembre 2009

IL LATO INVISIBILE DEL PARADISO

postato da claudiaavventi alle 17:10 in recensioni
IL LATO INVISIBILE DEL PARADISOIl lato invisibile del paradiso. Pellegrinaggi ai confini del Tibet
Testo di Giovanni Da Col
Immagini di Luke Duggleby
Pagine di 168 ill.
Progetto grafico di Pupilla grafik
Editore Egon
2009
30 euro

Riportiamo di seguito la recensione del libro Il lato invisibile del paradiso, recente. Il testo citato dalla Rivista della montagna è firmato da Maria Luisa Nodari, storica blogger di Intraisass, che in Tibet ha studiato e vissuto.

Il volto imprevisto del Tibet
Nel 1933, con la pubblicazione del romanzo Orizzonte Perduto, lo scrittore inglese James Hilton inaugura il mito di Shangri-La, una valle segreta tra le catene montuose della Cina. Nel 1997 il Governo provinciale dello Yunnan decise di promuovere un’imponente spedizione scientifica con l’obiettivo di rivelare la vera ubicazione di Shangri-La, identificata con la prefettura Tibetana di Diqing, ai confini tra Cina e Birmania, tra i fiumi Mekong, Yangtze e Salween e dominata dalla montagna sacra tibetana di Khawa Karpo. Il lato invisibile del Paradiso è il resoconto di due anni di ricerca nell’area di  ricerca di un antropologo italiano della University of Cambridge e del fotografo che lo ha accompagnato, alla scoperta del lato oscuro, invisibile sulle cartoline, di un paradiso inventato. Dai pellegrinaggi alle montagne sacre ai luoghi temuti dagli stessi tibetani perché abitati da avvelenatrici, streghe e lebbrosi, da monasteri buddisti alle ultime comunità di tibetani cristiani, da rituali e lavori antichi a economie moderne e sfruttamento turistico, da falsi lama a ideologie ambientaliste, questo libro rivela le contraddizioni che accompagnano l’invenzione di un luogo perfetto e le tracce della memoria collettiva cancellate in questo processo.
Maria Luisa Nodari in La rivista della montagna

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sabato, 07 novembre 2009

LA MISURA DEL TEMPO CHE VA

postato da gabrielevilla alle 00:16 in storie

Il trascorrere del tempo non si misura con l'orologio, con quello si misurano i minuti, le ore, si può avere un'idea precisa di quanto manca ad un appuntamento o da quanto tempo si sta facendo una certa cosa, ma il trascorrere del tempo è ben altro.
E' una dimensione che a volte si misura in anni, ma non solo.
Ne abbiamo una percezione precisa solo quando ci fermiamo a guardare con più attenzione le persone che ci stanno intorno, è allora che ci accorgiamo dei figli che sono cresciuti e divenuti grandi, dei genitori o degli amici invecchiati, proprio così come è successo a noi stessi, anche se vedendoci tutti i giorni allo specchio non ci siamo resi conto dei lenti cambiamenti.
Hai voglia di fare finta di nulla perché, in fondo, tutto sembra funzionare come sempre ha funzionato: il tempo trascorso trova il modo di ricordarti che non è così.
C'è un cantante famoso che ha scritto una canzone al proposito e recita così la strofa:
"E intanto il tempo se ne va
coi sogni e le preoccupazioni,
le calze a rete han preso già
il posto dei calzettoni
".

Guarda la figlia cresciuta che oramai sta diventando donna e capisce che non conta il "quanto" è trascorso, piuttosto il fatto che intorno qualche cosa è cambiato o sta cambiando radicalmente, anche suo malgrado.

Non si ha percezione di ciò quando si è giovani, è più avanti negli anni che la sensazione diventa percepibile e, a volte, trasmette un senso di disagio. 


Cosicché succede che, se ti fermi a guardare con occhi più attenti, il tempo trascorso ti si materializza davanti agli occhi, magari ti capita mentre parcheggi l'auto sotto l'abete nel piazzale di Rocca Pendice (quello davanti al cimitero del paese di Teolo), e ti accorgi di quanto sia diventato grande quell'albero, ricordandoti di quando venivi le prime volte ad arrampicare, oramai trent'anni prima.

Allora, in quello stesso punto, c'era un alberetto che superava di poco il tettuccio dell'auto e ti ricordi anche di averlo fotografato, proprio a fianco del figlio dodicenne del tuo compagno di cordata di quel giorno.
Ce l'hai ancora quella foto, da qualche parte, è sufficiente una breve ricerca per farla saltare fuori, da un quadernetto/diario sul quale era stata incollata a ricordo di quella giornata di arrampicata trascorsa, c'è anche la data: 11 gennaio 1976.
Eccolo allora materializzarsi, improvviso, il tempo che se n'è andato ed i "quasi trent'anni" assumono un significato tangibile, una dimensione temporale precisa che non avrebbe senso misurare con l'orologio.
Quasi un terzo di secolo, una generazione, o, come ha detto qualcuno, "l'equivalente di un batter di ciglia nel contesto della storia della terra?".
Quell'abete ora è alto più di dieci metri ed ancora continuerà a crescere, probabilmente sarà ancora lì quando tu avrai finito di arrampicarti sulle pareti di Rocca Pendice.
Quella è la dimensione del tempo che và.
Ma così è la vita: un continuo divenire.
L'importante è non pensarci troppo ai trent'anni che sono trascorsi.
Meglio concentrarsi sui prossimi trenta ancora da vivere.

[Da una riflessione scritta il 12 giugno 2003]

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giovedì, 05 novembre 2009

INTERMEZZO VERTICALE - 3a

postato da mmazzetto alle 09:50 in parole verticali
Nel girovagare di un'estate particolarmente avara, per me, di camminate, in seguito ad uno strappo muscolare, ma ricca di visite interessantissime, avevamo programmato, con un'amica, una giornata dedicata a Mario Rigoni Stern e al suo altopiano, o, meglio  “altipiano”, come - mi ricordavano recentemente gli amici Marcello Maltauro e Adriano Tomba - lo chiamava lui stesso.
Partiti in una limpida e luminosa giornata di agosto, raggiungiamo il Cimitero di Asiago, dove cerchiamo la sua tomba (alla fine della giornata, per includere, come una cornice, la sua memoria, visiteremo la bella Mostra, multimediale, in esposizione al Teatro Millepini: Mario Rigoni Stern: uomo, narratore, cacciatore).
Lui non c'è più sulla terra, ma le sue parole ed il suo umile e forte esempio di uomo della montagna rimangono fra noi. Lo denotano i segni delle persone che continuano a fare visita al suo tumolo.
Mi colpisce un ringraziamento, che trovo scritto anche in francese (la lingua originale dell'autrice, immagino): “Scriba di Stagioni, grazie di essere per noi fonte che disgela” (Patrice D.A.). Bellissima.
Mario ha cantato molto la neve e l'inverno. Non solo in memoria del freddo e del ghiaccio patito ai tempi della maledetta guerra, ma anche come fenomeno ricco di valore nei lunghi periodi di inattività del montanaro. Solo che il ghiaccio, oggi, rischia di prenderci tutti e farci morire di noia e di freddezza gli uni verso gli altri. Dobbiamo cercare fonti che ci disgelino. Ognuno deve trovare le sue.
Sta bene, perciò, quel girasole che qualcuno (Anna, la moglie?) ha voluto sulla terra che ricopre il corpo del defunto. “Portami il girasole, ch'io lo trapianti” mi viene alla memoria... e alla bocca: è anche questo - il verso di Eugenio Montale - una “preghiera”, no? È la mia preghiera, qui.
E non solo per l'individuo: guardo, non lontano dal Cimitero, il grande Monumento ai caduti, che da qui si vede bene, e che è visibile, in lontananza, da molte cime delle nostre montagne. Il buio massimo e il gelo più bloccante non è la guerra con il suo immenso carico di morte e distruzione?
Un'ape, ora, si posa sulle tavolette spioventi, di legno,  che proteggono la croce. Che c'è da succhiare? Forse una fonte di luce e di vita in colui... che "non è morto ma vive ", in tutti noi?
Emanuela, l'amica che mi accompagna in questa visita, una volta giunti a casa, aggiunge qualche nota personale, che qui riporto, in conclusione:

“Asiago, 25 agosto 2009.
Un girasole. Sulla tomba spoglia lignea solo il nome e la data della dipartita.
Girasole, sole, luce, pieno di semi, di vita, parte di ecosistema perfetto e fragile, giallo lucente orientante.
Un giorno d'estate visito per la prima volta la tomba umile di Mario Rigoni Stern, semplice nuda croce, riconoscibile dal nome. Soprattutto colpisce il girasole (Helianthus annuus), che qualcuno ha posto davanti alla tomba, un fiore semplice, annuale, forse proprio per questo dotato di luminoso splendore. Sulla sua tomba rifletto, in particolare, sulla sua passione per le piante (Arboreto salvatico) ed i fiori. I girasoli saranno ritornati a fiorire negli orti attorno alle isbe?”.
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sabato, 31 ottobre 2009

UNA GUIDA ALPINISTICA CON L’ANIMA

postato da gabrielevilla alle 00:21 in recensioni, storie

A un passo dal cielo” è un titolo abbastanza inusuale per una guida alpinistica, fuori dalla solita e convenzionale formula quale invece appare nel sottotitolo “24 nuovi itinerari alpinistici e racconti sulle Piccole Dolomiti”.   

E’ una delle “alpguide” della Casa Editrice Antersass, stampata nel febbraio del 2009 e firmata dal veronese Arturo Franco Castagna, Accademico del CAI dal 1999, “prossimo alle 1000 salite effettuate su tutto l’arco alpino, vive la montagna dal 1972 e dal 1982 pratica l’alpinismo con continuità”, come sta scritto nella sintetica presentazione.

Bella la foto di copertina (di Lorenzo Sgreva) che ritrae due alpinisti impegnati sullo scuro profilo dello spigolo Soldà al Baffelàn che si staglia sul tenue sfondo bianco e azzurro del cielo e sopra il grigiore delle foschie tipiche che incombono molto di frequente sulla pianura ai piedi delle Piccole Dolomiti.
Una bella immagine che ho guardato spesso nei mesi scorsi, rimasta immobile assieme al libro appoggiato sul tavolo a fianco del mio computer, dopo la prima sfogliata iniziale e la presa d’atto che praticamente tutte le vie avevano quanto meno passaggi di VI grado (se non oltre), non proprio l’ideale per uno come me che è rimasto al grado IV come esempio e riferimento di difficoltà “media”.
Ho conosciuto le Piccole Dolomiti nel 1976, quando ho iniziato a frequentarle come aiuto istruttore ai corsi roccia della sezione del CAI di Ferrara (quando avevano nel “grande” e indimenticato Gino Soldà il direttore tecnico) e negli anni seguenti ne ho salito qualcuna delle vie più classiche di allora, sul Baffelàn, al Cornetto e alla Guglia GEI.

In anni successivi e in seguito a qualche esperienza non sempre piacevole su vie meno conosciute (e molto friabili), le avevo “retrocesse” a terreno di escursione e di salite su qualche classico Vajo da effettuare nella stagione invernale con ramponi e piccozza.

Ci voleva l’invito di un amico, e la complicità di una stupenda giornata autunnale, per farmi ritornare sulle mie decisioni e ripresentarmi pochi giorni fa al Passo di Campogrosso, sotto la mitica Sisilla, con le scarpette da arrampicata e le corde al seguito.

Così ho ripreso in mano la guida “A un passo dal cielo” per dare un’occhiata alla scalata che l’amico mi aveva proposto sulla via “degli ometti” al Monte Cornetto, difficoltà d’insieme D, difficoltà massima tecnica V, 390 metri di sviluppo “a carattere alpinistico-esplorativo”, una delle due vie (le uniche presenti nella guida, ho scoperto poi) con difficoltà al di sotto del VI grado. Devo dire che è stato piacevole ripercorrere dopo tanto tempo il sentiero di Arroccamento, arrivare al Passo degli Onàri per deviare a sinistra fino a giungere all’attacco della via sotto la parete sud/ovest del Cornetto in corrispondenza del “camino profondo”, dopo averne “scartati” altri due perché non corrispondenti alla descrizione.

Il fatto è che non corrispondeva nemmeno questo: la lunghezza del primo tiro di corda è stata di 50 metri anziché 35 e le difficoltà di IV+ anziché di III grado ma noi, presi da spirito esplorativo, abbiamo proseguito con un altro tiro di ben 60 metri (con un lungo tratto con difficoltà di V grado), infine, altri 15 metri di II grado ci hanno portato sul… sentiero che sale al Cornetto dal Pian delle Fugazze, su un contrafforte a ovest del Cornetto.

Seguendo il sentiero ci siamo riportati da dove eravamo partiti e, rileggendo con più attenzione la descrizione della guida, abbiamo trovato finalmente l’attacco della via “degli ometti” salendone i primi tre tiri (poco più di 70 metri) in quel profondo camino con difficoltà di V grado e arrivando sul sentiero che ci ha poi riportato al Passo degli Onàri, perché oramai si era fatto tardi per poter proseguire fino alla cima.
Una volta in auto abbiamo guardato la guida e così mi sono accorto della presenza di uno schizzo che riproduceva esattamente la localizzazione dell’attacco, uno schizzo che il mio amico aveva riprodotto sul retro della fotocopia della relazione, ma con una matita talmente sottile da lasciare un tratto appena visibile.  


Beh, questo lungo preambolo per dire che cosa?

Intanto che non conta l’esperienza personale se si fanno poi le cose con poca attenzione, in secondo luogo che questa esperienza mi ha stimolato, una volta arrivato a casa, a una più attenta rilettura della guida “A un passo dal cielo”.

Così ho scoperto cosa significa “alpinisticamente ben protetta”, trovando buona chiodatura là dove la montagna ne offre la possibilità, magari con chiodi ripiegati per annullare il braccio di leva, o infissi in fessure trovate su roccia all’apparenza inchiodabile, frutto di attenta ricerca e abilità nel chiodare come si sapeva fare ai “vecchi tempi”.

Ho apprezzato, e potuto constatare di persona, ciò che ha scritto Arturo Franco Castagna:
Ho sempre inteso passare per linee logiche, dove la montagna si concedeva nelle sue pieghe naturali, compatibili con una proteggibilità classica o naturale, come spesso si presta. Potevo forzare placche compatte, alzandone il valore tecnico ma, per il mio intendere, avrei distrutto quel fascino misurato, naturale, di reciproco rispetto, in armonia con la natura stessa della roccia”.

Una filosofia che condivido e apprezzo nei suoi principi ispiratori:
Tutte le vie hanno una storia, interiore, esteriore, ambizione e altruismo, ma gli aspetti più importanti sono un mix di studio e ricerca, esplorazione dal basso sfruttando la neve, l’acqua e il sole, per capire ove la montagna si concedeva…” e, aggiungo io, anche a costo di aprire vie discontinue, forse anche un po’ tortuose, ma ispirate ad uno spirito alpinistico classico ed etico.

In questo senso i due spit che abbiamo visto sulla “Placca Aperta”, la variante bassa tracciata da Alberto Peruffo e Mirco Scarso nel corso di una ripetizione, appaiono assai blasfemi. 

Ho pensato anche se non fosse presuntuoso da parte mia dare giudizi sulla base di un’unica ripetizione e per di più parziale, ma gli “indizi” che ho trovato sul campo ritengo siano sufficienti a farmi assumere questa piccola responsabilità, anche perché ho concluso di trovarmi di fronte ad un autentico innamorato delle Piccole Dolomiti “piccolo fiore in un piccolo giardino” nel quale, se si cerca, si guarda bene, si trova tutto ciò che l’alpinismo ti può dare. 

Devo dire che proprio questa è la sensazione che ho provato lunedì scorso dopo la scalata del nostro sconosciuto “Camino Fantasma” sull’avancorpo ovest del Cornetto e dopo la ripetizione (seppur parziale) della via “degli ometti” alla parete sud/ovest.

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mercoledì, 28 ottobre 2009

DELL'AURORA – 4/D

postato da mmazzetto alle 15:58 in parole verticali
Siamo passati dal potente simbolismo della vita all'enorme iconografia degli idoli: dalla preghiera e dal ringraziamento, la frana ci ha fatto scivolare verso la supplica e la dipendenza. È lo schiavismo del ventunesimo secolo. Eppure, la nostra libertà esiste e pulsa: bistrattata e annacquata dalle promesse della tecnologia a portata di clic, continua a risiedere nel segreto di ogni giorno.
La nostra libertà si eleva a guardarci quando il sole è allo zenit, al tramonto si cela in luoghi impensabili, ma all'alba è sempre pronta ad accogliere chi ha il coraggio di saltare dal patibolo, chi ha capito che il cappio non potrà fare altro che spezzarsi.

Davide Sapienza, La Valle di Ognidove, CdA & Vivalda, 2007, p. 72

Sembra che la libertà – o, meglio, la ricerca di essa – sia il motore principale della vita umana. Ed anche l'alpinismo, credo, ha a che fare con essa.
Chi ha “il coraggio di saltare il patibolo”, come dice Sapienza, trova ogni aurora a questo appuntamento della libertà con se stessi e con la storia.
L'alba - fenomeno naturale - è lì, davanti a te, per aiutarti in questo cammino.
Basta lasciarla entrare:

(...) l'albeggiante Natura, in cui vivono tutte le creature, mi stava guardando in casa, attraverso le ampie finestre con un volto sereno e soddisfatto, e non c'erano interrogativi sulle sue labbra (...) lo stesso pendio della collina, sul quale è posta la mia casa sembrava dire: “Avanti!”. La Natura non rivolge domande né risponde a quelle che noi mortali le rivolgiamo. La sua decisione l'ha presa da molto tempo.
Henry David Thoreau, Walden ovvero la vita nei boschi

    Io credo che sia qualcosa che ci impedisce di farlo più spesso, di farlo ogni giorno, di fare in modo, cioè, che “l'albeggiante Natura” entri in noi e ci trasformi in uomini liberi: è la diminuzione del nostro amore verso la bellezza. Paradossalmente, in una società come la nostra, dove sembra che si dia il massimo valore ad essa, in realtà la rifuggiamo. È troppo forte la sua visione perché i deboli, come noi, la “sop-portino”, la portino sulle proprie spalle, sempre più fragili e sconsolate.
“Descrivere la bellezza? Come? La Bellezza ha a che fare con le cose che nascono, per vederla bisogna poter nascere ancora una volta”, ha scritto un amico; che ha continuato, poi, con questi versi:

Saldo!
        Aggrappato alle viscere della terra
                                                     In alto!
                               Chioma sospinta in cielo
                            fasciata in lembi di nuvole
                                                  macchiate d'oro

(Fabio Dalla Pozza)

       Le montagne ci diano la saldezza necessaria per elevarci, in alto.
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sabato, 24 ottobre 2009

NO CHIODO? NO CORDA DOPPIA!

postato da gabrielevilla alle 01:00 in storie

Ne ho conosciuti un bel po’ di ragazzi dell’alto agordino, sono cresciuto assieme a molti di loro, estate dopo estate. Ci si incontrava a volte sulla piazza di San Tomaso o davanti alla cooperativa di Mezzavalle e scattava sempre la domanda che temevo, Bèveto che? Cosa potevo rispondere io, cittadino astemio, se non uno sconsolante Nìa, grazie. 

Vedevo che ci restavano male perché sembrava un atto di scortesia da parte mia, del resto loro il significato della parola “astemio” nemmeno riuscivano ad immaginarselo.

Il vino o la birra erano anche un modo di stare in compagnia in quei paesini nei quali si era isolati, ci si muoveva a piedi, o al massimo con la corriera, nessuno aveva la televisione… insomma, erano gli inizi degli anni ’60.

Praticamente … altri tempi e un altro mondo rispetto ad oggi.

A volte, il vino poteva servire anche ad annegare una delusione amorosa a seguito di una profferta d’amore non corrisposta: la ciòca era la soluzione più semplice praticata dai giovani per stordirsi e dimenticare il dispiacere.

 

I ragazzi che non bevevano vino, se non a pasto, erano rari come mosche bianche e Benedetto era uno di questi ultimi: lui era un “integerrimo”, studente all’Università Padova, lui la domenica preferiva arrampicare piuttosto che girovagare di bar in bar a collezionare “ombre de vin”  e birrette assieme agli amici.

Però gli era capitato di ricevere un “due di picche” da una ragazza del luogo, me lo aveva raccontato il mio amico Bruno che, sulla piazza di San Tomaso era stato avvicinato da Benedetto che, visibilmente deluso fin dentro l’anima, gli aveva chiesto a bruciapelo: “Vègneto a copàrte con mi su la De Gasperi?

Non volendo ricorrere alla classica ciòca aveva pensato ad una soluzione a lui più congeniale anche se “estrema”: copàrse su una via d’arrampicata impegnativa.

Bruno era allora alle prime armi e non aveva nessuna intenzione di copàrse, ma una gran voglia di arrampicare, era un fuoco che gli bruciava dentro e Benedetto possedeva le corde, conosceva i nodi di assicurazione, aveva le guide di arrampicata e i manuali, cioè quel patrimonio di conoscenze e strumenti tecnici che Bruno ancora non aveva acquisito se non in minima parte. Delle difficoltà, francamente, non gli interessava, lui non conosceva molto i gradi della scala Welzembach, allora, le montagne le misurava esclusivamente con la sua voglia istintiva di salirle.

Così i due si accordarono e, vista l’occasione particolare, Bruno diede fondo ai pochi risparmi e comprò un chiodo profilato ad U nuovo fiammante.

 

Credo che la via prescelta fosse quella dello spigolo nord ovest (di Alvise Andrich, Attilio Zancristoforo e Furio Bianchet, del 1935, oltre 700 metri di V, V+ e VI), ma l’intento iniziale, ovviamente, non fu raggiunto e, sbollita la delusione amorosa nello sforzo dell’arrampicata, compresero che la scalata era più grande di loro, così venne il momento della ritirata a corde doppie e iniziarono le calate verso il basso.

Dispiaceva lasciare il materiale di calata in parete, ma non c’erano molte alternative e, quando oramai mancava poco alla base, si accorsero di avere finito i chiodi mentre sarebbe rimasta da fare un’ultima corda doppia.

Ma no te ha el ciòdo a U che te ha comprà?” – chiese Benedetto.

Bruno rispose negativamente, e si offrì di calarlo con la corda, dopo di che sarebbe sceso arrampicando a ritroso, senza assicurazione.

Rideva di gusto il mio amico Bruno mentre me lo raccontava, un sorriso che conoscevo bene, uno di quelli che gli venivano “dal di dentro” e che ti coinvolgevano ancora di più negli aneddoti che ti raccontava.

Rideva dicendo: “L’avee scondù inte scarsèla el ciòdo. L’avee apèna comprà. Esto màt che ‘l làse piantà su la De Gasperi?

Lui il chiodo lo aveva comprato per assicurare la salita e arrivare in cima mica per farci una doppia e lasciarlo conficcato nella parete…

Livanos sosteneva che “è meglio un chiodo in più che un alpinista in meno”.

Per Bruno era molto meglio “una corda doppia in meno e un chiodo in tasca in più”.

[Nota a margine: La prima salita invernale dello spigolo nord ovest di cima De Gasperi è stata realizzata il 28 gennaio 1983 dalla cordata di Bruno e Giorgio De Donà con Olindo De Biasio.]

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lunedì, 19 ottobre 2009

INCONTRI AD ARSIERO

postato da giovannibusato alle 12:30 in incontri e manifestazioni

Novembre di incontri ad Arsiero, organizzati dalla locale sezione del CAI

venerdì 6/11

Massimo Ruzzenenti presenta:

IN UN MARE DI MONTAGNE

Viaggio scialpinistico tra i fiordi norvegesi Tromso e isole Lofoten.

 

venerdì 13/11

Alberto Pedrotti presenta:

MONTAGNE… IN BICI!

appunti di viaggio

venerdì 27/11

Paolo Tosi presenta:

Camminare o correre? Salire dritti o a zig-zag?

QUANDO CEDONO LE GAMBE

Uno sguardo sulla scienza della locomozione umana

 

venerdì 4/12

Arturo Castagna presenta il libro:

"A UN PASSO DAL CIELO"

24 nuovi itinerari alpinistici

e racconti sulle Piccole Dolomiti

tutti gli appuntamenti ore 20.45 – Sala della Bibilioteca Comunale di Arsiero

Via Innocente Stella (vicino alle Poste)